Giovani Vecchi Leoni

25 Maggio 2016 2 commenti

Questo post ed il successivo sono dedicati a due album usciti nel 2016, che ho acquistato e che non riesco più a togliere dal lettore, se non per alternarli. Andiamo con ordine.

Tra le mie “debolezze”, oltre al Rock, al Blues, ai Sixtyes e chi più ne ha più ne metta (però non tutto, dai!), c’è il samba e la bossa nova.

Insomma, la Musica Brasiliana. Non possiedo tantissime cose. Tra quelle che possiedo però, la più evidente è una fortissima invidia per la capacità di suonare la chitarra che hanno gli Artisti brasiliani. Quegli accordi impossibili. Per carità, sugli spartiti si leggono pure, poi ci vuole un “cartografo” per individuare la posizione delle dita sulla tastiera. E non è la cosa più difficile da fare. Il problema è passare dall’uno all’altro velocemente. E ricordarsi le posizioni.

Ho un ricordo vivido di quando la RAI, ad un solo canale (o forse due?), mandava in onda in prima serata concerti di Vinicious De Moraes, con un giovanissimo Toquinho alla chitarra, dal Sistina. Ed io e mio fratello a piazzare il microfono del vecchio registratore Philips “a pizze” per farne un bootleg da riascoltarci a piacimento, anche se devastato da quel ronzio che era tipico dei televisori precedenti all’avvento del colore.

Prima di sembrare troppo Gianni Minà, vengo al disco in questione.

Due grandissimi cantautori brasiliani hanno deciso di unire le loro splendide carriere in un concerto dal titolo “Due Amici, Un Secolo di Musica”. Caetano Veloso e Gilberto Gil sono molto più di due semplici cantautori. La loro storia, le loro vite, le loro canzoni s’intrecciano con la Storia del Brasile.

Esponenti da giovanissimi della miglior musica del loro paese, costretti per le loro idee politiche all’esilio a Londra dalla dittatura brasiliana al potere fino alla metà degli anni Ottanta,  sono riusciti a creare una forma-canzone molto personale, influenzata non solo da un certo desiderio di sperimentare già in loro presente negli anni Sessanta, ma ulteriormente sviluppato proprio dal meltin’ pot nel quale hanno vissuto durante  il loro esilio britannico, lasciandosi influenzare anche da altre musiche e culture. Perciò la loro musica, di matrice assolutamente popolare, si colora di sfumature blues, jazz, beat e soul.

Hanno così scritto brani meravigliosi, di cui solo alcuni sono raccolti in questo album doppio dalla confezione impeccabile e generosa: 28 brani su due cd oltre al dvd contenente tutto il concerto (su Amazon circa 18 euro). Inciso ad agosto 2015 a San Paolo del Brasile, Veloso e Gil giocano in casa, con il pubblico che partecipa ad ogni loro sollecitazione, cantando e battendo le mani.

Il concerto è di quella semplicità che solo la Grande Musica si può permettere. Solo i due Artisti con le loro chitarre classiche e le loro voci. La loro tecnica strepitosa fiume ideale nel quale far scorrere le voci personalissime. Tra i 28 brani si può trovare di tutto. Tutti i generi e tutti i linguaggi, compresa una versione molto romantica dell’italianissima “Come Prima”. Senza mai un momento di pausa, senza mai una caduta nella noia, neanche nei momenti più lenti e sentiti.

Tutto ciò grazie al grande carisma dei due e, soprattutto, ad alcune delle più belle canzoni che io abbia mai ascoltato in assoluto. Tra queste, ma l’elenco è puramente indicativo e non esaustivo (andrebbero citate tutte), “Caraçao Vagabundo”, “Tropicalia”, “E’ Luxo So”, “De Manha”, “Terra”, “Eu Vim Da Bahia”, la trascinante “A Luz De Tieta” che conclude il concerto. E poi due gioielli e capolavori assoluti in quanto ad emozione e classe: “Sampa” di Veloso, una melodia di una bellezza rara, e “Tres Palabras” di Gilberto Gil, un miracolo di tecnica e stile.

A Volte Ritornano – pt2

18 Maggio 2016 Nessun commento

A dicembre del 2015 ho stilato una classifica delle cose migliori ascoltate durante il 2014/2015. Al numero 8 ho piazzato un gruppo che non si faceva più sentire da un po’ di tempo. Per la precisione il loro ultimo album di studio era stato “Domino” del 1998. Per nulla memorabile, così come i precedenti “Ridicolous”, “Play” e “Some Fantastic Place”, tutti targati anni Novanta.

E si che di cose memorabili gli Squeeze ne avevano prodotte tante. “Cool For Cats” (1979), “Argybargy” (1980), il grandissimo “East Side Story” (1981) e gli splendidi “Babylon And On” (1987) e “Frank” (1989).

Perciò una pausa di ben 23 anni, fatta eccezione per un paio di live, varie raccolte e un difficilmente comprensibile “Spot The Difference” (2010), una curiosa raccolta di brani incisi nuovamente, dove s’invitavano i fan a capire le differenze tra le versioni originali e le nuove registrazioni.

Nel frattempo noi vecchi fan degli anni Ottanta abbiamo saputo che gli XTC ed i Jam non si rimetteranno mai più insieme (e bene o male lo sapevamo) e che gli Stranglers non hanno intenzione di suonare più nulla insieme visto che il batterista ha ormai compiuto ottant’anni. Di Police e Dire Straits non ne parliamo proprio.

Ed invece, sul finire del 2015, spunta un album nuovo di zecca degli Squeeze dal titolo “Cradle To Grave”. Visti i precedenti mi ci sono avvicinato con titubanza. Ma poi la simpatia per Tillbrook & Difford ha avuto la meglio.

Già da qualche altra parte in questo blog ho raccontato perché questa coppia di autori sia in cima alle mie classifiche personali (cfr “Il Concerto del Mese: Squeeze” – settembre 2012 – e “Il Disco del Mese” – ottobre 2010). Brevemente: la musica dei Beatles ha permeato la mia vita, regalandomi una “sensibilità” ad un suono e ad uno spirito. Quando qualcosa che ascolto fa vibrare le corde di questa sensibilità, vuol dire che mi trovo difronte alla filiazione diretta, ad eredi di cuore e spirito dei Fab Four. E questo è quanto. Come gli Squeeze ho incontrato anche gli XTC o, per venire ad esempi recenti, The Young Veins (lo so, sono durati poco, però il loro unico album è splendido).

E allora, sempre brevemente, veniamo all’album. Dodici brani. Il gruppo in realtà non esiste più, visto che degli Squeeze originari sono rimasti solo Tillbrook e Difford. Magari ci fossero stati anche Jools Holland o Paul Carrack. Però quello che conta è il songwriting e le voci. Ed in questo album sono entrambe perfettamente intatte, direi rinate.

L’album è, come le loro cose migliori, fuori tempo e perfettamente in stile “Squeeze”: melodie ariose, arrangiamenti vividi e cristallini, scelte armoniche intelligenti e non scontate. E poi cori e chitarre pulite in gran quantità. E le due voci dei nostri, in particolare quella di Tillbrook, identiche a sempre e quindi perfettamente integrate e distinguibili.

