Newstand – n°5

14 Luglio 2016 Nessun commento

Due libri per due brevi chiacchierate….

 

“Terapia di Coppia per Amanti”   (Diego De Silva – 2015, ed. Einaudi, pp. 274)

Di Diego De Silva ho letto tre romanzi aventi l’Avvocato Vincenzo Malinconico come protagonista (“Non Avevo Capito Niente”, “Mia Suocera Beve” e “Sono Contrario Alle Emozioni”). A lui mi accomuna un modo di sentire legato probabilmente alle comuni origini (Napoli, anche se io solo per parte di padre) e all’anno di nascita (1964). Insomma, è uno di quegli autori con i quali mi sento “in confidenza”. Ho acquistato questo libro più che altro incuriosito dal titolo e, posso dirlo, sulla fiducia. Volevo anche leggere una storia con un protagonista diverso.

La trama è molto semplice ma in se’, a mio parere, decisamente originale. Parte da un assunto fondamentale: una coppia “clandestina” è felice solo sulla carta. In realtà, superato il primo momento nel quale si percepisce un’aria nuova, una freschezza diversa da quella opprimente della coppia “regolare” (altrimenti non nascerebbe), una coppia del genere si troverà presto a fare i conti con parecchi problemi (sicuramente l’impossibilità di portare avanti facilmente una storia fatta di tempi strappati qua e la, di sotterfugi, di bugie e ripicche di vario genere) e soprattutto con un bivio fondamentale: dove porterà tutto ciò? Bene, la protagonista femminile di questo racconto, Viviana, decide di fare un tentativo attraverso una terapia di coppia (per amanti, però) da uno psicologo di grido.

Purtroppo per loro lo psicologo è messo parecchio peggio di loro. Anche lui vive una storia clandestina, tra l’altro con una donna molto più giovane di lui e che con le sue bizze riesce a metterlo in difficoltà, tanto da rovesciare i ruoli nelle sedute che i tre affrontano, spesso con effetti esilaranti.

Il protagonista maschile, Modesto Fracasso, altri non è che un’evoluzione dell’avvocato Malinconico, leggermente meno “sfigato” visto che fa il musicista professionista e vive una vita discretamente comoda tra sale d’incisione e palchi. E la musica, come al solito nei romanzi di De Silva, ha un ruolo di primo piano, permeando la narrazione ed in qualche caso interrompendola. O meglio, l’autore utilizza il commento di una brano (come nel caso di “Every Breath You Take” dei Police o di “Malafemmina” di Totò), cui dedica un intero capitolo, per spiegare meglio una parte della storia o anche semplicemente uno stato d’animo. Bella trovata, mi permette di entrare ulteriormente in sintonia.

“Le Dinamiche Di Un Omicidio Insospettabile”   (Federico Tocci – 2016, indipendente, pp. 270)

Si tratta del terzo romanzo scritto dal giovanissimo Federico Tocci, di cui avevo letto tempo fa “Il Lato Negativo” (vedi il primo “Newstand” a settembre del 2014), nel quale appena quindicenne, attraverso continui flash-back, raccontava le insicurezze e le sofferenze di un ragazzo della sua età con voce incerta ma diretta. Ecco, questo mi aveva colpito all’epoca: un ragazzo con la voglia di raccontare e, soprattutto, raccontarsi.

Sono passati due anni ed arriva “Le Dinamiche…”. Il ragazzo è cresciuto ed ha mangiato pane e cinema in questi ultimi anni. Intatta la voglia di raccontare. Ma stavolta, immaginando che legga questo mio commento, devo essere onesto.

Stavolta ci sono luci ed ombre.

Partiamo dall’aspetto positivo. E’ una storia originale. Sicuramente sempre influenzata dalle insicurezze che questo modello di Società sta generando nei giovani. La trama: Max, Rick e Luca frequentano la stessa Università. Tra i tre è successo qualcosa di non chiaro ma che ha cambiato i loro rapporti. Luca affronta gli altri due, li minaccia, è fuori di testa. Una notte Max e Rick si svegliano in un luogo isolato, sporchi di sangue e terra. A pochi metri di distanza da loro c’è un corpo: è Luca. I due non hanno la più pallida idea di cosa sia successo. E qui c’è la grande trovata del libro: l’autore mette il lettore nella condizione di immedesimarsi nella storia: siamo dal lato dei protagonisti, sappiamo che è successo qualcosa di grave, prevediamo le conseguenze che questo porterà nella vita di altre persone che ancora non sanno nulla ed a cui tutto cadrà addosso con la forza di un uragano, ma abbiamo davanti a noi il buio più totale. Un buio nel quale aleggia il fantasma dell’ucciso che si presenta con insistenza a chiedere il conto. Poi magari il finale (che non racconto) è un po’ troppo sbrigativo.

E vengo invece alle “ombre”. Un consiglio a Federico (ti do del “tu”, visto che ho quasi tre volte la tua età): ritira immediatamente il libro ovunque si trovi, passalo ad un’attenta revisione e ripubblicalo, visto che alla fin fine sei editore di te stesso. Il libro va assolutamente corretto. Se commentando “Il Lato Negativo” scrivevo “…non perdere l’entusiasmo, il resto arriverà con l’esperienza” parlavo con un ragazzo di 15 anni. Oggi, soprattutto con questa storia (che, ripeto, secondo me è più che valida), è fondamentale che certi errori vengano eliminati. Anzi, non solo “certi”, ma “tutti”, altrimenti rischi di rendere il prodotto sciatto e, ti ripeto, non lo merita.

La Fortuna Che Abbiamo

8 Luglio 2016 Nessun commento

Credo di essermi espresso più di una volta su questo blog su Samuele Bersani. In assoluto, da un po’ di tempo a questa parte, è uno dei miei preferiti.

In questi giorni, e dopo ormai parecchi anni di carriera, pubblica un album dal vivo. Il primo.

Ora, lo sappiamo, l’album dal vivo è spesso un’arma a doppio taglio. Ho scritto altre volte sulla differenza fra gli album dal vivo di oggi e quelli gloriosi degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta. Una volta rappresentavano la summa di un periodo della carriera dell’Artista. In genere la celebrazione di un repertorio di successo, in qualche caso la conclusione di un capitolo della propria carriera prima di voltare pagina.

