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Bentornato Bob!

28 Febbraio 2011 2 commenti

coperE’ appena arrivato, fresco fresco, nei negozi il nuovo album di Bob Geldof “How to compose popular songs that will sell”. Dopo nove anni. Non l’ho ascoltato, almeno per ora, e devo dire che la sua (scarsa) produzione solista non mi ha mai impressionato troppo.
Però Bob Geldof gode con me di un credito di fiducia enorme, per cui basta che sia ritornato.
Chi è Bob Geldof? Semplicemente uno che ha lasciato il segno.

“Il Mostro”, come ribattezzato dai Modena City Ramblers con i quali ha lavorato nella loro versione italiana di “The Great Song Of Indifference” (nel primo album dei MCR), nasce nel 1951 nei sobborghi di Dublino, per cui quest’anno compie la bellezza di 60 anni.

Sessant’anni strani. Viene chiamato da una giovane band punk di Dublino che gli chiede di diventare il loro manager. E lui, con un piccolo apprendistato da giornalista musicale in Canada ed approdato addirittura al “New Musical Express” (insieme a “Billboard” una delle maggiori testate musicali inglesi) si lascia tentare. Ma prima di accettare, scoprono insieme che può diventarne la voce solista ed il frontman. Band punk a sua volta strana: c’è anche il pianista-tastierista.

Per prima cosa cambio del nome: “The Boomtown Rats”, dal nome di una gang citata da Woody Guthrie nella sua autobiografia. E poi il solito sound di quei tempi fine-punk/inizio new-wave: tante idee ma confuse. Nel 1977, dopo qualche singolo già efficace, esce il primo album omonimo. Il suono è già molto definito. Molto Rolling Stones ma con un carico di energia non indifferente. Il parallelo è rinforzato dall’atteggiamento di Geldof molto istrionico e fisico, proprio alla Mick Jagger. Le chitarre in evidenza e le tastiere a far da tappeto sonoro. Il basso è un Rickenbacker, e ho detto tutto. “Lookin’ After N° 1″ è l’avvio al fulmicotone. “Neon Heart”, “Close As You’ll Ever Be” e “I Can Make It If You Can” sono tre derivazioni dirette dai Rolling: dall’energico rock’n'roll alla ballad.

“Kicks” è più Who, molto New Wave. “She’s Gonna (Do You In)” e “Mary On The Forth Form” simpaticamente caciarone. “Joey’s On The Street Again” è la classica canzone pop da classifica, con un bell’assolo di sax alla Clarence Clemons.

geld1Insomma, un grande disco d’esordio. Risentite in cuffia le chiatarre godono di arrangiamenti fantastici, sia nella parte ritmica che negli assolo. Il gruppo, tra l’altro, ha un’ottima immagine di basso profilo. Tutti molto ordinari con Geldof che spicca.

L’anno successivo esce “A Tonic For The Troops”. Il suono è sempre molto buono. Stavolta sono le canzoni a diventare più complesse, basta ascoltare “Like Clockwork” in apertura. Le tastiere cominciano a farsi sentire di più. Ma quello che colpisce è la schizofrenia con la quale il gruppo passa da un genere all’altro giocando all’interno di ogni canzone con tempi e battute. ”I Never Loved Eva Braun” cambia tempo e atmosfera quattro-cinque volte, “Living In An Island” è un raggae schizzato che si apre in un ritornello pop, “Blind Date” sembra dei Ramones, “Me And Howard Hughes” è solo perfetta, con un grande assolo di chitarra, ”Rat Trap” è un chiaro omaggio a Springsteen, almeno nell’introduzione, alla strofa diventa uno scat con il basso strumento principale, poi diventa ancora qualcos’altro, sempre con Springsteen nel cuore.

Per la cronaca “Rat Trap” arriva al primo posto nelle classifiche inglesi dei 45 giri, mentre l’album raggiunge il n° 8.

