Eight Days A Week – Il Film

30 Settembre 2016 Nessun commento

In viaggio con i Beatles.

Questo potrebbe essere il sottotitolo di “Eight Days A Week”, splendido docu-film di Ron Howard, specialista in prodotti nazional-popolari di qualità.

Un paio di anni fa il regista lanciò una campagna per la raccolta di materiale possibilmente inedito, rivolta verso quei fan che, incuranti della pochezza del mezzo “Super8″ (oggi ci sono video di qualità di concerti prodotti da un semplice smatphone scaricati su YouTube praticamente in diretta), tentavano, nella bolgia di un concerto dei Fab Four, di girare 1 o 2 minuti di immagini sfuocate e senza audio. Così, semplicemente per ricordo.

Ron Howard ha raccolto questi ricordi, queste emozioni, con cui, aggiungendo immagini professionali inedite (diciamo un terzo del film) e shakerate con due terzi di materiale già presente sull’Anthology di qualche lustro fa, ha confezionato un prodotto meraviglioso per la gioia di fan incalliti di tutte le età. Il racconto procede lungo la carriera dei Beatles, per il periodo che va dal 1962 al 1966 (i “touring years”), per più di due ore. Si passa così con un gran ritmo narrativo (la vera forza del film) dagli anni del gruppo compatto, affiatato, legato come una sola persona, all’affermazione di quattro personalità diverse, ognuna con le proprie passioni ed interessi.

Ed è un unico tunnel che i quattro percorrono alla velocità della luce per quattro anni, dalle ultime sere del Cavern di Liverpool al concerto al Candlestick Park di San Francisco, ultimo della loro storia fatta eccezione per quello finale sul tetto della Apple, attraversando momenti che vanno dalla spensieratezza giovanile all’allucinazione in un vortice di fama, successo e soldi sempre più esagitato.

E nel film sicuramente non c’è tutto, ma moltissimo si.

Ci sono le conferenze stampa con il relativo assedio di giornalisti. Ci sono l’ironia dei Fab Four che riuscivano a destabilizzare i media dell’epoca con le loro risposte sfrontate e l’atteggiamento guascone. Sono riuscito a stupirmi, più che altro perché non ne ero a conoscenza, per una presa di posizione dei quattro, che in conferenza stampa dichiaravano che avrebbero cancellato un concerto in una città del sud degli USA perché era previsto che il pubblico di colore avrebbe avuta una sua area “riservata” all’interno dello stadio.

Ci sono le scene di isteria ovunque, ai concerti, negli aeroporti, nelle strade fuori dai teatri e dagli hotel, ci sono le immagini di una polizia impreparata per l’epoca ad affrontare un evento generazionale del genere. C’è un capo della polizia che dice a Brian Epstain, loro manager, che i Beatles non potevano suonare in una location da 5.000 posti lasciando 50.000 ragazzi impazziti senza biglietto  fuori dal teatro.

C’è la loro immensa Musica, estratta dai concerti più importanti documentati (cosa all’epoca non semplicissima). La loro energia dei momenti migliori è tutta nei loro concerti. Così come il loro divertimento. E, soprattutto, il loro carisma. C’è Washington nel 1964, a mio parere la miglior testimonianza dei Beatles dal vivo insieme allo Shea Stadium dell’anno successivo. C’è, appunto, lo Shea Stadium, di cui vi parlerò fra qualche riga. L’Ed Sullivan Show, la tv svedese, la “Some Other Guy” ripresa dalla BBC al Cavern in un nostalgico bianco e nero mentre loro si preparavano a spiccare il volo. E poi qualcosa di estratto dall’Hollywood Bowl, dall’Australia, oltre alle malinconiche ultime esibizioni a Tokyo ed in Germania durante l’ultimo tour.

E poi ci sono testimonianze varie e spesso molto particolari. Ad esempio una toccante Whoopi Goldberg che unisce il racconto d’infanzia (la madre che la porta allo Shea senza dirle nulla fin davanti alla porta dello stadio) alla sensazione di superamento delle differenze che all’epoca ancora imperavano negli USA dove ancora la segregazione razziale non era stata abbattuta: la Musica dei Beatles univa, faceva sentire tutti uguali.

Grande spazio ha nel film Larry Kane, unico giornalista che, dal notiziario di una radio locale di Miami, chiese ai quattro una semplice intervista e che venne da questi invitato a seguirli per tutta la durata del loro primo tour statunitense, vivendo fianco a fianco e producendo così più di un reportage al giorno che, a mio parere, andrebbe raccolti in un documento a se stante. Ed ancora tanti altri: George Martin, Elvis Costello, Sigourney Weaver, Richard Lester (il regista dei loro film).

E, appunto, ci sono le lavorazioni dei film, il primo (“A Hard Day’s Night”) con scarso budget e molto entusiasmo, il secondo (“Help”) con largo budget e una noia mortale. Il tutto perfettamente e puntualmente riflesso nei film.

Perché i Beatles erano questo: il loro entusiasmo, il loro affiatamento, la loro amicizia, tutto traspariva nella loro Musica ed in ogni cosa cui prendevano parte, che fosse un film, un’intervista, un radio show o una semplice foto. Erano, in una parola, veri.

Lo stesso dicasi per i momenti peggiori.

Due “chicche” su tutto. La prima John che sbeffeggia con classe uno sprovveduto giornalista che gli chiede: “Tu sei”? e lui “Eric” e quell’altro “Siamo qui con Eric dei Beatles!”. La seconda Ringo che racconta divertito che il per il concerto allo Shea Stadium i Beatles si erano fatti costruire per l’occasione dei nuovi amplificatori da 100 Watt (quello che uso io per i “live” nei localini con i miei mitici Beastie è da 300 Watt) e che questi venivano diffusi per lo stadio con gli altoparlanti che si usavano normalmente per gli annunci, delle specie di trombette, a cui segue una spassosa simulazione dell’effetto passando dall’audio restaurato del concerto a quello degli altoparlanti.

A seguire, al termine della proiezione, 30 minuti 30 proprio del concerto allo Shea Stadium (in pratica solo la loro esibizione, senza tutti i gruppi spalla presenti nel film ufficiale) restaurato in audio ed in video. Semplicemente fantastico! Vale il prezzo del biglietto la versione scatenata di “I’m Down” con Lennon alla tastiera che si diverte come un matto. Sicuramente in quel momento non doveva ancora pesargli troppo il momento “live”, nonostante le urla del pubblico in delirio.

Insomma, se avete perso “Eight Days A Week” al cinema, visto che è stato presentato per un numero limitato di proiezioni, compratelo assolutamente all’uscita in dvd.

One More Kiss!!!!

21 Settembre 2016 Nessun commento

Lo sapete, ho una piccola “devianza”: mi piacciono i Kiss. Si, proprio loro, i quattro bellimbusti mascherati che da oltre quaranta anni percorrono in lungo ed in largo il globo terrestre portando il loro show esagerato, ridondante, assordante, anche inutile in certi casi.