Gli Squeeze 2.0 (per quanto poi dureranno, visti che questi tentativi riescono per un paio di dischi e non di più, in genere) non giocano a scimmiottare il gruppo che fu, ma riprendono a pescare a piene mani da quello che hanno sempre saputo fare meglio: ricreare uno stile di beat che sappia coniugare l’ossequio verso i maestri dei Sixtyes con un suono moderno e tipicamente “Squeeze”.

Ed allora non si riescono a tenere i piedi fermi con l’iniziale “Cradle To The Grave”, un brano sulle orme della Motown, aprono “Nirvana” come fosse “I Don’t Like Mondays” dei Boomtown Rats per poi dipanarsi in un beat leggero con un grande ritornello. “Beautiful Game” è, a mio avviso, il miglior brano dell’album. Chitarre acustiche, Farfisa e controcanti con un bridge che ti entra in testa per non uscirne più. “Happy Days” è una delle cose che somiglia più ai brani degli Ottanta. Beat sostenuto e bei suoni, ancora grande melodia.

“Open” è un mid-tempo che la voce di Glen Tilbrook nobilita, aiutata da cori molto black, praticamente un gospel. “Only 15″ è una ballata che va in minore nel ritornello. Forse la cosa minore dell’album. Piuttosto scontata, va su e giù senza trovare la combinazione, “the knack”. Un tantino confusa anche “Top Of The Form” all’inizia, poi pian piano prende forma in maniera decisamente convincente. “Sunny” sembra scritta da Paul McCartney, voce e sezione di archi. Bella nella struttura, nella melodia e nella confezione. Molto più complicata di quello che si può pensare dalle battute iniziali e tutto in soli 3 minuti (scarsi).

“Haywire” è un lento riflessivo che trova soluzioni melodiche di una gradevolezza esagerata! “Honeytrap” è uno spigliato beat, “Everything” è un lento un po’ di maniera che lascia poco il segno. “Snap, Cracle and Pop” chiude l’album iniziando come fossero gli Steely Dan per poi esplodere di nuovo in una sorta di gospel con echi psichedelici.

Per concludere 12 brani per circa 45 minuti: essenziale, come si facevano i vinili di una volta e non come i ridondanti (spesso) cd di oggi. E nell’essenzialità, semplicità e grande classe ha i suoi punti di forza.

 

 

 

 

Il Disco del Mese: “Men At Work” (2013)

13 Maggio 2016 Nessun commento

Gianmaria Testa è andato via in punta di piedi il 30 marzo.

Si conosceva da tempo la sua malattia e l’inevitabilità del suo addio.

E allora, invece del solito saluto che mi capita di scrivere in questi frangenti, gli dedico il DdM di aprile, nonostante possa apparire una ripetizione. Infatti trattai “Men At Work” al momento della sua pubblicazione (cfr. “Best of the Best…pt1 – febbraio 2014) per poi piazzarlo in testa alla classifica della categoria “live” (cfr. “Classifiche – pt3: Live” – dicembre 2014).

Ma non fa niente.

Non fa niente perché “Men At Work” è un disco fantastico. Qualcosa che ascolti e che ti entra nella testa con il fluire naturale delle emozioni. Qualcosa che ascolti a tre anni dalla sua pubblicazione ed ancora ci scopri tesori che non avevi notato prima.

Gianmaria Testa è stato un poeta. Poi ha scelto di vestire le sue poesie di un abito musicale sempre gradevole, mai banale. Anzi,  spesso teso a rinforzare i passaggi emozionali raccontati nelle sue storie.

Perché proprio di questo sto scrivendo. Una grande emozione racchiusa nello svolgersi di pochi versi. Con la sua voce, suadente, dolce e perfettamente rappresentativa del suo carattere, capace di produrre quell’ulteriore passo verso la comprensione della necessità di esprimersi e sull’importanza del suo messaggio.

Raccontare degli ultimi, raccontare le sofferenze di chi perde l’identità, il lavoro, la vita, non è sempre facile. Il rischio di cadere nella facile retorica è dietro l’angolo. Pochi i Grandi in grado di farlo in maniera credibile. Me ne vengono in mente pochi: Gianmaria Testa e Fabrizio De Andrè. Non è facile ascoltare quello che si fa finta di non voler sapere. Aiuta a pensare, a riflettere.

“Men At Work” nasce da un tour in Germania del febbraio 2012 (Colonia, Karlsruhe, Norimberga, Brema, Hannover, Dortmund, Amburgo, Berlino, Dresda e Francoforte) e tre date tra Lussemburgo ed Austria esattamente un anno dopo, a febbraio 2013. Un suono essenziale (chitarre, basso e percussioni) ma sempre denso, con uno spettro timbrico che  va dal brano arpeggiato solo chitarra (“Hotel Supramonte”) alla ballad delicata (“Nuovo”) o più marcata (“Polvere di Gesso”) alle atmosfere latineggianti (“Dimestichezze d’Amor”) fino alle sferzate ben più sostenute (quasi rock….sssssshhhhhhh)  di “Cordiali Saluti” o elettronicheggianti di “Sottosopra”.

Della tracklist fanno parte 9 brani tratti da “Vitamia”, il suo ultimo album. I rimanenti 15 sono stati scelti da tutti gli altri album.

Ogni brano una storia a sè.

La filosofica “Le Traiettorie delle Mongolfiere”, dal primo album, apre il concerto, seguita da quasi tutti i nuovi brani: dalla delicatezza di “Nuovo” e “Dimestichezze d’Amor” alla semplicità nello scavare nell’anima di “Lele” alla trilogia del Lavoro composta da “Cordiali Saluti”, “Aquadub” e “Sottosopra”.

“18.000 Giorni”, praticamente 50 anni. Un bilancio della vita, delle sue delusioni e disillusioni, di una poesia così cristallina da lasciarti senza fiato. Una “Polvere di Gesso” dalle sfumature blues a cui segue “Preferisco Così” nella tradizione della canzone francese. Il primo tempo viene chiuso dalla leggerezza de “La Giostra”, la storia di un sogno “strampalato e veritiero” con un letto che si trasforma in veliero.

La seconda parte si apre con il sentito ricordo di Pier Paolo Pasolini e di Fabrizio De André, cui Gianmaria Testa dedica “Hotel Supramonte”, unico brano non a firma sua del concerto, cantata con una partecipazione ed un’intensità quasi superiore a quella del Faber che pure aveva vissuto il rapimento sulla sua pelle.

Una breve presentazione precede “Lasciami Andare”: andando avanti con l’età uno dei fenomeni tipici è perdere per strada amici che vanno via. I saluti sono inutili. Quello che conta è ciò che resta nei ricordi per sempre dell’amicizia vissuta. Il valzer-blues di “3/4″ è un capolavoro assoluto, una canzone d’amore di una bellezza sfolgorante. Il tema dei migranti e di quanti vengono sradicati dalla loro terra per sopravvivere è uno dei più cari a Gianmaria Testa. Qui è rappresentato da due canzoni straordinarie: “Seminatori di Grano” e “Ritals”. “Gli Italiani per anni sono dovuti emigrare… ma il problema è che in Italia una buona parte della gente, e soprattutto i potenti, hanno dimenticato quanto fosse difficile per gli italiani partire”.