Oggi la tecnologia permette di produrre un album a concerto e di pubblicarlo via Internet. Guardate l’esempio di Springsteen, Counting Crows, Pearl Jam e Phish.

Dov’è il doppio taglio? Oggi come oggi il live rischia alla lunga di stancare. Se poi è celebrativo il rischio è doppio: se i brani sono copia-carbone di quelli pubblicati in origine la noia arriva ancora prima (prendete l’ultimo Venditti da “Tortuga”).

Difronte al bivio Samuele Bersani sceglie la strada migliore: prende le cose migliori della sua carriera (e, giuro, ne lascia fuori anche parecchie), le veste nella maggior parte dei casi di un vestito nuovo e le offre al suo pubblico. Anche con la formula del “Samuele & Friends”. Le registrazioni sono state tratte da due concerti “unici” del maggio e giugno del 2015, il primo all’Auditorium Parco della Musica di Roma ed il secondo al Teatro Dal Verme di Milano.

L’album si apre con l’inedito di prammatica. “La Fortuna Che Abbiamo” è un bel rock rotondo con un testo molto interessante, sullo stile di “Psyco”, l’inedito della raccolta pubblicata nel 2012. Insomma, come fare un brano con dei suoni attuali (avete presenti quelli un po’ “plasticosi”) ma senza snaturare la propria anima.

Gli applausi del pubblico ci portano sul palco. Inizia una versione acustica di “Spaccacuore” con l’accompagnamento dell’Orchestra Sinfonica dei Pomeriggi Musicali. “Il Pescatore di Asterischi” si avvale della partecipazione in voce di Marco Mengoni (mah!, almeno ce lo leviamo di torno subito) e dello GnuQuartet, un fantastico ensemble di archi che riempie di suoni particolari ogni brano che esegue.

Con “Cattiva” si torna al rock con il gruppo titolare. Lo GnuQuartet torna ad impreziosire i due brani successivi, “En e Xanax” e, soprattutto, “Lo Scrutatore Non Votante” con un grandissimo arrangiamento. Una delle cose migliori dell’album è “Come Due Somari”, dove Samuele Bersani viene affiancato dai Musica Nuda, alias Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Splendido: le due voci fantastiche s’incrociano mentre il contrabbasso di Spinetti fa tutto il resto. E basta. Da brividi.

Ancora GnuQuartet danno spessore ai tre brani che seguono. “Giudizi Universali” in versione canonica con Carmen Consoli, “Chicco e Spillo” con Caparezza e “Replay”, mentre l’Orchestra Sinfonica torna per “Occhiali Rotti”, il brano scritto per Enzo Baldoni, il giornalista ucciso in Iraq nel 2004.

Qui finisce il primo cd e la sensazione è quella di estrema leggerezza, di uno splendido massaggio del cervello di quelli che piacciono a me. Soprattutto senza un attimo di noia.

Dario Argento apre il secondo cd presentando “Il Mostro”, eseguito in un arrangiamento fedele all’originale. Ma in questo caso la canzone è perfetta così. Anche “Psyco” rispetta l’originale, trascinante quanto basta, così come “Ferragosto”. Poi arriva Pacifico ed insieme si dedicano a due diamanti purissimi: “Le Mie Parole” e “Le Storie Che Non Conosci”, con un prezioso cameo di Francesco Guccini. “Sicurio Precariato” introduce la fase finale dell’album, che vede la partecipazione dello GnuQuartet (“Settimo Cielo”, “Lascia Stare”, “Complimenti”, “Freak”, “Canzone” – con Luca Carboni – e “Coccodrilli”).

 Ora, al di là delle preferenze personali (io avrei ascoltato volentieri “Restiamo Ancora Qui” o “Cosa Vuoi Da Me” tra le cose dei Novanta, “Chiedimi Se Sono Felice” o “Che Vita” tra quelle dei Duemila, oppure “Desirèe” tra le recenti), devo dire che sintetizzare 25 anni di una fulgida carriera in due cd non deve essere  stata cosa facile e l’album, comprensivo del dvd necessario oggi per completare un progetto “live” (17,20 euro su Amazon), è veramente molto molto bello.

Il Disco del Mese: “Deuce” (1971)

26 Giugno 2016 Nessun commento

Duemilacinquecento anime.

E’ più o meno la popolazione di Ballyshannon, piccolo paesino tra Donegal e Sligo, nell’Ulster in Irlanda. Repubblica d’Irlanda anche se vicino al confine con l’Irlanda del Nord. Nel centro città c’è una statua, dedicata ad una vera e propria istituzione. Rory Gallagher è nato qui nel 1948. E’ stato un immenso chitarrista ed un ottimo autore e cantante.

Si narra che Jimi Hendrix, appena sceso dal palco di Woodstock, incontrò un giornalista che gli chiese cosa si provasse ad essere il più grande chitarrista del mondo. Ed il buon Jimi, laconicamente, rispose: “Ed io che ne so? Chiedete a Rory Gallagher”.

Così, tanto per dire.

Trasferitosi a Londra per indirizzare in maniera più professionale la sua carriera, formò un power-trio dal nome di Taste. Più che gli album erano le infuocate performance dal vivo ad imporli. Il chitarrista in particolare. Insomma, in breve i Taste erano annoverati tra i grandi gruppi rock-blues, insieme alla Jimy Hendrix Experience ed ai Cream. Gallagher uscì dal gruppo e ne formò uno nuovo di zecca, ma stavolta tutto doveva ruotare intorno a lui.

E così a maggio del 1971 esce “Rory Gallagher” e neanche 6 mesi dopo “Deuce”.

Nella variegata discografia del chitarrista “Deuce” è un album particolare, che rappresenta la summa di tutte le sue influenze, oltre che un chiaro manifesto di una creatività che andava ben oltre la rokkeggiante chitarra hard-boiled che lasciava a bocca parte le platee di tutto il mondo.