Però mi piacciono. Così è. Dopotutto in età giovanile mi sono piaciuti anche Duran e Spands, perciò…

Metronomici, i quattro danno alle stampe un nuovo live, “Kiss Rocks Vegas”. Stavolta fanno le cose in grande, come si conviene di questi tempi. Un disco con i canonici 16 brani che spaziano per tutto il loro repertorio e con vari formati di pubblicazione: cd, cd+dvd, dvd+blue ray e chi più ne ha più ne metta.

Io ho acquistato la versione “cd+dvd”. Ai fini della recensione, separerei i due prodotti.

Il dvd è fantastico. Vediamo il gruppo arrivare già truccato in elicottero sul luogo del concerto (il teatro dell’Hard Rock di Las Vegas), raggiungere il palco, il grido che da sempre li accompagna in scena (“Allright Las Vegas, You Want The Best You Got The Best: The Hardest Band In The World: Kiiiiiiisssssss!!!”) e da li scatenarsi una pioggia di fuochi d’artificio e di note prodotte dai quattro. Il concerto è ripreso in altissima definizione da almeno 20 telecamere, neanche fosse una partita di calcio. Il luogo si presta benissimo: non si tratta di uno stadio smisurato ma di un teatro neanche di grandissime dimensioni. Perciò l’effetto è quello di trovarsi sul palco con loro, o al massimo in primissima fila. I quattro ci danno dentro come al solito con tutta l’anima, senza risparmiarsi.

E allora via con tutto il repertorio di trucchi di scena, dalle coreografie alle polarizzazioni dei personaggi (Gene Simmons è il Demone e fa il Demone, Paul Stanley è il Figlio delle Stelle ed il sex symbol e fa il Figlio delle Stelle ed il sex symbol, e via di seguito), dai fuochi d’artificio ai petardi. Insomma è tutto talmente carnascialesco ed esagerato da farsi apprezzare comunque.

La musica non è da meno. Ho sempre avuto una certa difficoltà a considerare i Kiss un gruppo hard-rock. La loro musica, dai toni sicuramente accesi, è però un rock’and’roll semplice, fin troppo. Eppure i quattro, in particolare negli anni migliori e più produttivi, hanno sempre prestato attenzione alla melodia dei brani e, difficile crederlo, alle armonie vocali. Ebbene si, in quel marasma cacofonico rappresentato dall’”americanità” del loro show, c’è sempre stato spazio per melodia ed armonia. Riff clamorosi, hit single potenziali in abbondanza, cori e coretti da anni sessanta.

Voto DVD: 9+

Veniamo al cd. Clamorosamente cambia tutto. Mancando l’immagine, vengono fuori tutte le “magagne”. Tanto per cominciare l’incisione, molto meno brillante dei primi due inarrivabili volumi degli “Alive”. Impastata, in alcuni momenti confusa. Sembra tutto molto slegato.

Tommy Thayer, il chitarrista solista che sostituisce lo storico Ace Frehley, ne imita lo stile e gli assoli, ma il risultato non si discosta da quello di Deryl Stuermer che sostituisce Steve Hackett nei Genesis. Tra l’altro lui è inglese mentre il gruppo ha un suo essere americano con il quale risulta impossibile la sintonia. In più essendo Thayer accreditato come il “produttore” dell’album, direi che la resa sonora in qualche modo gli va attribuita.

Ma tutto risulterebbe comunque accettabile alla fin fine in un’ottica di turn-over che vale sia per il calcio che per la musica. Dopotutto i Kiss sono talmente integrati nello show-business da non aver mai fatto mistero che le maschere altri non sono che strumenti per continuare a sfruttare nel tempo il marchio “Kiss” indipendentemente dal soggetto nascosto dietro il pesante trucco e l’ingombrante costume.

Quello che alla fine lascia veramente perplessi è la voce di Paul Stanley. Esempio lampante è l’iniziale “Detroit Rock City”, manifesto del gruppo. Parte quasi con il piede giusto, cala già nella seconda strofa per poi diventare quasi un parlato nell’ultima. Come sale di tonalità e di tensione immancabilmente si perde.

Voto CD: 4+

Conclusione: l’immagine, alla fine, conta più della musica. Se non avete alcun documento filmato del gruppo, il DVD è realizzato veramente molto bene e merita. Se non dovesse interessarvi, ripiegate su “Alive!” e “Alive II” (vedi “Il Disco del Mese” di settembre 2015 per un’ampia recensione), ed  i vostri soldi saranno molto ben spesi.

PS: ok, chi mi segue potrebbe dire “Però a loro le passi tutte, a Peter Gabriel lo massacri tutte le volte che puoi”. Lo so, che ci volete fare? E’ che i quattro coatti di New York in ogni caso mantengono una genuinità del prodotto e di loro stessi, diciamo una sincerità di fondo (anche se votata completamente al dio denaro) che li rende sempre veri ed apprezzabili. L’Arcangelo invece ci fa vivere sempre e solo di ricordi almeno da 25 anni a questa parte.  

Una Seria Ristampa

15 Settembre 2016 Nessun commento

Oggi, 15 settembre 2016, esce in parecchi cinema in tutto il mondo “Eight Days A Week”, docu-film sui Beatles ed in particolare sugli anni dei loro tour (1962-1966). Immagino che Ron Howard, il regista, voglia raccontare la crescita del fenomeno-Beatles da Amburgo e dai dintorni di Liverpool alla provincia britannica e alla conquista del mondo, il passaggio da gruppo locale a star mondiale ed icona che ancora oggi non conosce l’eguale nel campo della musica Pop (a parte Elvis e poco più).

Il film verrà replicato fino al 21 settembre, alla stregua di quegli “eventi” che tanto vanno di moda di questi tempi nei cinema per non sprecare un prodotto che comunque fattura ma di probabile scarsa tenuta sugli schermi. In particolare la prima di stasera viene annunciata come in diretta streaming con la prima londinese dove saranno presenti Paul, Ringo e Yoko Ono (che c’entra con quegli anni? vabbè…).

Ma del film ne riparlerò in maniera più compiuta quando (e se) riuscirò ad andarlo a vedere.

Volevo invece soffermarmi brevemente sull’accessorio più importante abbinato all’uscita del film. Quelli della Apple (la casa discografica dei Beatles, non quella che evade le tasse) hanno pensato non bene, ma benissimo, di rieditare “The Beatles At The Hollywood Bowl”, prodotto solo in vinile nel 1977, uscito dal catalogo e mai più tradotto su cd o qualsiasi altro supporto. Il motivo è presto detto: l’incisione, per quanto pulita il più possibile, era decisamente risibile. Si era in piena Beatlemania. Il disco documenta i due tour trionfali del 1964 e 1965 dei Fab Four in giro per gli Stati Uniti. In particolare è tratto dai concerti dell’agosto 1964 e 1965 al mitico Hollywood Bowl di Los Angeles, davanti a 18/20 mila spettatori a concerto.