“Come Le Onde del Mare” sembra Paolo Conte, invece è tra le cose migliori prodotte da Testa, qui proposta con uno splendido arrangiamento acustico ma al tempo stesso nervoso. “Le Donne nelle Stazioni” ha l’incedere indolente di un vecchio treno e le considerazioni di un ex capostazione di una stazioncina di provincia con lo sguardo acuto, soprattutto nel leggere occhi ed anima. Poi una di queste si ferma e dalla nebbia ne viene fuori un bluesaccio (“Voce da Combattimento”) perché non sono mai, o non sono solo, rose e fiori. Grandissimo l’assolo di chitarra di Giancarlo Bianchetti. Gli altri Musicisti, altrettanto bravi, sono Nicola Negrini (basso) e Philippe Garcia (batteria e percussioni).

Ancora un Amore raccontato con leggerezza in “Nient’Altro Che Fiori” mentre “Al Mercato di Porta Palazzo” si svolge una storia a metà del secolo e tra il rurale ed il cittadino, dove un piccolo colpo di scena sconvolge il passeggio tra uomini e donne in cerca della propria metà.

Il concerto termina con due bis. “Come Al Cielo Gli Aeroplani” è ancora sentimenti ed emozioni. “La Ca Sla Colin-a”, voce e chitarra, è invece un piccolo gioiello di folk italiano che nulla avrebbe in meno degli eroici tempi di Bob Dylan e Dave Van Ronk. Ok, quelli erano americani, vivevano a New York ed il Greenwich Village era il loro regno, ma la potenza dell’espressione e del racconto è la stessa.

Un disco imperdibile, come qualsiasi disco prodotto da Gianmaria Testa.

Per finire due considerazioni non mie, ovviamente. Però importanti da riportare. Fanno parte del libretto allegato al box di “Men At Work” (che contiene, oltre ai due cd del concerto, anche un dvd che rende il tutto ancora più prezioso).

La prima è una frase di Richard Robert, critico musicale, che dice: “Il canto non è solo suono: è anche profumo, leggero e avvolgente talvolta persino ossessivo. La sua alchimia poetica si fonda innanzitutto sulla verità intima di chi lo emette; poi si arricchisce entrando in vibrazione con l’aria, infiammandosi al contatto con il fuori, nutrendosi dell’energia di coloro che lo ascoltano. Le grandi voci, quelle che ci entrano dentro e non ci lasciano più, non sono quelle che assalgono con le loro prodezze tecniche; sono piuttosto quelle che, portate al loro più giusto grado di umanità, testimoniano di quel cammino segreto tra l’anima profonda che le ha viste nascere e il vasto mondo che le riceve……(La voce di Gianmaria Testa, insieme ad altre – Leonard Cohen, Leo Ferré, Joao Gilberto -, ci ha convinto…) che non c’è dono più generoso e atteggiamento migliore che quello di essere irriducibilmente e semplicemente se stessi“.

La seconda è dello stesso Gianmaria: “Tutto questo girare ci ha regalato un linguaggio strano e condiviso che è già musica prima di suonare. Passiamo….senza sosta di dogana. Ognuno portandosi dentro, aperta, la sua frontiera“.

 

Aprile: “Zero Tituli”!!!!!

10 Maggio 2016 Nessun commento

Amici miei,

MOTR è diventato di una pigrizia sconsolante. Lo so. Giuro che non è colpa mia. E’ accaduto in altre occasioni che il lavoro abbia avuto il sopravvento sul mio tempo libero tanto da non consentirmi di scribacchiare nulla. Così imparo a non aver tentato dall’inizio d’intraprendere questa “carriera” per dedicarmi a freddi ed inutili numeri.

Dopotutto sapete anche che ogni singolo post qui pubblicato è prodotto con un unico ingrediente D.O.P.: la Passione! Per poterlo fare devo calarmici integralmente e metterci tutto me stesso e se sono distratto da altro mi riesce difficile.

Però, giusto per dirvi e non annoiarvi oltre con le mie questionacce personali, sono pieno di articoli impostati e da completare man mano che butto giù qualche idea ed i tempi ormai sono quasi maturi per affrontarli e pubblicarli.

Ed allora ecco a voi un brevissimo “prossimamente”:

1) un ricordo di un Immenso Artista scomparso ormai da più di un mese

2) la seconda parte di “A Volte Ritornano” dedicata ad uno dei miei gruppi preferiti della New Wave (e non solo) inglese degli anni Ottanta

3) due post sui due migliori album in assoluto ascoltati negli ultimi due mesi

4) un paio di libri interessanti che ho letto di recente

5) l’aggiornamento delle avventure di Hap & Leonard

6) dopo aver tanto scribacchiato dei Sessanta in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, un viaggio in quei tempi (ormai) lontani a caccia dei migliori 45 giri prodotti in Italia

7) Una personale classifica estratta dalle condivisioni di un famigerato motore di ricerca

….ed altro ancora.

A presto e scusate ancora l’assenza

MOTR Speciale: Anteprima “Méséglise”

31 Marzo 2016 Nessun commento

Musicalmente parlando, mi ritengo un privilegiato.

I Méséglise da Bologna mi hanno inviato in anteprima il materiale del loro nuovo album dal titolo “Stranamente Sereno”, ormai in fase di stampa.

L’ho ascoltato negli ultimi giorni in maniera “furiosa”, almeno tre volte al giorno.

Come ho già avuto modo di scrivere il  panorama della Musica Italiana al momento è decisamente asfittico, stretto tra Sanremi e talent show sempre più inutili ed uno scarsissimo ricambio nella Musica d’Autore dove i “vecchi” non riescono più ad esprimersi a livelli accettabili e di “giovani”, a parte Mannarino e Brunori, non ce ne sono. Gianmaria Testa ci ha lasciato (e ne parlerò presto e a parte). Al momento riesco a fidarmi di Bersani, Silvestri, Cristiano De André e, parecchio più indietro, Fabi e Gazzè. E parliamo di tutta gente che se non ha 50 anni poco ci manca.

E non parliamo del rock.

In tutto questo i Méséglise per me rappresentano una bellissima realtà. Se dovessi dare una definizione sintetica della loro Musica, direi che si tratta di “Rock Emozionale”. La forma-canzone di base è e resta Musica d’Autore della migliore. Le canzoni si dipanano attraverso immagini cinematografiche (“Il Tempo di un Caffè”, che apre l’album, e “Con il Pallone”) e voli dell’anima (“La Strada Verso la Collina”, “Interno Notte” e  “Trama di Coincidenze”). E, su tutte, narrazione di emozioni allo stato puro in “Caporale Milt”: un valzer acustico fa da cornice ad una storia fatta di amore, sentieri, neve, guerra,  felicità per una liberazione giunta sempre troppo tardi ed una vita che sarebbe potuta anche essere diversa se il destino si fosse degnato di giocare un’altra carta. Un brano da brividi con una melodia capace di scenderti nell’animo a far vibrare corde sopite.

