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Archivio Aprile 2010

Route 66

27 Aprile 2010 1 commento

panorama20da20acerenza20basilicatadiga_di_senise_BasilicataCambio argomento: cinema.
Non per nulla, ma venerdì sera ho visto un piccolo gioiello di film: “Basilicata Coast to Coast” di Rocco Papaleo. Ben girato, divertente, positivo, emozionante per tanti aspetti, pieno di bella musica d’Autore.

Un gruppo “sgarrupato” di musicisti affronta un viaggio da Maratea, sulla costa tirrenica, alla costa jonica per partecipare ad un importante festival musicale. La grande idea è trasferirsi a piedi in dieci giorni per coprire un percorso che in macchina richiederrebbe non più di un’ora, un’ora e venti. Il tutto seguito da un’inizialmente poco motivata  giornalista di una piccola televisione locale per documentare l’avventura.

Senza dilungarsi sulle particolarità dei singoli personaggi, molto ben disegnati e caratterizzati, da profano di cinema posso però provare a raccontare i diversi piani di lettura che mi hanno colpito.

Prima di tutto il film è un grande atto d’amore verso la propria terra da parte del regista. La Basilicata è raccontata per immagini di una bellezza che spesso lascia senza fiato, con panorami di mare e di montagna come solo da quelle parti si trovano. Ci sono inquadrature vertiginose di picchi e valli, ambienti incontaminati, paesaggi da film western, piccole cittadine arroccate. Il verde domina su tutto.

E’ molto bello, direi emozionante, l’affetto che traspare quando si sofferma sulla sua gente. Infatti la storia si dipana anche attraverso brevi bozzetti riguardanti l’incontro con gli uomini e le donne di questa terra. Valga per tutti l’ospitalità ricevuta dal gruppo sorpreso dalla pioggia da parte di un anziano contadino.

L’utilizzo del tempo è il secondo aspetto su cui il film fa riflettere. Corriamo troppo, questo è ovvio. Esiste un’altra possibilità di “gestione” del proprio tempo per vivere in maniera più armonica e soddisfacente la propria vita. Un modo in cui potersi soffermare sulle cose importanti e profonde. Sugli obiettivi che forse non ci faranno ricchi o ci faranno fare carriera, ma attraverso i quali potremo guadagnare qualcosa di molto più importante in termini di pienezza della vita.

Nel film esiste poi un personaggio che non parla, ma si esprime con gli occhi, lo sguardo, l’aria ironica, preoccupata o spaventata. Il silenzio. Ed ogni attività a lui collegata si esprime silenziosa e tranquilla. Il suono del suo strumento, il contrabbasso, riempie quei silenzi di tempo e ritmo. Di movimento e di attenzione. Tutto contro questi tempi in cui è tutto urlato. Mai come in questo caso, non serve dire altro.

Dopo l’amore per la mia compagna, i miei figli e familiari in genere, l’amicizia è il sentimento cui tengo di più. Il film ne è un vero inno. I quattro amici sono legati in maniera molto stretta, e grazie a questo superano tutte le difficoltà. Si scontrano e si incontrano di nuovo, e ognuno, grazie agli altri, supera problemi di carattere o difficoltà di altro genere.

Per finire, la musica! Nel film vengono suonate quattro-cinque canzoni divertenti, intelligenti, tra il cabarettistico e la canzone d’Autore. Estremamente gradevoli anche musicalmente. Fantastica quella sul “Pane e frittata della mamma”.

Per questi motivi il film mi è sembrato, come dicevo all’inizio, un piccolo gioiello e non nascondo di aver provato un certo fastidio nell’ascoltare alcuni commenti piuttosto antipatici da parte di alcune persone mentre uscivamo dal cinema. Poi ci ho pensato su e mi sono consolato pensando che solo la superficialità delle persone (o almeno di quelle persone) non gli ha permesso di goderne appieno.

Nel mio caso l’ho trovato rinfrancante e tonificante.

Un massaggio per il cervello.

Ramblers

24 Aprile 2010 Commenti chiusi

Estate 2006 163Estate 2006 111C’è un gruppo da noi che lavora da anni, percorre in lungo e in largo la penisola, compone e incide dischi molto buoni, il tutto con un gran seguito costruito giorno per giorno senza pubblicità, senza promozione di alcun genere, senza passaggi televisivi e sanremesi e altre marchette varie. Solo tanti tanti concerti.
Un gruppo che ha cambiato organico molte volte dal primo disco e senza perderci (o perdendoci poco) in qualità.