Il gruppo ormai è ben conosciuto dentro e fuori delle Isole Britanniche: la fama comincia ad arrivare negli Stati Uniti, in Canada come in Australia e Nuova Zelanda. Da noi, ovviamente, senza ancora MTV e Videomusic, e con la televisione impegnata a promuovere Pupo e Toto Cutugno, nessuno se ne accorge.

fineNeanche un anno e nei negozi arriva “The Fine Art Of Surfacing”, ed il titolo è tutto un programma: difficile per un gruppo riuscire a “galleggiare” quando la concorrenza si chiama U2, Police (“Message in a Bottle” è del 1979), Pretenders, Jam, Dire Straits (“Sultans of Swing” è del 1977).

Il disco è il loro capolavoro: una sintesi perfetta, un disco senza tempo. Il gruppo non ha più riferimenti strettamente riconoscibili, ma ha un suo sound a tutto tondo che unisce echi e sfumature diverse. “Someone’s Looking At You” è la splendida apertura: un brano pop con la ritmica in evidenza ed un ritornello killer. “Diamond Smiles” è una specie di pop-tango che poi si trasforma in un brano simil-fifties. “Wind Chill Factor (Minus Zero)” è un techno-rock sintetico ma con un’anima. “Having My Picture Taken” è ancora pop d’alta classe, con un orecchio al “raggeatta” in quel momento imperante.

Se la prima facciata è di alto livello, la seconda è indimenticabile: “I Don’t Like Mondays” è una meraviglia di canzone. Voce, pianoforte, orchestra, percussioni e cori. La canzone è dolcissima ed orecchiabile. Il tema è agghiacciante. Il brano è ispirato dalla storia di una ragazzina di 16 anni, Brenda Ann Spencer di San Diego, che un lunedì mattina, presa la pistola del padre, uccise due persone e ferì una decina di studenti della sua scuola. Quando fu portata al posto di polizia, alla domanda sul perchè lo avesse fatto, rispose semplicemente “L’ho fatto per divertimento. Non mi piacciono i lunedì”.

Poker finale con “Nothing Happened Today”, con piccola sceneggiata nel bridge, “Keep It Up” brano pop perfetto, arrangiato alla grande, “Nice’n'Neat” riporta all’energia degli esordi, con un grande assolo di chitarra. Anche qui il tempo del brano si serra e si dilata in più occasioni. Si finisce con “When The Night Comes”, il brano meno Boomtown Rats prodotto fino a quel momento, caratterizzato da una chitarra acustica in evidenza con un delizioso doppio assolo acustico-elettrico.

Il disco sale fino al settimo posto in Inghilterra, e nei primi dieci in parecchi altri paesi. I singoli estratti arrivano nelle Top Ten di mezzo mondo, mentre “I Don’t Like Mondays” raggiunge la vetta in Inghilterra, Irlanda e Australia.

I loro concerti sono ai vertici nei referendum per la categoria “Best Show”.

Purtroppo il sogno finisce qui. Da quel momento tre album anonimi, anche se il successivo “Mondo Bongo”, molto atteso e sull’onda del disco precedente, fa ancora meglio di “The Fine Art…” raggiungendo il sesto posto in classifica in UK. Problemi di formazione e di casa discografica e nel 1986 il gruppo si scioglie definitivamente.

liveaidNel frattempo Bob Geldof aveva avuto modo di entrare nella storia. Nel 1984, fortemente colpito dalla grave situazione  di fame e carestia che affliggeva l’Etiopia, decise di impegnarsi seriamente nel modo più efficace che una Rock Star possa utilizzare: usare i suoi contatti. Così convinse Midge Ure degli Ultravox a scrivere con lui una canzone che fosse il top dell’orecchiabilità. Nacque così “Do They Know It’s Christmas?”, che poi fu registrata insieme ad una nutrita schiera di colleghi, a quel tempo (e in alcuni casi ancora oggi) molto famosi.

C’erano tutti: Paul Young, Sting, U2, Paul Weller, Culture Club, George Michael, Spandau Ballet, Duran Duran, Big Country, Bananarama, Status Quo, David Bowie, Heaven 17 ed altri.

