Stomp

13 Maggio 2012 Nessun commento

“Mi porti a vedere Stomp?”

“Ok”

“Ho visto dei video su YouTube, prendi dei posti vicini al palco, penso sia meglio”

“Bene”

Semplice, essenziale, chiaro. La mia Dolce Metà fa delle scelte sempre mirate alle quali, chissà perchè, ho difficoltà a resistere.

Così mi sono ritrovato alla biglietteria del Teatro Brancaccio a fare la fila per acquistare i miei due biglietti. Dieci persone in attesa, otto per un sinistro remake teatrale di “Happy Days” con gli attori inqiuetantemente somiglianti a quelli della serie TV, due per “Stomp”.

“Signora, non è particolarmente importante vedere, un posto vale più o meno l’altro” diceva un po’ sbuffando l’addetto per “HD” difronte ad alcuni prossimi spettatori veramente troppo indecisi sul posto da sbigliettare. Invece la nostra addetta ripeteva una sola cosa: “Per cortesia la puntualità. Alle 20.30 inizia lo spettacolo e verrano chiuse le porte. Per 30 minuti non si potrà più entrare per precisa richiesta degli Artisti”.

Bene. Ottava fila. La mia Dolce Metà sarà contenta.

Cos’è “Stomp”? Da Wikipedia leggo “Compagnia teatrale nata  a Brighton nel 1991 che fece il suo esordio ad Edinburgo”. Da allora un trionfo dietro l’altro fino a dare vita ad altre quattro compagnie in tutto il mondo che hanno continuato a diffondere lo show in ogni angolo del pianeta. Quest’anno tour del ventennale.

“Stomp” è uno spettacolo fantastico. Un gruppo di dieci percussionisti sul palco che interpretano per 90 minuti filati il loro repertorio con un’intensità ed un’energia uniche.

Varie le particolarità dello show.

Prima di tutto gli Artisti non sono semplicemente percussionisti. Sono ballerini, mimi, giocolieri, funamboli, comici con tempi perfetti capaci di far ridere con uno sguardo.

Poi l’utilizzo delle percussioni. Intendo l’utilizzo “musicale” delle percussioni. Normalmente il percussionista percuote un tamburo o qualcosa della famiglia (congas, maracas, bongo o quant’altro) ed il suono deriva dall’anima che ci riversa dentro, dalla sua interpretazione.

La Compagnia di Stomp le suona realmente. Gioca con gli oggetti fino a produrre dei suoni veri, qualcosa che somiglia a……

Ed ecco un elenco, più o meno esaustivo, degli oggetti “percossi” e non solo: scope, palette, bastoni da arti marziali, lavelli e pentole, palloni da basket, tubi di gomma di varie lunghezze, secchi di vernice, scatole di fiammiferi, bidoni (la cosa più somigliante ad un tamburo), giornali, la tosse (si si, proprio il “coff coff” classico), mani e corpo, accendini, sedie pieghevoli, buste di plastica.

Le sonorità? I tubi di gomma, ognuno la sua nota, picchiati con risoluta delicatezza per terra assumono man mano il suono di una sezione d’archi in “pizzicato”. Buste di plastica e scatole di fiammiferi suonano un samba ed una bossa nova calandoti direttamente per le strade di Rio. I bastoni da arti marziali, percossi con dei pestelli, suonano incredibilmente come campane.

Uno dei numeri più belli è quello con i lavelli. Quattro omaccioni entrano in scena portando appesi dei lavelli in ferro. Li suonano con dei guanti da cucina (giustamente). Il suono è una via di mezzo tra lo scratch dei DJ e la chitarra elettrica distorta. Ma la cosa più pazzesca è che man mano si scopre che i lavelli contengono non solo acqua, ma anche pentole e posate (sempre giustamente). A questo punto, poichè ogni numero parte facile e poi si complica spettacolarmente, cominciano a riempire e svuotare pentole e pentolini dando suoni sempre diversi. Insomma, il vecchio gioco dei bicchieri pieni d’acqua portato all’ennesima potenza.

I palloni da basket battono ognuno con un ritmo diverso, così come i secchi di vernice. Ognuno ha una sua partitura, perchè i ritmi si decompongono e ricompongono continuamente, ed in più vengono lanciati da un componente all’altro in aria senza mai scontrarsi. E sempre a gran velocità.

C’è spazio anche per momenti più intimi, come il bellissimo numero con gli accendini, tutto giocato al buio, dove questi vengono accesi ritmicamente e suonano come triangoli. Oppure per momenti più fragorosi, come il numero dove quattro componenti della troupe, appesi a dei ganci nel vuoto, percuotono degli oggetti disordinatamente attaccati ad una griglia posta al secondo piano dello stage, mentre altri due picchiano come forsennati su dei timpani amplificati, rendendo tutto molto pulsante ed energico. O ancora per momenti comici, come il numero in cui uno degli artisti, in cerca di tranquillità,  viene continuamente disturbato dagli altri che progressivamente si aggiungono alla scena, ed al ritmo, utilizzando di tutto, dai giornali al respiro, dalla tosse alle penne.

Finalone travolgente con bidoni e coperchi, come cavalieri in lotta leale, disegnando figure e combinando ritmi difficili anche solo da immaginare. Due minuti di urla e strepiti ed arriva il bis, dove il leader del gruppo torna sul palco e coinvolge il pubblico giocando sui ritmi. E tutti a battere mani e piedi.

Novanta minuti letteralmente volati via. Da rivedere.

Unico dispiacere: non aver portato nessuno dei miei figli. Non solo i due grandi (13 e 11) si sarebbero sicuramente divertiti moltissimo, ma anche il piccolino (3 e mezzo): la sala era piena di ragazzi e bimbi tutti attentissimi e coinvolti.

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Barcellona

7 Maggio 2012 1 commento

Se qualcuno mi segue con attenzione (difficile) avrà notato che ad Aprile è saltato “Il Disco del Mese” (non ci avrete dormito!!!). Perchè? Perchè normalmente mi riduco all’ultimo giorno del mese, all’ultimo momento possibile, per compilare quel post.

Invece gli ultimi giorni del mese sono stati occupati da un’attività molto più importante: ho radunato tutta la famiglia e siamo partiti per un viaggio. Forse il primo vero viaggio nella nuova formazione “a cinque”. Meta prescelta: Barcellona.

Nella città catalana eravamo già stati con la mia Dolce Meta’ quattro anni fa per un weekend lungo, ed il viaggio aveva assunto un sapore molto particolare: proprio li, in quei giorni, avevamo avuto i primi sentori dell’arrivo del nostro piccolo A, confermati poi nei giorni successivi. E allora ecco facilmente spiegata la ragione della scelta.

