Archivio

Archivio Marzo 2011

Considerazioni

29 Marzo 2011 4 commenti

Domenica maledetta domenica. Mi è successo di tutto: un’ora di litigata con mio figlio D di buon’ora (e con tanto di ora legale!) tra gite e compiti da svolgere, due (si si, proprio due) macchine in panne a pochi minuti dalla visita domenicale alla nonna e conclusione della giornata con alluvione dalla lavastoviglie per buona parte della casa e due (ancora due?) ore di asciugatura ginocchioni per terra di due persone.
Perciò è con una certa tranquillità di spirito e, soprattutto, con la necessità di rifiatare, che mi chiudo in studio per un nuovo posto, mentre tutto il resto della casa dorme, solo con il mio pc sperando che, passata ormai la mezzanotte, non succeda nulla (tipo rottura hard disk, processore o altro).

 

musboxHo “il” libro

Tempo di compleanno, tempo di regali. Impacchettato per bene (con tanto di fiocco) è arrivato “Musical Box – Le Canzoni dei Genesis dalla A alla Z”, libro monumentale e, penso, definitivo sul mitico Gruppo inglese scritto da Mario Giammetti, giornalista musicale campano che dei Genesis, e del Progressive in generale,  ha fatto una ragione di vita.

A lui sono dovuti altri libri molto interessanti sempre sui Genesis, in particolare “Il Fiume del Costante Cambiamento” che ripercorre parallelamente i dischi e le singole touneè della band. Da una ventina d’anni mantiene viva e vegeta una fanzine (termine secondo me riduttivo, si tratta di una vera e propria rivista) dedicata al Gruppo ed ai suoi dintorni dal nome “Dusk”. Collabora inoltre con parecchie testate specialistiche e, grazie ai suoi interventi, riesco spesso a mantenermi informato sia sul fenomeno Prog attuale (un tantinello asfittico ma qualcosa di buono si trova sempre) che nella riscoperta di qualche chicca del passato che mi era sfuggita.

In “Musical Box” realizza una sorta di dizionario delle canzoni incise dal Gruppo, con una disamina tecnicamente molto ricca con contestualizzazioni chiare e precise. E non solo. Avendo la fortuna di avere tra le fonti quasi tutti i componenti della band la narrazione si riempie di aneddoti, fatti, rarità spesso molto interessanti. Il tutto corredato di una gran quantità di foto, in bianco e nero ed a colori, di cui parecchie rare ed inedite. Per me, fan sfegatato, è il non plus ultra.

 

manna2Mannarino Again

Solo pochi giorni e torno a scrivere di Alessandro Mannarino. Ho ascoltato almeno una decina di volte il nuovo “Supersantos” e devo dire che le aspettative generate dal precedente “Bar Della Rabbia” non sono andate deluse. Anzi, il disco è una piacevolissima conferma delle doti di questo cantautore e interprete dei nostri tempi. I temi sono sempre gli stessi: l’amore, gli ultimi, la satira, la laicità necessaria, la periferia, la vita precaria. Il tutto mischiato nel caleidoscopio di ritmi latini e gitani che conosciamo bene già dal primo disco. Su tutte una struggente “Maddalena”, bellissima rivisitazione dalle Sacre Scritture, dove Giuda agisce per amore di Maddalena. Gesù voleva il Cielo e lui restare sulla Terra. Che il prezzo del tradimento fosse anche la morte, tanto sapeva di andare in Paradiso e risorgere, ma per Giuda il Paradiso era solo Maddalena e non aveva null’altro.

Forse l’unico piccolo difetto è una certa “Caposselità” in alcuni passaggi (“Marilou”). Ma è veramente un difetto?

 

subsL’Eden dei Subsonica

Bello il nuovo disco dei Subsonica, meno rock dei precedenti e più melodico. Bei suoni. Qualche buona invenzione e, soprattutto, meno angoscia rispetto all’ultimo lavoro “L’Eclissi”. Realizzare un disco a quattro anni dal precedente vuol dire incidere qualcosa che si sente veramente, qualcosa su cui valga la pena esprimersi. In definitiva avere qualcosa da dire. E con un presupposto del genere è impossibile sbagliare un disco.