Ed è proprio lo spessore e la varietà di stili che caratterizza l’album sin dall’apertura. “I’m Not Awake Yet” è una ballata soprattutto acustica, con una melodia in minore molto bella. Man mano che il brano avanza si sovrappongono altri strati di chitarra ma senza appesantirne l’incedere, oltre ad un grande assolo di acustica. “Used To Be” parte con un gran riff di chitarra e si dipana poi come un classico blues-rock, dove il lavoro di chitarra è strepitoso, molto hendrixiano. La voce un diamante. Ascoltare poi l’arrangiamento chitarra ritmica-basso-batteria sul quale si poggia l’assolo. “Don’t Know Where I’m Going” è un brano acustico country chitarra e armonica, semplice e divertente. “Maybe I Will” è un accattivante pop sincopato con le chitarre pulite  ed un bridge arpeggiato. Anche qui un assolo di grande tecnica. “Whole Lot Of People” chiude la prima parte con un rock-blues leggermente atipico a causa degli stop-and-go che ne caratterizzano lo svolgimento.

“In Your Town” è un torrido rock-blues che presto diventerà uno dei pezzi forti da concerto (si trova su di un numero enorme di registrazioni dal vivo, io ne ho almeno quattro-cinque versioni), 12 battute e via andare. “Should’ve Learnt My Lesson”,  sulla scia di Muddy Waters, è un blues canonico con una grande chitarra. “There’s a Light” è una sorta di funky jazzato. Anche qui stop-and-go a dare movimento al brano. Anche qui il suono della chitarra risulta molto curato e la batteria (Wilger Campbell) fa cose egregie. La forza del brano è nell’incisione decisamente live. “Out of My Mind” sa di Dylan primi tempi. Finger picking e chitarra a tracolla. Grande tecnica. L’album si chiude con “Crest of a Wave”, 6 minuti 6 per una ballata molto rock, incisa anch’essa con il chiaro intento di rappresentare un Artista, ed un gruppo, che del concerto faceva il suo punto di forza.

L’album raggiunse la 39 posizione in Gran Bretagna e ottenne un disco d’oro.

Più o meno 25 anni dopo l’uscita di questo album, era il 14 giugno del 1995, la radio e la televisione nazionale irlandese interrompevano le trasmissioni per dare la triste notizia della morte di Gallagher per le complicazioni di un intervento chirurgico con il quale i medici tentarono un trapianto di fegato. I funerali furono trasmessi in diretta nazionale.

Newstand – n° 4

24 Giugno 2016 Nessun commento

Gli “Hap & Leonard” di Lansdale danno assuefazione, sono come gli “Adamsberg” di Fred Vargas: terminato uno devi avere il successivo a portata di mano, e riprendere immediatamente da dove avevi lasciato.

Così negli ultimi tempi ne ho letti ben quattro. Siccome vi ho raccontato i precedenti dedico qualche parola anche a questi.

Bad Chili   (1997 – ediz. italiana Einaudi 2003)

Una tranquilla giornata di caccia. Poi spunta uno scoiattolo rabbioso (eh si!) e morde Hap che finisce in ospedale. Qui conosce un’avvenente infermiera, Brett, con la quale l’intesa si manifesta immediatamente. Ma nel frattempo Leonard è sparito dalla circolazione. A complicare il tutto la polizia si mette sulle sue tracce in quanto palesemente implicato nell’omicidio di un tipo, un motociclista tutto casco ed occhialoni da sole, con il quale il suo ex aveva avuto una storia.

E siamo ancora nelle prime battute. La storia si dipana, uno volta sfumate le accuse (si scopre poi che il biker altri non era che un poliziotto in incognito che seguiva un caso) nello sdoppiamento delle piste: da un lato un traffico di olii più che esausti nel quale è implicato un industriale-boss locale, dall’altro nel traffico di snuff video che li condurrà come al solito in una situazione molto pericolosa. Infatti al loro inseguimento  (e di un video molto particolare) pone particolare cura un serial killer tanto feroce e sadico quanto muscoloso.

E nel momento peggiore per Hap fa la sua comparsa Jim Bob, un nuovo personaggio, investigatore privato texano fin nel midollo  con tanto di Stetson, che lo salva all’ultimo momento. Ironia della sorte il killer si becca a sua volta la rabbia da uno scoiattolo (pare ci fosse una sorta di epidemia nella regione) che si rivela fondamentale per dare una mano ai nostri sul finale del libro, oltre fortunatamente alla pistola di Brett.

Come i precedenti il libro si caratterizza per due aspetti essenziali: l’humor a fiumi e la crudezza del linguaggio e delle situazioni. Ed un paesaggio di un’America in tutti i sensi “di confine”, che un uragano torrenziale provvede a purificare nelle ultime pagine. Ma siccome, nonostante Brett, Hap è e resta il re degli sfigati, l’uragano purificatore gli porta via la casa.

Rumble Tumble  (1998 – ediz. italiana Einaudi 2004)

Hap si trasferisce momentaneamente a casa di Leonard, momentaneamente single. La convivenza non è delle migliori. Troppo metodico ed ordinato l’uno, troppo sconclusionato l’altro. Quasi quasi sarebbe ora di tentare la convivenza con Brett ma improvvisamente un paio di improbabili gangster le chiedono soldi per darle informazioni su sua figlia Lillie, che di mestiere fa la prostituta pentita in un bordello d’alto bordo sperduto in provincia.

Neanche bisogno di dirlo. Hap & Leo partono per recuperare la ragazza, insieme a Brett e ad un numero impressionante di armi di varia potenza e forza distruttrice. Ma qui scoprono che Lillie, cui il pentimento non deve essere particolarmente piaciuto ai suoi protettori, è stata portata di peso in una specie di resort per killer e banditi dalle variegate abilità appena al di la del confine con il Messico. E allora il gruppo, arricchito di alcuni nuovi componenti tra cui un ex malvivente divenuto predicatore di una chiesa cadente nel bel mezzo del nulla, noleggia un aereo e va sul posto. Sanno perfettamente che per recuperare la ragazza dovranno fare un grandissimo casino (il “rumble tumble” del titolo), praticamente una carneficina. Buoni e cattivi? Sono tutti cattivi, c’è poco da fare. Solo che i nostri ti strappano una risata ad ogni battibecco e perseguono motivazioni decisamente più nobili rispetto agli avversari.