I mezzi tecnici per incidere negli stadi erano abbastanza poveri e le urla del pubblico coprivano tutto. I nastri erano stati tenuti sigillati nei cassetti della casa discografica per dieci anni. Poi, alla fine, si era deciso per la pubblicazione, anche perché i Beatles non avevano alcuna documentazione ufficiale della loro attività dal vivo.

Oggi viene finalmente rilasciato il materiale in cd. Due sono i punti da sottolineare.

Innanzitutto alla scaletta ufficiale dell’album originario, una sorta di “Greatest Hits” dal vivo con tutti i più grandi successi (“Help!”, “Ticket To Ride”, “She Loves You”, “A Hard Days Night”, “All My Loving”, “Twist and Shout”, ecc. ecc.), sono state aggiunte quattro tracce in parte già conosciute (“You Can’t Do That”, “Everybody’s Trying to Be My Baby”, “Baby’s in Black” si potevano trovare già su vari bootleg) e con la chicca di “I Want To Hold Your Hand” in una versione a mio parere stupefacente.

E qui vengo al secondo punto. L’incisione, per quanto l’ambiente sia molto presente anche se in maniera più attenuata rispetto all’originale, risulta decisamente scintillante. Voci e strumenti sono in netto primo piano, il suono delle chitarre è cristallino, il basso e la batteria danno corpo al tutto. Le voci sono semplicemente fantastiche.

Il risultato è semplicemente un fatto che è sempre stato evidente ai più, ma non facilmente individuabile all’ascolto: i Beatles erano, contestualizzandoli all’epoca, oltre che splendidi autori e cantanti, dei musicisti fantastici, come poi dimostreranno ulteriormente negli anni dell’apice (“Rubber Soul”, “Revolver” e “Sgt Pepper”) e poi anche con il “White Album” ed “Abbey Road” nella fase “calante” della loro parabola.

I loro dischi restano oggi dei capolavori perché, oltre a saper scrivere, erano capaci di intrecciare due chitarre come praticamente nessuno in quegli anni.

Il Disco del Mese: “The Up Escalator” (1980)

9 Agosto 2016 Nessun commento

Per “Il Disco del Mese” di Agosto un disco splendidamente fresco nonostante i suoi 36 anni suonati sul groppone.

“The Up Escalator” in realtà completa un periodo di evoluzione di un artista che nasce artisticamente nei pub e nei localini di Londra, ma prima, tra la fine dei Sessanta ed i primi Settanta, vive una vita “On The Road” da manuale, spostandosi senza mettere mai radici tra le Isole del Canale della Manica, Parigi, Tangeri, Gibilterra, mantenendosi con lavori umili ma continuando a coltivare una gran passione per la musica. Per la Grande Musica con la quale era cresciuto: il rock’n'roll, il R’nB, il Soul, il Beat, lo Ska, il Raggae.

Le Pub-band inglesi sono un fenomeno particolare dell’Inghilterra dei Settanta. Prima dell’esplosione e dell’affermazione del punk e della new-wave, la musica aveva virato verso fenomeni che man mano si allontanavano dall’immediatezza del rapporto artista-pubblico: il progressive via via sempre meno originale e l’affermarsi del Glam-Rock tutto lustrini e pailletts (ma anche con qualche contenuto serio e/o divertente). Gli Stones e gli Who erano in grande ribasso, considerati praticamente alla stregua di dinosauri in via di estinzione (e di loro nessuno superava i 35 anni).

Ma chi era legato alla musica dei Sixtyes cosa doveva fare? Nulla. Nessuno sbocco commerciale. E allora l’unica possibilità era quella di battere i piccoli locali, che divennero così un piccolo grande circuito, dove si riunivano gli appassionati per proporre il loro sanguigno Rock. E chissene della fama e del successo. Una sorta di carboneria dei Sixtyes.

Dei tanti che percorsero quelle strade con alterne fortune (Dr. Feelgood, Nine Below Zero, Nick Lowe, Eddie and The Hot Roads, Brinsley Schwarz, Duck Deluxe, ma anche Elvis Costello e Joe Jackson nella loro primissima forma) Graham Parker è riuscito, pur tenendo sempre un basso profilo e senza mai esplodere nelle classifiche, a fornire dei buoni prodotti, uno sorta di ottimo rapporto “qualità-prezzo”. Almeno fino a questo “The Up Escalator”. E vero che probabilmente album precedenti quali “Howlin’ Wind” o “Heat Treatment” (i primi due pubblicati entrambi nel 1976) siano più sanguigni e vitali, ma “The Up Escalator” ben rappresenta l’evoluzione di Graham Parker e dei suoi Rumour dopo quattro anni passati soprattutto a suonare dal vivo. Ed infatti si tratta anche dell’album più venduto: raggiunse infatti la posizione n° 11 in patria e la n° 40 negli Stati Uniti.

“The Up Escalator” è un disco che ha dalla sua un suono “live” molto fresco ed un book di canzoni molto centrate. Perciò prima della solita breve carrellata dei brani, qualche parola su chi aveva reso possibile questo sound. I Rumour erano stati costruiti da Graham Parker come una sorta di “dream team” (o, meglio, di supergruppo) attingendo ai migliori musicisti in quel momento nel giro delle pub-band. Così Brinsley Schwarz era il chitarrista del gruppo omonimo da cui proveniva anche il tastierista Robert Andrews, mentre dai Ducks Deluxe arrivava l’altro chitarrista Martin Belmont. Completavano la formazione il basso di Andrew Bodnar e la batteria di Steve Goulding, anche loro con un discreto pedigree (entrambi collaboratori tra gli altri di Elvis Costello). In più il suono veniva arricchito dai “Rumour Brass”, sezione di fiati che segnerà il suono degli anni Settanta e Ottanta (tra le cose più importanti la partecipazione a “London Calling” dei Clash, ma anche collaborazioni con Boomtown Rats, Ian Dury, Thin Lizzy, Rory Gallagher e molti altri). Perciò all’epoca non avevano nulla da invidiare alle altre band che accompagnavano i Big che fossero la E Street del Boss o gli Heartbreakers di Petty.

Il gruppo che si presenta alle registrazioni di questo album è però già in disarmo, tanto che alla fine l’album verrà pubblicato a nome del solo capobanda. Il tastierista Bob Andrews era uscito dal gruppo senza essere rimpiazzato ufficialmente. Ma alle session dell’album vennero invitati due sostituti. E che sostituti: Nicky Hopkins al piano (Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks, ecc ecc, giusto per dire) e Danny Federici della E Street Band di Springsteen alle tastiere. Anzi, lo stesso Boss si fa vedere in studio e canta la seconda voce  di “Endless Night” (e si sente!!!).

Sarà per questo, ma tutto il disco ha un suono molto “E Street Band”. Indiscutibilmente bello. Però……ne riparliamo fra poco.