 

countiGrandi Counting Crows

Gli eredi spirituali ed artistici di The Band danno alle stampe nel 2006 un disco dal vivo registrato nel 2003: “New Amsterdam: Live at Heineken Music Hall…”. Lo ascolto spesso. E’ un disco dal vivo d’altri tempi. Di quando se ne registrava uno per celebrare. A seconda dell’importanza dell’Artista (si trattava di grosso investimento da parte della casa discografica)  poteva essere un LP singolo (“Showtime” della J. Geils Band o “Songs in The Attic” di Billy Joel), più spesso doppio (“The Song Remains The Same” dei Led Zeppelin o “Bursting Out” dei Jethro Tull),  qualche volta triplo “monumentale” (“Lotus” di Santana o “Yessongs” degli Yes). Qualche volta poteva deluderti per brevità o scelta dei brani. Spesso ti appassionava. Quasi sempre  rappresentavano, come in questo dei Counting Crows, un “Greatest Hits” che ti completava la scarna discografia di quando comprare un disco costava 3.000/5.000 lire e dovevi sudartele.

Oggi il sistema è diverso. Si incide un live per ogni tour, spesso uno per ogni data del tour. Ma non è detto che sia male. Si combatte la pirateria,  si hanno delle ottime incisioni (quando ero più giovane si andava alla caccia dei “bootleg” per scoprire che avevano poi un suono pessimo – ne ho almeno tre o quattro: Clash, Springsteen, Who ed uno terrificante dei Jam), si gode appieno di ogni sfaccettatura del proprio idolo.

Il disco è molto bello, soprattutto negli arrangiamenti delle chitarre e dell’Hammond sempre molto presente.

 

bollaImmortale Rapsodia in Blue

Mi sono procurato copia della versione della “Rapsodia in Blue” diretta da Riccardo Chailly con Stefano Bollani al pianoforte. Non capisco nulla di musica classica ma ci tenevo ad averne una copia, se poi al pianoforte c’è il Bollani Nazionale…

E poi per me due note e sono a New York, dove non sono mai stato e dove quindi arrivare con la fantasia è ancora più appassionante. Quella nota iniziale di clarinetto, usata nelle prime sequenze della New York che si sveglia in “Manhattan” di Woody Allen, come fa a non rimanerti in mente? Persino in “Fantasia 2000″ sulle note della Rapsodia si dipanano le vite di alcuni personaggi della metropoli (la bambina sola, il musicista spiantato ma ricco di volontà, il marito tartassato, il disoccupato in cerca di un’identità), rappresentata con disegni essenziali ma suggestivi.

 

Infine ITunes

Ultima considerazione: tutto il materiale descritto l’ho scaricato da ITunes. Lo so, non si fa male all’industria del disco (che bene o male i soldi li prende comunque), ma al commercio del disco. I negozi medi e piccoli praticamente non esistono più (a parte il mitico “Hellnation” a Via Nomentana – grande!). Però perchè un disco nuovo su ITunes costa 9,99 mentre nessun negozio lo vende a meno di 13-14? Saranno i costi fissi, ma la casa discografica non c’entra nulla? Non è possibile un canale preferenziale che permetta anche ai piccoli negozi di acquisire le copie ad un prezzo onesto di modo da non finire fuori mercato rispetto a queste realtà ingombranti ma ormai impossibili da evitare? Su, siamo onesti, il disco che compri con un clic e che ti si installa direttamente sul tuo lettore pronto per l’ascolto, il tutto assolutamente legale e da sdraiati sul divano, come si fa a farne a meno?

18 Marzo 2009 – 18 Marzo 2011

18 Marzo 2011 Nessun commento

“Ti piace, papà?” domandai io dopo aver individuato quel rumore di fondo che da qualche minuto accompagnava il brano di Pino Daniele che stavamo vedendo insieme alla televisione, in un freddo pomeriggio invernale di una trentina di anni fa: il suo piede che batteva a tempo.