Capitani Oltraggiosi   (2001 – ediz. italiana Einaudi 2005)

Finalmente un po’ di relax. Hap & Leo hanno finalmente un lavoro. Fanno parte della Security di una fabbrica locale, sostanzialmente i guardiani notturni, ma il posto è stabile e la paga discreta. Sempre meglio di raccogliere le rose nei campi. Una notte Hap prima da solo (quando c’è da prendersi gli schiaffi lui è in prima linea) e poi con l’aiuto di Leonard salvano la figlia del titolare da un tentativo di violenza. Questi, riconoscente, gli regala tempo e denaro ed i due decidono,  con una piccola fetta dei soldi ricevuti, di concedersi una crociera nei mari tropicali. Ma riescono ad avere un battibecco con uno dei maitre della nave e questi, carogna, gli da un’informazione sbagliata. E i due restano a terra a guardare la nave che si allontana senza di loro. Niente soldi, niente bagaglio, niente di niente. Come se non bastasse H&L attirano l’attenzione di una banda di malviventi che li assale sulla spiaggia, ferendo Leonardo in maniera grave. Vengono salvati da un vecchietto dalla grande agilità che riesce da solo a mettere in fuga la banda. Non solo, riesce con mezzi di fortuna anche a rattoppare Leonard. Tutto sembra andare per il meglio. I due vengono spediti a casa del vecchio dove fanno la conoscenza di Beatrice, sua figlia. Donna la cui bellezza non lascia indifferente Hap, nonostante luci ed ombre. Tra i due inizia una storia destinata a concludersi tragicamente. Il resto del libro è il tentativo di Hap di soddisfare la sete di vendetta, fino ad arrivare a farsi giustizia da solo.

Libro corale. Ormai i due si muovono in squadra. Il loro senso di giustizia e di onestà e la loro determinazione gli permette di ottenere la fedeltà di cui godrebbe un Cavaliere della Tavola Rotonda. Una sorta di “uno per tutti, tutti per uno” traslato negli anni duemila, dove i fioretti dei Moschettieri sono sostituiti da armi non registrate.

Sotto Un Cielo Cremisi   (2009 – ediz. italiana Fanucci Editore 2009)

Marvin Hanson ritorna in grande stile. L’incorruttibile poliziotto dalla schiena dritta, unico poliziotto di colore a districarsi in un corpo di polizia locale decisamente limitrofo al Ku Klux Klan, ritorna dal coma e cerca di svolgere attività in privato. Assume perciò nel libro la funzione di “guru”, di guida (non tanto spirituale), di coscienza laddove H&L difettano.

Il plot. H&L vanno a sistemare una questione da cinque minuti: una nipote di Hanson è finita in un giro non limpido. I due vanno sul posto e riempiono tutti di botte. Dulcis in fundo prendono una quantità industriale di droga è la distruggono nello scarico del bagno. Guaio grosso: innanzitutto fanno saltare la copertura (ed il naso) di un poliziotto che lavorava al caso da mesi, poi si inimicano i vertici della temutissima “Dixie Mafia” che gli scatena addosso la squadra punitiva locale. I tre (H&L&Brett), per nulla spaventati, schivano le pallottole e ne fanno fuori una mezza dozzina sotto gli occhi di decine di testimoni. Insomma, roba da chiuderli in galera e buttare via la chiave. Ed invece la polizia decide di chiudere un occhio (hanno sempre eliminato la feccia della città) in cambio di un piccolo favore: per accaparrarsi le rivelazioni di un pentito devono recuperare sano e salvo il figlio, la fidanzata nonché una valigia contenente svariate centinaia di migliaia di dollari. Piccolo particolare: la “Dixie Mafia” ha alzato il livello dello scontro, mandadogli appresso una squadra di cazzutissimi mercenari. No problem. H&L stavolta hanno in squadra non solo Jim Bob ma anche un tizio che doveva sdebitarsi con Hanson, tale Tonto, un perfetto concentrato di muscoli, cervello e agilità. Perciò partita ad una porta sola, anche se H&L riescono ad uscirne malconci. Però trovano il ragazzo, la ragazza e la valigia. Quando tutto sembra andare per il meglio, il gruppo cerca di passare una serata di relax in un locale karaoke.

E qui farà la conoscenza di un nuovo personaggio, Vanilla Red, il più temibile dei killer prodotti nella storia della letteratura noir, che sconvolgerà completamente i già precari equilibri della trama. Da quel momento Lansdale scrive le migliori pagine dedicate a H&L prodotte fino a “Sotto Un Cielo….”.

Ok, siamo al settimo libro della serie ed i meccanismi sono ampiamente rodati. Qualcuno direbbe ormai scontati. Eppure la fluidità di scrittura e la carica di umorismo restano intatte e la trovata rappresentata dall’entrata in scena di Vanilla Red, oltre a dare una sferzata di originalità al libro lascia anche ben sperare per i volumi futuri.

Novità dal Mondo Prog

20 Giugno 2016 2 commenti

Pochi giorni fa un amico, da questo momento nominato “Segugio Ufficiale” di questo blog, mi ha inviato il link ad un video su YouTube commentando “Cresciuti a pane e Genesis, che ne dici?”.

Siccome la parola “Genesis” nella quasi totalità dei casi mi innalza il livello d’attenzione (credo sia proprio una “deformazione” dovuta all’ascolto continuo ed approfondito di quella musica meravigliosa che è il Prog, vecchio o nuovo che sia) ho immediatamente cliccato sul link.

Il Segugio aveva perfettamente ragione. Ho potuto ascoltare un esempio molto interessante di Prog Sinfonico Moderno. E, sorpresa delle sorprese,il gruppo che ha prodotto “The Longest Sigh” (questo il titolo del brano, tra l’altro associato ad un video molto molto bello) è italiano.

Loro sono i Barock Project, gruppo nato nel 2004 a Bologna per iniziativa di Luca Zabbini, tastierista stregato da Keith Emerson. Molto preparato, come dice un altro mio carissimo amico che lo ha conosciuto in quel di Bologna “…un musicista vero, nel senso che ha studiato come si deve al conservatorio e tutto il resto . Sa fare alla grande i pezzi di Keith Emerson e tutto quello che c’è di più tecnico”.

E così è.

Dopo vari cambi di formazione i Barock Project sono arrivati ad una line-up stabile che comprende oltre a Zabbini alle tastiere e voce, Luca Pancaldi (voce potente quasi hard-rock), Marco Mazzuoccolo (chitarre), Francesco Caliendo (basso) ed Eric Ombelli (batteria) tutti dotati di grandissima tecnica. Un Supergruppo.

