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Archivio Marzo 2010

Alta Fedeltà

26 Marzo 2010 1 commento

Estate 2006 143Solito problema. Si avvicina il compleanno del ”nipote patito di musica” e vuoi regalargli non il solito cd, ma qualcosa di nuovo, qualcosa di interessante, qualcosa che valga la pena di essere considerato un regalo nel vero senso della parola. E di questi tempi c’è ben poco in giro. Ma qualcosa c’è.

Fleet Foxes. Gruppo americano che suona un pò The Band,  con splendide armonie vocali che omaggiano Crosby Stills Nash & Young, Simon & Garfunkel e Beach Boys. Un fondo acustico, molto american folk con echi romantici molto “british” (alla Moody Blues, per intendersi). Il disco, omonimo, non è nuovissimo. E’ della metà del  2008, anche se c’è voluto del tempo per farlo imporre. In ogni caso ascoltarlo è molto molto piacevole.

Arctic Monkeys. L’ultimo “Humbug” (il terzo della loro discografia), del 2009, non è il migliore. Ma un gruppo di ragazzini di Sheffield che tramite Internet ed una manciata di grandi canzoni rock riesce ad entrare in classifica nei Top 20 nel 2006 con il primo disco  (centomila copie vendute nella prima settimana di vendite) ed a bissarlo con un altrettanto ottimo secondo disco, meritano più di una prova di appello. In più “Humbug” è in ogni caso un tentativo di evolversi, il che in un gruppo di ragazzi che crescono non guasta. E poi il padrino dell’operazione è Josh Homme dei Queens of the Stone Age: i ragazzi dimostrano intelligenza nello scegliersi la strada da seguire.

Martin Orford. L’ex tastierista del gruppo neo-prog  IQ lascia il gruppo e compone un disco di progressive moderno, orecchiabile, divertente, mai banale, suonato e cantato benissimo. In alcuni brani alla voce c’è John Wetton. Si ascoltano atmosfere alla Genesis (più del dopo Gabriel, ovviamente) ma anche Asia e Yes. Il disco s’intitola “The Old Road” ed io sono stato inizialmente attratto semplicemente dalla copertina, un sentiero nel bosco che attraversa un antico arco, senza sapere nulla circa il contenuto. Nel disco c’è tutto (per gli amanti del genere, ma non solo): chitarre acustiche arpeggianti, chitarre elettriche che intarsiano assoli, echi di classica con pianoforte e archi, melodie rinascimentali, cantato e cori da manuale (valga come esempio la voce bassa che sostiene il ritornello della title-track).    

E, per finire, i miei preferiti del momento: Mumford & Sons. Stavolta, a differenza dei Fleet Foxes, abbiamo un gruppo inglese che suona anche molto americano. Quattro ragazzi di Londra che suonano acustico (chitarre, contrabbasso, piano, fisarmonica, banjo, dobro, batteria, ecc.) mescolando folk, bluegrass, traditional. Qualcosa a metà tra il Mississippi ed il pub irlandese. Aria di festa, divertimento, ritmo. Suoni puliti. E poi momenti più intimi. Ballate acustiche. Grande dinamicità. Motivi che ti restano in testa al primo ascolto e non ti mollano più. Voci ruvide e personali. Anche in questo caso il disco, “Sigh no More”, si pregia di una bella copertina.

Quattro dischi interessanti, che saccheggiano a piene mani da modelli già esistenti. Non inventano nulla. Non c’è la genialità di innovatori come Jimi Hendrix, Frank Zappa o, in tempi più recenti David Byrne e Talking Heads. Eppure quando qualcosa è fatta con passione e sentimento, senza buttare via nulla e senza doversi per forza incanalare nei limiti dorati (ma sempre limiti) dello show-business, il messaggio e le sensazioni che lo accompagnano arrivano e vengono apprezzati. Qualunque sia la fonte: il rock new wave come il neo-prog, il folk e il traditional come il country-rock.