“E’ una cosa apprezzabile” mi rispose con la sua calma serafica. Ma non subito. Alla mia domanda un semplice gesto con la testa. Dopo un paio di brani il resto. Sempre di poche parole. Come diceva di lui mia madre :”Una parole è poca e due sono troppe”.

E così un sedici-diciassettenne che pensava di essere mezzo mod e mezzo punk, che girava con le spillette degli Who e dei Clash attaccate sul risvolto della giacca e del Parka (e anche dell’Eskimo), che giocava a fare il mezzo rivoluzionario a scuola, che suonava per sentirsi un pò  diverso dagli altri  (insomma niente di deciso, tutto a metà) scopriva un punto di contatto inaspettato con il proprio padre.

Papà era così. Tranquillo. Silenzioso. Forse un pò distratto. Il poliziotto cattivo a casa era Mamma. Ministro delle Finanze, della Giustizia e dell’Educazione. Sempre tutto nell’interesse dei figli, anche le decisioni apparentemente più ingiuste. Ho impiegato almeno vent’anni per capirne alcune e oggi ancora la ringrazio.

Ma se c’era necessità di ricorrere in Appello, quando proprio ero assolutamente motivato nell’”ottenere”, allora ricorrevo a Papà. E la risposta era sempre positiva, spesso a dispetto di Mamma. Ma in quella risposta affermativa c’era non solo la semplice volontà di soddisfare il proprio figlio. C’era molto di più.

In un colpo solo c’era tutta la fiducia, l’affetto ed il tentativo illuminato di permettere ad un figlio di volare con le proprie ali e di fare le proprie esperienze. Ed io, “figlio piccolo” fino a 16 anni (matrimonio di mio fratello) e “figlio unico” subito dopo, avevo le mie difficoltà a far accettare una qualsivoglia forma di separazione a mia Madre. E Papà lì, a mediare, a minimizzare, a tentare di sminuire le sue paure.

Non credo di essere mai riuscito ad aprirmi con lui. Non penso di avergli mai rivelato le mie paure sul futuro, le mie preoccupazioni su cosa sarebbe potuto essere di me se non fossi riuscito a diplomarmi, a superare quell’esame, a laurearmi, a trovare lavoro. Anche in questo caso la psicologa di famiglia era Mamma. Con lei si diceva tutto. Spesso il suo metodo era spigoloso, ma efficace.

Ostinazione, questo l’insegnamento. Non mollare. Darsi da fare. Non essere mai contenti di se stessi.

Da Papà invece altri: l’onestà, il rispetto per gli altri, l’importanza ed il valore del silenzio. Papà era capace di non essere capace di chiedere alcun favore per se stesso. Ma se una persona in difficoltà si rivolgeva a lui per aiuto, era in grado di farsi non in quattro, ma in otto ed anche in sedici per aiutarlo. Con tutte le sue (poche) forze.

Sui grandi temi (religione, politica, ecc.) massima libertà. Nessun tentativo di “inculcarmi” nulla di predefinito. Anzi, aiutandomi a guardare le cose senza paraocchi di alcun genere, ragionando con la propria testa. E anche di questo oggi li ringrazio.

E quando il corso della vita ci ha portato ad invertire i ruoli, lui sempre più fragile nella malattia silenziosa che ogni giorno lo portava via un po’ di più, ed io a guidare i suoi passi e ad accudirlo, il desiderio di poterlo avere accanto il più a lungo possibile è stata la molla che mi ha aiutato a superare i momenti più difficili. Per un paio di anni è stato bello condividere con lui tutte le serate e molti giorni di festa, durante i quali gli propinavo un numero infinito di partite di calcio: “Fernà, ma che squadre sono queste?” “Non ti preoccupare papà, squadre inglesi”.

Poi, negli ultimi tempi,  la sua gioia per il quinto nipote. S’illuminava nel vederlo. I suoi occhi, Dio mio, i suoi occhi sorridevano quanto il suo viso.