Dopo tre album (“Misteriose Voci” 2007, “Rebus” 2009 e “Cofee in Neukolln” 2012) sono arrivati a “Skyline”, che contiene “The Longest Sigh”, nel 2015. Piccola appendice: proprio in questi giorni è uscito un monumentale album live dal semplicissimo titolo “Vivo” che in un paio d’ore di ottima musica ripercorre tutti i brani essenziali della loro carriera, compresa una versione speedy di “Los Endos” dei Genesis post-Gabriel, con grande spazio appunto per “Skyline” del quale vengono riprodotti 6 brani su 10.

Devo dire che, senza aver ascoltato gli album precedenti per cui senza conoscere la loro evoluzione, l’album è molto gradevole. Un po’ quello che un patito di Prog Sinfonico sogna di ascoltare. Suonato benissimo, senza entrare nel dettaglio dei singoli brani, l’album è un susseguirsi di cambi di ritmo, fughe tastieristiche, esplosioni di colori, variazioni d’atmosfera, melodie. Insomma, tantissime cose. Compresa la partecipazione di un ospite d’onore quale Vittorio De Scalzi, voce storica dei New Trolls, che canta proprio nella title-track nella lunga parte introduttiva acustica.

Un piccolo neo? Per forza, ne devo parlare, altrimenti non sarei completamente franco.

Il gruppo è dotato di grandissima tecnica (Zabbini in testa), ma percorre in parecchi casi territori già molto conosciuti. Per esempio “Overture” è decisamente PFM, quella muscolosa e mediterranea di “Celebration” per intenderci. “Skyline” invece suona parecchio Jethro Tull sia nella parte acustica che nella parte elettrica, mentre in “Gold”, brano di apertura, sembra di ascoltare qualcosa di più moderno, tipo Pendragon o roba simile. Così come la già citata “The Longest Sigh”. Invece “Roadkill” occhieggia i Marillion del dopo Fish. “The Sound Of Dreams” è tra Jethro e Genesis. “Spinning Away” starebbe alla grande su di un disco degli IQ (tipo “Subterranea”) oppure in un musical di Lloyd Webber.

Insomma, i ragazzi sono fantastici, suonano alla grandissima e compongono splendidi brani. Forse però servirebbe un po’ più di “Anima”. Ed allora il mio amico dice “…allora ascolto gli originali”. Ed invece a me stanno benissimo i Barock, perché sono sempre alla ricerca di qualcuno che sappia interpretare questo genere in maniera espressivamente rilevante, facendomi provare qualcosa.

Perché, e concludo, l’Emozione per me dai Barock Project arriva. Perché? Semplice, li trovo estremamente Brillanti. Ecco, questo è il termine giusto: Brillanti.

 

 

Farewell Bellowhead

2 Giugno 2016 Nessun commento

Il secondo album che in questo periodo ho difficoltà a togliere dal lettore contiene in sé un aspetto positivo ed uno negativo.

Partiamo da quello negativo. Purtroppo parecchio negativo. I Bellowhead, band inglese che non riesco ad incastrare in un genere ma che, se proprio costretto, definirei Folk, o forse Folk-Prog, o forse Alternative-Folk (combinabili a scelta) hanno deciso dopo una quindicina di anni di carriera, di separarsi.

Il gruppo si è formato intorno al 2000 ed ha inciso il primo album, “Burlesque”, nel 2006. A questo sono seguiti altri quattro album più o meno a cadenza biennale, oltre ad un curioso album composto da materiale dei singoli componenti del gruppo. Gruppo impegnativo formato da undici elementi effettivi, ma che in epoche più lontane, almeno fino al 2010, ne aveva avuti fino a tredici.

Perché difficile etichettarlo? Semplice, perché la loro musica, pur muovendosi su territori tipicamente folk, ha attinto anche da altre forme musicali. Più o meno lo stesso processo creativo di Mumford & Sons. Ma con una gamma di suoni assolutamente più vasta e complessa. E mentre M&S hanno deciso di virare verso un lato più elettrico del loro suono, i Bellowhead hanno pensato bene, come già detto sopra, di concludere la loro carriera.

E così dopo il “Farewell Tour”, il tour d’addio, che li ha tenuti impegnati per circa cinquanta concerti tra il 2015 ed il 2016, di cui l’ultima data ad Oxford la sera del 1° maggio di quest’anno, è uscito questo doppio cd + dvd (formato che ormai va parecchio – 22 euro circa su Amazon) dal titolo molto semplice: “Bellowhead Live: The Farewell Tour”. Ventinove brani da tutti gli album del gruppo, un po’ meno, ventitrè, nel dvd anche se in ordine diverso rispetto alla scaletta dell’album e con due brani non presenti nella stessa.

Dopo questi freddi dati “statistici” veniamo al disco.

Bellowhead sono stati un fenomeno essenzialmente britannico. “Setlist.fm”, la wikipedia dei concerti, censisce circa 160 concerti del gruppo in dodici anni. Tra questi ne risultano uno in Olanda, due in Irlanda (Repubblica d’) e due in Danimarca. Il resto tutti in patria. Battendo parecchio la provincia: Southend-on-Sea, Southampton, Northampton, Halifax, Cambridge, Oxford, Reading, Brighton, Cardiff, Bristol, Birmingham, Gateshed, solo per citare alcune date del tour d’addio. Difficile uscire da questi ambiti. Anche se i loro album sono risultati via via sempre più apprezzati da pubblico e critica. I primi tre non superarono le prime cinquanta posizioni delle classifiche, gli ultimi sono riusciti ad entrare nella “Top 20″ fino a sfiorare la “Top 10″.

Come mai? Perché la loro musica combina Folk, Rock, Rythm’n'Blues, Jazz, Soul, Vaudeville, qualche spruzzata di Classica, il tutto legato da un’atmosfera molto “traditional”. La commistione diventa così qualcosa di molto particolare. Poi usano una strumentazione enorme: l’ensemble, composto da quasi tutti polistrumentisti,  presenta una sezione di ottoni, strumenti ad arco, percussioni. E questo rende possibile uno spettro illimitato di sfumature sonore. Cantano quasi tutti, il che permette anche elaborati arrangiamenti vocali. Ed in più, ciliegina finale, dal vivo sono una pila elettrica che non perde mai la carica. Hanno energia in abbondanza ed il “Farewell Live” ne è la dimostrazione più convincente possibile.