Il disco uscì a fine novembre del 1984 e vendette un milione di copie in una settimana e tre milioni complessivamente. Fu numero Uno per cinque settimane.

E non solo.

Diede il via a quel grande fenomeno che fu il concreto aiuto che il mondo della musica leggera dell’epoca portò all’Africa in quel periodo e che culminò, dopo una fortunata serie di altri singoli (USA for Africa, ecc.) nell’immenso concerto del Live Aid svoltosi il 13 luglio del 1985 tra i palchi di Wembley a Londra e del JFK Stadium di Philadelphia.

Fu visto ed ascoltato da milioni di spettatori in tutto il mondo. Raccolse complessivamente 150 milioni di sterline dell’epoca. Vi parteciparono tutti, compreso, per l’occasione la reunion dei Led Zeppelin, degli Who e di Crosby, Stills, Nash & Young.

Fu il trampolino di lancio per gente tipo Madonna, che ebbe l’onore delle telecamere in Mondovisione per venti minuti e da allora non si è più fermata. Tutti i partecipanti ne trassero ovviamente benefici effetti dal punto di vista della popolarità e delle vendite. Tranne per i Boomtown Rats che, dopo allora, non si sono in realtà più ripresi.

Per il suo impegno, che continua tuttora, Bob Geldof è stato insignito di svariate onoreficenze (“Man Of Peace Award”, “Free Your Mind Award”, ecc.) e nel 2006 e nel 2008 è stato candidato per il Nobel per la Pace.

bgwallPer finire, altro punto all’attivo di Geldof e l’aver interpretato il ruolo di Pink, il protagonista della versione cinematografica di “The Wall” dei Pink Floyd realizzata da Alan Parker nel 1982. Perfetto nel ruolo della rock star “straniata” e separata dal resto del mondo. E, nonostante la parte da protagonista, in tutte le interviste ha sempre dichiarato di sentirsi lontano mille miglia dalla musica del quartetto londinese.

Bentornato, Bob!

 

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London In My Heart

17 Febbraio 2011 2 commenti

P1000667Leggo da “Repubblica” di oggi che Piccadilly Circus cambia volto. Via la storica pubblicità della Sanyo dopo una trentina d’anni. Milioni di fotografie scattate nella piazza trafficata da turisti di passaggio. Un simbolo di Londra.

Per me Londra vuol dire i Beatles che passeggiano sotto gli studi della BBC,  attraversano Abbey Road o si riuniscono a Carnaby Street, i Genesis che muovono i primi passi live nei piccoli club o nei licei, i Sex Pistols che suonano su di un barcone sul Tamigi, le prime sperimentazioni dei Pink Floyd con Syd Barrett.

E’ il fermento di qualsiasi movimento musicale degli ultimi quarant’anni (più o meno).

E’, soprattutto, uno dei viaggi più belli con la mia Signora (anche se il più bello sarà sempre il prossimo!).

Ma Londra per me è anche sceneggiati RAI dei primi ’70, inspiegabilmente ambientati in Inghilterra. E’ il Chelsea F.C.. E’ Stamford Bridge, Highbury, White Hart Lane.

P1000525E’ uscire presto una mattina e trovarsi uno scoiattolo davanti la porta. E’ entrare in Kensington Park ed uscire da St. James dopo aver camminato in pieno centro ed attraversato quattro parchi messi in fila per cinque chilometri senza accorgersi di aver la città intorno.

E’ “Wonderwall” e “Don’t Look Back in Anger” degli Oasis (che poi sono di Manchester, vai a capire, certe volte). E’ “Sultans of Swing”. E’ Dave Matthews che attacca “#41″ alla Wembley Arena ed io non riesco a credere di essere lì, ma poi c’è sempre Lei vicino a me che da’ sempre un senso di assoluto reale alla mia vita.

E’ ogni nota di “Sgt. Pepper”, “December’s Children” o “My Generation”. E’ la “Swingin’ London”.