“No Holding Back” apre le danze. Bello spettro sonoro, motivo che ti resta in testa. “Devil’s Sidewalk” parte con un riff quasi blues, chitarra tirata e piano sotto a battere il tempo insieme alla batteria ed al basso, per poi diventare quasi un raggae al bridge. “Stupefaction” parte con un suono tipicamente brit con il riff di chitarra e tastiere insieme. In qualcosa richiama anche la J Geils Band, che poi è stata la band americana più “britannica” che sia mai esistita. Atmosfera molto R’n'B. “Empty Lives” parte con un tempo rarefatto per poi distendersi in un bel ritornello. “The Beating of Another Heart” è quanto di più plausibilmente “lento” abbia potuto produrre Graham Parker. Si tratta di una ballad che si distende in un gran ritornello. Fino a questo momento, fine facciata A, non buttiamo via nulla, 5 brani 5 possibili hit-single.

Di “The Endless Night” ho già parlato, un bel rock quadrato molto da Boss, sarà anche per quella voce che echeggia e per il ritornello che sembra arrivare dritto dritto da Ashbury Park.

E allora è giunto il momento di una breve pausa per sottolineare forse l’unico difetto di questo album: la casa discografica pensava che per Graham Parker fosse giunto il momento del grande salto verso il successo mondiale. Affidò così la produzione del disco a Jimmy Iovine che aveva reso fantastici gli ultimi album di Springsteen (da “Born to Run” a “The River” passando per “Darkness….”), Tom Petty (“Damn The Torpedoes”) e Patty Smith (“Easter”), pensando fosse la naturale collocazione dell’artista. Perciò alla fin fine l’album risente di questa sorta di “appiattimento” sul sound di quegli album che snaturava il mix musicale che connotava l’inglese. Ma il quid in più è dato dal songwriting di Parker.

“Paralyzed” è la mia preferita, con quella chitarra pulita che segna il riff nella strofa. Un brano che va come una molla. Fantastici Hammond e piano. “Maneuvres” è un R’n'R con un tempo spezzato molto divertente.

“Jolie Jolie” e “Love Without Greed” chiudono l’album. La seconda è sicuramente il brano più debole dell’album, con qualche inutile virata disco.

Comunque un gran disco.

 

 

 

Senza Parole!!!

29 Luglio 2016 Nessun commento

Partiamo da questa foto:

Si tratta della scaletta di uno dei primi concerti di un tour da poco intrapreso da una coppia neanche troppo inedita (visto che già si erano esibiti nel tour di Amnesty International di trenta anni fa – e il fatto che nella tappa italiana ci fosse Baglioni doveva lasciar intuire già la triste deriva cui i due erano destinati!). Parlo di Peter “l’immenso” Gabriel e Sting.

Siete pronti? Eh si, perché non posso fare a meno di lanciarmi nella solita tiritera sui miseri resti di grandissimi Artisti che hanno segnato la Storia della Musica Popolare. E che oggi uniscono le loro forze in un qualcosa che sembra l’hard discount della musica rock.

Intendiamoci. Resto un fan sfegatato di tutti gli album dell’Arcangelo almeno fino a “Us” (1992!!!!!), ovviamente Genesis compresi (c’è bisogno di scriverlo?) ed amo appassionatamente l’intera produzione di Sting dai primissimi Police (si, anche quelli con Henry Padovani!) fino almeno a “Nothing Like The Sun” (1987!!!!). Poi, al solito, viviamo di ricordi e continua a batterci il cuore ogni volta che partono le prime note di “Red Rain”, “Games Without Frontiers”, “Message in a Bottle” o “Raxanne”.

Ventuno concerti tra il 21 giugno ed il 24 luglio tra Stati Uniti e Canada. Basta andare su Youtube per rendersi conto della situazione. Decine di video documentano quasi tutti i brani e quasi tutte le date di questo “Rock, Paper, Scissors Tour”. Certo, l’audio qualche volta può lasciare a desiderare, ma nel complesso ci si può stare.

Cosa ne viene fuori?

Comincio dal principio. Si, è vero, i due qualche volta sono sul palco insieme, si, qualche volta cantano insieme. Si, si “prestano” anche qualche canzone. Sting distrugge l’intro di “Dancing With The Moonlit Knight (ma perché la canta lui?) e Gabriel gli rende la pariglia accendendo le luci alla “Seconds Out” e massacrando “If You Love Somebody Set Them Free” che, rallentata, perde tutto il suo fascino Soul. Si, è vero tutto questo. Ma sul palco ognuno ha il suo gruppo ed ognuno esegue i suoi brani. Le coriste sono in comune. Poi in qualche caso suonano tutti insieme (“Solsbury Hill”, “Every Breath You Take”) e la sensazione è di trovarsi a Sanremo, con quegli arrangiamenti popparoli insopportabili, dove con il massimo (a Sanremo l’Orchestra della RAI, sul palco con i due gente come Vinnie Colaiuta, Dominic Miller o Tony Levin) si riesce a fare il minimo sindacale.

Poi i due sono in vena di cazzeggio eccessivo. Cercate l’esecuzione di “Sledgehammer”. C’è una coreografia imbarazzante con Peter Gabriel che si fa inseguire dalle coriste e poi balla con Sting. Avete presente quando Gabriel faceva dell’aspetto visuale dei suoi show parte integrante dello spettacolo? La cabina telefonica del tour di “Us” o i robot con le luci del tour precedente? Ecco, siamo lontani secoli luce. Abbastanza triste.

Perché parlo di hard discount? Perché a mio parere i due repertori non sono combinabili. “Games Without Frontiers” poco ha a che spartire con “Every Little Thing She Does Is Magic”, mentre le immense “In Your Eyes” e “Don’t Give Up” cozzano irrimediabilmente contro “Invisible Sun”, per non parlare del mix veramente ardito già citato tra l’intro di “Dancing…” e “Message in the Bottle”.

Mischiare tutto in questo modo, aggiunto all’effetto “Sanremo” visto sopra e, in certi momenti, alla voce non più limpidissima di Peter Gabriel, crea l’effetto di quegli scatoloni dove negli hard discount o, peggio, negli autogrill vengono ammucchiati i cd a 5 euro.

Manca l’Anima, è palese. Manca l’Emozione. Guardate i video e cercatela, non la troverete.

Infine, curiosità, c’è un video tratto dal concerto di Seattle con Eddie Vedder che va a dare una mano a Peter Gabriel per “Red Rain”, riuscendo ad essere ancora più afono del Maestro. Un po’ troppo alta per lui? Quando le cose nascono male…..

E poi, per finire, e scusatemi se torno sempre sullo stesso punto. Da almeno dieci anni a questa parte, se non di più, si parla di una possibile reunion dei  Genesis. Dalla famosa foto fatta all’aeroporto di Heathrow da tutti al gran completo, compreso Anthony Phillips. Lo so, è roba da nostalgici, i tempi andati non tornano più, e bla bla bla vari. Ed alla fine, per un motivo o per un altro, sempre Peter Gabriel a rimandare.

Tanto che, alla fine, lo stesso Steve Hackett si è preso la sua fetta del repertorio riproponendolo fedelmente dal 2012 ad oggi. Gli stessi “…and then there were three…” hanno avuto modo di fare un loro tour nel 2007. Ed allora perché piazzare lì, così, senza un vero perché “Dancing With The Moonlit Knight”, che in alcune date del tour è stata effettivamente cantata da Peter Gabriel? Io ho una sola, triste, spiegazione: anche l’Arcangelo ha deciso di strizzare l’occhio ai suoi fan, di giocare sul velluto, di vincere facile.