Elencare i brani è sostanzialmente inutile. Gli ultimi due album (“Broadside” e “Revival”) costituiscono il corpo più consistente del materiale pubblicato in questo live con nove brani ciascuno. Da “Hedonism”, l’album che li ha imposti all’attenzione di pubblico e critica, ne sono estratti tre, quattro da “Burlesque” ed uno solo da “Matachin”. Inoltre si possono ascoltare tra brani inediti ma già facenti parte da tempo delle scalette dal vivo del gruppo.

L’unico rimpianto che resta, alla fine dell’esaltante ascolto, è l’addio della band.

E’ vero, non è detto. I Phish ed i Counting Crows si erano separati ed oggi sono più vivi e vegeti che mai. Perciò nulla è detto. Anche perché riuscire a far andare d’accordo undici persone non deve essere stato facilissimo.

NO!!!

27 Maggio 2016 2 commenti

Che sia chiaro, questo blog è per il “NO”, chiaro, forte e netto!!!!

Giovani Vecchi Leoni

25 Maggio 2016 2 commenti

Questo post ed il successivo sono dedicati a due album usciti nel 2016, che ho acquistato e che non riesco più a togliere dal lettore, se non per alternarli. Andiamo con ordine.

Tra le mie “debolezze”, oltre al Rock, al Blues, ai Sixtyes e chi più ne ha più ne metta (però non tutto, dai!), c’è il samba e la bossa nova.

Insomma, la Musica Brasiliana. Non possiedo tantissime cose. Tra quelle che possiedo però, la più evidente è una fortissima invidia per la capacità di suonare la chitarra che hanno gli Artisti brasiliani. Quegli accordi impossibili. Per carità, sugli spartiti si leggono pure, poi ci vuole un “cartografo” per individuare la posizione delle dita sulla tastiera. E non è la cosa più difficile da fare. Il problema è passare dall’uno all’altro velocemente. E ricordarsi le posizioni.

Ho un ricordo vivido di quando la RAI, ad un solo canale (o forse due?), mandava in onda in prima serata concerti di Vinicious De Moraes, con un giovanissimo Toquinho alla chitarra, dal Sistina. Ed io e mio fratello a piazzare il microfono del vecchio registratore Philips “a pizze” per farne un bootleg da riascoltarci a piacimento, anche se devastato da quel ronzio che era tipico dei televisori precedenti all’avvento del colore.

Prima di sembrare troppo Gianni Minà, vengo al disco in questione.

Due grandissimi cantautori brasiliani hanno deciso di unire le loro splendide carriere in un concerto dal titolo “Due Amici, Un Secolo di Musica”. Caetano Veloso e Gilberto Gil sono molto più di due semplici cantautori. La loro storia, le loro vite, le loro canzoni s’intrecciano con la Storia del Brasile.

Esponenti da giovanissimi della miglior musica del loro paese, costretti per le loro idee politiche all’esilio a Londra dalla dittatura brasiliana al potere fino alla metà degli anni Ottanta,  sono riusciti a creare una forma-canzone molto personale, influenzata non solo da un certo desiderio di sperimentare già in loro presente negli anni Sessanta, ma ulteriormente sviluppato proprio dal meltin’ pot nel quale hanno vissuto durante  il loro esilio britannico, lasciandosi influenzare anche da altre musiche e culture. Perciò la loro musica, di matrice assolutamente popolare, si colora di sfumature blues, jazz, beat e soul.

Hanno così scritto brani meravigliosi, di cui solo alcuni sono raccolti in questo album doppio dalla confezione impeccabile e generosa: 28 brani su due cd oltre al dvd contenente tutto il concerto (su Amazon circa 18 euro). Inciso ad agosto 2015 a San Paolo del Brasile, Veloso e Gil giocano in casa, con il pubblico che partecipa ad ogni loro sollecitazione, cantando e battendo le mani.

Il concerto è di quella semplicità che solo la Grande Musica si può permettere. Solo i due Artisti con le loro chitarre classiche e le loro voci. La loro tecnica strepitosa fiume ideale nel quale far scorrere le voci personalissime. Tra i 28 brani si può trovare di tutto. Tutti i generi e tutti i linguaggi, compresa una versione molto romantica dell’italianissima “Come Prima”. Senza mai un momento di pausa, senza mai una caduta nella noia, neanche nei momenti più lenti e sentiti.

Tutto ciò grazie al grande carisma dei due e, soprattutto, ad alcune delle più belle canzoni che io abbia mai ascoltato in assoluto. Tra queste, ma l’elenco è puramente indicativo e non esaustivo (andrebbero citate tutte), “Caraçao Vagabundo”, “Tropicalia”, “E’ Luxo So”, “De Manha”, “Terra”, “Eu Vim Da Bahia”, la trascinante “A Luz De Tieta” che conclude il concerto. E poi due gioielli e capolavori assoluti in quanto ad emozione e classe: “Sampa” di Veloso, una melodia di una bellezza rara, e “Tres Palabras” di Gilberto Gil, un miracolo di tecnica e stile.

A Volte Ritornano – pt2

18 Maggio 2016 Nessun commento

A dicembre del 2015 ho stilato una classifica delle cose migliori ascoltate durante il 2014/2015. Al numero 8 ho piazzato un gruppo che non si faceva più sentire da un po’ di tempo. Per la precisione il loro ultimo album di studio era stato “Domino” del 1998. Per nulla memorabile, così come i precedenti “Ridicolous”, “Play” e “Some Fantastic Place”, tutti targati anni Novanta.

E si che di cose memorabili gli Squeeze ne avevano prodotte tante. “Cool For Cats” (1979), “Argybargy” (1980), il grandissimo “East Side Story” (1981) e gli splendidi “Babylon And On” (1987) e “Frank” (1989).

Perciò una pausa di ben 23 anni, fatta eccezione per un paio di live, varie raccolte e un difficilmente comprensibile “Spot The Difference” (2010), una curiosa raccolta di brani incisi nuovamente, dove s’invitavano i fan a capire le differenze tra le versioni originali e le nuove registrazioni.