E’ il sogno ad occhi aperti di un ragazzo talmente fissato con Londra e con l’Inghilterra in generale da cercarla sul libro di Geografia, sull’Atlante, sulle guide in libreria. Talmente fissato da sapere già che strade percorrere arrivato lì per la prima volta.

P1000569E’ Hampstead, dove trovi difficile credere di essere veramente in città. Dove abiteresti comunque, a priori. Dove ogni casa racconta una storia. Dove cammini per qualche ora nella brughiera (sempre in piena città).

E’ la placida tranquillità del Regent’s Canal e di Camden con i suoi negozietti di vinili, è uscire la sera e prendere la metro insieme ad un miliardo di altre persone senza doversi preoccupare di niente (se non di sbagliare treno).

Sono gli artisti di strada al Covent Garden anche se, visti i primi due, scopri che gli altri si rifanno tutti più o meno allo stesso copione, usando le stesse tecniche per scatenare la risata e coinvolgere il pubblico. Qualcuno, un tantino più furbo degli altri, dimenticarsi di restituire il portafogli preso in prestito ad un incauto spettatore, troppo coinvolto.

P1000658E’ il Musical. Genere che qui da noi non andresti a vedere nemmeno pagato. Ma lì ce ne sono in scena da decenni e pensi che un motivo dev’esserci, altrimenti….

E’ andare alla Tate Gallery, passarci mezza giornata senza capire nulla di quello che vedi appeso alle pareti. Anzi, magari fossero solo cose appese: sono dovunque. Però c’è sempre Lei, e allora un senso lo si trova insieme. L’importante è sempre insieme. Poi ci sono i bambini (di tutte le età: dai tre ai cinque-sei anni) sdraiati per terra con fasci di fogli e decine di matite colorate offerte all’ingresso per farli stare buoni. E, opera d’arte a sè, sono tutti lì buoni che disegnano.

P1000679E’ stupirsi al roseto del Regent’s Park davanti alla varietà di rose presenti. Dai nomi incredibilmente fantasiosi. E’ sdraiarsi sull’erba al sole di giugno delle due, non troppo caldo come piace a me.

E’ passeggiare per Charing Cross con i suoi negozi di libri e di strumenti musicali (Rickenbacker a go-go).

Ed è Piccadilly Circus. Centro nevralgico da cui parte tutto. Regent’s Street sfavillante, Shaftesbury Avenue con i suoi teatri, Coventry Street verso Leicester Square ed il Covent Garden.

P1000622Si, quella foto l’ho scattata anch’io.

Il Disco del Mese: “Body And Soul” (1984)

11 Febbraio 2011 2 commenti

imagesCA3LID8VJoe Jackson è stato il miglior esponente di quell’evoluzione dalla New Wave in “qualcos’altro” che ha caratterizzato gli anni ’80.

Ha fatto parte di quella pregevole ondata di artisti di quel periodo. Fratellino di Elvis Costello e Nick Lowe, cugino prossimo di Squeeze, Jam, Xtc, Pretenders, Boomtown Rats e più alla lontana dei Police.

Joe Jackson si è distinto a mio parere, rispetto a tutto il resto del panorama del periodo, per un riuscire proprio ad attraversare i generi, senza crearsi assolutamente alcun problema, cambiando continuamente pur senza snaturarsi e rimanendo fedele comunque a se stesso. In poche parole  mantenendo uno stile unico.

La sua musica è come un ottimo vino. Di quelli in cui gli esperti sentono venti essenze diverse.

Nella sua musica si percepiscono aromi di Duke Ellington e Irving Berlin, sentore di Cole Porter e Beach Boys, il fruttato dei Beatles e Buddy Holly, in fondo in fondo le papille gustative riconoscono l’asprezza dei Clash e Graham Parker, e alla fine la raffinatezza del perlage Steely Dan.