I Modena City Ramblers sono una delle più belle realtà della nostra musica. Qual’è il loro segreto? A mio parere una vena cantautorale estremamente ispirata unita a suoni diversi dai soliti affondati nell’etnico e nel tradizionale, il tutto sorretto da una grande energia espressa nelle loro performance live.

a) i testi

 MCR hanno il pregio della sincerità. Credono veramente in quello che cantano, e questo aiuta a trasmettere il flusso delle emozioni verso il pubblico. Hanno iniziato raccontando le storie della nostra tradizione, passata e più recente. Rischiando di essere fuori moda: chi è più interessato oggi a sapere qualcosa delle lotte operaie dei primi anni del secolo oppure della rivoluzione studentesca del 1968, vista anzi oggi non come un movimento mondiale ma come l’origine di tutti i mali moderni della nostra società.

Per non parlare della Resistenza. MCR raccontano del comandante Diavolo, della strage di Bettola, intonano “Bella Ciao” come un inno, le dedicano un intero disco (“Appunti Partigiani”). Una volta c’erano i nonni e i genitori che mantenevano la memoria. Oggi non ci sono più e MCR ci provano in tutti modi, soprattutto contro l’infamia più grande in questo momento (tra le tante): ovvero farci credere che si sia trattato di un momento nebuloso, fosco e indistinto della nostra storia, quando invece quello che è accaduto è stato assolutamente chiaro ed evidente. E a tutt’oggi resta uno dei pilastri su cui è stata fondata la nostra nazione.

O, ancora, l’omaggio ad Enrico Berlinguer ed al giorno del suo funerale visto dal doppio punto di vista per così dire “istituzionale” – la cerimonia in sè – e popolare, nel viaggio degli scalcinati componenti di una sezione sperduta del Pci venuti a Roma. Ed in realtà il doppio piano funziona come un film, nel racconto e nelle emozioni. Si vedono le bandiere sventolare e si colgono gli occhi lucidi della gente commossa.

Poi hanno iniziato ad allargare il  loro orizzonte. Hanno narrato delle ferite aperte del nostro Sud raccontando della Banda del Sogno Interrotto di Palermo e poi delle lotte di Peppino Impastato. Poi di tutti i Sud del mondo: Africa e America Latina in particolare. E sono tra le loro canzoni più sofferte: Remedios la Bella, Il Ballo di Aureliano, Cent’anni di Solitudine, Paddy Garcia. Questi sono solo alcuni dei titoli delle canzoni di “Terra e Libertà”, uno dei loro dischi migliori, raccontato anche dalle voci di Paco Ignazio Taibo II e da Luis Sepulveda.

Persino il mito del Che, dove anche il Maestro Guccini è caduto nella trappola della retorica, rivive in loro nei suoi anni di formazione e nella sua storia attraverso la lettura delle pagine dei “Diari della Motocicletta” (parecchio prima che uscisse il film) in “Transamerika”.

Per finire gli omaggi ai loro modelli di diretta ispirazione: “Il Testamento di Tito” e “La Guerra di Piero” da De Andrè, “La Locomotiva” e “Auschwitz” da Guccini, fino a “Viva l’Italia” di De Gregori. Poi le collaborazioni con i compagni di strada: Casa del Vento, i fratelli Severini, Piero Pelù ed altre più singolari quali Paolo Rossi e Moni Ovadia.

b) la musica

 Parliamo di un caleidoscopio senza eguali dalle nostre parti. MCR si sono forgiati sulle strade della loro terra di origine e di quella di adozione (l’Irlanda). Hanno assorbito lo spirito e l’umore, il divertimento e le lacrime di quella terra. I fumi dei pub e la schiuma della birra. La pioggia che bagna ogni cosa e il vento delle scogliere di Moher. Il verde e l’azzurro a perdita d’occhio.

I suoni del primo disco, dal titolo quanto mai azzeccato (“Riportando tutto a casa”), riprendevano le musiche popolari irlandesi introducendole nel tessuto delle loro canzoni originali, sviluppando aperture strumentali sulle quali risultava impossibile restare fermi. L’utilizzo di strumenti perlopiù acustici rendeva ancora più godibile il suono complessivo.

Così come per le storie, anche il suono si è evoluto accompagnandoli nel viaggio alla scoperta del mondo. E così ecco echi di Tex-Mex, di musica popolare andina, i canti di protesta delle campagne del reggiano, rumbe e suoni del deserto del Sahara, ma anche richiami dai balcani e dall’Asia, senza disdegnare tammorra e tarantella.