Nel frattempo noi vecchi fan degli anni Ottanta abbiamo saputo che gli XTC ed i Jam non si rimetteranno mai più insieme (e bene o male lo sapevamo) e che gli Stranglers non hanno intenzione di suonare più nulla insieme visto che il batterista ha ormai compiuto ottant’anni. Di Police e Dire Straits non ne parliamo proprio.

Ed invece, sul finire del 2015, spunta un album nuovo di zecca degli Squeeze dal titolo “Cradle To Grave”. Visti i precedenti mi ci sono avvicinato con titubanza. Ma poi la simpatia per Tillbrook & Difford ha avuto la meglio.

Già da qualche altra parte in questo blog ho raccontato perché questa coppia di autori sia in cima alle mie classifiche personali (cfr “Il Concerto del Mese: Squeeze” – settembre 2012 – e “Il Disco del Mese” – ottobre 2010). Brevemente: la musica dei Beatles ha permeato la mia vita, regalandomi una “sensibilità” ad un suono e ad uno spirito. Quando qualcosa che ascolto fa vibrare le corde di questa sensibilità, vuol dire che mi trovo difronte alla filiazione diretta, ad eredi di cuore e spirito dei Fab Four. E questo è quanto. Come gli Squeeze ho incontrato anche gli XTC o, per venire ad esempi recenti, The Young Veins (lo so, sono durati poco, però il loro unico album è splendido).

E allora, sempre brevemente, veniamo all’album. Dodici brani. Il gruppo in realtà non esiste più, visto che degli Squeeze originari sono rimasti solo Tillbrook e Difford. Magari ci fossero stati anche Jools Holland o Paul Carrack. Però quello che conta è il songwriting e le voci. Ed in questo album sono entrambe perfettamente intatte, direi rinate.

L’album è, come le loro cose migliori, fuori tempo e perfettamente in stile “Squeeze”: melodie ariose, arrangiamenti vividi e cristallini, scelte armoniche intelligenti e non scontate. E poi cori e chitarre pulite in gran quantità. E le due voci dei nostri, in particolare quella di Tillbrook, identiche a sempre e quindi perfettamente integrate e distinguibili.

Gli Squeeze 2.0 (per quanto poi dureranno, visti che questi tentativi riescono per un paio di dischi e non di più, in genere) non giocano a scimmiottare il gruppo che fu, ma riprendono a pescare a piene mani da quello che hanno sempre saputo fare meglio: ricreare uno stile di beat che sappia coniugare l’ossequio verso i maestri dei Sixtyes con un suono moderno e tipicamente “Squeeze”.

Ed allora non si riescono a tenere i piedi fermi con l’iniziale “Cradle To The Grave”, un brano sulle orme della Motown, aprono “Nirvana” come fosse “I Don’t Like Mondays” dei Boomtown Rats per poi dipanarsi in un beat leggero con un grande ritornello. “Beautiful Game” è, a mio avviso, il miglior brano dell’album. Chitarre acustiche, Farfisa e controcanti con un bridge che ti entra in testa per non uscirne più. “Happy Days” è una delle cose che somiglia più ai brani degli Ottanta. Beat sostenuto e bei suoni, ancora grande melodia.

“Open” è un mid-tempo che la voce di Glen Tilbrook nobilita, aiutata da cori molto black, praticamente un gospel. “Only 15″ è una ballata che va in minore nel ritornello. Forse la cosa minore dell’album. Piuttosto scontata, va su e giù senza trovare la combinazione, “the knack”. Un tantino confusa anche “Top Of The Form” all’inizia, poi pian piano prende forma in maniera decisamente convincente. “Sunny” sembra scritta da Paul McCartney, voce e sezione di archi. Bella nella struttura, nella melodia e nella confezione. Molto più complicata di quello che si può pensare dalle battute iniziali e tutto in soli 3 minuti (scarsi).

“Haywire” è un lento riflessivo che trova soluzioni melodiche di una gradevolezza esagerata! “Honeytrap” è uno spigliato beat, “Everything” è un lento un po’ di maniera che lascia poco il segno. “Snap, Cracle and Pop” chiude l’album iniziando come fossero gli Steely Dan per poi esplodere di nuovo in una sorta di gospel con echi psichedelici.

Per concludere 12 brani per circa 45 minuti: essenziale, come si facevano i vinili di una volta e non come i ridondanti (spesso) cd di oggi. E nell’essenzialità, semplicità e grande classe ha i suoi punti di forza.

 

 

 

 

Il Disco del Mese: “Men At Work” (2013)

13 Maggio 2016 Nessun commento

Gianmaria Testa è andato via in punta di piedi il 30 marzo.

Si conosceva da tempo la sua malattia e l’inevitabilità del suo addio.

E allora, invece del solito saluto che mi capita di scrivere in questi frangenti, gli dedico il DdM di aprile, nonostante possa apparire una ripetizione. Infatti trattai “Men At Work” al momento della sua pubblicazione (cfr. “Best of the Best…pt1 – febbraio 2014) per poi piazzarlo in testa alla classifica della categoria “live” (cfr. “Classifiche – pt3: Live” – dicembre 2014).

Ma non fa niente.

Non fa niente perché “Men At Work” è un disco fantastico. Qualcosa che ascolti e che ti entra nella testa con il fluire naturale delle emozioni. Qualcosa che ascolti a tre anni dalla sua pubblicazione ed ancora ci scopri tesori che non avevi notato prima.

Gianmaria Testa è stato un poeta. Poi ha scelto di vestire le sue poesie di un abito musicale sempre gradevole, mai banale. Anzi,  spesso teso a rinforzare i passaggi emozionali raccontati nelle sue storie.

Perché proprio di questo sto scrivendo. Una grande emozione racchiusa nello svolgersi di pochi versi. Con la sua voce, suadente, dolce e perfettamente rappresentativa del suo carattere, capace di produrre quell’ulteriore passo verso la comprensione della necessità di esprimersi e sull’importanza del suo messaggio.

Raccontare degli ultimi, raccontare le sofferenze di chi perde l’identità, il lavoro, la vita, non è sempre facile. Il rischio di cadere nella facile retorica è dietro l’angolo. Pochi i Grandi in grado di farlo in maniera credibile. Me ne vengono in mente pochi: Gianmaria Testa e Fabrizio De Andrè. Non è facile ascoltare quello che si fa finta di non voler sapere. Aiuta a pensare, a riflettere.