Siamo arrivati sabato in tarda mattinata. E la città ci ha accolto con tutto il suo calore. Ti senti subito di casa, non hai difficoltà di adattamento. E’ una delle mie “città ideali”: non troppo grande, pulita, ordinata, senza traffico, più bici che auto, piena di gente, e dove gli autobus e le metro ti portano dovunque in pochi minuti.

Non so quanti altri posti al mondo riescano a far visitare da centinaia di migliaia di persone all’anno una Cattedrale in costruzione da cento anni, ed a trasformare in cattedrale un luogo comune come uno stadio di calcio. E con lo stesso quantitativo di visitatori dell’altra, anche, e soprattutto, al di fuori della partita.

E dove nei ristoranti e nei “tapas” trovi il tavolo anche all’ora di punta e tutti sono molto rapidi nel servizio finchè non si tratta di prendersi un caffè e chiedere il conto, attività estremamente difficili per la quali improvvisamente i tempi si dilatano a dismisura, come se non volessero lasciarti andar via.

Nell’Acquario, forse più piccolo di quello di Genova, ma altrettanto affascinante, ti fanno passare tramite un tunnel all’interno della vasca “Oceano”. Ti trovi magicamente circondato dall’acqua e da creature per certi aspetti fantastiche. Come il “pesce luna”, composto, apparentemente, solo da un’enorme testa piatta con piccole pinne ai lati, e che di notte ama risalire verso la superficie del mare sdraiandocisi sopra e riflettendo i raggi della luna sull’acqua (da cui il nome).

Poi la città vecchia, il “Barrio Gotico”, dedalo di viuzze commercialmente sfruttatissime, che improvvisamente si aprono in piazze smisurate (la Cattedrale Gotica o la Plaça Reial), piene di gente.

Oppure la bellezza del suo cielo azzurro. Quando lavoravo in TV, i miei amati canali satellitari, assistetti all’incontro tra una nostra programmista che stava preparando una serie sulla Spagna (il canale si occupava, e si occupa, di viaggi e turismo) ed una ragazza spagnola invitata per darle una mano. E questa le raccontava con occhi pieni di meraviglia quanto fossero azzurri i cieli del suo paese ed io pensavo tra me e me che probabilmente stava esagerando. Invece vai a Barcellona e scopri che è proprio così. E’ un azzurro diverso, più intenso. Il tutto si esalta nella passeggiata al porto. Guarda caso stamattina ho comprato il nuovo numero di Bell’Europa e c’è un servizio dedicato proprio a quella passeggiata.

Ed è una città ancora più particolare, dove si mischiano centinaia di persone di tutte le età, di tutte le razze, a piedi, in bici, in risciò (perlopiù turisti), qualcuno a spasso con il cane.

E per tutta Barcellona attraversi decine, centinaia di suoni diversi: il djeridou suonato da un ragazzo al porto su di una base da discoteca (applauditissimo) al vecchietto che sale sulla metro con un trabiccolo sul quale poggiava una cassa ed estratto dalla tasca un microfono ad essa collegato, insieme ad un lettore mp3, ha dato sfoggio di un repertorio leggerissimo come il suo aspetto (Michael Telo e nientemeno che quella cantante rumena – comunque proveniente da un paese dell’est – che furoreggiò qualche estate fa con un brano-tormentone di cui non ricordo il titolo), da uno splendido artista indiano (credo) che in Parc Guell soleggiato suonava un suo strumento con una trentina di corde, una specie di arpa poggiata su di un tamburo, e cantava delle melodie dolcissime senza parole.

Inutile dire che comunque la cosa più bella e’ stata la risposta entusiastica dei miei tre ragazzi, ovviamente proporzionata alla loro età. Si sono lasciati letteralmente trascinare dalla città, dai suoi colori, dagli odori del cibo, dalla sua atmosfera. C’era un momento della giornata in cui bisognava comunque passare per la Rambla, non si scappava. Non li ho mai visti così attenti e con gli occhi così spalancati. Né mangiare così di gusto davanti ad un padellone di paella. Hanno voluto provare anche la Sangria: tranne il piccolo, potevo deluderli?

Il tutto si é poi tradotto nel malumore totale di D (il grande) nelle due ore che hanno preceduto la partenza quattro giorni dopo il nostro arrivo. e nei baci tirati da E (11 anni) attraverso il finestrino dell’aereo al momento del decollo.

E po c’è  la mia Dolce Metà che domina su tutto come la Stella Polare, e come lei rischiara la mia via.

Che meraviglia!!!

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Il Concerto del Mese – Genesis (1981)

26 Aprile 2012 1 commento

“Walgang’s Vault” lesina sui Genesis. Ho più bootleg io. Però qualcosa c’è.

Tanto per cominciare il concerto delllo Shine Auditorium di Los Angeles del gennaio 1975. Per forza, lo organizzò Bill Graham in persona. E’ l’unica traccia del periodo “Gabriel”. E’ il tour di “The Lamb” ed è completo anche dei bis finali (“Musical Box” e “Watcher…”). Inoltre, particolare non da poco, è la versione “soundboard” (cioè dal banco del mixer) senza le sovraincisioni effettuate per la successiva pubblicazione sul primo volume degli “Archives” dei Genesis. In quell’occasione Peter Gabriel per autorizzare la pubblicazione chiese di poter re-incidere alcune (parecchie) parti vocali, creando quello che Mario Giommetti ha definito “un certo effetto Sledgehammer” (in “Genesis – il fiume del costante cambiamento”). A quel punto Steve Hackett disse “L’ha fatto lui, lo faccio anch’io”, e via ad overdubbare sulla chitarra. Sono sempre gli “ex” stretti che creano problemi, un po’ in tutti i campi.

Poi ci sono degli estratti dai tour del 1976 (8 brani) e del 1978 (9 brani). Quasi integrali invece i concerti dei tre tour successivi (1981, 1983 e 1986). Addirittura del tour 1986 si possono ascoltare tutte e tre le serate del Forum di Los Angeles (14, 15 e 16 ottobre 1986).

Mi soffermo in particolare sul concerto del 1981. La sera del 29 novembre 1981 i Genesis si esibiscono al Nassau Coliseum di New York. Veramente dire “New York” è una forzatura: parliamo di 31 km dal centro su Long Island. In realtà è un’altra città (Hempstead), ma non fa niente. Pubblico sui 18.000.