Nel tempo si sono presi anche il gusto di reinterpretare in maniera sempre molto personale stili di musica più “classici”: il rock di “Cent’anni di solitudine”, come il blues alla modenese dei “Delinqueint ed Modna”, come esperimenti dub per “Ramblers Dub”.

 Ma i loro brani migliori restano le ballate, quelle dense, di grande respiro, dove ogni parola pesa in tutto il suo significato, cariche di emozione, vibranti. Ti parlano di cose importanti, ti trasmettono la gioia ed il dramma che si vivono in ogni vita, in ogni parte del mondo senza tempo e senza età. Dalla Signora dei Vicoli Scuri a Remedios la Bella, dalla Contessa a Ebano, da Donna Francisca a Suad, da Lilli a Vanya. Poi NinnaNanna e tutti a letto sereni e fiduciosi.

c) i concerti

Infine la loro dimensione ideale: il concerto! Energia che sprizza da tutti i pori e piedi che non riescono a stare fermi. Li ho visti tre volte ed è sempre stata una grande festa. Corpi che saltano, canti in coro e pugni levati come non se ne vedono più da nessuna parte. Finchè c’è stato Cisco è stato una grande (in tutti i sensi) presenza scenica al centro del palco, oltre ad una grande voce.

Spettacoli spogli, con poche luci e senza alcuna scenografia nè alcuna cura del palco (al contrario dei Subsonica, tanto per citare un gran gruppo loro contemporaneo), perchè lo spettacolo sono loro e basta. Le loro canzoni e le loro storie. E noi tutti lì, con il naso all’insù a sentircele raccontare come davanti allo schermo di un film sul quale scorrono fotogrammi di memoria e di vita vissuta.

Ed ogni volta uscire e sentire anche di essere cambiati. Come dopo aver parlato con un fratello più grande.

Per concludere, come avrete capito, nutro per loro un grande, grandissimo affetto. Li considero tra i miei amici migliori e mi accompagnano da parecchio. Per chi volesse iniziare ora ad ascoltarli non saprei che disco consigliare. Non c’è nulla da fare, è come con Capossela, occorre averli tutti.

Per chi volesse invece un brano-summa del loro essere, consiglio “Celtica Pachanka” contenuto nell’album “Fuori Campo”. In un unico brano, sulle note trascinanti di una giga irlandese, si passa dalle scogliere di Moher all’atmosfera fummosa dei pub, dai sentieri dell’Appennino al fianco dei Partigiani ai campi di grano negli Stati Uniti con Woody Guthrie ai mercati poveri dell’America Latina.

That’s Funny…..

2 Aprile 2010 Commenti chiusi

lebowIn questo periodo la cosa che musicalmente mi sta divertendo di più è la spassosissima cover band degli Hayseed Dixie. Attenzione, forse il termine “cover band” è riduttivo.

In realtà si tratta di un gruppo che esegue anche del materiale originale e che suona sostanzialmente country e bluegrass. Sono in attività dal 2000 ed hanno inciso otto dischi. Fisicamente sembrano tutti dei replicanti di Walter Sobchak (il personaggio grande e grosso interpretato da John Goodman ne “Il Grande Lebowski” dei fratelli Coen).

Ma la loro particolarità è che sono specialisti nel rivisitare il Rock e l’Hard Rock a modo loro, sfruttando le potenzialità della loro musica acustica. E quindi cover di Ac/Dc (di cui il loro nome è una palese storpiatura): Highway to Hell, Hell’s Bells, TNT, e il classicissimo “You Shook Me All Night Long”. Dei Led Zeppelin interpretano ”Whole Lotta Love”, dei Queen “Fat Bottomed Girls”, “Walk this Way” degli Aerosmith e “Centerfold” della J. Geils Band.

Per non parlare dei Kiss: “Love Gun”, “Christine Sixteen”, “Calling Dr. Love”, “Rock’n'Roll All Night” e “Detroit Rock City” tra le tante, insomma quelle più “caciarone”.

La cosa divertente è che, pur nell’impianto classico “bluegrass”, le canzoni mantengono lo stesso arrangiamento, con tanto di assoli di chitarra e quant’altro. Tanto che loro hanno ribatezzato il genere “Rockgrass”.

Insomma, se vi capita, ascoltateli in tutta rilassatezza.

E, per concludere, Buona Pasqua a tutti

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