“Men At Work” nasce da un tour in Germania del febbraio 2012 (Colonia, Karlsruhe, Norimberga, Brema, Hannover, Dortmund, Amburgo, Berlino, Dresda e Francoforte) e tre date tra Lussemburgo ed Austria esattamente un anno dopo, a febbraio 2013. Un suono essenziale (chitarre, basso e percussioni) ma sempre denso, con uno spettro timbrico che  va dal brano arpeggiato solo chitarra (“Hotel Supramonte”) alla ballad delicata (“Nuovo”) o più marcata (“Polvere di Gesso”) alle atmosfere latineggianti (“Dimestichezze d’Amor”) fino alle sferzate ben più sostenute (quasi rock….sssssshhhhhhh)  di “Cordiali Saluti” o elettronicheggianti di “Sottosopra”.

Della tracklist fanno parte 9 brani tratti da “Vitamia”, il suo ultimo album. I rimanenti 15 sono stati scelti da tutti gli altri album.

Ogni brano una storia a sè.

La filosofica “Le Traiettorie delle Mongolfiere”, dal primo album, apre il concerto, seguita da quasi tutti i nuovi brani: dalla delicatezza di “Nuovo” e “Dimestichezze d’Amor” alla semplicità nello scavare nell’anima di “Lele” alla trilogia del Lavoro composta da “Cordiali Saluti”, “Aquadub” e “Sottosopra”.

“18.000 Giorni”, praticamente 50 anni. Un bilancio della vita, delle sue delusioni e disillusioni, di una poesia così cristallina da lasciarti senza fiato. Una “Polvere di Gesso” dalle sfumature blues a cui segue “Preferisco Così” nella tradizione della canzone francese. Il primo tempo viene chiuso dalla leggerezza de “La Giostra”, la storia di un sogno “strampalato e veritiero” con un letto che si trasforma in veliero.

La seconda parte si apre con il sentito ricordo di Pier Paolo Pasolini e di Fabrizio De André, cui Gianmaria Testa dedica “Hotel Supramonte”, unico brano non a firma sua del concerto, cantata con una partecipazione ed un’intensità quasi superiore a quella del Faber che pure aveva vissuto il rapimento sulla sua pelle.

Una breve presentazione precede “Lasciami Andare”: andando avanti con l’età uno dei fenomeni tipici è perdere per strada amici che vanno via. I saluti sono inutili. Quello che conta è ciò che resta nei ricordi per sempre dell’amicizia vissuta. Il valzer-blues di “3/4″ è un capolavoro assoluto, una canzone d’amore di una bellezza sfolgorante. Il tema dei migranti e di quanti vengono sradicati dalla loro terra per sopravvivere è uno dei più cari a Gianmaria Testa. Qui è rappresentato da due canzoni straordinarie: “Seminatori di Grano” e “Ritals”. “Gli Italiani per anni sono dovuti emigrare… ma il problema è che in Italia una buona parte della gente, e soprattutto i potenti, hanno dimenticato quanto fosse difficile per gli italiani partire”.

“Come Le Onde del Mare” sembra Paolo Conte, invece è tra le cose migliori prodotte da Testa, qui proposta con uno splendido arrangiamento acustico ma al tempo stesso nervoso. “Le Donne nelle Stazioni” ha l’incedere indolente di un vecchio treno e le considerazioni di un ex capostazione di una stazioncina di provincia con lo sguardo acuto, soprattutto nel leggere occhi ed anima. Poi una di queste si ferma e dalla nebbia ne viene fuori un bluesaccio (“Voce da Combattimento”) perché non sono mai, o non sono solo, rose e fiori. Grandissimo l’assolo di chitarra di Giancarlo Bianchetti. Gli altri Musicisti, altrettanto bravi, sono Nicola Negrini (basso) e Philippe Garcia (batteria e percussioni).

Ancora un Amore raccontato con leggerezza in “Nient’Altro Che Fiori” mentre “Al Mercato di Porta Palazzo” si svolge una storia a metà del secolo e tra il rurale ed il cittadino, dove un piccolo colpo di scena sconvolge il passeggio tra uomini e donne in cerca della propria metà.

Il concerto termina con due bis. “Come Al Cielo Gli Aeroplani” è ancora sentimenti ed emozioni. “La Ca Sla Colin-a”, voce e chitarra, è invece un piccolo gioiello di folk italiano che nulla avrebbe in meno degli eroici tempi di Bob Dylan e Dave Van Ronk. Ok, quelli erano americani, vivevano a New York ed il Greenwich Village era il loro regno, ma la potenza dell’espressione e del racconto è la stessa.

Un disco imperdibile, come qualsiasi disco prodotto da Gianmaria Testa.

Per finire due considerazioni non mie, ovviamente. Però importanti da riportare. Fanno parte del libretto allegato al box di “Men At Work” (che contiene, oltre ai due cd del concerto, anche un dvd che rende il tutto ancora più prezioso).

La prima è una frase di Richard Robert, critico musicale, che dice: “Il canto non è solo suono: è anche profumo, leggero e avvolgente talvolta persino ossessivo. La sua alchimia poetica si fonda innanzitutto sulla verità intima di chi lo emette; poi si arricchisce entrando in vibrazione con l’aria, infiammandosi al contatto con il fuori, nutrendosi dell’energia di coloro che lo ascoltano. Le grandi voci, quelle che ci entrano dentro e non ci lasciano più, non sono quelle che assalgono con le loro prodezze tecniche; sono piuttosto quelle che, portate al loro più giusto grado di umanità, testimoniano di quel cammino segreto tra l’anima profonda che le ha viste nascere e il vasto mondo che le riceve……(La voce di Gianmaria Testa, insieme ad altre – Leonard Cohen, Leo Ferré, Joao Gilberto -, ci ha convinto…) che non c’è dono più generoso e atteggiamento migliore che quello di essere irriducibilmente e semplicemente se stessi“.

La seconda è dello stesso Gianmaria: “Tutto questo girare ci ha regalato un linguaggio strano e condiviso che è già musica prima di suonare. Passiamo….senza sosta di dogana. Ognuno portandosi dentro, aperta, la sua frontiera“.

 

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