Per quegli strani scherzi che il destino ci propina, mio padre ci ha lasciato due anni fa, nello stesso giorno del mio compleanno.

Un abbraccio forte dal tuo Fernando.

Il Disco del Mese: “Wings Over America” (1976)

15 Marzo 2011 Nessun commento

wings1Paul McCartney aveva già avviato la sua carriera solista ben prima che i Beatles si scioglieressero definitivamente. Un paio di singoli e qualche buona canzone in cantiere.
I Beatles erano cresciuti come gruppo unito. Le quattro personalità si erano più o meno fuse. Il Pensatore (John), lo Spirituale (George), l’Artista (Paul) ed il Viveur (Ringo) avevano dato qualche segno di esistenza dopo il 1966 e alla fine era chiaro quale dei quattro avrebbe continuato con assiduità il percorso.

John avrebbe continuato a scrivere se il suo messaggio avesse richiesto quella forma artistica e nessun’altra; George avrebbe composto solo se ispirato; Ringo solo se gli agi di Beverly Hills lo avessero annoiato.

Paul avrebbe composto perchè quella era l’Unica Cosa.  Perchè quando hai  il dono della Melodia, non c’è altra strada.

Il problema era il cambio dei tempi. Tra il finire dei sessanta e gli inizi dei settanta la musica aveva subito un’autentica rivoluzione. La Psichedelia, i Pink Floyd, Jimi Hendrix, Doors, Led Zeppelin, il Progressive nella sua forma migliore. Che spazio c’era per lui? Un reduce dei Beatles, gruppo che improvvisamente, pur avendo deluso milioni di fans in tutto il mondo con il suo scioglimento, era apparso ormai datato e comunque opaco e meno riconoscibile che negli anni precedenti.

Paul decise di rifarsi una verginità. Come? Mettendo su un gruppo, Wings, lui, sua moglie Linda ed il chitarrista Danny Laine (a sua volta ex-Moody Blues con all’attivo il grandissimo successo di “Go Now”), più altri due elementi alla batteria ed alla seconda chitarra che nel corso degli anni sono cambiati più di una volta. In ogni caso si trattava di gruppo vero, con una collaborazione tra tutti i membri e, in alcuni casi, anche una partecipazione nella fase di composizione degli album oltre che nella realizzazione e nei tour.

Esce così ”Wild Life” (1971), accolto tiepidamente da critica e pubblico (11° in UK e 10° negli Stati Uniti). La voglia di suonare dal vivo di Macca è tanta. Dal 1966 niente più tour ed il concerto sul tetto della Apple, per chi ha visto “Let It Be” (il film), era la chiara dimostrazione di quanto questo desiderio fosse represso. E così Wings partono per un primo tour d’assaggio. Racconta lo stesso Paul McCartney che si presentavano alle porte delle Università inglesi per chiedere se gli interessava il concerto.

Prende il via così “The University Tour”, una decina di date tra Leeds, Newcastle, Nottingham e, ovviamente, Oxford. Niente brani dei Beatles, a parte “Long Tall Sally”, che poi era una cover.

Seguono tra il 1973 ed il 1976 quattro ottimi album: “Red Rose Speedway” (1973), “Band On The Run” (1973), “Venus And Mars” (1975) e “Wings At The Speed Of Sound” (1976). Tutti molto buoni, ottimi successi di pubblico (tutti nella “Top Five” in Inghilterra – con due primi posti – e tutti al primo posto negli USA) e, soprattutto, di critica.

E allora via un tour dopo l’altro. Allargando sempre di più il giro fino al “World Tour” del 1975-1976: 65 date a spasso tra  Stati Uniti, Australia ed Europa  (in Italia a Venezia). La maggior parte negli Stati Uniti. Tutti grandi stadi ed arene, a New York il Madison Square Garden. Una montagna di spettatori, un tour trionfale.

Logica la celebrazione. Esce così “Wings Over America”, monumentale triplo dal vivo.