Per quanto riguarda mio nipote, spero di non avergli rovinato troppo la sorpresa.P1000566

DMB – Il Concerto

20 Marzo 2010 1 commento

“Ma, esattamente, che genere è Dave Matthews Band?” mi chiede mia moglie all’uscita dal Palasport, dopo due ore e mezza di grande spettacolo.

Difficile risponderle. Soul. Funky. Rock. Rythm’n'Blues. Pop. Crossover. Passione & Anima.   

Le luci si spengono in sala e nella penombra il gruppo sale sul palco. Con calma, con estrema calma. Si piazzano ai loro posti, si guardano, parlottano. Un breve cenno d’intesa e parte “Lying in the Hands of God”, dall’ultimo LP. Con calma, ritmo quasi raggae, la voce di Dave inizia a cantare le prime note.

La sensazione è quella di avere appena preso in mano una tazza di caffè o di tè bollente mentre guardi la nevicata che fiocca fuori dalla finestra. Una sensazione di benessere diffuso, di piacere intenso, di tranquillità.

Il primo brano finisce e lui ringrazia. “Grazzi Mille”, come storpiano tutti. Poi si avvicina di nuovo al microfono e dice, timidamente, “first time”. Prima volta a Roma. Ci sono voluti quasi venti anni di carriera.

“Shake Me Like a Monkey”, il brano di apertura del nuovo disco, è il classico pezzo che vale il prezzo del concerto. Un R’n'B secco, fortemente venato di Soul, energico, con i fiati e la chitarra elettrica a creare l’intelaiatura e lui a cantare quasi in scat durante la strofa. Poi arriva il ritornello “killer”, quello che ti ammazza lì, sul posto. Quello che lo ascolti e dopo trenta secondi già lo canticchi. 

Parliamo del gruppo?  Del gruppo nuovo di zecca?

LeRoi Moore, il grande sassofonista, non c’è più, anche se la sua anima è ben presente nella sala. Insostituibile. E allora virata netta: via Butch Taylor alle tastiere, ingresso di due fiatisti (Jeff Coffin e  l’enorme Rashawn Ross – sia per stazza che per voce – che già accompagnava il gruppo da un paio d’anni) e, soprattutto, Tim Raynolds alla chitarra elettrica. Il virtuoso chitarrista che finora ha sempre seguito Dave Matthews in duo negli show “unplugged”, sfodera una classe notevole anche sull’elettrica. Un tocco molto personale.

Con tutto ciò il sound complessivo ne guadagna, a mio parere. Senza le tastiere, con una chitarra elettrica sempre ben presente e con praticamente una vera sezione di fiati il suono diventa molto più serrato e grintoso, ed anche i brani più lenti guadagnano un’elettricità prima meno evidente.

Ancora due brani dal Re GrooGrux, “Funny the Way It Is” e “Seven”, poi un salto nel passato con “Warehouse”, ancora dal nuovo disco arriva  ”Alligator Pie”. Buona la scelta di puntare molto su “GrooGrux King”, disco molto al di sopra delle ultime produzioni, almeno di “Busted Stuff” e  “Stand Up”.

I suoni sono favolosi. I componenti del gruppo eseguono un assolo dopo l’altro, grande spazio per tutti. La tromba ed il sassofono, il basso di Stephen Lessard, il violino di Boyd Tinsley, la chitarra di Ti, Raynolds. Carter Beauford dietro la batteria è una macchina instancabile. Sembra avere dieci braccia e un’odio per il 4/4. Spezza i tempi, riempie ogni spazio con piatti e rullate, scatta come una molla dopo ogni stop.

Ma, d’altronde, la DMB non è semplicemente il gruppo di Dave Matthews. Lui è sicuramente il principale frontman, ci mette la voce e compone quasi tutto il materiale. Ma poi il gruppo è assolutamente unito, e la presenza di Dave viene inglobata nell’ensemble. Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è l’assoluto “antidivismo” di Dave Matthews, sempre gentile e disponibile con il pubblico, sempre palesemente lontano dal prendersi troppo sul serio, leggero e divertente: un amico. E poi pronto a spostarsi in posizione defilata durante gli assolo dei compagni, lasciandogli totalmente la scena.