La sua storia musicale inizia nel 1979 con due album: “Look Sharp!” e “I’m tha Man”. Due dischi esplosivi, grintosi, nei quali si può ascoltare una band spumeggiante con in evidenza il basso di Graham Maby (e lo so, ho un debole per la categoria: certo volte sento solo quello…..). Due dischi che contengono già una marea di hits: “One More Time”, “Sunday Papers”, “Look Sharp” e le immortali “Fools in Love” e “Is She Really Going Out With Him?”, che denotano una scrittura di grande qualità, nel primo album, mentre il secondo è impreziosito da gemme come “On Your Radio”, “It’s Different For Girls”, “I’m The Man” e “Don’t Wanna Be Like That”.

“I’m The Man” raggiunge la “Top 20″ in Inghilterra. Inoltre ha una copertina molto spiritosa con il nostro rappresentato come uno di quei tipi che, campando d’espedienti, si apre la falda della giacca per venderti l’impossibile. La faccia è tutta un programma.

In ogni caso, pur trattandosi di due album stilisticamente variegati, rimangono saldamente ancorati ai canoni della New Wave.

Nemmeno un anno e nei negozi arriva “Beat Crazy”. La colorata festosità della copertina, contrapposta ai bianco&nero delle precedenti, già lascia presagire l’evoluzione successiva. Il disco è ancora molto NW, ma tinteggiato di raggae e di mid-tempo nervosi e melodici al tempo stesso. Su tutte “Beat Crazy”, “One To One” e “Biology”.

“Jumpin’ Jive” del 1981 è uno dei dieci dischi più divertenti che siano mai stati prodotti. Joe Jackson si butta a pesce nel repertorio Jive (Cab Calloway e Luis Jordan, per intendersi), scrittura una vera Big Band e si lancia nell’esecuzione trasudante anni ’40, club fumosi, ballerini elegantissimi dagli abiti larghi e dai cappelli sgargianti scatenati sulle piste. Il suono è fantastico e non si riesce a restare fermi neanche seduti. Si fatica a credere che quel cantante “scafato” sulle note un po’ scat sia lui. Ed invece le partiture gli calzano a pennello.

imagesCAU5SAINMa il vero grande successo internazionale, il disco che lo ha portato all’attenzione del mondo intero (più o meno) è stato “Night And Day” del 1982.
Era il disco che conteneva “Breaking Us In Two”, “A Slow Song”,  ”Real Men” e, soprattutto, “Steppin’ Out”, singolo splendido e capostipite di quella specie di riflusso verso atmosfere Jazz che fu uno dei filoni evolutivi della New Wave (Working Week, Style Council e poi a seguire Simply Red, Sade, ma queste erano già altre storie).

Il progetto è originale già nel suo concept: una lato “Day” ed un lato “Night”, ben rappresentati dal design della copertina: lui al pianoforte a coda in una stanza piena di luce mentre nell’ampia finestra si staglia la skyline notturna di una New York. L’originalità continua con la line-up che lo accompagna: non c’è la chitarra! Basso, piano, tastiere, percussioni e batteria. Niente chitarra. Come si fa un disco rock senza chitarra? Sembrava inconcepibile. Eppure non se ne sente assolutamente la mancanza, tanto le canzoni sono raffinate, piene, emozionanti, drammatiche, briose, leggere e  sperimentali al tempo stesso. Proprio come l’aria che si respira nella Grande Mela. Il disco arriva al 4° posto della classifica americana.

Ma il capolavoro, per me, arriva due anni dopo.

1984: dopo due anni in giro per il mondo tra tour,  promozione e la colonna sonora del film “Mike’s Murder”, Joe Jackson sente la necessità di modificare ancora il tiro. Riunisce di nuovo una  Band. Stavolta la formazione è ispirata al R’&’B: tastiere, batteria (Clem Burke, ex-Blondie), il fido Maby al basso, chitarra “minimal” di Vinnie Zummo, sezione di fiati e due coriste. Lui ci da dentro in maniera valida con pianoforte e sax.

Il Gruppo si riunisce in una chiesa sconsacrata, tutto legno e grandi spazi, resa sonora ottimale.