In realtà il concerto in qualche modo è già abbastanza conosciuto. La stessa serata è stata utilizzata per due tracce di “Three Sides Live”, l’album tratto proprio da quel tour e a cui, in una successiva rimasterizzazione, sono state aggiunte alcune tracce (la quarta “side live”) dai tour precedenti. I Genesis hanno sempre avuto una particolarità nei loro tour: una volta impostati scaletta ed arrangiamenti non uscivano mai dal seminato per tutto il tour. Perciò la versione di Abacab su “Wolfgang” e sull’album sono perfettamente identiche, anche se incise una a NY e l’altra a Birmingham.

Quindi tutto già sentito? No, direi proprio di no.

Premessa. I fan dei Genesis si distinguono in due gruppi: quelli dell’”era Gabriel” e quelli del “dopo Gabriel”. Per me i Genesis sono i Genesis e basta. Certo, amo spassionatamente i dischi da “From Genesis To Revelation” a “The Lamb..”, ma gli altri li trovo belli lo stesso (tranne, forse, “Calling All Stations” e qualche canzone sparsa qua e la, tipo “Who Dunnit”). Li trovo splendidi esempi di pop di gran lusso. Ben scritto e suonato ancora meglio.

Probabilmente se l’uscita di Peter Gabriel aveva mantenuto il gruppo con la barra del timone ben puntata sulla rotta “Progressive” (“Trick…” e “Wind…” lo dimostrano ampiamente), l’uscita di Steve Hackett qualche anno dopo ha creato dei veri e propri problemi. Se l’uscita del cantante alla fine era stata risolta con la famosa frase di Phil Collins: “Ok, lo faccio, però non ne voglio sapere nulla di tutti quei costumi”, l’uscita del chitarrista obbliga i Genesis a rivedere completamente il sound. La chitarra non può essere più strumento centrale. Rutherford, che si fa carico delle parti chitarristiche, è un buon chitarrista, ma non ha nulla a che vedere con Hackett. La chitarra perciò non è più un solistico contraltare alle tastiere, ma diventa un elemento di coloritura. Bello ma secondario. Non si registrano praticamente più assoli degni di questo nome.

Questo spiega un primo mistero: come mai Phil Collins aveva scelto come side-drummer Chester Thompson (per non parlare di Bill Bruford), dal solido stile molto simile al suo, mentre per completare la line-up viene scelto un chitarrista abbastanza anonimo come Deryl Stuermer? Semplice, non serviva nulla di meglio. Ed il nostro massacra letteralmente l’assolo di “Firth of Fifth” facendone una cosa sua, fino a recuperare ripetendo la seconda parte dell’assolo così come scritta da Hackett. Probabilmente per questo il brano non viene fatto rientrare nella scaletta di “Three Sides Live”.

Il secondo mistero risolto, per me, è il cambio definitivo di rotta. Da “..and Then There Were Three” i Genesis si orientano verso una forma-canzone più classica strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ecc., tranne qualche corposa eccezione, molto più POP, ed anche le classifiche cominciano a dargli ragione. I dischi cominciano ad andare in testa con facilità, sia gli LP che i singoli. Pur mantenendo alcune peculiarità: innanzitutto la loro grande tecnica associata ad un gusto estetico di gran livello permettono di infarcire i brani di piccoli e grandi tocchi che li riportano spesso ai fasti del loro nome.

Il concerto si apre con la suite che apriva “Duke”: “Behind The Lines”, con uno degli inizi migliori dei Genesis, una specie di “Watcher..” moderno, e “Duchess”. Segue “Dodo/Lurker”, altra mini suite. Agganciata a queste parte “Abacab”, il singolo del momento. Diversa dall’originale grazie ad un inserto strumentale molto lungo. A questo punto, dopo questa abbuffata di musica, arrivano due brani più brevi: “Me And Sarah Jane” da “Abacab” ed un altro singolo da “Duke”: “Misunderstanding”, brano un tantino monotono.

Sempre rispetto al disco la scaletta del concerto su “Wolfgang” presenta una serie di chicche imperdibili. La prima è “No Reply At All”, tentativo di brano alla Earth, Wind & Fire, incisa su Abacab proprio con la loro sezione di fiati. La versione live è invece senza fiati, con il basso in evidenza e tastiere e chitarra a sopperire. Segue l’altra assente già vista “Firth of Fifth” e “Man in the Corner”. Ancora a caccia di ricordi con “In The Cage”, dove Collins è indistinguibile da Peter Gabriel, che sfocia nella parte strumentale di “Cinema Show” e “The Colony of Slippermen” nel tripudio generale, per poi concludersi in “Afterglow”, grande brano con grandissimo finale.

Finale classico con “Dance On A Volcano”, il Drum Duel tra Collins e Thompson e la minisuite finale di “Los Endos”. Bellissimo.

Manca abbastanza inspiegabilmente, “Turn It On Again”.

 Per le vostre orecchie, questo è il link al concerto

http://www.wolfgangsvault.com/genesis/concerts/nassau-coliseum-november-29-1981.html

Buon ascolto e buon divertimento a tutti.

Levon Helm (1940 – 2012)

24 Aprile 2012 Nessun commento

 

 

 

 

 

I pulled in to Nazareth, I was feeling about half past dead.

I just need some place where I can lay my head.

“Hey Mister, can you tell me where a man might find a bed”

He just grinned, shook my hand, “No” was all he said.

 

I pick up my bag. I went looking for a place to hide

When I saw Carmen and the devil walking side by side

I said “Hey, Carmen, come on. Let’s go downtown”

She said “I got to go, but my friend can stick around”

                                                                (The Weight)

 

Discografia consigliata:

con The Band:

1968 – Music From Big Pink

1969 – The Band

1970 – Stage Fright

1974 – Before the Flood

1975 – Northern Lights, Southern Cross

1978 – The Last Waltz (anche, e soprattutto, il film di Martin Scorsese)

 

Solista:

2007 – Dirt Farmer

2009 – Electric Dirt

2011 – Ramble at the Ryman

 

 

 

 

 

Bye

 

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Concept! – pt. 3

21 Aprile 2012 2 commenti

Metà degli  anni Novanta. Arrivano le tanto agognate ferie. Società di consulenza piena di “High-Flyiers” (tranne il sottoscritto e pochi altri, dalle pretese molto più tranquille). Ferie, un classico: Stati Uniti. Bene, lo fanno tutti ed in più ho una paura molto molto consistente dell’aereo. Allora m’indirizzo per destinazioni meno lontane. Scelta unica per un patito del Rock Inglese di tutti i tempi: Londra.

Si aggregano un paio di colleghi e si parte sul finire di agosto. Città spettacolare. Come già vi ho raccontato in un altro post (“London in my heart” – febbraio 2011), la città mi entra nel cuore.