Dal punto di vista musicale le loro poesie sono vestite di solide e dense sonorità con echi progressive innegabili (ascoltare il finale di “Con il Pallone”). Ma quasi tutti i brani presentano ampi spazi strumentali. Quello che colpisce, rispetto a “L’Assenza”, loro prima prova del 2013, è che decisamente in questo album sono più “gruppo”. Il suono è più compatto, e non è merito esclusivamente dei magici studi della Fonoprint di Bologna nei quali l’album è stato inciso. Hanno suonato dal vivo, hanno provato in sala il materiale nuovo da incidere, l’intesa è perfetta e tutto risulta intensamente bilanciato, con pochissimi interventi “esterni” al gruppo: Alberto Celommi regala uno splendido assolo di chitarra acustica in “La Strada Verso la Collina”, mentre Enrico Capalbo suona la ebow guitar (uno strumento elettronico, una specie di archetto elettronico per chitarra) su “Trama di Coincidenze”.

La Melodia la fa da padrona. Non esiste un solo brano di questo album la cui linea melodica non colpisca già al primo ascolto, senza provocare l’antipatico fenomeno del “già sentito” che fa perdere poi interesse. Anzi, esattamente il contrario (da cui il “furioso” riascolto citato nelle prime righe).

Diverse comunque le atmosfere da brano a brano. “Il Tempo di un Caffè” in apertura è un brano che parte in maniera intima pianoforte e voce, per poi allargarsi alla chitarra acustica, alla batteria, al mandolino ed al violino suonati da Maria Robaey, ultima entrata nella line-up del gruppo. “La Strada Verso la Collina” è una splendida ballata con un riff tastiere e violino che si apre in un ritornello arioso. “Con il Pallone” parte con un intro di batteria (Maurizio Lettera) e si muove su un territorio quasi pop (i Méséglise si lanciano nel mercato dei singoli?). Di “Caporale Milt” ho già scritto, “Interno Notte” è un brano “ancien régime” che rimanda alle sonorità Sithonia da cui Paolo Nannetti proviene, ed inizia con un bel ritmo veloce con un bell’intreccio tastiere-violino ed il basso di Maya Seagull a marcare il tempo, anche qui con un bridge arioso cantato benissimo da Marco Giovannini per concludersi con una coda piena di mellotron perfetta per gli amanti del genere.

“L’Attesa” è ancora una splendida ballata molto ben arrangiata, “Trama di Coincidenze” inizia in maniera intima chitarra classica e voce per poi crescere, mentre “Il Gioco delle Parti”, con organino e violino in evidenza, è uno strumentale molto delicato. Tutto si chiude con la ripresa al pianoforte del tema di “La Strada verso…”, preludio si spera ad una nuova avventura dei Méséglise.

Una piccola pecca però c’è e va detta. La presenza nel disco di tre brani vecchi dei Sithonia, facenti comunque parte del repertorio live del gruppo già dalle prime uscite. Si tratta di una pecca per due motivi, nonostante le canzoni (che, per la cronaca, sono “Confusi in Mezzo ai Simboli”, “Festa in Collina” e “Con Altri Occhi”) siano non lontanissime dagli arrangiamenti originari eppure completamente diverse e fresche (e belle).

Primo (e semplice): sarebbe stato bello ascoltare altre tre canzoni nuove dei Méséglise (ok, perdonati, arriverà un altro album, ci conto!).

Secondo (e più complicato e personale): qualche nostalgico del gruppo, da cui oltre a Paolo Nannetti proviene anche Marco Giovannini potrebbe sentirsi come se qualcuno girasse il classico coltello nella piaga. E magari sperare in una reunion (magari un “Live”) dove ascoltare, oltre alle tre citate, “Hotel Brun”, “Cronaca Persa”, “Tornando”, “Il Foglio Bianco”, “Il Sogno di Scindigher”, “Achill Island”, “Piancaldoli” e parecchie altre…….

Keith Emerson (1944 – 2016)

14 Marzo 2016 2 commenti

Periodaccio. Un altro Immenso che se ne va. Un amico mi ha lasciato un commento in bacheca talmente sentito che non potevo che farlo diventare un vero e proprio post di questo blog. E allora spazio ad un nuovo collaboratore (AJ) che sentitamente ringrazio per questo contributo.

Rischio di essere OT, ma la tristezza è tanta lo stesso.

Musicalmente nasco negli anni ’70. Si, ho saltato a piè pari – salvo ritornarci dopo – il R&B, il folk e tutto il rock basso, chitarra e batteria. Per carità ascoltavo come tutti “Michelle”, “Yesterday” e  ”Angie”, ma prima dell’avvento dell’organo Hammond semplicemente non ero dentro la musica.
Diciamolo chiaramente: sono un figlio di Jon Lord. E’ grazie a lui che mi sono avvicinato ed esaltato per il Rock. E’ quel suono, il mix di quei timbri, quella sua capacità unica di connotare l’hard rock, il prog, il rock psichedelico che lo rende per me lo Strumento di eccellenza di un complesso Rock.

Caro Fernando, come te ho avuto una folgorazione davanti “Child in Time”. E la mi sono fermato, adorando solo gruppi dove le tastiere avevano un ruolo chiave e centrale.
Oggi mi fermo di nuovo. Di tutti i maghi delle tastiere considero Keith il più grande: tecnica, istrionicità, genio. La sua scomparsa resa drammatica dal gesto estremo gonfia il cuore di dolore: è stato il compagno di tante serate di air keyboard, colui a cui mi rivolgevo nei momenti di blues, e con cui mi esaltavo dopo un otto in latino (è successo poche volte invero).

Ho lottato per difenderlo da chi lo accusava di inutile pomposità e di barocchismo, e urlato per dimostrare la sua superiorità rispetto a Wakeman, Wright e Banks.
La mia scarsa cultura musicale non mi consente di spiegare la tecnica sopraffina (lascio a Fernando il compito) ma credetemi sulla parola.

C’est la vie, avrebbe detto il suo amico Greg, ma è sempre più dura.

                                                                                                                                                                                           AJ

Simply George…

11 Marzo 2016 2 commenti

Semplicemente George.

Ha avuta una lunga vita. Novanta anni. Ed è stato testimone di grandi, grandissimi cambiamenti.

Ok, solo in ambito musicale, non esageriamo.

Ma non è stato un testimone. Lui ha “prodotto” il cambiamento.

George è stato la persona che un giorno, trentacinquenne giovane producer di una piccola casa discografica affiliata alla EMI, nella quale si occupava solo di musica classica e live show di comici (a quel tempo andava molto registrare dischi “recitati”), ha ricevuto una telefonata dai suoi capi che, con ogni probabilità, gli chiedevano di levargli di torno un giovane manager di una band di ragazzini di Liverpool facendogli fare un provino.

Ed è stato la persona che li ha ascoltati e musicalmente non li ha trovati granché, ma ha percepito qualcosa, un quid in più che derivava dalla loro unione. Una specie di forza Jedi, un’energia, insomma un Potenziale.