Ecco, parafrasando la famosa pubblicità, ai nostri due amici verrebbe proprio da dire: “Vi piace vincere facile!”

 

Newstand – n°5

14 Luglio 2016 Nessun commento

Due libri per due brevi chiacchierate….

 

“Terapia di Coppia per Amanti”   (Diego De Silva – 2015, ed. Einaudi, pp. 274)

Di Diego De Silva ho letto tre romanzi aventi l’Avvocato Vincenzo Malinconico come protagonista (“Non Avevo Capito Niente”, “Mia Suocera Beve” e “Sono Contrario Alle Emozioni”). A lui mi accomuna un modo di sentire legato probabilmente alle comuni origini (Napoli, anche se io solo per parte di padre) e all’anno di nascita (1964). Insomma, è uno di quegli autori con i quali mi sento “in confidenza”. Ho acquistato questo libro più che altro incuriosito dal titolo e, posso dirlo, sulla fiducia. Volevo anche leggere una storia con un protagonista diverso.

La trama è molto semplice ma in se’, a mio parere, decisamente originale. Parte da un assunto fondamentale: una coppia “clandestina” è felice solo sulla carta. In realtà, superato il primo momento nel quale si percepisce un’aria nuova, una freschezza diversa da quella opprimente della coppia “regolare” (altrimenti non nascerebbe), una coppia del genere si troverà presto a fare i conti con parecchi problemi (sicuramente l’impossibilità di portare avanti facilmente una storia fatta di tempi strappati qua e la, di sotterfugi, di bugie e ripicche di vario genere) e soprattutto con un bivio fondamentale: dove porterà tutto ciò? Bene, la protagonista femminile di questo racconto, Viviana, decide di fare un tentativo attraverso una terapia di coppia (per amanti, però) da uno psicologo di grido.

Purtroppo per loro lo psicologo è messo parecchio peggio di loro. Anche lui vive una storia clandestina, tra l’altro con una donna molto più giovane di lui e che con le sue bizze riesce a metterlo in difficoltà, tanto da rovesciare i ruoli nelle sedute che i tre affrontano, spesso con effetti esilaranti.

Il protagonista maschile, Modesto Fracasso, altri non è che un’evoluzione dell’avvocato Malinconico, leggermente meno “sfigato” visto che fa il musicista professionista e vive una vita discretamente comoda tra sale d’incisione e palchi. E la musica, come al solito nei romanzi di De Silva, ha un ruolo di primo piano, permeando la narrazione ed in qualche caso interrompendola. O meglio, l’autore utilizza il commento di una brano (come nel caso di “Every Breath You Take” dei Police o di “Malafemmina” di Totò), cui dedica un intero capitolo, per spiegare meglio una parte della storia o anche semplicemente uno stato d’animo. Bella trovata, mi permette di entrare ulteriormente in sintonia.

“Le Dinamiche Di Un Omicidio Insospettabile”   (Federico Tocci – 2016, indipendente, pp. 270)

Si tratta del terzo romanzo scritto dal giovanissimo Federico Tocci, di cui avevo letto tempo fa “Il Lato Negativo” (vedi il primo “Newstand” a settembre del 2014), nel quale appena quindicenne, attraverso continui flash-back, raccontava le insicurezze e le sofferenze di un ragazzo della sua età con voce incerta ma diretta. Ecco, questo mi aveva colpito all’epoca: un ragazzo con la voglia di raccontare e, soprattutto, raccontarsi.

Sono passati due anni ed arriva “Le Dinamiche…”. Il ragazzo è cresciuto ed ha mangiato pane e cinema in questi ultimi anni. Intatta la voglia di raccontare. Ma stavolta, immaginando che legga questo mio commento, devo essere onesto.

Stavolta ci sono luci ed ombre.

Partiamo dall’aspetto positivo. E’ una storia originale. Sicuramente sempre influenzata dalle insicurezze che questo modello di Società sta generando nei giovani. La trama: Max, Rick e Luca frequentano la stessa Università. Tra i tre è successo qualcosa di non chiaro ma che ha cambiato i loro rapporti. Luca affronta gli altri due, li minaccia, è fuori di testa. Una notte Max e Rick si svegliano in un luogo isolato, sporchi di sangue e terra. A pochi metri di distanza da loro c’è un corpo: è Luca. I due non hanno la più pallida idea di cosa sia successo. E qui c’è la grande trovata del libro: l’autore mette il lettore nella condizione di immedesimarsi nella storia: siamo dal lato dei protagonisti, sappiamo che è successo qualcosa di grave, prevediamo le conseguenze che questo porterà nella vita di altre persone che ancora non sanno nulla ed a cui tutto cadrà addosso con la forza di un uragano, ma abbiamo davanti a noi il buio più totale. Un buio nel quale aleggia il fantasma dell’ucciso che si presenta con insistenza a chiedere il conto. Poi magari il finale (che non racconto) è un po’ troppo sbrigativo.

E vengo invece alle “ombre”. Un consiglio a Federico (ti do del “tu”, visto che ho quasi tre volte la tua età): ritira immediatamente il libro ovunque si trovi, passalo ad un’attenta revisione e ripubblicalo, visto che alla fin fine sei editore di te stesso. Il libro va assolutamente corretto. Se commentando “Il Lato Negativo” scrivevo “…non perdere l’entusiasmo, il resto arriverà con l’esperienza” parlavo con un ragazzo di 15 anni. Oggi, soprattutto con questa storia (che, ripeto, secondo me è più che valida), è fondamentale che certi errori vengano eliminati. Anzi, non solo “certi”, ma “tutti”, altrimenti rischi di rendere il prodotto sciatto e, ti ripeto, non lo merita.

La Fortuna Che Abbiamo

8 Luglio 2016 Nessun commento

Credo di essermi espresso più di una volta su questo blog su Samuele Bersani. In assoluto, da un po’ di tempo a questa parte, è uno dei miei preferiti.

In questi giorni, e dopo ormai parecchi anni di carriera, pubblica un album dal vivo. Il primo.

Ora, lo sappiamo, l’album dal vivo è spesso un’arma a doppio taglio. Ho scritto altre volte sulla differenza fra gli album dal vivo di oggi e quelli gloriosi degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta. Una volta rappresentavano la summa di un periodo della carriera dell’Artista. In genere la celebrazione di un repertorio di successo, in qualche caso la conclusione di un capitolo della propria carriera prima di voltare pagina.

Oggi la tecnologia permette di produrre un album a concerto e di pubblicarlo via Internet. Guardate l’esempio di Springsteen, Counting Crows, Pearl Jam e Phish.

Dov’è il doppio taglio? Oggi come oggi il live rischia alla lunga di stancare. Se poi è celebrativo il rischio è doppio: se i brani sono copia-carbone di quelli pubblicati in origine la noia arriva ancora prima (prendete l’ultimo Venditti da “Tortuga”).