Passeggiando tra Piccadilly, Leicester Square e Soho si arriva a Shaftesbury Avenue, una delle principali “vie dei teatri” della città. Non sono un patito del Musical, ma una locandina mi colpisce, probabilmente già sbarcando all’aeroporto: “Tommy” degli Who, dal vivo allo Shaftesbury Theatre. Percorrendo la strada, un serpentone che parte da Piccadilly, si potevano incrociare i vari Lloyd Webber (c’erano tutti, da “Evita” a “Cats”, dal “Fantasma dell’Opera” a “Starlight Express”) ai vari Disney e ad una versione musicale de “I Miserabili” di Victor Hugo. Finalmente, più a nord, compare lo “Shaftesbury” sul quale campeggia la scritta “Tommy” in lettere cubitali quasi stilizzate nere su campo giallo. Mi avvicino e leggo: “opera arrangiata da Pete Townshend e George Martin”. Basta, non mi serviva altro: sono entrato nonostante i colleghi recalcitranti ed alla fine sono riuscito a convincerne uno solo. Biglietti dal costo esorbitante per la platea. Costo esorbitante per la prima galleria. Fortunatamente c’era la seconda galleria, fortunatamente prezzi abbordabili per la parte “alta”.

Così il giovedì sera puntuali ci siamo presentati a teatro, abbiamo imboccato la scala ripida che portava in cima alla galleria per trovare i nostri posti occupati da altri due italiani (almeno la litigata è stata facile). Intervento della maschera e risoluzione del problema: purtroppo per loro, avevano acquistato i biglietti da un botteghino per strada probabilmente in contemporanea con i nostri, ma trenta (30) secondi dopo di noi. Quindi loro sulle scale e noi seduti!

Finalmente mi siedo e, nonostante l’altezza, scopro che il palco è perfettamente visibile in ogni suo spazio, perciò spettacolo visivamente godibile. Speriamo nel suono. Puntuale al secondo l’inizio. Si apre il sipario è parte l’intro di “Tommy”, suonata esattamente come il disco e per qualche secondo s’intravede la band piazzata nel soppalco mentre salgono le luci in scena.

E che suono! Scintillante. Favoloso. Si sente tutto, ogni minima sfumatura (vedi post precedente sul concerto di Bersani). Pian piano si riconosce la scena: le rovine di una Londra appena bombardata. Un uomo arriva alla porta di una casa e bussa. Una donna apre e l’uomo le consegna qualcosa da mangiare: sardine, pane e mezzo litro di latte.

Ora, per me “Tommy” è stato sempre sinonimo di “angoscia”, come “The Wall”. Tutta colpa del film di Ken Russel. Per carità, bellissimo film e lo rivedrei tuttora con entusiasmo. Però lo vidi per la prima volta a undici anni, più o meno. Quei colori forti, le tematiche “torride” ed il finale decisamente cruento mi lasciarono quel senso di disagio che continuavo a portarmi dentro.

Ebbene, lo spettacolo visto a teatro è stato una rivelazione e mi ha riconciliato con l’Opera, con il film e con tutto il resto. Perchè? Semplice. Il film di Ken Russel conteneva in sè la visionarietà del grande regista. E tante estremizzazioni. Ed era inoltre permeato dell’allora dirompente e corrosiva potenza del Rock come strumento di rottura di qualsiasi schema.

Il Musical recupera la trama originaria (è il padre di Tommy, dato per morto ed invece tornato dalla guerra,  ad uccidere il nuovo compagno della moglie, e non viceversa) mantenendone però la collocazione temporale del film (fine 2^ Guerra Mondiale). Perchè? Semplice: in questo modo la maggior parte dell’Opera si svolge negli anni sessanta ed al centro del tutto viene posta la MUSICA! Il suono riprodotto dalla band dal vivo è assolutamente legato a quell’epoca come solo la mano di George Martin poteva provvedere. Così come sono assolutamente “Sixties” la scenografia ed i costumi.

Inoltre il Musical, a differenza del film, non gioca con le canzoni tagliando e cucendo qua e la. Nel film, rispetto al disco, cambia l’ordine delle canzoni, alcune s’allungano, altre s’accorciano, qualcuna subisce modifiche anche sensibili al testo. Ok, esigenze cinematografiche. La versione teatrale mantiene praticamente inalterata la scaletta ed il libretto con una grandissima eccezione: Pete Townshend scrive per l’occasione un nuovo brano, “I Believe My Own Eyes” (vi prego, cercatela su YouTube!), bellissima ed accorata ballata cantata dal padre e dalla madre di Tommy all’inizio del secondo atto, quando appare chiaro che nessuna cura potrà ridargli indietro la mente del figlio.

La trama perde tutta la parte cruenta finale, da quando la famiglia decide di fare i soldi sfruttando l’improvvisa notorietà di Tommy, via via fino all’apertura degli “Holidays Camp” ed alla distruzione ed alla morte finale dei protagonisti da cui si salva solo Tommy con la sua redenzione. Nel musical è lo stesso Tommy che spiega a quanti si rivolgono a lui nella speranza di vivere le sue stesse esperienze, di quanto sia invece fondamentale mantenere la propria individualità. Il tutto in un tripudio di telecamere accese sul palco (quelle da ”tv dei pionieri”, con triplo oculare che ruota) che ritrasmettono su televisori e monitor montati sulla scena immagini rigorosamente bianco&nero del volto del protagonista.

E alla fine non muore nessuno. I neo-adepti se ne vanno delusi e la famiglia, richiamata piano piano da  Tommy e stretta in un abbraccio via via sempre più grande e forte (su “See Me, Feel Me”), può di nuovo riunirsi e riprendere la sua vita lontana dalle luci della celebrità e dalla spersonalizzazione mediatica ma senz’altro più vera (“Listening To You”). Finalone ”tutti in scena”, ringraziamenti e saluti.

Sipario chiuso. Luci in sala. ”Tommy” nei miei occhi per sempre.

PS: “Tommy” in musical lo rividi a Roma al Sistina due o tre anni dopo quella sera. Non è per essere esterofilo a tutti i costi, ma quello di Londra era un’altra cosa: mancava di spettacolarità ed alcuni cantanti utilizzavano un inglese con forte accento romano. Inoltre l’ambientazione era più “Happy Days” che “Mood”.

News 6 – Aprile 2012

13 Aprile 2012 Nessun commento

Brevi aggiornamenti musicali dal mondo….