In scaletta seguono ”You Might Die Trying”, la suadente “The Maker”, l’arabeggiante “Don’t Drink the Water” e la trascinante e nuova di zecca “Why I Am”.

Un momento per rifiatare e il gruppo ci regala una delle più belle, a mio parere, canzoni d’amore che siano mai state scritte: ”Crash (Into Me). Una grande canzone giocata tutta su di un solo accordo con un contrappunto delle note basse. Meraviglia. Batte il cuore forte. Poi il basso di Stephen introduce “Crush” (da “Before this Crowded Street”) e si va verso il jazz caldo. Atmosfere quasi alla Steelye Dan. Ancora “Spaceman” dall’ultimo disco (altro ritornello killer) e poi scatta la molla di “Grey Street” (ascoltate come attacca il brano la batteria, poi capirete cosa intendo).

Si finisce con un altro classico: “Two Step”. Ma sappiamo tutti che non finisce qui, anche se le due ore sono state superate abbondantemente. A luci spente Dave torna sul palco con la sua chitarra acustica. Illuminato da poca luce blu si avvicina al microfono e dice “che la vita qualche volta è semplice, qualche volta niente affatto….” e attacca “Baby Blue”, il brano dedicato all’amico LeRoi morto l’anno prima. La canzone che Dave racconta di non riuscire mai a portare a termine per il groppo in gola che gli provoca tutte le volte che la esegue. Il brano è dolcissimo, è triste, è la perdita di un amico caro. E tutto arriva dritto dritto a noi, senza interferenze. L’applauso è caldo e coinvolgente, tutti stretti con lui.

Si finisce alla grande con “Jimy Thing”, con ancora tutti i musicisti a sfidarsi a colpi d’assolo. E la festa è totale.

“Ma, esattamente, che genere è DMB?”, mi chiede mia moglie. Per quanto mi riguarda non ho bisogno di catalogarlo. Ho passato una serata meravigliosa!

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After

5 Marzo 2010 Commenti chiusi

Esterno Notte. Freddo. Pioggia.

Pizza-a-taglio al volo e via sulla strada del Palasport. Concerto della Dave Matthews Band, prima volta a Roma. Arrivo ai piedi della collina dell’EUR sovrastata dall’impianto illuminato.

Flashback 

 Roma, estate 1981. Esterno notte. Fuori dal Palasport di Roma. L’evento: il concerto di Pino Daniele del tour di “Vai Mò”. Un mare di gente. Entriamo in 20 persone, tutti amici di mio fratello, tutti più grandi di me. Mettendole in mezzo a noi, riusciamo a far imbucare un paio di ragazze senza biglietto (sempre dell’età di mio fratello, quindi molto più grandi di me).
Dentro ci tocca il secondo anello, fronte palco. Si spengono le luci ed inizia il concerto. Non è possibile: non si riesce ad ascoltare nemmeno una nota. La voce di Pino è una fantasia tutta da immaginare. Non si distingue nulla se non un vago rimbombo confuso di cassa di batteria. Vicino a noi gente sconfortata. Qualcuno tenta di scendere, ma è tutto esaurito. Nulla da fare.
Peccato, ed io che ero venuto con l’intenzione di assaporare nota per nota quello che, in quel momento, era il miglior gruppo italiano: Pino con De Piscopo, Toni Esposito, James Senese, Rino Zurzolo ed altri. Che occasione sprecata.

Stacco.

1998. Stesso luogo, stessa ora. Fabrizio De Andrè ed il tour di “Anime Salve”. Non ero più tornato al Palasport da allora se non per accompagnare una mia fidanzata a vedere gli Spandau Ballet. Di quelle cose che si fanno a vent’anni. 

A proposito, a volte ritornano. In questo caso, fortunatamente, ai primi di marzo solo gli Spandau.

Stavolta non mi faccio fregare. Primo anello, appena al fianco della tribuna dei giornalisti e V.I.P., prima fila sopra il parterre. Inizia il concerto. Fabrizio inizia a cantare i primi versi di “Princesa” da solo, e tutto è magia. Poi quattro note di fisarmonica e partono basso e batteria all’unisono. Il rimbombo c’è e disturba. Fortunatamente però la musica del Maestro è interpretata soprattutto da strumenti acustici, e questo permette minori distorsioni ed una maggiore godibilità.

