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Archivio Ottobre 2010

Due ore davanti alla TV

29 Ottobre 2010 Commenti chiusi

anniruggentimateraScusate se esco dal seminato, però il livello di sopportazione comincia ad andare sempre più costantemente verso il “rosso”. Qualcosa vorrei dire anch’io, e forse lo farò più spesso.

Ieri sera, giovedì 28 ottobre 2010, ho passato due ore davanti alla televisione.

Annozero, protagonisti i rifiuti e Bertolaso (in ordine di importanza). “Uomo di Gomma” comincia a rispondere su tutto quello che ha fatto e su quanto ancora si farà, sulle difficoltà oggettive incontrate sempre e, soprattutto, sul suo essere bipartisan avendo lavorato con tutti e due gli schieramenti politici al Governo. Nessuno affonda particolarmente nei suoi confronti, ma per 90 minuti di trasmissione viene fuori di tutto, dalle magagne del termovalorizzatore di Acerra (crepe, mancati collaudi, emissioni e veleni vari) ai fondi non utilizzati, dal disastro del Parco Nazionale del Vesuvio alle modalità virtuose di altri Comuni grandissimi (San Francisco), medi (Bolzano) e piccoli (Capannori).

Dopo la pubblicità tocca a Travaglio e fa un intervento, sotto forma di lettera, in cui chiede conto al nostro su dove si trovasse nel momento in cui sono state prese tutte le decisioni propagandistiche (“sistemiamo tutto in dieci giorni”), visto che bene o male si occupa di questa emergenza dal 2006 ad oggi, anche se con qualche breve intervallo.

Tutte le promesse mancate: la differenziata, la risoluzione di tutti i problemi, la truffa di Acerra. I suoi superpoteri, la violazione delle Direttive Comunitarie. Le inchieste sullo sversamento dei rifiuti nelle discariche illegali. E poi le decisioni peggiori e vergognose: la militarizzazione delle discariche, la deroga sulle norme nazionali ed europee circa la possibilità di sversare in discarica materiali che non vi potrebbero essere buttati. Insomma sostanzialmente gli dice che, oltre ad essere un marziano arrivato or ora dallo spazio, è un incompetente.  

A questo punto mi aspetto uno scatto d’orgoglio, ma “Uomo di Gomma”, fedele alla sua linea, con la massima tranquillità continua ad elencare tutte le sue “medaglie”, lui non è Satana andato a distruggere la Campania, ma i fatti (i FATTI!!!) stanno li a parlare.  Tra cui anche il merito di aver riportato la calma (mi sembra siano state queste le sue parole, più o meno), grazie al suo intervento, a Terzigno e zone limitrofe.

Finalmente a questo punto prende la parola un uomo (proprio così, l’uomo comune) in diretta dalla piazza e gliele canta di santa ragione. Primo: loro non sono violenti, la situazione è calma perchè da alcuni giorni non si scarica più. Secondo: nella cava è stato gettato di tutto con tutti i rischi connessi. Terzo e conclusivo: non vogliono parlare con un uomo delle Istituzioni fallito e gli ricorda La Maddalena, L’Aquila e la situazione rifiuti, con tutte le inchieste aperte. E loro rivogliono solo il loro territorio.

E qui la risposta di Bertolaso lascia di stucco. Prima di tutto si sente aggredito (mentre la gente esasperata dai veleni che respira non conta) e, soprattutto dice una cosa senza senso: se il governo Berlusconi ha avuto successo nella gestione del terremoto a L’Aquila e nell’emergenza della gestione dei rifiuti a Napoli non è colpa sua, se la prendessero con quelli che non sono stati capaci di fare altrettanto da loro!

Il giornalista di Repubblica Caporale da una definizione perfetta del nostro Capo della Protezione Civile: è la rappresentazione dell’apparenza, ciò che appare ma non è. 

E’ il capro espiatorio perfetto per fare da parafulmine per buona parte dei problemi insostenibili del nostro Paese. 

Qualche minuto prima avevamo ascoltato dalla viva voce di Berlusconi una non smentita del nuovo scandalo sulla sua condotta da irreprensibile Cristiano e Uomo di Stato. In particolare sul fatto della telefonata per scagionare la ragazza poco prima arrestata dalla Polizia. E anche qui la risposta ha dell’incredibile: “Sono una persona di cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ne ha bisogno”.