Piccoli Beatles Crescono

Notizia pubblicata da “PasteMagazine.com”: in un’intervista rilasciata al reporter della BBC Ian Youngs, James McCartney, figlio di Sir Paul, ha dichiarato che potrebbe formare una band con i figli degli altri tre Beatle  Jason Starkey (Ringo), Dhani Harrison (George) e Sean Lennon (John). Il progetto potrebbe rivelarsi interessante, soprattutto considerato che nessuno dei quattro ha mai “imitato” il genitore e che, grosso modo, i loro ultimi lavori, almeno quelli di Sean (“The Ghost Of A Saber Tooth Tiger”, molto delicato ed acustico) e Dhani (il trio acustico con Ben Harper e Joseph Arthur dal nome “Fistful of Mercy”) risultano molto buoni. “Per noi dovrebbe essere come suonare in famiglia” avrebbe aggiunto il piccolo Macca.

Nuovi Album

Prossimi mesi molto interessanti. Dopo cinque anni torna a pubblicare Patty Smith. “Banga” il titolo del nuovo album. Era invece dal 2007 che i fan del gruppo aspettavano il nuovo album degli Smashing Pumpkins. Uscirà il 18 giugno e si intitolerà “Oceania”. Sempre a giugno uscirà il da me tanto atteso nuovo album di The Tallest Man On Earth, al secolo Kristian Matsson. Per chi volesse prepararsi all’evento di questo cantautore “chitarra&voce” ma tanto feeling, prego procurarsi “The Wild Hunt”, già recensito qualche tempo fa su questo blog (vedi “There’s a Light…” – maggio 2010). Per finire esce il 23 aprile il nuovo album di Jack White, ex-White Stripes, da molti considerato il Futuro del Rock (invitato ed omaggiato anche dagli Stones in “Shine A Light”). Titolo: “Blunderbuss”.

Green Day: Trilogia?!?!

Sempre per la categoria “Nuove Uscite”, ma lo tengo a parte, i Green Day annunciano l’uscita non di uno, non di due nuovi dischi, ma addirittura di tre nuovi dischi. Hanno molto materiale a disposizione e trovano giusto pubblicarlo tutto. A questo punto si sono seduti intorno ad un tavolo ed hanno ragionato per ore per trovare il nome giusto dell’opera. Forse hanno interpellato qualche Guru del marketing. Alla fine, dopo nottate insonni, hanno deciso per nomi assolutamente fantasiosi:”!Uno”, “!Dos” e “!Tre”. Il tutto a partire da settembre 2012 con cadenza bimestrale.

Jim Marshall: 1923 – 2012

Per finire un ricordo, tra l’altro sollecitato da un amico. Qualche giorno fa è scomparso Jim Marshall, l’inventore dell’amplificazione rock così come da noi conosciuta oggi. Tra i suoi primi ”supporter” Jimi Handrix, Pete Townshend e Jimmy Page, i cui continui feedback con l’allora giovane Jim hanno contribuito a rendere i Marshall cassa armonica della storia del Rock. R.I.P.

Non è vero!

7 Aprile 2012 1 commento

La mia Dolce Metà sostiene che le sue “dritte” musicali non vengono da me recepite. Anzi, addirittura scansate con un che di snob. Non è vero. Allevi me l’ha fatto scoprire lei, e non è il solo. Ludovico Einaudi, altro esempio.

Ultimo caso di consiglio da parte sua riguarda un gruppo canadese, da lei conosciuto attraverso i video virali su Repubblica. Loro sono i Walk Off The Earth, e hanno raggiunto la notorietà recentemente attraverso una cover di un brano di un artista da me altrattanto sconosciuto, il belga-australiano Gotye, dal titolo “Somebody That I Used To Know”, melodrammatico pezzo sulle delusioni amorose.

Attenzione: il brano, nella sua versione originale,  ha scalato le classifiche di mezzo mondo. Uscito a luglio 2011, ha raggiunto la prima posizione in undici paesi tra i quali Gran Bretagna, Italia, Australia, Nuova Zelanda, Belgio e Olanda, la seconda in Francia e la terza negli Stati Uniti. E’ diventato disco d’oro e di platino in otto paesi, fra cui Stati Uniti (oltre un milione di copie vendute), Australia (oltre seicento mila) e Germania (oltre trecento mila). Considerato che è entrato in classifica dal Canada alla Norvegia, dal SudAfrica alla Finlandia, dall’Irlanda alla Nuova Zelanda, direi che il nostro misconosciuto artista ha piazzato un successo planetario.

Devo dire che la canzone, da me assolutamente sconosciuta fino a una settimana fa, è decisamente molto bella. Parte con un ritmo molto suadente su di una base elettronica, con la linea melodica quasi parlata, per poi aprirsi in un ritornello cantato un pò alla Sting e dalla melodia decisamente “killer”. E’ un brano di una semplicità disarmante, ma anche per questo grandissimo.

Ma come ha fatto ad entrare nelle classifiche, considerato che queste sono, soprattutto quelle dei singoli, dominate da brani dai ritmi prefabbricati e martellanti e che spesso non sono neanche firmati da veri e propri cantanti, ma da DJ? Mistero.

Ma torniamo ai nostri amici canadesi. Tempo fa su Repubblica viene pubblicato, tra i video “curiosi”, quello di cinque persone che eseguono un brano utilizzando una sola chitarra. Non lo degno di uno sguardo. Non per snobismo ma perchè fruisco di Repubblica soprattutto in ufficio e lì la Direzione ha deciso di disabilitare la visione di qualsivoglia video nascondendo “FlashPlayer” (più o meno). Quando arrivo a casa me ne dimentico.

Poi una settimana fa lo stesso gruppo di creativi produce un nuovo video dove suonano tutti strumenti di cartone. Arrivo a casa e la Mia Dolce Metà neanche mi fa cambiare e mi presenta in rapida successione entrambi i brani (ed ovviamente i video). Ed è stato un colpo di fulmine. Già il più recente, dal titolo “Small Box” è molto bello, ma la loro versione del successo di Gotye è semplicemente perfetta. In cinque intorno ad una sola chitarra, ognuno fa la sua parte, dal basso alla solista alla base ad una percussione suonata sulla cassa armonica. Le voci sono molto particolari, in particolare la voce maschile che esegue la strofa (Ryan Marshall?), molto blues e nera. Il video è stato visto 84 milioni di volte. Io per due-tre giorni non sono riuscito ad ascoltare altro.

Sempre su YouTube sono visionabili almeno una sessantina di loro video. Ad esempio c’è una versione spiritata di “From Me To You” dei Beatles dove ogni strumento viene suonato da due persone e dove il ritmo cambia continuamente, le voci si intersecano ed uno suona la tastiera con i piedi.