Ricordo però i ragazzi su al secondo anello ad urlare il loro scontento per un audio di pessima qualità, e Fabrizio a rispondergli che i suoi tecnici erano fra i migliori sulla piazza e che avevano fatto sforzi sovrumani per far uscire un suono decente da quel posto.

Stacco.

Piove forte e quell’ultimo tratto di strada dal laghetto al semaforo (unico posto dove passare evitando le macchine che sfrecciano tipo Gran Premio) viene fatto insieme ad altri cento ragazzi, di cui molti stranieri. Parecchi parlano in inglese. Mi fermo.

Flashback

Maggio 2007. Londra. Con mia moglie durante l’inverno eravamo alla ricerca di un luogo dove passare un weekend, magari lungo. Meta ideale: Barcellona, senza rivali. Ma scopro (sarà stato novembre) che DMB fa un breve tour europeo di cinque/sei date, di cui una a Londra. Cambio immediato di rotta. Nel giro di poche ore prenoto biglietti del concerto, aereo ed hotel (non ricordo bene in quale ordine).

Scendiamo dalla metro a Wembley, lo stadio ricostruitro (bellissimo) da una parte, la Wembley Arena dall’altra. Entriamo in una specie di hangar di cemento dal soffitto altissimo. Impossibile che in un posto del genere possa uscire qualcosa di buono. Posti molto laterali e lontani dal palco. Il gruppo sale sul palco e, sorpresa, niente niente male. Gli strumenti si distinguono perfettamente, forse la voce un pò in secondo piano. Alla fine del secondo brano Dave ringrazia il pubblico e si scusa per essere giù di voce. Tutto torna.

Inoltre l’Arena è un posto organizzato straordinariamente: posti di ristoro interni ogni dieci metri, ragazzi che distribuiscono birra con “pistoloni”  collegati a zaini caricati sulle loro spalle, il tutto a prezzi accessibili, e alla fine le pareti laterali letteralmente sollevate per far uscire tutti nel minor tempo possibile. Inoltre, durante tutto il concerto, gli steward, molto gentili ma inflessibili, impediscono a chiunque di fumare: un vero Paradiso.

Sogno finito

Mi risveglio nell’aria umidiccia e stantia all’interno del Palasport. Due posti di ristoro in tutto e a prezzi stratosferici. Entriamo nella sala e scopriamo che la sottile foschia che avvolge un pò tutto altri non è che un misto fra fumo di migliaia di sigarette accese ed umidità. E così continua per tutta la serata.

I posti sono niente male. Non centralissimi, però in basso. Inizia il concerto e niente da fare: tutto impastato. Da grande conoscitore del repertorio ho praticamente immaginato tutto: linee melodiche, assoli, il suono della chitarra acustica di Dave. Tutto coperto da basso e cassa abbondantemente rimbombanti. I fiati hanno dovuto fare il massimo per essere ascoltati. Non potevo crederci. Inizialmente ho sperato che fosse un problema momentaneo. Poi, via via che la scaletta andava avanti, ho perso ogni speranza.

Mi alzo e mi sposto verso il centro. E la situazione migliora molto. Poi mia moglie decide di andare a prendersi una boccata d’aria (troppo fumo!!!!). Torna dopo due minuti e mi trascina fuori “Vieni a sentire, vieni a sentire!!!!”. Incredibile: appena fuori dalle porte antipanico, nel corridoio stretto e con il soffitto basso che gira intorno agli ingressi alla sala, un suono da CD!!!!

Il Palasport di Roma è come un grande enorme uovo di Pasqua, di quelli comprati al supermercato: speri sempre nella sorpresa che c’è dentro, ma poi sempre roba Made in China trovi.

Sempre parlando del “suono” che ti offre e delle modalità per goderne. A breve invece il post sul concerto: STRA-TOS-FE-RI-CO!!!!!!!!!IMAG0040

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