C’è un film bellissimo del 1962 intitolato “Gli Anni Ruggenti” con un Nino Manfredi strepitoso. Ambientato durante il fascismo, racconta di un assicuratore che si reca in un paesino dell’entroterra lucano per fare qualche polizza. Nel frattempo tra le autorità locali, tutte con piccoli e grandi scheletri nell’armadio, gira voce dell’arrivo di un gerarca in missione ispettiva in incognito. Il film è una divertentissima commedia degli equivoci dove  Manfredi/Omero Battifiori viene trattato con ogni deferenza mentre tutti si danno da fare per mettere su uno spettacolo di ordine, benessere ed efficienza fascista ben lontano dalla realtà locale di suprusi e furti a danno dei meno fortunati. Ed il protagonista capisce tutto il gioco nel momento in cui, insieme ad medico antifascista va a visitare i miserabili che vivono nei Sassi.

A questo punto, complice anche l’aver alzato il gomito sconvolto per la delusione e la presa di coscienza, torna nella casa del podestà, dove si festeggia il suo fidanzamento con la figlia dello stesso e, in una scena memorabile, mette in piazza tutti i panni sporchi di cui è venuto a conoscenza.

E dice una battuta agli astanti preoccupatissimi che  calza benissimo sulla frase riportata sopra del nostro Presidente del Consiglio: “Siete preoccupati? Ma se vi volete preoccupare veramente, giù ai Sassi ne avete per una vita intera”. Ecco, con tutti i disoccupati, i precari, i pensionati che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, con i nuovi poveri, con gli indifesi, con gli emarginati che abbiamo, se ha veramente questo gran cuore, se veramente vuole, in Italia ne ha da aiutare.

PS: ovviamente della Protezione Civile fanno parte centinaia e centinaia di persone, molto spesso volontarie, che compiono il loro dovere (e spesso anche di più) nelle situazioni più difficili.

Stephen King

26 Ottobre 2010 3 commenti

ITThe domeHo letto parecchio di Stephen King. Anzi, c’è stato un periodo della mia vita in cui leggevo quasi solo lui. Fino a “Il Miglio Verde” non me ne perdevo uno. Correvo in libreria il giorno d’uscita. Ci tenevo ad essere uno dei primi ad averlo.

La Grande Passione ha avuto inizio con “It”. Prima avevo sempre identificato Stephen King con l’horror, per intendersi con il Dario Argento del periodo “Suspiria” e successivi, con l’horror paranormale ed abbastanza splatter da rendermelo odioso.

Poi il solito amico con il quale si leggeva “in comune” mi affida una copia del monumentale “It” e mi invita con toni entusiastici a leggerlo. Ed io, che al tempo avevo parecchio tempo a disposizione, cominciai e pian piano ne fui affascinato, irretito, ammaliato.

Insomma, per qualche giorno misi da parte i libri di scuola e mi ci dedicai completamente. Media di un centinaio di pagine al giorno ed in paio di settimane il gioco era fatto.

Un grande libro sulla difficoltà di crescere e di quanto possano essere eroiche delle scelte fatte dai bambini nel mare grosso di questo mondo incasinato organizzatogli dagli adulti. It, il Mostro, e’ tutto questo e molto di più, e quando i protagonisti tornano da grandi ad affrontarlo di nuovo, scoprono di essersi portati con loro le stesse paure che sembravano convinti di aver superato. Tanto te le porti sempre con te. Tanto che qualcuno di loro scopre di non farcela ad affrontarlo nuovamente e preferisce una scelta drastico e definitiva.

Poi tutti gli altri. “L’Ombra dello Scorpione”, con le prime trecento pagine, serrate come le mandibole di un dobermann, a raccontare un’Apocalisse plausibile, la fine del mondo come lo conosciamo a causa di un banale scherzo del destino, di un errore umano non irrilevante. “Shining”, ben diverso dal capolavoro di Kubrick, incentrato non sulla possessione del protagonista da parte delle presenze inquietanti dell’albergo sperduto sulle montagne del Colorado, ma su di una possessione ben più ordinaria: quella dall’alcool.

Poi tutti gli altri: da “Misery” a “Cose Preziose”, da “La Metà Oscura” allo spettacolare “Tommyknockers”. La cosa che mi ha sempre intrigato di più di King, e per la quale ho sempre tentato di difenderlo difronte ai miei conoscenti che lo bollavano quale “Horror” e basta, è l’orrore si, ma contenuto nel quotidiano. E’ il dare sfogo alle proprie paure quotidiane per cercare di liberarsene. Oggetti o animali (“Christine, la Macchina Infernale” o “Cujo”) che siano.

E poi che meraviglia i libri di racconti, oppure la digressione nel fantasy (“Gli Occhi del Drago”) e, last but not least, “Mucchio d’Ossa”, un’atipica ma bellissima e straziante storia d’amore. Per non parlare dei film per la TV tratti dai suoi libri più importanti, roba da sei, sette, otto puntate, senza lesinare e dimenticare nulla del libro.