Hanno inciso due album: “Smooth Like A Stone On A Beach” del 2007 e “My Rock” del 2010. Sono riuscito a procurarmi una copia del primo e devo dire che si tratta di un disco che sfugge a qualsiasi definizione, caleidoscopicamente colorato. Bravi!

Bersani Live

5 Aprile 2012 Nessun commento

“Hai le mani sudate, come mai?”
“Sono emozionato!”
In sottofondo a questo scambio di battute con la mia Dolce Metà suonano le note di “Replay”. Certo, l’immagine non è granchè. Purtroppo sono fatto “strano”: sbadiglio quando sono preoccupato (immaginate l’attesa per gli esami universitari, con gli altri studenti che mi guardavano pensando fossi semplicemente annoiato), rido a crepapelle al solo minacciare di farmi il solletico (basta indirizzare  il dito verso di me, magari leggermente adunco), mi scappano le lacrime se ascolto un brano di De André o vedo un film con una complicata storia padre-figlio (figuratevi ascoltare Cristiano De André che cantava le canzoni del padre), mi si congelano le mani mentre guardo la Roma in tv, e mi sudano molto se una forte emozione mi porta le pulsazioni o la pressione oltre un certo livello.

Tutto questo per spiegare il mio stato la sera del 29 marzo all’Auditorium della Conciliazione. L’Evento: il concerto di Samuele Bersani. Biglietti acquistati due mesi prima, tanto ci tenevo.

Per me Samuele Bersani è il “cantautore perfetto”. Unisce scelte melodiche ed armoniche spesso molto originali (che pessime amplificazioni – o forse pessimi locali – non mettono nella dovuta evidenza, ma di questo ne parliamo alla fine) ad un uso della parola e del verso sfrenatamente scoppiettante. Per carità, non voglio fare confusione con Capossela, altro mio “MUST”. A Bersani manca la sua visionarietà. In ogni caso ogni suo brano è una piccola storia, in qualche caso un piccolo film d’essai, durante il quale i versi evocano immagini che emozionalmente possono colpire chiunque, tanto comune è il vissuto di cui canta, pur senza utilizzare mai luoghi comuni o rimette facili facili. Inoltre, a queste caratteristiche “tecniche”, si aggiunge anche una sua splendida capacità di essere antidivo e restare spesso, come si nota dalle interviste che rilascia, molto fedele a se stesso con umiltà, modestia ed autoironia.

Sette album in  vent’anni di carriera più due raccolte. Media album: uno quasi ogni tre anni. Perciò pubblica solo quando ha qualcosa da dire, il che normalmente è sinonimo di qualità.

Questo tour, chiamato “Psyco”, come la raccolta appena uscita ed il singolo inedito in essa contenuto, rappresentava per me l’occasione giusta per godermi uno show con tutti i suoi grandi successi.

E allora si parte alle 21.15 precise, costringendo quelli dell’ultima sigaretta ad ogni costo a precipitarsi in sala con ovvi inconvenienti per chi si era premurato di raggiungere il suo posto in orario. Il gruppo prende posto su delle piattaforme rialzate alle spalle della postazione centrale (basso, batteria e 2^ chitarra) mentre le tastiere e la chitarra principale si piazzano ai due lati del palco. Al centro una tastiera settata su “Pianoforte” (che Bersani utilizzerà solo per “Il Mostro”), il microfono ed un leggio.

Stranezza: il concerto non è preceduto dalla solita frase sul divieto di riprendere e fotografare.

Samuele entra in scena mentre sale una musica sospesa e scatta l’applauso, molto caloroso. Lui ringrazia (lo farà costantemente per tutto il concerto, anche per urletti singoli di fan sparpagliati per la sala) inchinandosi e parte l’introduzione di “Psyco”: un bel rock rotondo che racconta un disagio. Tra analisti sordomuti, logorroici e paranoici, si uniscono perdite di quota e pianti in acqua, di modo da non far notare le lacrime. Ed in mezzo agli altri è consigliabile sorridere. Poi finalmente arriva Lei, ed è un’alba in un buio cieco.

Un arpeggio di chitarra introduce “Cattiva”, canzone del 2003, che già sottolineava l’assurda deriva attuale, dove i peggiori casi di cronaca nera sono diventati show televisivi in prima serata. Il brano finisce e già dalle prime parole che Samuele scambia con il pubblico emerge la sua voglia di comunicare, con semplicità e tranquillità, come fosse una serata tra buoni amici. E allora per prima cosa si scusa perchè, essendo la prima serata del tour, forse la scaletta potrebbe non essere perfetta ed efficace come vorrebbe. Poi non può iniziare il concerto senza un ricordo, che non sarà l’unico, del suo maestro e mentore Lucio Dalla (altro applauso lungo e fragoroso). Ricorda il giorno in cui, dopo tanti “No” ricevuti da vari discografici, ricevette risposta positiva proprio da Dalla, dopo avergli fatto ascoltare, solo voce e pianoforte, “Il Mostro”. E così la fa riascoltare anche a noi.

Due canzoni da “L’Aldiquà” del 2006: “Sicuro Precariato”, sulle sensazioni di un insegnante nella scuola di oggi (e chi ha un fratello che si sbatte tutti i giorni su di una cattedra nell’indifferenza di studenti e genitori ne capisce bene il significato), con vaghe sonorità progressive sul finale, e “Occhiali Rotti” dedicata ad Enzo Baldoni e premiata nel 2007 con il “Premio Amnesty International” come miglior canzone sui Diritti Umani.

Samuele si ferma: “Arrangiare un brano è una delle parti più interessanti del lavoro di musicista. Certe canzoni che si asoltano alla radio oggi sono tutte arrangiamento. Quella che eseguo ora invece l’ho spogliata degli altri strumenti e ve la faccio ascoltare come forse avrei voluto inciderla”. Il brano è “Il Pescatore di Asterischi”. Pura magia.

“Ho fuori una raccolta, perciò dovrei fare il concerto sulle canzoni che ne fanno parte. E invece ora ne faccio una che non c’entra nulla. Certe canzoni le vai ad ascoltare qualche anno dopo e scopri di aver anticipato i tempi – come “Cattiva” – certe altre risultano datate. Ad esempio “Coppa UEFA”. La Coppa UEFA non esiste neanche più”.

Subito dopo “Una Delirante Poesia”, sempre da “L’Aldiquà”. Una ricerca di un qualcuno sempre attraverso bozzetti che richiamano immagini: “Prima di ripetere certe abitudini, togliamo ai gambi tutte le spine”, “in poche parole eccomi a sorprenderti, torni in qualità di vecchio scheletro”, “..è un racconto inedito da vivere prima di stenderlo come cemento sopra le righe, scritto sulle pagine da capo a margine, sarebbe inchiostro che non si imprime più”.