E quel Potenziale percepito lo ha portato alla loro guida, alla realizzazione di un hit dopo l’altro, di un album vincente dopo l’altro. All’inizio a budget zero (“non più di qualche ora in studio, non di più”) e via via ad accompagnarli in una crescita neanche troppo lenta, forse neanche troppo costante, fino a far diventare lo studio, e tutto ciò che lo riguardava, la loro casa.

E’ vero, ha avuto per le mani una materia di altissima qualità, ma è riuscito sempre ad intervenire senza snaturarla, lasciandola sempre se stessa.

Ed è stato la persona che non si è mai creato il problema: serviva un pianista? Il piano lo suonava lui, almeno finché Paul non è arrivato ad un buon livello ai fini dell’incisione. C’era da arrangiare una sezione d’archi? Pronto. C’era da farsi venire un’idea, magari geniale? E allora s’incideva il pianoforte e lo si inseriva nella pista a velocità raddoppiata per farlo sembrare quasi un clavincembalo, con tutti gli annessi problemi di tonalità e quadratura.

Ed è stato la persona che pazientemente assecondava i “capricci” musicali dei suoi pupilli. Soprattutto John, che lo faceva impazzire perché metronomicamente non distingueva il battere dal levare, però pretendeva che un suono somigliasse ad un’arancia o che si unissero due parti di un brano inciso con tonalità e velocità diverse. “Sono sicuro che ci riuscirai”, tagliava corto John, e se ne andava, lasciandolo lì con l’ingegnere del suono a cercare la quadratura del cerchio.

Ed era affezionato ai suoi ragazzi. I suoi ragazzi, neanche fossero i figli. Tanto che quando un giornalista in epoca recente gli chiese se fosse mai stato in Italia, lui rivolgendosi alla moglie le domandò “Si, mi sembra, ci abbiamo portato i ragazzi nel 1965 o nel 1966, vero cara?”. Come fossero figli, come quando noi diciamo “Si, abbiamo portato i ragazzi a Disneyland”.

Ed è stato anche la persona capace di mettersi in disparte senza fare storie quando richiesto. Quando i Beatles, ormai un ex gruppo, si cacciarono nel pasticcio del progetto di “Let It Be”, autogestito e poi messo nelle mani di Phil Spector per salvare il salvabile.

Ma non è stato solo Beatles. Ha composto musica per il cinema. Ha prodotto altri artisti. Elton John, Dire Straits, Cheap Trick, Jeff Beck, Kenny Rogers, America e tanti altri. Ha continuato a lavorare su progetti successivi allo scioglimento dei Fab Four (Anthology, BBC, Love).

Particolarità: fu chiamato in causa da Pete Townshend nei primi anni novanta per la riedizione “musical” di “Tommy”, ancora sulle scene. Il leader degli Who voleva che la sua rock-opera tornasse il più possibile ad un’atmosfera “Sixtyes”, dopo il delirio psyco-rock in cui l’aveva trasformata Ken Russel per il film. Sarebbe bastato ripetere gli arrangiamenti originari, ma George Martin riuscì nell’intento anche attualizzando e modernizzando il suono. Dandogli quel “qualcosa” in più.

E questa è stata la costante di buona parte della sua vita professionale: percepire con sensibilità e valorizzare senza snaturare.

Ascoltare per credere.

Joe Jackson Live!!!

Finalmente! Un concerto dove non mi lamenterò della cattiva o pessima amplificazione! Sarà stata l’acustica del Teatro Brancaccio o l’impianto d’amplificazione o la serietà dei tecnici e degli ingegneri del suono dell’inglese residente a Berlino, fatto sta che la resa sonora dello show di Joe Jackson è stata perfetta. Si è sentita nitidamente ogni nota suonata da ogni musicista e le voci sono arrivare pulite alle nostre povere orecchie provate da orrende situazioni da una parte all’altra della Capitale.

Unico appunto alla serata il modo di fare, da me riscontrato solo a Roma, poco simpatico da parte del pubblico di decidersi ad entrare in sala solo in prossimità dell’orario d’inizio dello spettacolo, causando un inutile ritardo sull’inizio del concerto. Si tratta di una specie di quarto d’ora (se va bene) “lasco” che evidentemente tutti conoscono tanto da non preoccuparsene minimamente. A Londra ho visto chiudere le porte di accesso alla sala alle 20:29 con inizio dello spettacolo alle 20:30 precise.

Detto ciò veniamo al concerto.

Joe Jackson entra in scena elegantissimo con il suo fare dinoccolato e si siede al pianoforte. Solo un faro bianco lo illumina dall’alto, in una scena spoglia, con solo gli strumenti sul palco ed un elaborato tendaggio a fare da sfondo e che, nel prosieguo del concerto, assumerà i colori delle luci (porpora, blu, giallo). Saluta con ampio gesto della mano e inizia a suonare le prime note di “It’s Different For Girls”. Parte subito l’applauso di un pubblico di età decisamente non giovanissima. Questa cosa salta subito all’occhio: Joe Jackson non ha creato un ponte fra le generazioni, come altri (Stones, Dylan, Paul McCartney….troppo grandi?). Poco male, noi ci siamo cresciuti. Va più che bene così. Giusto per la cronaca il primo brano è da brividi. Joe sa dosare perfettamente il piano ed il forte, il vuoto ed il pieno, e pur nell’intimità del brano solo voce e pianoforte riesce a dargli una dinamica ed un equilibrio tra voce e note splendida. “Hometown” segue con quella scala cristallina che la contraddistingue e la melodia delicatissima.

“Scusate, non conosco l’italiano per niente, spero però di riuscire ugualmente a farmi capire” e direi che c’è riuscito benissimo visto che sono riuscito a capirlo anch’io con il mio triste inglese. “Sono solo l’opening act del concerto, la band viene tra poco, state tranquilli. Faccio solo qualche pezzo con il piano” e giù applausi e risate. “Vi suono qualche brano dal nuovo album e qualcuno dagli album più vecchi”, ancora applausi. “Be My Number Two” è uno dei brani migliori di “Body And Soul” e non dico altro.

“Suoniamo anche qualche cover, come questa. Non vi dico cosa sia, è troppo famosa” ed inizia un’emozionante e commossa “Life On Mars” di Bowie, sentito omaggio al Duca Bianco. Eseguita benissimo, ma dopo aver parlato di emozione il resto è un dettaglio.

“Il nuovo album si chiama Fast Forward. E’ stato inciso in quattro città diverse….quattro brani per ogni città. Dovevano essere quattro EP. Poi ho pensato che farne un album unico era una trovata commercialmente migliore. Ora vi suono la title-track. E’ come avere una macchina del tempo con il tasto dell’avanzamento veloce. Forse andare nel futuro ci permetterebbe di dare un senso maggiore a quello che vediamo oggi” e la suona sempre da solo con l’ausilio di una batteria elettronica.

Sul suo pianoforte campeggia una sciarpa del Portsmouth, squadra di calcio che campeggia nella “League Two” inglese (la quarta divisione, una specie di serie D). Sul finale entra in scena, nel buio che lo circonda, Graham Maby, il suo bassista storico. Si arma del suo basso e attacca il riff di “Is She Really Going Out With Him” con un arrangiamento molto semplice: basso, pianoforte e voci. Bellissima.