All’epoca non era una grande idea, decisamente poco commerciale. Ma negli Stati Uniti va in testa alla classifica. Ed io, appena dodicenne, cresciuto a pane e Beatles, pretesi un regalone per una qualche ricorrenza che ora non ricordo (ma doveva essere qualcosa di grande, tipo promozione o compleanno).

wings2Il disco è stato ripubblicato qualche tempo fa in doppio cd. L’incisione è un tantino cupa, con i bassi in grossa evidenza (non sarebbe Paul McCartney) e la batteria abbastanza impastata. Le tastiere decisamente in secondo piano. Ma la band fa faville. Il chitarrista Jimmy McCulloch suona la chitarra solista con grande classe. Una vigorosa sezione di fiati copre le tastiere dove serve e fa colore. Il suono è compatto e gioioso.

Ma la cosa più interessante, soprattutto se paragonato con i “live” degli ultimi due decenni del nostro, è che il disco suona “Wings” 100%. Ovvero non è Paul McCartney ed accompagnatori. E’ un gruppo vero e proprio, dove il ruolo del band leader si fonde con le altre personalità. A loro è lasciato, tra l’altro, spazio anche in scaletta con le proprie canzoni.

E proprio il materiale proposto è l’ultimo aspetto molto interessante, sempre confrontato con le ultime uscite. Macca esegue, nelle 28 canzoni della scaletta, solo cinque canzoni dei Beatles: “The Long And Winding Road”, “Lady Madonna” e, nel medley acustico “I’ve Just Seen a Face”, “Blackbird” e “Yesterday”. Per il resto è tutto materiale estratto dai nuovi dischi. Qualcuna delle canzoni resiste ancora nelle scalette di oggi: “Jet”, “Band On The Run”, “Let Me Roll It”, “Maybe I’m Amazed”, “Live And Let Die” e “My Love”.

Qualcuna è stata dimenticata: “RockShow” è un R’n'R energico, “Listen To The What Man Said” è un delizioso pop, “Time To Hide” e “Letting Go” vorrebbero essere dure, ma in realtà solo rock d’alta classe, “Silly Love Song” è un classico che richiama ai giochi di botta e risposta nei cori alla Beach Boys. “You Gave Me The Answer” è un brano vaudeville alla “When I’m Sixty Four”.

Ed anche gli altri membri della band fanno la loro parte: Danny Laine rispolvera “Go Now” e la nuova “Spirit Of Ancient Egypt”, mentre McCulloch si lancia nel rock indiavolato di “Medicine Jar” con splendidi cori ed un grande addolo di chitarra.

Il finale è ruggente con “Hi, Hi, Hi” e “Soily”. Una grande festa. Un disco spumeggiante. Non sembra proprio un triplo. Scivola via leggero e gradevole.

Una Sera a Teatro

11 Marzo 2011 Nessun commento

apolorossiMercoledì sera sono stato al Teatro Vittoria per vedere Paolo Rossi ed il suo “Mistero Buffo di Dario Fo (nell’umile versione Pop)”.
Non sono un critico teatrale perciò non vi annoierò con considerazioni colte. Però vi racconto brevemente il contenuto dello spettacolo e qualche mia considerazione (bassa, ma di cuore), nonchè un piccolo compendio delle migliori battute dello spettacolo.

Lo spettacolo è molto divertente, e considerato il protagonista non potrebbe essere diversamente. Attenzione però: chi si aspettasse la riproposizione pedissequa del “Mistero Buffo” di Dario Fo, rimarrà deluso. Non c’è Bonifacio VIII, niente “Rosa Fresca Aulentissima”, nulla della “Resurrezione di Lazzaro” nè delle “Nozze di Cana”. Neppure il “Zanni”.

Ma Paolo Rossi lo ha chiaramente dichiarato durante lo spettacolo, dicendo più o meno che, preparando lo spettacolo con Dario Fo, avevano concluso che “copiare era assolutamente idiota”.

