Stomp
“Ok”
“Ho visto dei video su YouTube, prendi dei posti vicini al palco, penso sia meglio”
“Bene”
Semplice, essenziale, chiaro. La mia Dolce Metà fa delle scelte sempre mirate alle quali, chissà perchè, ho difficoltà a resistere.
Così mi sono ritrovato alla biglietteria del Teatro Brancaccio a fare la fila per acquistare i miei due biglietti. Dieci persone in attesa, otto per un sinistro remake teatrale di “Happy Days” con gli attori inqiuetantemente somiglianti a quelli della serie TV, due per “Stomp”.
“Signora, non è particolarmente importante vedere, un posto vale più o meno l’altro” diceva un po’ sbuffando l’addetto per “HD” difronte ad alcuni prossimi spettatori veramente troppo indecisi sul posto da sbigliettare. Invece la nostra addetta ripeteva una sola cosa: “Per cortesia la puntualità. Alle 20.30 inizia lo spettacolo e verrano chiuse le porte. Per 30 minuti non si potrà più entrare per precisa richiesta degli Artisti”.
Bene. Ottava fila. La mia Dolce Metà sarà contenta.
Cos’è “Stomp”? Da Wikipedia leggo “Compagnia teatrale nata a Brighton nel 1991 che fece il suo esordio ad Edinburgo”. Da allora un trionfo dietro l’altro fino a dare vita ad altre quattro compagnie in tutto il mondo che hanno continuato a diffondere lo show in ogni angolo del pianeta. Quest’anno tour del ventennale.
“Stomp” è uno spettacolo fantastico. Un gruppo di dieci percussionisti sul palco che interpretano per 90 minuti filati il loro repertorio con un’intensità ed un’energia uniche.
Varie le particolarità dello show.
Prima di tutto gli Artisti non sono semplicemente percussionisti. Sono ballerini, mimi, giocolieri, funamboli, comici con tempi perfetti capaci di far ridere con uno sguardo.
Poi l’utilizzo delle percussioni. Intendo l’utilizzo “musicale” delle percussioni. Normalmente il percussionista percuote un tamburo o qualcosa della famiglia (congas, maracas, bongo o quant’altro) ed il suono deriva dall’anima che ci riversa dentro, dalla sua interpretazione.
La Compagnia di Stomp le suona realmente. Gioca con gli oggetti fino a produrre dei suoni veri, qualcosa che somiglia a……
Ed ecco un elenco, più o meno esaustivo, degli oggetti “percossi” e non solo: scope, palette, bastoni da arti marziali, lavelli e pentole, palloni da basket, tubi di gomma di varie lunghezze, secchi di vernice, scatole di fiammiferi, bidoni (la cosa più somigliante ad un tamburo), giornali, la tosse (si si, proprio il “coff coff” classico), mani e corpo, accendini, sedie pieghevoli, buste di plastica.
Le sonorità? I tubi di gomma, ognuno la sua nota, picchiati con risoluta delicatezza per terra assumono man mano il suono di una sezione d’archi in “pizzicato”. Buste di plastica e scatole di fiammiferi suonano un samba ed una bossa nova calandoti direttamente per le strade di Rio. I bastoni da arti marziali, percossi con dei pestelli, suonano incredibilmente come campane.
Uno dei numeri più belli è quello con i lavelli. Quattro omaccioni entrano in scena portando appesi dei lavelli in ferro. Li suonano con dei guanti da cucina (giustamente). Il suono è una via di mezzo tra lo scratch dei DJ e la chitarra elettrica distorta. Ma la cosa più pazzesca è che man mano si scopre che i lavelli contengono non solo acqua, ma anche pentole e posate (sempre giustamente). A questo punto, poichè ogni numero parte facile e poi si complica spettacolarmente, cominciano a riempire e svuotare pentole e pentolini dando suoni sempre diversi. Insomma, il vecchio gioco dei bicchieri pieni d’acqua portato all’ennesima potenza.
I palloni da basket battono ognuno con un ritmo diverso, così come i secchi di vernice. Ognuno ha una sua partitura, perchè i ritmi si decompongono e ricompongono continuamente, ed in più vengono lanciati da un componente all’altro in aria senza mai scontrarsi. E sempre a gran velocità.
C’è spazio anche per momenti più intimi, come il bellissimo numero con gli accendini, tutto giocato al buio, dove questi vengono accesi ritmicamente e suonano come triangoli. Oppure per momenti più fragorosi, come il numero dove quattro componenti della troupe, appesi a dei ganci nel vuoto, percuotono degli oggetti disordinatamente attaccati ad una griglia posta al secondo piano dello stage, mentre altri due picchiano come forsennati su dei timpani amplificati, rendendo tutto molto pulsante ed energico. O ancora per momenti comici, come il numero in cui uno degli artisti, in cerca di tranquillità, viene continuamente disturbato dagli altri che progressivamente si aggiungono alla scena, ed al ritmo, utilizzando di tutto, dai giornali al respiro, dalla tosse alle penne.
Finalone travolgente con bidoni e coperchi, come cavalieri in lotta leale, disegnando figure e combinando ritmi difficili anche solo da immaginare. Due minuti di urla e strepiti ed arriva il bis, dove il leader del gruppo torna sul palco e coinvolge il pubblico giocando sui ritmi. E tutti a battere mani e piedi.
Novanta minuti letteralmente volati via. Da rivedere.
Unico dispiacere: non aver portato nessuno dei miei figli. Non solo i due grandi (13 e 11) si sarebbero sicuramente divertiti moltissimo, ma anche il piccolino (3 e mezzo): la sala era piena di ragazzi e bimbi tutti attentissimi e coinvolti.