La “Day Side” di “Night and Day” contiene un piccolo immenso gioiello: “Real Men”, sulla quale si compatta la line-up del gruppo. Arrivano Doug Yowell alla batteria ed il corpulento Teddy Kumpel alla chitarra. Il primo sembra un ragno con otto braccia per quanto arriva su ogni singolo pezzo del suo set con facilità e rapidità, variando e riempiendo i tempi in maniera fantastica. Il secondo, per quanto corpulento, viene costretto in uno spazio veramente angusto, tra la batteria e la platea. Si dimostro però chitarrista essenziale e dinamico colorando come solista ogni brano e sostituendo efficacemente violini, sax e quant’altro.

Sul finire di “Real Men” la batteria comincia ad alzare il ritmo ed il suo crescendo sfocia in “You Can’t Get What You Want…”, in pirotecnica versione anche senza i fiati che ne caratterizzavano l’originale su “Body And Soul”. Impossibile rimanere fermi, pezzo veramente trascinante. Di nuovo spazio a brani del nuovo album: “A Little Smile” e “If It Wasn’t For You”, i due possibili hit single se a Joe Jackson interessasse qualcosa di andare in classifica con i 45 giri. In sequenza sono perfetti.

“New York é una città che se ci arrivi dal Wyoming, dall’Idaho o da qualsiasi altro posto dici woooooow!” serve per presentare “King of the City”, brano dalla melodia perfetta. Il ritmo sincopato di “Another World” ci riporta a “Night And Day” (Night Side) e viene riproposta esattamente nella versione del disco.  A questo punto il gruppo tira il fiato con “The Blue Time”: “E’ quel momento in cui ci dovremmo svegliare, il sole entra dalle persiane, e noi cerchiamo di resistere ancora qualche minuto. E’ il Blue Time”. Il gruppo é fantastico, ogni nota perfetta e nitida. Graham Maby con il basso semplicemente perfetto, uno dei miei preferiti.

“Ed ora è il momento della cover dei gggiorno” (unica parola pronunciata in italiano). Prende un cappello nel quale mischia dei foglietti per darci l’impressione di sceglierla a caso. Ne estrae uno, scoppia a ridere e fa “Ok, questa è roba heavy metal” e parte un brano molto simpatico ma sconosciuto. Parecchi tra il pubblico sfoderano (compreso il sottoscritto) “Shazam” o “Soundhound” per cercare di capire di cosa si tratti ma il cellulare non prende. Alla fine mi salvva in corner mia moglie: “Knowing You, Knowing Me” degli Abba”. Ah bhè, comunico la lieta notizia a due ragazzoni seduti davanti a me facendo un figurone. Grazie cara.

Lo show entra nell’ultima fase. “Sunday Papers”, tempi veramente lontani, parte con un riff di chitarra che sembra “Everybody Needs Somebody To Love”, e il gruppo ci da dentro alla grande in pieno stile post-punk con influenze ska. L’ultima sequenza é per la New Orleans che chiude il nuovo album. “Neon Rain”, per me il pezzo più debole di “Fast Forward” e dello stesso concerto, live riesce però a fare la sua figura, tanta è l’intensità con cui il quartetto l’esegue.

Poi due capolavori: “Keep On dreaming” e “Ode To Joy”. Due brani strani, quasi prog nell’incedere e nello sviluppo. Il primo cambia tempo tre-quattro volte, il secondo contiene un chiaro riferimento, oltre che nel titolo, all’Inno alla Gioia di Beethoven. Semplicemente fantastici! Joe saluta tutti (lo sappiamo che tornerà) e chiude con il suo classico tra i classici: “Steppin’ Out”, riproposta qui nella versione rarefatta già ascoltata su qualche live.

I bis, richiesti a gran voce, regalano ancora qualche minuto di splendida musica con una tirata “One More Time” ed una canonica e regale “A Slow Song”. Joe Jackson saluta e ringrazia. Per due ore di grande musica non si è mai alzato dal pianoforte.

Per concludere: concerto bellissimo.

E, a proposito, chi mi aveva detto che era antipatico?

PS: le foto che corredano questo post non sono mie, dalla galleria mi sono venute troppo sfocate. In ogni caso, e sperando che gli autori non se ne abbiano a male, rendono perfettamente l’idea dell’aspetto “visivo” della serata

 

A Volte Ritornano – pt1

Chi legge questo blog si sarà reso conto che la mia musica di riferimento, per quanto ascolti praticamente tutto (o quasi), è quella degli anni Sessanta. Tutto ciò è dovuto, come già raccontato, a mio fratello di undici anni più grande di me.
Perciò a quattro/cinque anni, mentre i miei coetanei ascoltavano  le canzoni dello Zecchino d’Oro, io crescevo a Beatles, Stones, Hendrix, Dylan, Genesis, EL&P, De André, Guccini, Lolli e via di seguito.

Senza la sua presenza, se tutto fosse andato come normalmente accade, avrei cominciato a maturare il mio gusto musicale intorno ai quattordici/quindici anni. Essendo un “robusto” cinquantenne (nel senso che ormai quel “5″ comincia ad accompagnarsi a più di un’unità – a giorni), sto parlando dei fine Settanta.
E così, tutto sommato, è stato. La musica precedente ha rappresentato la base sulla quale ho poi piazzato tutto il resto fino ad oggi. Così ho assistito da testimone diretto all’esplosione del punk, al suo trasformarsi in generi diversi pur se derivati (new wave, tanto per dire). E in quegli anni di roba interessante ce n’è stata parecchia.

Qualcosa di grandioso come i Police, U2 e Dire Straits, oppure REM e Clash, qualcosa  di nicchia come XTC, Jam e Squeeze, qualcosa per pochi adepti come Boomtown Rats, Undertons, Wall of Woodoo e Live Wire.
Fenomeni brevi o lunghi che siano stati, purtroppo anche per loro è seguito un declino e, spesso, la scomparsa. dI quelli citati i soli U2 continuano immarcescibili a sfornare album sempre discreti, anche se con cadenza ormai tri se non quadriennale.

Ed oggi, dopo la riedizione praticamente integrale dei cataloghi degli artisti dei Sessanta/Settanta, spesso in bei cofanetti arricchiti con bonus e booklet curatissimi, stessa sorte comincia sembra toccare anche agli artisti sopra citati, segno inconfondibile del tempo glorioso ormai passato e che non torna più.

Eppure sul finire del 2015 sono usciti due album, da me citati nella classifica di fine anno, che sono riusciti a stupirmi per la loro freschezza, attualità e, soprattutto, Qualità.

Lo scrivo con la Q maiuscola perché tale è.

Comincio dal primo, anche perché ho un appuntamento a giorni che mi permetterà di parlarne ancora. Più avanti affronterò il secondo.
Joe Jackson è stato un grande. Ha prodotto una sequenza di dischi all’inizio della sua carriera la cui crescita e maturazione sono, a mio parere, paragonabili a quella dei Beatles (forse non fino a Sgt Pepper, ma almeno fino a Revolver si).