Del capolavoro del Premio Nobel restano ”La Nascita del Giullare” e “La Passione di Maria” (splendidamente interpretata da Lucia Vasini). Quello che c’è del “Mistero Buffo” è lo spirito: la giullarata, il teatro di strada, l’improvvisazione, il contatto con il pubblico costantemente coinvolto, la rappresentazione delle storie attraverso non solo il grammelot (in realtà utilizzato poco), ma anche attraverso la gestualità, la fisicità ed i suoni. Lo stile irriverente attraverso il quale viene preso grottescamente in giro il potere. Ovviamente nell’originale (parlo del Medio Evo) soprattutto quello clericale, oggi anche quello politico.

Ma anche grandi slanci di emozione e di dramma (la “Passione” è commozione pura!). Così come Paolo Rossi cambia repentinamente in più di un’occasione il registro della rappresentazione, passando dal satirico al drammatico in un secondo e tirando fuori quella voce bassa e profonda che non si riesce mai a capire da dove venga fuori e che da i brividi.

I bersagli della satira sono ovviamente il Berlusca (“non tutti i nani vengono per nuocere”), Bondi (“è l’unico caso di fuga all’estero di cervello, con il corpo rimasto qui”), la Lega, il Papa (“cambierà la Chiesa per quanto è rivoluzionario e poco rigido: avete visto quand’è caduto in Vaticano? Non ha messo le mani davanti, è andato giù dritto”) e tanti altri.

Le migliori battute? Attenzione: non le più divertenti, ma quelle che più ti prendono allo stomaco: “Le donne e  i bimbini sono come il cristallo: tanto delicato ed una volta che lo rompi non puoi più rimetterlo a posto”. Oppure “La vera trasgressione è la lucidità”. “Gesù da piccolo aveva dentro la vita”.

La migliore? Beccando il Berlusca, che si definisce “Unto dal Signore”: “I miracoli non si promettono, si fanno. Se puoi farli, li fai senza rompere tanto le scatole al prossimo. Secondo voi Gesù avrebbe detto: “Vi prometto un milioni di posti di lavoro in più, meno tasse, ecc.?”. No, lo avrebbe fatto e basta”.

Paolo Rossi è accompagnato sul palco anche da Emanuele Dell’Aquila, una vera e propria “spalla” più che un semplice musicista d’accompagnamento.

Il Confronto

Partecipo volentieri a questa iniziativa di Sky TG24, il cui editore Murdoch, noto per le simpatie conservatrici e scarsamente progressiste, riesce a passare da noi, nello squallore dell’informazione televisiva (fortunatamente con qualche sana esclusione), per un editore “illuminato”.

Auspicando inoltre che, oltre alle elezioni amministrative ed ai referendum imminenti, si possa andare a votare anche per le politiche quanto prima.

Per chi fosse interessato, il link è il seguente: http://tg24.sky.it/tg24/politica/confronto.html

 

banner_ilconfronto_125x125CHIEDI IL CONFRONTO
1) Il confronto televisivo tra i leader esiste in tutti i paesi democratici
2) Il faccia a faccia consente ai cittadini di scegliere meglio chi li dovrà rappresentare
3) In Italia ancora non c’è una cultura del confronto diretto e non ci sono regole e format condivisi
4) I faccia a faccia tv, dovrebbero diventare consuetudine nel dibattito politico italiano
5) SkyTg24, da sempre per la più ampia libertà di scelta, mette a disposizione dei leaders italiani studi e professionalità

The Best Of…..

Nei miei 700 GB di musica che custodisco gelosamente, back-uppando regolarmente tutte le settimane, ci sono una montagna di dischi. Non riesco neanche a contarli. Praticamente tutta la mia musica è digitalizzata e la porto sempre con me.

Sono un “accumulatore”. Non m’interessa la qualità del suono. L’importante per me è averli e basta. C’è di tutto. Alcuni (forse troppi) non li ascolto mai. Altri me li dimentico, salvo poi ricordarmeli successivamente.