Tirata su Facebook (lo usa e gli da il contatto diretto con il pubblico) e Twitter (non lo usa, è come fare sfoggio della propria rubrica telefonica). Veloce pensiero ad un suo degno collega, forse uno dei pochi al suo livello: “Domani esce il suo nuovo album, compratelo, è veramente bello” e subito parte una delle sue canzoni più belle. “Le Mie Parole”, scritta a quattro mani con Pacifico (“le mie parole… sono mio padre e mia madre, un bacio a testa prima del sonno, un altro prima di partire”).

“16/9″ chiude la prima parte. A questo punto Samuele si rivolge alla platea e dice che loro farebbero una pausa, tra primo e secondo tempo. Ma se noi vogliamo vanno avanti senza problemi. Applausi scroscianti.

Così entra in scena un pianino e suona l’introduzione di “Un Pallone” precedendo con la richiesta di cantare con lui, altrimenti cosa c’è andato a fare a Sanremo (a proposito, Premio della Critica). Poi inizia il “Greatest Hits” che conduce verso il finale: “Spaccacuore” uno fa finta di non averla sentita mai cantare dalla Pausini, “Ferragosto” (composta con Cammariere), altro ricordo di Lucio Dalla (“abbiamo venduto un milione e trecento mila copie di questo brano”) con “Canzone”, “Senza Titoli” da “L’Oroscopo Speciale” (2000 – “le videoteche m’intristiscono, soprattutto le Blockbuster) e “Lo Scrutatore Non Votante”, sul generone dei chiacchieratori a vanvera da salotto televisivo.

A questo punto prende il leggio e scende tra il pubblico. Sale qualche gradinata. “Ci sono un paio di mie canzoni che, secondo me, vanno cantate da qua”. Poi si sitema il leggio e scopre un conoscente seduto vicino: “Ciao Alex, come stai? E tua figlia?”. E’ veramente una festa tra amici. E lui emoziona sempre di più. I due brani sono “Replay” e “Giudizi Universali”, cantati insieme al pubblico. Ancora magia.

Il finale è per “Crazy Boy”, su di un emigrato che si chiude in un museo e sogna di essere un Faraone, ed una versione hard-rock di “Chicco e Spillo”. Sul “Stai attento, frena, CIAO!” il saluto che conclude il concerto regolare.

Nessuno ci crede. Il gruppo rientra dopo pochi secondi. I bis comprendono “Freak”, dove Samuele sbaglia l’attacco della seconda strofa e a fine canzone, scusandosi con il pubblico, la ripete (“sinceramente mi da fastidio, è come quando su Facebook mi arrivano 99 commenti positivi ed uno negativo. E’ quello che ti resta dentro”).

Si finisce alla grande con una scatenata versione di “Coccodrilli”.

Veramente un bel concerto, purtroppo penalizzato non so se più dal luogo o dall’amplificazione. Forse da tutti e due. A parte la sua voce, sempre abbastanza in evidenza, anche se forse le parole non sono sempre risultate comprensibili, ad essere penalizzato è stato il suono della band. La musica di Samuele Bersani è fatta di elementi acustici che regalano sfumature imperdibili, oppure il suono più elettrico risulta sempre molto pulito e sfaccettato. Bene, si è ascoltato un concerto dove la band era accomunata in un pastone rimbombante dove la batteria risultava molto evidente mentre le due chitarre faticavano enormemente a venir fuori. La situazione migliorava leggermente quando il brano era più prettamente acustico (chitarre e/o pianoforte). Si andava migliorando, insomma, per sottrazione.

E questo è stato un vero peccato.

 

Why? – aggiornamento (sottotitolo: Ho Capito!)

5 Aprile 2012 Nessun commento

Scusate se ci ritorno (brevemente), ma qualche sera fa ho visto in tv “La Strana Coppia”, grandissimo film con Jack Lemmon e Walter Matthau del 1968 tratto dalla commedia di Neil Simon.

Guardando alcune espressioni di Jack Lemmon in quel vecchio bianco&nero ho notato una curiosa somiglianza. E allora mi si è improvvisamente fatta luce: ho cercato su Google Immagini ed ho potuto verificare che qualcuno ci aveva pensato già prima di me.

 

 

 

 

 

 

Questo spiega l’utilizzo del mio Genio in una commedia.

Ok Dave, continua così, ma dai una leggiucchiatina al copione prima, per favore.

Il Disco del Mese: “With The Beatles” (1963)

31 Marzo 2012 Nessun commento

Luglio 1963. I Beatles sono ormai stella di prima grandezza in Gran Bretagna. A marzo è uscito il loro primo album ed è stato un grandissimo successo. E’ li, in testa alla classifica già da una ventina di settimane.

L’industria discografica inglese non è avvezza ancora a questo tipo di fenomeno, però non ci vuole uno stratega commerciale per capire che se ne possono ricavare parecchi soldini. Mancano di sguardo lungo. Pensano che, se tutto andrà bene, dei Beatles non se ne sentirà più parlare in capo a due anni. Forse tre, ad essere ottimisti.

E allora telefonata a Brian Epstein e rapida convocazione in studio per incidere il secondo album. Pochi giorni prima avevano inciso un singolo, non ancora pubblicato, che avrebbe cambiato il mondo: “She Loves You”.

Per incidere il primo album i Fab Four avevano impiegato una decina di ore. Tutto in un’unica sessione grazie al repertorio rodato a dovere in anni di prove e concerti tra cantine e night club tra Liverpool ed Amburgo. Ma ora il gruppo è molto richiesto. Due tour nazionali nel primo e nel secondo trimestre dell’anno. Nei giorni di pausa si rilassano incidendo per la BBC e la Granada Television show radiofonici e televisivi. I produttori, visti gli impegni del gruppo, organizzano sedute fiume in cui registrano tre-quattro puntate in una sola giornata. Perciò si, si va in sala d’incisione, ma i tempi sono quelli che sono: il disco viene inciso nell’arco di sei-sette sedute tra il mese di luglio e quello di ottobre. Tanto problemi di repertorio non ce ne sono. Il loro canzoniere di cover è sempre molto fornito, mentre anche la “produzione propria” comincia ad essere continua e sempre di miglior livello.

Ma la diluizione dei tempi, ovviamente, non è l’unica novità dell’album, nè, altrattanto ovviamente, la più importante.