Il disco è fantastico. E’ la summa del caleidoscopio musicale prodotto fino a quel momento da Joe Jackson, con in più una raffinatezza nella scrittura, al di sopra dello standard finora prodotto, e negli arrangiamenti, eleganti, ariosi e colorati come non mai.

imagesCAZE0PAWIl titolo e la copertina sono un tributo al  Jazz: in particolare ai “Body And Soul” di Dexter Gordon e Coleman Hawkins, mentre la grafica è ispirata da un album di Sonny Rollins.

Il disco si apre con “The Verdict”, brano di grande corposità, dove la Band si presenta con un suono pieno e forte. “Cha Cha Loco” è tutta nel titolo, con percussioni e fiati in evidenza. “Not Here, Not Now” è un lento struggente con il pianoforte in primo piano ed una melodia che lascia il segno.

Il quarto brano è un’altra vetta del disco: “You Can’t Get What You Want…”. Un’energico R&B stile Stax con i fiati lanciati e tutta la band a seguirli, con basso e batteria nel contrappunto ritmico. Ed un intermezzo strumentale da urlo: il finale del tema dei fiati è completato da una nota prolungata di sax sulla quale si inserisce un assolo di basso seguito da un assolo di chitarra che si fonde con i fiati che rientrano a rafforzare il suono ed un hammond a fare da tappeto sonoro. Grandioso!

“Go For It” è l’anello debole: un ritmo beat forsennato, molto simile alle prime cose e perciò molto lontano dal resto del materiale inserito in “Body And Soul”. Certo, se il finale fosse durato un minuto, un minuto e mezzo di meno sarebbe stato comunque un gran brano.

Il lato B si apre con un’altra perla: “Loisaida” (mi sembra sia il nome del West End di New York in spagnolo). Un brano strumentale in tre tempi bellissimo. Ne rimasi talmente affascinato che per anni ho pensato che se un giorno avessi mai avuto una figlia l’avrei chiamata così.

“Happy Ending” è il secondo singolo di successo. Una canonica hit single con l’aiuto della voce di Elaine Caswell. Melodia bellissima, le voci in controcanto e, di nuovo, un bell’intermezzo strumentale con Joe Jackson in aiuto della sezione di fiati.

Ancora un lentone per “Be My Number Two”, che sembra uscita dalle outtakes di “Night And Day”.

Per finire “Heart Of Ice”, brano praticamente strumentale che cresce pian piano e con la chitarra protagonista, dall’arrangiamento leggero, sofisticato e divertente, con finale cantato.

L’uscita del disco, che raggiungerà la “Top 20″ sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, segnerà l’inizio di un tour massacrante di due anni dal quale Joe Jackson uscirà distrutto, meditando addirittura il ritiro. Ed infatti esce dalla Grande Scena Musicale Mondiale. Da quel momento, parliamo del 1986, sfornerà altre produzioni degne, qualche disco dal vivo, qualcosa di classico e altre colonne sonore, adottando uno stile di basso profilo, lontano dai clamori e dalle prime pagine.

Pur mantenendo un’ottima qualità.

Pan Am Flight 101

7 Febbraio 2011 1 commento

220px-The_Beatles_in_AmericaIl 7 febbraio 1964 il volo 101 della Pan Am atterrava all’aeroporto JFK di New York. A bordo quattro passeggeri molto speciali: i Beatles.

All’arrivo cinquemila persone già preda della Beatlemania. Si narra di feriti fra i passeggeri ed i visitatori in attesa travolti dalla massa febbricitante che lo scalo, all’epoca meno immenso di oggi, non era in grado di sopportare.

Il 7 febbraio 1964 segna il giorno d’inizio della British Invasion. Fino a quel momento la musica pop europea non era riuscita ad intaccare l’impero americano, forte del Blues, del Rock’n'Roll, del Jazz, del R’&’B. I Beatles cambiarono radicalmente le cose e riuscirono a far passare il loro mix fortemente influenzato da oltreoceano per qualcosa di nuovo ed esplosivo.