Non mi voglio dilungare  ma, dovesse capitarvi,  vale veramente la pena riascoltarli nell’ordine di pubblicazione: “Look Sharp!”, “I’m The Man” (1979) e “Beat Crazy” (1980), esempi di pop anfetaminico con grandissime melodie, “Jumpin’ Jive” (1980) molto vintage dedicato al jazz ed allo swing, ed infine “Night And Day” (1982) e “Body And Soul” (1984), album universali e strepitosi (per l’ultimo si veda anche il “Disco del Mese” di febbraio 2011).

Poi, da allora, non certo l’oblio, ma altre cose. Chiamiamolo un ampliamento degli orizzonti: musica classica (Symphony N.1), jazz (The Duke), dischi dal vivo sempre gradevoli e qualche ritorno al vecchio pop ma con ritmi lenti e rilassati, più ogni quattro/cinque anni, passati pero’ abbastanza inosservati, fatta eccezione per “Night And Day II”, album raffinato composto ed inciso con lo stesso spirito del primo volume.

Ed invece, grande sorpresa, a sette anni dal precedente “Rain” arriva nei negozi “Fast Forward”, un grande disco pieno di musica. L’album, composto da sedici brani, si muove da un’idea niente male: incidere canzoni in giro per il mondo, non necessariamente utilizzando solo musicisti locali, ma cercando di dare un taglio espressivamente diverso da una location all’altra.

Le registrazioni sono avvenute a New York, Amsterdam, Berlino e New Orleans. La prima sezione (New York) è la più brillante, raffinata e pulsante. Del gruppo fanno parte Bill Frisell alla chitarra, Regina Carter al violino e quel folletto di Graham Maby da sempre bassista del nostro. Maby per Jackson è come Pino Palladino per i primi album di Paul Young (scusate il paragone, ma in qualche modo calza): ne rende il suono sempre riconoscibile, qualunque genere venga suonato. l’apertura di “Fast Forward” è una ballata con una rotolante di accordi di pianoforte. “If It Wasn’t For You” è il possibile hit-single, grande canzone pop sempre condotta dal piano con un grande assolo di Frisell ed un giro di basso strepitoso nel ritornello (a sua volta strepitoso).

“See No Evil” era il brano di apertura di un disco mitico: “Marquee Moon” dei newyorkesissimi Television di Tom Verlaine. Il brano viene riproposto con un arrangiamento più serrato dell’originale, ma abbastanza simile, senza snaturare la canzone. “King Of The City” non avrebbe sfigurato sul Day-Side di “Night and Day”, insieme a “RTeal Man” e “Breaking Us In Two”.

Nelle session di Amsterdam partecipano due musicisti di un gruppo locale (Stefan Kruger, batteria, e Stefan Schmid, tastiere) e l’orchestra sinfonica reale. “A Little Smile” è ancora un brano di delizioso pop grintoso ed arioso. In “Far Away”, tesa ed evocativa, la prima parte viene cantata da Mitchell Sink, quattordicenne texana già impegnata nei musical di Broadway. “So You Say” sembra scritta da Paul McCartney, e penso sia un complimento (per entrambi) su di un ritmo di bossanova. “Poor Thing” chiude il lato con una melodia splendida ed un arrangiamento nel quale s’innestano membri dell’orchestra sinfonica che danno al tutto un sapore particolare. E’ uno dei brani più “suonati” dell’intero album.

Greg Cohen, bassista che vanta collaborazioni importanti quali Ornette Coleman e Tom Waits, e Earl Halvin alla batteria accompagnano Joe Jackson nelle session di Berlino. “Junkie Diva” parte da un bel riff di piano elettrico, con un sound molto rock. Altra bella melodia con splendida apertura al ritornello. “If I Could See Your Face” tratta un drammatico fatto di cronaca avvenuto nel 2008 nella comunità afgana di Amburgo e si muove su sinuosi ritmi orientaleggianti, con un gran tema suonato da una sezione di fiati. “The Blue Time” continua sul tema delle canzoni intime su di un ritmo di beguine con uno spazio strumentale tra tromba e chitarra degno di nota, mentre con “Goodbye Johnny” si accende uno spot bianco su di un palco nero e per magia ci troviamo in un cabaret berlinese degli anni ’30. Non un bel periodo.

Ultima tappa del viaggio è New Orleans. Nella città natale del Jazz Joe Jackson scrittura tre musicisti di un gruppo jazz-funk locale (Galactic) e si lancia nelle ultime quattro composizioni. “Neon Rain” è un brano decisamente rock, forse il meno incisivo dell’album. Ma è un momento molto breve. Con il successivo “Satellite” sembra di ascoltare gli Steely Dan di Donald Fagen. Con “Keep On Dreaming” ci si avvia alla conclusione dell’album con una melodia sincopata più complicata delle altre. Chiare le influenze jazz, ma grandissimi i cambi repentini di atmosfera e di ritmo. “Ode to Joy” chiude l’album alla grande. All’interno del brano, come da titolo, un breve estratto dell’Inno alla Gioia dalla Nona Sinfonia di Beethoven che da un sapore curiosamente prog al tutto.

Insomma, un album strabordante!!!

E stasera, lunedì 7 marzo, per me l’appuntamento è con un vecchio amico che pensavo avesse già dato il meglio. Mi aspetto un grande concerto al Brancaccio dalle 21.

Ovviamente restate sintonizzati per saperne di più.

 

 

Il Disco del Mese: “Rubber Soul” (1965)

29 Febbraio 2016 2 commenti

Il “trittico” formato da “Rubber Soul”, “Revolver” e “Sgt. Pepper” rappresenta una storia a se stante all’interno della storia dei Beatles, degli otto anni che sconvolsero il mondo (della Musica e non solo).

Siamo ad Ottobre del 1965. I Beatles si stanno godendo il meritato riposo dopo aver lavorato senza sosta per mesi. Hanno un film da record nelle sale di tutto il mondo e la colonna sonora in testa a parecchie classifiche. Disco ed album sono usciti nei primi giorni di agosto. Poi, nelle ultime due settimane di agosto, un tour negli Stati Uniti breve ma concentrato: 11 città coast-to-coast (con puntatina a Toronto in Canada) per 16 concerti, tra cui quello famoso allo Shea Stadium. Solita vita: concerto male amplificato, problemi di sicurezza, urla da tutte le parti, intervista, aereo e via di seguito. I momenti liberi passati in albergo. In questo contesto nascono le nuove composizioni.

Ci sono però due grosse novità. Innanzitutto i Beatles sanno di avere finalmente una concorrenza agguerrita. Ci sono i Rolling Stones, i Kinks, The Who, il nuovissimo Dylan elettrico, Byrds e tanti altri. La sfida stimola i Fab Four che non a caso sono considerati a capo del movimento. E sono ben intenzionati a mantenere la posizione.