Difronte al bivio Samuele Bersani sceglie la strada migliore: prende le cose migliori della sua carriera (e, giuro, ne lascia fuori anche parecchie), le veste nella maggior parte dei casi di un vestito nuovo e le offre al suo pubblico. Anche con la formula del “Samuele & Friends”. Le registrazioni sono state tratte da due concerti “unici” del maggio e giugno del 2015, il primo all’Auditorium Parco della Musica di Roma ed il secondo al Teatro Dal Verme di Milano.

L’album si apre con l’inedito di prammatica. “La Fortuna Che Abbiamo” è un bel rock rotondo con un testo molto interessante, sullo stile di “Psyco”, l’inedito della raccolta pubblicata nel 2012. Insomma, come fare un brano con dei suoni attuali (avete presenti quelli un po’ “plasticosi”) ma senza snaturare la propria anima.

Gli applausi del pubblico ci portano sul palco. Inizia una versione acustica di “Spaccacuore” con l’accompagnamento dell’Orchestra Sinfonica dei Pomeriggi Musicali. “Il Pescatore di Asterischi” si avvale della partecipazione in voce di Marco Mengoni (mah!, almeno ce lo leviamo di torno subito) e dello GnuQuartet, un fantastico ensemble di archi che riempie di suoni particolari ogni brano che esegue.

Con “Cattiva” si torna al rock con il gruppo titolare. Lo GnuQuartet torna ad impreziosire i due brani successivi, “En e Xanax” e, soprattutto, “Lo Scrutatore Non Votante” con un grandissimo arrangiamento. Una delle cose migliori dell’album è “Come Due Somari”, dove Samuele Bersani viene affiancato dai Musica Nuda, alias Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Splendido: le due voci fantastiche s’incrociano mentre il contrabbasso di Spinetti fa tutto il resto. E basta. Da brividi.

Ancora GnuQuartet danno spessore ai tre brani che seguono. “Giudizi Universali” in versione canonica con Carmen Consoli, “Chicco e Spillo” con Caparezza e “Replay”, mentre l’Orchestra Sinfonica torna per “Occhiali Rotti”, il brano scritto per Enzo Baldoni, il giornalista ucciso in Iraq nel 2004.

Qui finisce il primo cd e la sensazione è quella di estrema leggerezza, di uno splendido massaggio del cervello di quelli che piacciono a me. Soprattutto senza un attimo di noia.

Dario Argento apre il secondo cd presentando “Il Mostro”, eseguito in un arrangiamento fedele all’originale. Ma in questo caso la canzone è perfetta così. Anche “Psyco” rispetta l’originale, trascinante quanto basta, così come “Ferragosto”. Poi arriva Pacifico ed insieme si dedicano a due diamanti purissimi: “Le Mie Parole” e “Le Storie Che Non Conosci”, con un prezioso cameo di Francesco Guccini. “Sicurio Precariato” introduce la fase finale dell’album, che vede la partecipazione dello GnuQuartet (“Settimo Cielo”, “Lascia Stare”, “Complimenti”, “Freak”, “Canzone” – con Luca Carboni – e “Coccodrilli”).

 Ora, al di là delle preferenze personali (io avrei ascoltato volentieri “Restiamo Ancora Qui” o “Cosa Vuoi Da Me” tra le cose dei Novanta, “Chiedimi Se Sono Felice” o “Che Vita” tra quelle dei Duemila, oppure “Desirèe” tra le recenti), devo dire che sintetizzare 25 anni di una fulgida carriera in due cd non deve essere  stata cosa facile e l’album, comprensivo del dvd necessario oggi per completare un progetto “live” (17,20 euro su Amazon), è veramente molto molto bello.

Il Disco del Mese: “Deuce” (1971)

26 Giugno 2016 Nessun commento

Duemilacinquecento anime.

E’ più o meno la popolazione di Ballyshannon, piccolo paesino tra Donegal e Sligo, nell’Ulster in Irlanda. Repubblica d’Irlanda anche se vicino al confine con l’Irlanda del Nord. Nel centro città c’è una statua, dedicata ad una vera e propria istituzione. Rory Gallagher è nato qui nel 1948. E’ stato un immenso chitarrista ed un ottimo autore e cantante.

Si narra che Jimi Hendrix, appena sceso dal palco di Woodstock, incontrò un giornalista che gli chiese cosa si provasse ad essere il più grande chitarrista del mondo. Ed il buon Jimi, laconicamente, rispose: “Ed io che ne so? Chiedete a Rory Gallagher”.

Così, tanto per dire.

Trasferitosi a Londra per indirizzare in maniera più professionale la sua carriera, formò un power-trio dal nome di Taste. Più che gli album erano le infuocate performance dal vivo ad imporli. Il chitarrista in particolare. Insomma, in breve i Taste erano annoverati tra i grandi gruppi rock-blues, insieme alla Jimy Hendrix Experience ed ai Cream. Gallagher uscì dal gruppo e ne formò uno nuovo di zecca, ma stavolta tutto doveva ruotare intorno a lui.

E così a maggio del 1971 esce “Rory Gallagher” e neanche 6 mesi dopo “Deuce”.

Nella variegata discografia del chitarrista “Deuce” è un album particolare, che rappresenta la summa di tutte le sue influenze, oltre che un chiaro manifesto di una creatività che andava ben oltre la rokkeggiante chitarra hard-boiled che lasciava a bocca parte le platee di tutto il mondo.

Ed è proprio lo spessore e la varietà di stili che caratterizza l’album sin dall’apertura. “I’m Not Awake Yet” è una ballata soprattutto acustica, con una melodia in minore molto bella. Man mano che il brano avanza si sovrappongono altri strati di chitarra ma senza appesantirne l’incedere, oltre ad un grande assolo di acustica. “Used To Be” parte con un gran riff di chitarra e si dipana poi come un classico blues-rock, dove il lavoro di chitarra è strepitoso, molto hendrixiano. La voce un diamante. Ascoltare poi l’arrangiamento chitarra ritmica-basso-batteria sul quale si poggia l’assolo. “Don’t Know Where I’m Going” è un brano acustico country chitarra e armonica, semplice e divertente. “Maybe I Will” è un accattivante pop sincopato con le chitarre pulite  ed un bridge arpeggiato. Anche qui un assolo di grande tecnica. “Whole Lot Of People” chiude la prima parte con un rock-blues leggermente atipico a causa degli stop-and-go che ne caratterizzano lo svolgimento.

“In Your Town” è un torrido rock-blues che presto diventerà uno dei pezzi forti da concerto (si trova su di un numero enorme di registrazioni dal vivo, io ne ho almeno quattro-cinque versioni), 12 battute e via andare. “Should’ve Learnt My Lesson”,  sulla scia di Muddy Waters, è un blues canonico con una grande chitarra. “There’s a Light” è una sorta di funky jazzato. Anche qui stop-and-go a dare movimento al brano. Anche qui il suono della chitarra risulta molto curato e la batteria (Wilger Campbell) fa cose egregie. La forza del brano è nell’incisione decisamente live. “Out of My Mind” sa di Dylan primi tempi. Finger picking e chitarra a tracolla. Grande tecnica. L’album si chiude con “Crest of a Wave”, 6 minuti 6 per una ballata molto rock, incisa anch’essa con il chiaro intento di rappresentare un Artista, ed un gruppo, che del concerto faceva il suo punto di forza.