Eppure la risposta americana non era stata immediata. C’erano voluti quattro singoli, che avevano spopolato nel Regno Unito ed in mezza Europa, per sfondare la porta del Nuovo Mondo. “Please Please Me” e “From Me To You” erano stati due clamorosi flop, supportati da piccole etichette locali e passati da qualche stazione FM di provincia. “Love Me Do” non era stato neanche preso in considerazione.

“She Loves You” fu di nuovo insuccesso. I giovani rimanevano assolutamente indifferenti. Non apprezzavano. Non capivano. Ridacchiavano delle buffe capigliature a caschetto dei quattro.

edsullMa i Beatles avevano un “Signor” Manager. Brian Epstain riuscì a convincere Ed Sullivan, titolare dello show televisivo più importante dell’epoca, a programmare i Fab Four per tre passaggi nel suo programma, diffuso a livello nazionale dalla CBS. La Capitol Records fiutò l’affare e decise di acquisire i diritti di “I Want to Hold Your Hand”.

Lo stesso notiziario della CBS dedicò cinque minuti in un notiziario del mattino alla Beatlemania imperante in Inghilterra. Lo stesso servizio sarebbe stato trasmesso nel notiziario della sera. Ma la sera l’America era cambiata e, momentaneamente, non aveva tempo di dedicarsi ai Beatles: durante la giornata era stato ucciso a Dallas il Presidente Kennedy.

In ogni caso “I Want to Hold Your Hand” divenne n° 1 negli Stati Uniti e vendette in dieci giorni un milione di copie. A quel punto furono lanciati sul mercato tutti i singoli rimasti nell’ombra fino a quel momento. Risultato: cinque singoli nei primi cinque posti della classifica.

I Beatles erano diventati il fenomeno dello showbiz dell’anno. La trasmissione dell’Ed Sullivan Show del 9 febbraio ebbe oltre 70 milioni di telespettatori e, narra la leggenda, quella sera non furono compiuti crimini in tutto il paese.

coliseumUn paio di giorni dopo suonarono uno dei loro migliori concerti a Washington, al Coliseum. Talmente buono che, restaurato a dovere, fa bella mostra di se su ITunes, a disposizione gratuita di tutti in occasione della distribuzione del materiale dei Fab Four sullo store di Apple. Ascoltatelo, se vi capita. Il suono è stato pulito e rimasterizzato. Sembra di stare lì tra il pubblico. E’ una delle poche testimonianze dei Beatles su un palco in un momento in cui grinta, passione e divertimento non gli mancavano.

Eppure l’America che tanto ha contribuito all’esplosione mondiale del fenomeno Beatles è stata anche la prima a voltar loro le spalle. Fu dopo la famosa frase di John Lennon “I Beatles sono più famosi di Gesù”, alla vigilia del loro ultimo tour nel paese e in assoluto.

Si scatenarono gruppi religiosi che inscenarono roghi pubblici dei loro dischi, l’opinione pubblica fu quasi unanime nello stigmatizzare la frase e a nulla servirono le spiegazioni di Brian Epstain, dello stesso Lennon, culminate poi in pubbliche scuse. Il tour fu emotivamente complicato e teso, in qualche caso i concerti furono a rischio per motivi di sicurezza (telefonate anonime con minacce di morte) e personcine come gli aderenti al Ku Klux Klan manifestavano nelle location.

Alla fine i Beatles ne ebbero abbastanza di urla e grida. A San Francisco, una sera di agosto, riposero definitivamente gli abiti di scena, chiusero i bagagli e tornarono a Londra. Non si sarebbero più esibiti su di un palco insieme.

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Dispiace

5 Febbraio 2011 Nessun commento

imagesCARJIIDPDue notizie ferali, in questo fine gennaio-inizio febbraio particolarmente funesto per il mondo dello spettacolo (e, direi, per l’Italia ed il mondo intero in generale – ma poi ne riparliamo a breve).