 Poi un periodo abbastanza lungo di appannamento, immagino anche a seguito dell’incidente da lui subito sul finire dei novanta: “L’Acchiappasogni”, “La Bambina che Amava Tom Gordon”, “Buick 8″, “Cell”, “Desperation”. Insomma niente di nuovo e niente di particolarmente emozionante.

O forse sono stato io a perdere la sintonia. Cresciuto, cambiato, obbligato ad affrontare le mie paure e sorpreso di riuscire a superarle.

Così qualche giorno fa, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovato tra le mani una copia di “The Dome”, il romanzo pubblicato da King nel 2009. Ad una prima letta volante della terza di copertina non mi sembrava neanche un’idea molto originale: la piccola città prigioniera di una cupola, più o meno la trama di “I Simpson, il Film”.

Forse attratto dalla corposità del libro (oltre 700 pagine) e trovandomi soprattutto momentaneamente a mani vuote, me lo sono portato appresso per tutta la libreria. Ho incrociato un tizio che obbligava la compagna ad andarsene, sostenendo che l’atmosfera delle librerie lo incupiva ed invitandola perciò a non perdere tempo. Per reazione sono rimasto ancora, prendendo tre-quattro libri e quando sono arrivato alla cassa “The Dome” era in fondo alla pila.

Ho iniziato a leggerlo e nel giro di pochi giorni sono arrivato a pagina trecento. Perchè?

Primo: come in tanti romanzi di Stephen King tre pagine e sei già nel cuore della storia, avvolto in essa. Percepisci l’aria che smette di circolare in questa piccola cittadina del Maine che viene chiusa da una cupola impenetrabile. Con lo scorrere delle pagine ti monta l’angoscia all’impossibilità della fuga e più di una volta ho chiuso gli occhi ed ho pensato che la realtà fuori dalla mia finestra era ben diversa, quindi calma, un bel respiro e vai avanti.

 Secondo: la trama è costruita come un meccanismo d’orologio svizzero. Cosa può accadere in una piccola e pacifica cittadina rurale del Maine posta in una situazione d’emergenza? Cosa può succedere se l’impenetrabilità è totale e dentro, nonostante ci si trovi in uno dei paesi più avanzati del mondo, nel giro di pochi giorni diventa un tutti contro tutti, o meglio un buoni contro cattivi? Sembra “Il Signore delle Mosche” ai giorni nostri.

Terzo: i personaggi sono disegnati in profondità con grande spessore. I Buoni hanno tutti una debolezza (hanno un figlio malato o dipendono da un qualche farmaco) o vengono a trovarsi senza guida (l’assistente medico cui muore il primario e tutto l’ospedale viene a trovarsi poggiato sulle sue esili pur se volenterose spalle), il che li rende enormemente vulnerabili. I Cattivi sono veramente cattivi o, peggio ancora, stupidi, il che in una situazione d’emergenza non è la miglior cosa. Ad esempio il Capo della Polizia viene convinto dal Cattivo Supremo ad arruolare forze fresche di polizia per evitare problemi. E gli fa assumere il figlio e la sua banda di amici sciamannati. Ed il peggio è che il figlio è anche psicopatico.

Ed hanno vizi e deviazioni veramente raggelanti.

Quarto: il Destino gioca brutti scherzi. Le prime cinquanta pagine, in maniera molto serrata, raccontano di eventi assurdi o puramente fortuiti che lasciano la città completamente aperta al primo dittatore di passaggio (il Cattivo Supremo).

E’ un continuo rimando a situazioni attuali. Ci si legge dentro l’odio per la guerra, per qualsiasi forma di governo autoritario, per le Istituzioni sempre più slegate dal tessuto sociale.

Sono presenti tutti i vizi dei nostri tempi: il razzismo, l’odio per il diverso, la diseguaglianza tra chi sta meglio e chi sta peggio, l’ipocrisia di chi si trova in posizione di dominio e la loro refrattarietà all’essere giudicati, l’allergia verso la corretta diffusione delle notizie, lo sfacelo economico ed ambientale. E, per finire, l’abbattimento di chi non la pensa come il Potere (economico e politico) con mezzi non leciti, lontani mille miglia dal corretto scambio di idee e dal confronto tra posizioni anche lontane.

Vi ricorda qualcosa?

 

 

Il disco del mese: “East Side Story” (1981)

15 Ottobre 2010 Commenti chiusi

P1000622eastL’aver ascoltato i Beatles fin da piccolo mi ha reso sensibile ad un suono e ad uno spirito che cerco costantemente in tutta la musica che ascolto. Certo ne ascolto molta e riesco a trovare qualcosa di entusiasmante in tutti i generi, dall’heavy metal al country, dal blues al punk.