L’album raggiunse la 39 posizione in Gran Bretagna e ottenne un disco d’oro.

Più o meno 25 anni dopo l’uscita di questo album, era il 14 giugno del 1995, la radio e la televisione nazionale irlandese interrompevano le trasmissioni per dare la triste notizia della morte di Gallagher per le complicazioni di un intervento chirurgico con il quale i medici tentarono un trapianto di fegato. I funerali furono trasmessi in diretta nazionale.

Newstand – n° 4

24 Giugno 2016 Nessun commento

Gli “Hap & Leonard” di Lansdale danno assuefazione, sono come gli “Adamsberg” di Fred Vargas: terminato uno devi avere il successivo a portata di mano, e riprendere immediatamente da dove avevi lasciato.

Così negli ultimi tempi ne ho letti ben quattro. Siccome vi ho raccontato i precedenti dedico qualche parola anche a questi.

Bad Chili   (1997 – ediz. italiana Einaudi 2003)

Una tranquilla giornata di caccia. Poi spunta uno scoiattolo rabbioso (eh si!) e morde Hap che finisce in ospedale. Qui conosce un’avvenente infermiera, Brett, con la quale l’intesa si manifesta immediatamente. Ma nel frattempo Leonard è sparito dalla circolazione. A complicare il tutto la polizia si mette sulle sue tracce in quanto palesemente implicato nell’omicidio di un tipo, un motociclista tutto casco ed occhialoni da sole, con il quale il suo ex aveva avuto una storia.

E siamo ancora nelle prime battute. La storia si dipana, uno volta sfumate le accuse (si scopre poi che il biker altri non era che un poliziotto in incognito che seguiva un caso) nello sdoppiamento delle piste: da un lato un traffico di olii più che esausti nel quale è implicato un industriale-boss locale, dall’altro nel traffico di snuff video che li condurrà come al solito in una situazione molto pericolosa. Infatti al loro inseguimento  (e di un video molto particolare) pone particolare cura un serial killer tanto feroce e sadico quanto muscoloso.

E nel momento peggiore per Hap fa la sua comparsa Jim Bob, un nuovo personaggio, investigatore privato texano fin nel midollo  con tanto di Stetson, che lo salva all’ultimo momento. Ironia della sorte il killer si becca a sua volta la rabbia da uno scoiattolo (pare ci fosse una sorta di epidemia nella regione) che si rivela fondamentale per dare una mano ai nostri sul finale del libro, oltre fortunatamente alla pistola di Brett.

Come i precedenti il libro si caratterizza per due aspetti essenziali: l’humor a fiumi e la crudezza del linguaggio e delle situazioni. Ed un paesaggio di un’America in tutti i sensi “di confine”, che un uragano torrenziale provvede a purificare nelle ultime pagine. Ma siccome, nonostante Brett, Hap è e resta il re degli sfigati, l’uragano purificatore gli porta via la casa.

Rumble Tumble  (1998 – ediz. italiana Einaudi 2004)

Hap si trasferisce momentaneamente a casa di Leonard, momentaneamente single. La convivenza non è delle migliori. Troppo metodico ed ordinato l’uno, troppo sconclusionato l’altro. Quasi quasi sarebbe ora di tentare la convivenza con Brett ma improvvisamente un paio di improbabili gangster le chiedono soldi per darle informazioni su sua figlia Lillie, che di mestiere fa la prostituta pentita in un bordello d’alto bordo sperduto in provincia.

Neanche bisogno di dirlo. Hap & Leo partono per recuperare la ragazza, insieme a Brett e ad un numero impressionante di armi di varia potenza e forza distruttrice. Ma qui scoprono che Lillie, cui il pentimento non deve essere particolarmente piaciuto ai suoi protettori, è stata portata di peso in una specie di resort per killer e banditi dalle variegate abilità appena al di la del confine con il Messico. E allora il gruppo, arricchito di alcuni nuovi componenti tra cui un ex malvivente divenuto predicatore di una chiesa cadente nel bel mezzo del nulla, noleggia un aereo e va sul posto. Sanno perfettamente che per recuperare la ragazza dovranno fare un grandissimo casino (il “rumble tumble” del titolo), praticamente una carneficina. Buoni e cattivi? Sono tutti cattivi, c’è poco da fare. Solo che i nostri ti strappano una risata ad ogni battibecco e perseguono motivazioni decisamente più nobili rispetto agli avversari.

Capitani Oltraggiosi   (2001 – ediz. italiana Einaudi 2005)

Finalmente un po’ di relax. Hap & Leo hanno finalmente un lavoro. Fanno parte della Security di una fabbrica locale, sostanzialmente i guardiani notturni, ma il posto è stabile e la paga discreta. Sempre meglio di raccogliere le rose nei campi. Una notte Hap prima da solo (quando c’è da prendersi gli schiaffi lui è in prima linea) e poi con l’aiuto di Leonard salvano la figlia del titolare da un tentativo di violenza. Questi, riconoscente, gli regala tempo e denaro ed i due decidono,  con una piccola fetta dei soldi ricevuti, di concedersi una crociera nei mari tropicali. Ma riescono ad avere un battibecco con uno dei maitre della nave e questi, carogna, gli da un’informazione sbagliata. E i due restano a terra a guardare la nave che si allontana senza di loro. Niente soldi, niente bagaglio, niente di niente. Come se non bastasse H&L attirano l’attenzione di una banda di malviventi che li assale sulla spiaggia, ferendo Leonardo in maniera grave. Vengono salvati da un vecchietto dalla grande agilità che riesce da solo a mettere in fuga la banda. Non solo, riesce con mezzi di fortuna anche a rattoppare Leonard. Tutto sembra andare per il meglio. I due vengono spediti a casa del vecchio dove fanno la conoscenza di Beatrice, sua figlia. Donna la cui bellezza non lascia indifferente Hap, nonostante luci ed ombre. Tra i due inizia una storia destinata a concludersi tragicamente. Il resto del libro è il tentativo di Hap di soddisfare la sete di vendetta, fino ad arrivare a farsi giustizia da solo.

Libro corale. Ormai i due si muovono in squadra. Il loro senso di giustizia e di onestà e la loro determinazione gli permette di ottenere la fedeltà di cui godrebbe un Cavaliere della Tavola Rotonda. Una sorta di “uno per tutti, tutti per uno” traslato negli anni duemila, dove i fioretti dei Moschettieri sono sostituiti da armi non registrate.