In seconda analisi i Beatles, dopo aver inciso brani come “Yesterday” e “I Feel Fine”, hanno scoperto un enorme territorio da esplorare: lo studio di registrazione. Hanno compreso perfettamente le potenzialità dello strumento e quanto possa essere interrelato alla nuova musica che hanno in testa: stanno maturando e vogliono far vedere di cosa sono capaci. Sono Musicisti, sono Autori, e non solo quattro faccine che fanno urlare le ragazze. Inoltre la loro casa discografica, la Parlophone, piccola etichetta della EMI che fino a tre anni prima produceva essenzialmente musica classica e show di cabaret, viste le vendite è ben felice di lasciare ai quattro la disponibilità dello studio di Abbey Road per un tempo più lungo dei soliti cinque-sei giorni utilizzati normalmente. E con George Martin in regia, l’uomo che riesce a tradurre in realtà da incidere ogni sensazione che attraversi lo spettro sonoro dei quattro, tutto diventa più semplice.

E così il 12 ottobre John, Paul, George e Ringo entrano in studio ed iniziano a registrare.

Quello che finirà al missaggio finale il 15 novembre è la miglior cosa che hanno prodotto fino a quel momento, con la sola eccezione a mio parere di “A Hard Day’s Night”. Ma, grande differenza rispetto al terzo album della band, molto più completo e maturo, una sorta di antologia di tutto ciò che i Beatles avevano ascoltato ed assorbito in quegli anni di grandi cambiamenti.

Ed allora ascoltiamo “Rubber Soul” nel dettaglio.

L’apertura è fantastica: “Drive My Car” è un pezzo con grandi influenze black, anche nel testo allusivo, scenografico nel suo attacco, uno dei migliori prodotti dal gruppo. Prima la chitarra seguita dal basso, la rullata di batteria e poi Paul e John che si rincorrono con le voci. Basso e chitarra che segnano il tempo per tutta la canzone e la batteria in controtempo prima dell’attacco del ritornello. Assolo perfetto, anche se suonato dallo stesso McCartney. 10 e lode, stop.

“Norwegian Wood” è un’altra canzone del Lennon “Dylaniato”. Un brano acustico dove il testo è assolutamente personale (narra la storia di un tradimento) e le chitarre acustiche sono supportate dal sitar di Harrison sulla strada per la spiritualità. “You Won’t See Me” è McCartney che lascia fluire la sua melodicità in un brano che ha tutto: un walking bass entusiasmante, voci alla Beach Boys, cambi di ritmo, le famose “buffe” rullate di Ringo.

John è sempre il più introspettivo e “Nowhere Man” è la summa del suo pensiero in quel momento. Un alienato. Musicalmente immensa. Curiosità: apparentemente semplice contiene un gioco di voci complicatissimo. Nei loro racconti il tentativo di suonarla dal vivo con il “disturbo” delle urla del pubblico ha rappresentato la classica goccia che ha fatto propendere i Fab Four verso l’interruzione degli ormai inutili tour in giro per il mondo (oltre alle bizze di Imelda Marcos). “Think For Yourself” è il primo brano di Harrison e contiene una strana novità: il brano è condotto dal basso con l’effetto “fuzz”, uno dei primi effetti di overdrive, usato sicuramente sul basso per la prima volta.

Con “The Word” è ancora miracolo. Lennon canta la voce principale su di un riff di basso e chitarra da pelle d’oca. Il basso di McCartney giganteggia e da’ spina dorsale al brano. “Michelle” segue la strada intrapresa da Paul con “Yesterday”: melodia allo stato puro. Anche qui il basso fa un lavoro grandissimo. Cercate una versione della sola traccia di basso ovunque, da Youtube a GuitarPro e poi mi direte.

“What Goes On” vede per la prima volta la firma di Ringo, insieme a John e Paul. E’ un brano country-rock, atmosfera prediletta dal batterista (si veda anche “Act Naturally” su “Help!”). Perfettamente in tema l’assolo di Harrison. “Girl” è ancora il Lennon acustico, stavolta con un accenno di sirtaki nel finale. L’arrangiamento del brano vale da solo il prezzo del disco.

In “I’m Looking Through You” è McCartney stavolta a raccontare qualcosa di sé. I Beatles, in un tempo in cui i giovani stavano iniziando a prendere coscienza di essere una forza in grado di cambiare le cose, erano un gruppo decisamente integrato nell’establishment, ormai ad un passo dall’onorificenza dell’MBE. Ed erano “integrati” anche nella loro vita privata, senza particolari ostentazioni e decisamente tranquilla. John era sposato praticamente da sempre e Paul faceva coppia fissa con Jane Asher, una giovanissima attrice inglese. I due vivevano insieme ma le cose non andavano benissimo. E Paul, molto direttamente, le scrive una canzone nella quale le dice quanto sia cambiata e quanto la loro vita insieme sia diventata meno soddisfacente, urlandole contro anche (a fine canzone) un “sarebbe meglio tu cambiassi”. E il tutto così, nel giro di poco tempo da “I Love You” “You Love Me” e “I Want To Hold Your Hand”. E’ un’evoluzione? Inoltre il brano, che ha la cadenza di una veloce ballata acustica arricchita da un Hammond esplosivo alla fine dei bridge, ha subito una bella evoluzione. Tutto testimoniato dall’Anthology che contiene una delle prime incisioni del brano, senza il bridge e con un ritmo era molto più simile ad una bossanova.

Il vero capolavoro dell’album arriva a questo punto. “In My Life” è la cosa migliore scritta da Lennon e lo resterà almeno fino a “Strawberry Fields Forever”. Una ballata semplice (la linea melodica, l’arrangiamento) ma al tempo stesso complessa (le voci, l’idea dell’assolo di piano trasformato in clavicembalo agendo sulla velocità, la sensazione che il basso dell’intro sia una sezione di archi a sostenere la frase di chitarra). Il testo racconta di luoghi e persone amati da John in tempi ormai lontani.

“Wait” è un r’n'b essenziale  con le voci in evidenza ed uno dei migliori arrangiamenti per due chitarre dell’album. “If I Needed Someone” (Harrison) è il volo di ritorno dai Byrds (influenzati dai Beatles fino al midollo) ai Beatles. La chitarra portante del brano suona molto jingle-jangle, così come le armonie vocali di grande respiro come McGuinn e soci.

Chiude l’album “Run For Your Life”, branaccio maschilista di Lennon che, per testo, rovina un po’ quanto di buono fatto fino a quel momento. In ogni caso, pur se odiato dallo stesso Lennon e disconosciuto negli anni successivi, il brano è un divertente rock’n'roll e riporta, forse unico, alle atmosfere dei primi album.

Per la cronaca, nelle session i Beatles incideranno altri due capolavori: “We Can Work It Out” di Paul e “Day Tripper” di John, anche se i confini non erano poi così netti per nessuno dei due brani. Dei due brani, non inclusi in “Rubber Soul”, verrà edito successivamente un singolo di grandissimo successo. Tanto per cambiare.

Per chiudere qualche statistica. L’album esce il 3 dicembre del 1965 e arriva al primo posto in classifica in GB e USA nella settimana del 18 dicembre. In Gran Bretagna sarà in classifica per 42 settimane di seguito, con otto settimane al n° 1, trenta settimane nella Top 10 e 36 nella Top 20. Complessivamente venderà oltre sette milioni di copie in tutto il mondo con tredici dischi di platino e due d’oro. Rolling Stone lo colloca al 5° posto nella classifica dei migliori 500 album di tutti i tempi.

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