Oltre Mario Scaccia e Maria Schneider (ognuno, a suo modo, simbolo di qualcosa) mi hanno colpito altri due addii.

In settimana è morto Daniele Formica. Attore molto bravo, leggero, dissacrante e beffardo in tempi in cui farlo scandalizzava veramente e non era, come oggi, ricondotto necessariamente a scontro politico. Generoso, socialmente e politicamente molto impegnato. E poi enormemente divertente. Aveva conosciuto un periodo di buona popolarità negli anni ’80, partecipando in particolare ad alcuni varietà tra cui ricordo “Un Altro Varietà”. Oggi si direbbe “Varietà vecchio stile”. Per ultime, sempre in tv, ricordo la conduzione di un qualche quiz di Rete4 (sarà stato il ’90 o giù di lì)

imagesCA1ANK9VProbabilmente quello gli fece dire basta. Nel giro di pochi anni la televisione aveva già preso quello china (più che china un precipizio) che l’aveva instradata verso quel putridume di reality, falsa informazione e zozzerie varie che ci troviamo sugli schermi oggi. Chi glielo faceva fare? Si dedicò esclusivamente al teatro, mantenendo un costante rapporto con il pubblico. Ottenendo sempre buoni giudizi dalla critica.

Insomma, per me se n’è andato uno di quei personaggi “atipici” (esempi, con le dovute proporzioni, Troisi, Lennon, De Andrè,  John Belushi, Rino Gaetano) attraverso i quali, per affinità di sentimenti, di passioni, di sensazioni, ci sentiamo persone diverse ed anche un tantino migliori.

imagesCA1QKK8L Il secondo personaggio è scomparso qualche settimana fa, all’inizio del nuovo anno. Mick Karn (già sento le voci di qualche amico: “lo conoscevi solo tu”) è stato con il suo basso, insieme alla voce profonda di David Sylvian, la colonna portante dei Japan.

Gruppo nato alla metà dei ’70 e con la prima uscita discografica “Adolescent Sex” datata 1978, s’inserirono sul filone morente del “Glam-rock” e furono accomunati a personaggi di grande calibro tipo David Bowie e Roxy Music. Successivamente, in piena ondata “New Romantic”, furono erroneamente considerati della famiglia.

Impossibile confonderli con gente tipo Duran Duran e Spandau Ballet (per dire le uniche cose forse salvabili). I suoni raffinati, i versi colti, l’immagine lontana mille miglia dai bambolotti in posa per le ragazzine appena citati, ne faceva qualcosa di assolutamente unico. Le melodie che ricordavano il miglior pop, i suoni orientaleggianti, e molto altro ancora. Terminarono la loro avventura con tre dischi spettacolari (li consiglio vivamente): “Gentlemen Take Polaroids” (1980), “Tin Drum” (1981), disco che mi capita di ascoltare di frequente ancora oggi, e, per finire, lo strano live “Oil On Canvas” (1983). Strano perchè il pubblico è in sottofondo, perchè manca la dimensione “live”, ma loro così suonavano: puliti, asettici, essenziali.

E dopo i Japan tante altre cose. Collaborazioni (Kate Bush su tutte), dischi da solista e ritorni con i vecchi compagni (senza più chiamarsi Japan: le cose migliori finiscono ed è inutile volerle riportare indietro. Basta evolversi). Tutte cose comunque molto alte. E poi sperimentazioni e tanto altro ancora.

imagesCA4ZI8HSMick Karn con il suo basso senza tasti dava un suono assolutamente caratteristico al sound complessivo del gruppo. Di quei bassisti non particolarmente tecnici (tipo Chris Squire, per intendersi, oppure John Entwistle o Mark King, o altri ancora più dotati) ma con un combinato di stile e timbrica che li rende unici (Mike Rutherford, Geddy Lee dei Rush, Pino Palladino) ed immediatamente individuabili.

E per me, che suono il basso con pochissima tecnica, Mick Karn è sempre stato un Mito assoluto.

Insomma, mi dispiace molto che non ci siano più……

Ciao

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