Sotto Un Cielo Cremisi   (2009 – ediz. italiana Fanucci Editore 2009)

Marvin Hanson ritorna in grande stile. L’incorruttibile poliziotto dalla schiena dritta, unico poliziotto di colore a districarsi in un corpo di polizia locale decisamente limitrofo al Ku Klux Klan, ritorna dal coma e cerca di svolgere attività in privato. Assume perciò nel libro la funzione di “guru”, di guida (non tanto spirituale), di coscienza laddove H&L difettano.

Il plot. H&L vanno a sistemare una questione da cinque minuti: una nipote di Hanson è finita in un giro non limpido. I due vanno sul posto e riempiono tutti di botte. Dulcis in fundo prendono una quantità industriale di droga è la distruggono nello scarico del bagno. Guaio grosso: innanzitutto fanno saltare la copertura (ed il naso) di un poliziotto che lavorava al caso da mesi, poi si inimicano i vertici della temutissima “Dixie Mafia” che gli scatena addosso la squadra punitiva locale. I tre (H&L&Brett), per nulla spaventati, schivano le pallottole e ne fanno fuori una mezza dozzina sotto gli occhi di decine di testimoni. Insomma, roba da chiuderli in galera e buttare via la chiave. Ed invece la polizia decide di chiudere un occhio (hanno sempre eliminato la feccia della città) in cambio di un piccolo favore: per accaparrarsi le rivelazioni di un pentito devono recuperare sano e salvo il figlio, la fidanzata nonché una valigia contenente svariate centinaia di migliaia di dollari. Piccolo particolare: la “Dixie Mafia” ha alzato il livello dello scontro, mandadogli appresso una squadra di cazzutissimi mercenari. No problem. H&L stavolta hanno in squadra non solo Jim Bob ma anche un tizio che doveva sdebitarsi con Hanson, tale Tonto, un perfetto concentrato di muscoli, cervello e agilità. Perciò partita ad una porta sola, anche se H&L riescono ad uscirne malconci. Però trovano il ragazzo, la ragazza e la valigia. Quando tutto sembra andare per il meglio, il gruppo cerca di passare una serata di relax in un locale karaoke.

E qui farà la conoscenza di un nuovo personaggio, Vanilla Red, il più temibile dei killer prodotti nella storia della letteratura noir, che sconvolgerà completamente i già precari equilibri della trama. Da quel momento Lansdale scrive le migliori pagine dedicate a H&L prodotte fino a “Sotto Un Cielo….”.

Ok, siamo al settimo libro della serie ed i meccanismi sono ampiamente rodati. Qualcuno direbbe ormai scontati. Eppure la fluidità di scrittura e la carica di umorismo restano intatte e la trovata rappresentata dall’entrata in scena di Vanilla Red, oltre a dare una sferzata di originalità al libro lascia anche ben sperare per i volumi futuri.

Novità dal Mondo Prog

20 Giugno 2016 2 commenti

Pochi giorni fa un amico, da questo momento nominato “Segugio Ufficiale” di questo blog, mi ha inviato il link ad un video su YouTube commentando “Cresciuti a pane e Genesis, che ne dici?”.

Siccome la parola “Genesis” nella quasi totalità dei casi mi innalza il livello d’attenzione (credo sia proprio una “deformazione” dovuta all’ascolto continuo ed approfondito di quella musica meravigliosa che è il Prog, vecchio o nuovo che sia) ho immediatamente cliccato sul link.

Il Segugio aveva perfettamente ragione. Ho potuto ascoltare un esempio molto interessante di Prog Sinfonico Moderno. E, sorpresa delle sorprese,il gruppo che ha prodotto “The Longest Sigh” (questo il titolo del brano, tra l’altro associato ad un video molto molto bello) è italiano.

Loro sono i Barock Project, gruppo nato nel 2004 a Bologna per iniziativa di Luca Zabbini, tastierista stregato da Keith Emerson. Molto preparato, come dice un altro mio carissimo amico che lo ha conosciuto in quel di Bologna “…un musicista vero, nel senso che ha studiato come si deve al conservatorio e tutto il resto . Sa fare alla grande i pezzi di Keith Emerson e tutto quello che c’è di più tecnico”.

E così è.

Dopo vari cambi di formazione i Barock Project sono arrivati ad una line-up stabile che comprende oltre a Zabbini alle tastiere e voce, Luca Pancaldi (voce potente quasi hard-rock), Marco Mazzuoccolo (chitarre), Francesco Caliendo (basso) ed Eric Ombelli (batteria) tutti dotati di grandissima tecnica. Un Supergruppo.

Dopo tre album (“Misteriose Voci” 2007, “Rebus” 2009 e “Cofee in Neukolln” 2012) sono arrivati a “Skyline”, che contiene “The Longest Sigh”, nel 2015. Piccola appendice: proprio in questi giorni è uscito un monumentale album live dal semplicissimo titolo “Vivo” che in un paio d’ore di ottima musica ripercorre tutti i brani essenziali della loro carriera, compresa una versione speedy di “Los Endos” dei Genesis post-Gabriel, con grande spazio appunto per “Skyline” del quale vengono riprodotti 6 brani su 10.

Devo dire che, senza aver ascoltato gli album precedenti per cui senza conoscere la loro evoluzione, l’album è molto gradevole. Un po’ quello che un patito di Prog Sinfonico sogna di ascoltare. Suonato benissimo, senza entrare nel dettaglio dei singoli brani, l’album è un susseguirsi di cambi di ritmo, fughe tastieristiche, esplosioni di colori, variazioni d’atmosfera, melodie. Insomma, tantissime cose. Compresa la partecipazione di un ospite d’onore quale Vittorio De Scalzi, voce storica dei New Trolls, che canta proprio nella title-track nella lunga parte introduttiva acustica.

Un piccolo neo? Per forza, ne devo parlare, altrimenti non sarei completamente franco.

Il gruppo è dotato di grandissima tecnica (Zabbini in testa), ma percorre in parecchi casi territori già molto conosciuti. Per esempio “Overture” è decisamente PFM, quella muscolosa e mediterranea di “Celebration” per intenderci. “Skyline” invece suona parecchio Jethro Tull sia nella parte acustica che nella parte elettrica, mentre in “Gold”, brano di apertura, sembra di ascoltare qualcosa di più moderno, tipo Pendragon o roba simile. Così come la già citata “The Longest Sigh”. Invece “Roadkill” occhieggia i Marillion del dopo Fish. “The Sound Of Dreams” è tra Jethro e Genesis. “Spinning Away” starebbe alla grande su di un disco degli IQ (tipo “Subterranea”) oppure in un musical di Lloyd Webber.

Insomma, i ragazzi sono fantastici, suonano alla grandissima e compongono splendidi brani. Forse però servirebbe un po’ più di “Anima”. Ed allora il mio amico dice “…allora ascolto gli originali”. Ed invece a me stanno benissimo i Barock, perché sono sempre alla ricerca di qualcuno che sappia interpretare questo genere in maniera espressivamente rilevante, facendomi provare qualcosa.

Perché, e concludo, l’Emozione per me dai Barock Project arriva. Perché? Semplice, li trovo estremamente Brillanti. Ecco, questo è il termine giusto: Brillanti.

 

 

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