Però la vibrazione che percepisco in alcuni casi è talmente forte ed evidente da trasformarsi in emozione anche dall’ascolto di poche battute. E’, ripeto, quel suono e quello spirito.

Gli Squeeze rappresentano perfettamente questo aspetto. Gruppo formato sul finire degli anni settanta nei dintorni di Londra non ha mai sfondato nelle classifiche inglesi ed americane (figurarsi da noi). Qualche singolo nella Top Ten, qualche album nei primi venti in UK e nei primi 50 negli USA. Gruppo passato attraverso varie reunion. Almeno tre di cui l’ultima ha prodotto un curioso album di nuove incisioni di vecchi brani con lo spirito del “Scopri la differenza”, uscito ad agosto. 

Sembrerebbe un gruppo come tanti altri eppure non è così.

I due leader, Glenn Tilbrook e Chris Difford, chitarristi e cantanti, sono a mio parere due tra gli eredi più accreditati di Lennon&McCartney. Forse i migliori insieme a Colin Moulding e Andy Partridge degli XTC (stessa vibrazione nel mio animo).

Negli Squeeze, accanto ai due leader, passano nel corso degli anni altri musicisti importanti della scena New Wave inglese, su tutti Paul Carrack e Jools Holland.

Altra caratteristica del gruppo è sempre stata quella di unire ad una tecnica di scrittura preziosa, una tecnica strumentale di ottimo livello. Inoltre le voci di Tilbrook e Difford, così diverse, si sposano perfettamente nell’alternarsi tra voce principale e controcanto, con l’aiuto del resto dei componenti della squadra.

Nei primi anni di attività il gruppo produce un’interessante sequenza di album (“Squeeze”, “Cool for Cats” e “Argybargy”) culminanti proprio  in “East Side Story”. Segue poi un periodo di appannamento tra il 1982 e il 1986 con album meno memorabili, per poi inanellare un trittico finale con “Babylon and On” (1987), il grandioso “Frank” (1989) ed il live “A Round and A Bout” del 1990. Poi qualcosa di stanco nei novanta, cui seguono dieci anni di silenzio fino al già citato “Spot the Difference” che sembra preludere addirittura ad un nuovo tour.

“East Side Story” gode della produzione di Elvis Costello ed in un brano di Dave Edmunds, icone del Rock e del movimento New Wave dell’epoca (Costello si difende bene ancora oggi).

E’ un disco semplicemente fantastico. Gli Squeeze lasciano lo slancio New Wave iniziale e scrivono un Bignami della Musica Pop: immediato, fresco, denso, ispirato, pulito.

C’è tutto: si parte con “In Quintessence”, scalpicciante Beat di chitarre stoppate e lasciate andare, un Hammond sotto a fare da tappeto, strofa e ritornello orecchiabili ma non banali, un bell’assolo al centro e le voci a costruire la melodia.

“Someone’s Else’s Heart” si aggira in territori più ballad, anche qua con un ritornello killer. Il gioiello arriva con “Tempted”, brano Soul scritto da Paul Carrack e con Costello in un breve cameo nella seconda strofa. Anche qui l’Hammond regna sovrano. Una grande canzone.

“Piccadilly” ti porta nel cuore della piazza più frenetica della città più frenetica d’Europa. E non ti fa stare fermo. “There’s no Tomorrow” è psichedelica, “Heaven” richiama i dischi precedenti.

“Woman’s World” è il secondo capolavoro: una ballata dolce con una melodia che ti prende e non ti lascia più. Terzo capolavoro: “Is That Love”, sixtyes pieni. Un brano che non avrebbe sfigurato in qualsiasi disco dei Beatles dei primi anni.

“F-Hole” fa il paio con “There’s no Tomorrow”, stessa atmosfera, per poi sfociare in un country che più country non si può: “Labelled With Love”.

“Someone Else’s Bell” ricorda gli Who e i Kinks più melodici: riff, grande melodia ed energia anche sul mid-tempo. “Mumbo Jumbo” è di nuovo Rock’n'Roll venato di sixtyes. “Vanity Fair” è l’esperimento con sezioni di fiati ed archi che hanno provato a fare tutti, figlia di “Yesterday” e di tutte le altre. in “Messed Around” la produzione di Dave Edmunds è chiara: Rock’n'Roll anni cinquanta. Sembra di sentirlo suonare da una radio a valvole, di quelle di una volta. Ed Elvis è li vicino che batte il piede a tempo, sistemandosi il ciuffo.

Ed è la splendida conclusione di un disco splendido.

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