Intanto i quattro ragazzi hanno ormai familiarizzato con la sala d’incisione. Le canzoni non vengono più incise in una “take” sola (come “Twist and Shout”) o, al massimo, in tre-quattro. Cominciano ad incidere dieci versioni di ogni canzone, scegliendo le migliori e cominciando a sfruttare le tecniche (povere allora) della sala. Il lavoro comincia ad essere qualitativamente migliore, complice  George Martin che unico tra i produttori di allora, adottava la tecnica delle incisioni di Classica: potenziometri al massimo. Questo è il motivo per cui i dischi dei Beatles suonano attualissimi ancora oggi quando quelli di tutti gli altri gruppi dello stesso periodo risultano indiscutibilmente datati (provare, per credere, i primi album degli Stones o dei Kinks).

Tutto ciò permette di curare meglio l’arrangiamento dei singoli brani, pur continuando a mantenere l’assetto standard: due chitarre, basso e batteria. Ogni tanto un pianoforte o qualche percussione. E’ una questione di sfumature e di spettro sonoro. Utilizzare una chitarra con le corde in nylon per “Till There Was You” da una profondità al brano prima mai sentita.

Poi la scelta dei brani. Nel primo album il rapporto era paritario fra brani Lennon-McCartney e cover. Per “With The Beatles” il risultato è otto a sei. Viene dato spazio anche alla prima composizione di Harrison (“Don’t Bother Me”). Le cover invece sono soprattutto brani Motown e R’&’B, e due grandi classici R’n'R come “Money” e “Roll Over Beethoven”.

Infine la copertina dell’album. Per “With The Beatles” viene chiamato un fotografo di grido, Robert Freeman, che poi è diventato il fotografo preferito dei Beatles nel periodo 63-66 e tanto ha contribuito alla loro iconografia. Per studio viene utilizzato l’oscuro corridoio del Palace Court Hotel di Bournemouth e fu la loro prima copertina di studio. Tutta giocata fra luce ed ombra, venne osteggiata dalla casa discografica perchè i quattro non sorridevano. Intervenne George Martin e la foto divenne cover definitiva dell’album.

L’album si apre con uno dei grandi classici del Gruppo: “It Won’t Be Long”, schema a botta e risposta come “She Loves You”. Grande inizio per un album, tutto “yeah yeah” ed energia. Chitarre molto pulite. Quella di Lennon suona quasi Raggae, Harrison ricama. Non c’è assolo. L’incedere quasi Raggae emerge anche nella strofa di “All I’ve Got to Do” per poi aprirsi in un ritornello molto beat. Bella l’interpretazione vocale di Lennon.

Poi tocca a McCartney che sfodera la sua miglior produzione fino a quel momento: “All My Loving”. Un walking-bass porta ritmicamente il brano mentre Lennon terzina ed Harrison incide un bellissimo assolo, forse il migliore fino a quel momento. La particolarità è che mentre il basso suona una scala praticamente Jazz, la batteria va nei 4/4 canonici del Mersey Sound. L’effetto è strepitoso. Il brano diviene un “must” dei concerti del gruppo.

“Don’t Bother Me” è il primo brano inciso a firma George Harrison. Le chitarre sono leggermente compresse ed hanno un suono particolare. E’ un beat atipico rispetto alle produzioni precedenti, come lo saranno poi sempre le composizioni di Harrison. “Little Child” è ancora una composizione L&Mc, un R’n'R veloce con tanto di armonica e pianoforte alla Jerry Lee Lewis.

Arriva il secondo “miracolo” del disco: “Till There Was You”. Piccolo capolavoro di melodia. Sembra un brano di McCartney pur senza esserlo. Nonostante fosse un brano tratto da un Musical, diviene un brano Beatles a tutti gli effetti. La meraviglia sta nella voce di Paul e nell’incrocio delle due chitarre acustiche di Harrison e Lennon, in particolare nell’assolo.

Il primo lato dell’album si chiude con una colonna portante delle esibizioni del gruppo fino a quel momento, “Please Mr Postman”, uno standard di Brian Holland. Fantastiche le voci che si intrecciano e si rincorrono per tutto il brano. Primeggia Lennon. La canzone è tutta qui, l’arrangiamento elementare. Non ci credevano comunque molto, altrimenti non sarebbe finita in coda alla facciata A.

Il lato “B” si apre con un grandissimo classico del R’n'R: “Roll Over Beethoven” di Chuck Berry. Harrison fa la parte del leone, suonando la chitarra in pieno stile Berry e cantando il brano. A questo punto piccolo passo falso con un pessimo brano di McCartney: “Hold Me Tight”. Nè carne nè pesce. Sfasato. Addirittura un tantino fuori tonalità in alcuni momenti (possibile? eh si, ascoltatelo per favore).  Soprattutto nel passaggio al bridge e nel finale. Provarono ad inciderlo sul primo album ma lo fecero fuori dopo non esserne venuti a capo per tredici esecuzioni. Insomma, alla fine un riempitivo, ma prepara per la super sequenza finale.

Prima “You Really Got A Hold On Me” di Smokey Robinson. Brano molto “black”. Altra grandissima interpretazione di Lennon con McCartney ed Harrison alle armonizzazioni. Arrangiamento semplice e perfetto. “I Wanna Be Your Man”, regalata pochi giorni prima agli Stones (che ne incidono una versione rattrappita), viene lasciata a Ringo. Il brano è semplice ma incisivo e diventerà il “numero” di Ringo dal vivo. Cuce tutto un organo Hammond in sottofondo.

“Devil in Her Heart” è un brano alla “PS I Love You” o “Ask Me Why”. Anche qui, non è a loro firma, ma sembra Beatles 100%. “Not a Second Time” è il precursone di quelle ballate che troveranno poi spazio nei dischi successivi (ad esempio “Things We Said Today” o “Every Little Thing”).

L’album si chiude con il R’n'R scatenato di “Money (That’s What I Want)”, altro pezzo forte dei concerti del gruppo, eseguito qui in una versione leggermente più lenta ma non meno nervosa, con un’interpretazione di Lennon viscerale, simile a quella di “Twist and Shout”. Bello anche l’arrangiamento, soprattutto l’intro, dove sulle note del piano entrano le chitarre, il basso e la batteria, sottolineando i passaggi di accordo. Anche qui botta e risposta.

L’album viene pubblicato il 22 novembre del 1963, quando “Please Please Me” è in cima alla classifica dei dischi più venduti da trentuno settimane. “With The Beatles” va subito in testa e ci resterà per altre venti settimane. Totale: cinquantuno settimane ininterrotte. Sarà inoltre il primo album a vendere cinquecentomila copie in prevendita in Gran Bretagna ed il secondo ad arrivare ad oltre un milione complessive prima del 1965.

Ma loro hanno altro da fare: c’è il Mondo da conquistare.

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