Alcuni sono talmente “classici” che li ascolto in continuo. Anzi, ascoltando musica mentre lavoro, più il lavoro si fa complicato più mi necessita qualcosa di molto ben conosciuto.

Quando le condizioni me lo permettono, ascolto qualcosa di nuovo. Spesso, se il prodotto “mi acchiappa”, non lo mollo più e va in testa alle mie classifiche. Ad esempio Mumford & Sons, Avi Buffalo e The Young Veins di cui ho scritto tempo fa.

Visto che qualche amico mi ha simpaticamente (per fortuna) criticato per l’eccessiva lunghezza di alcuni recenti post, ecco ora qualche breve cenno sui miei ascolti preferiti degli ultimi tempi:

manna

Mannarino

Alessandro Mannarino è, a mio parere, il miglior nome nuovo italiano in questo periodo. Classe 1979, parecchia gavetta fatta di piccoli locali, tipica di chi non ha nessuna intenzione di svendersi. ”Bar della Rabbia” è il primo disco, uscito nel 2009. Semplicemente un cult.

Ogni brano una storia. Ogni storia una voce diversa. Parla d’amore in maniera non usuale (“Me so ‘mbriacato”: “…quando penso a te, mi sento denso perchè, io ti tengo qua dentro con me… quando sono con te io, mangio meglio perchè, non mi devo sfamare, non mi devo saziare con te”), chiacchiera di se stesso seduto al tavolo di un bar con un bicchiere di vino in mano (“Bar della Rabbia”: “..so ’na montagna, se Maometto non viene, mejo, sto bene da solo, il proverbio era sbagliato; sono l’odore di tappo del vino che hanno rimannato ‘ndietro…”),  racconta dell’Italia e della situazione surreale che stiamo vivendo (“lavoro intermittente, solo un’emittente, pure l’aria pura va pagata, in giro vanno tutti allegramente, con la camicia nuova strafirmata, nessuno che ti sente, parli inutilmente, tutti pensano alla prossima rata”), narra di emarginati, di clown tristi e amaramente ironici, di storie di strada. Si trasforma in un imbonitore che vende un miracoloso “Elisir d’Amore”. Musicalmente fonde uno stile da cantastorie con elementi di musica balcanica e gitana.

In questi giorni è uscito il nuovo album “Supersantos”.

 

asiaomegaAsia

So che risulta difficile crederlo, ma gli Asia, ultimo supergruppo formato da vecchie glorie (per chi non lo sapesse: John Wetton, Carl Palmer, Steve Howe e Geoff Downes), natali nel 1982 con l’album omonimo che vendette clamorosamente dieci milioni di copie in tutto il mondo, poi via via dimenticato e passato attraverso cambi di formazione (alla fine qualcosa come 25 musicisti che hanno gravitato intorno al gruppo), riformato in maniera quasi stabile dai membri originari nel 2007 e da allora “disco-tour-discodalvivo-tour-disco-tour-ecc., ha dato alle stampe nel 2010 “Omega”, album di ottima fattura. I quattro sanno suonare, e questo si sa, e se adeguatamente motivati (soldi? non credo – passione? forse, magari) compongono anche alla grande. E poi, per me, John Wetton è una delle voci più belle che il rock ci abbia regalato. Anche se il signore ha superato la sessantina ed ogni tanto, dal vivo, un tantinello arranca. Ma è sempre un leone.

linga

Lingalad

C’è una band italiana che ha iniziato musicando le liriche disseminate da JRR Tolkien nel “Signore degli Anelli”, il romanzo Fantasy per antonomasia, e non solo. Leggo dal loro sito, in particolare dalla biografia di Giuseppe Festa, leader del gruppo: “L’incontro col libro di Tolkien, avvenuto a ventanni,  ha rappresentato per me un punto di svolta importante: esso mi ha aiutato a dare un significato nuovo ad aspetti della mia vita che stavo perdendo di vista e ha contribuito ad indicarmi una nuova via da seguire. Mi ha fatto rendere conto di come sia importante la Magia del mondo naturale quale humus per far crescere i nostri sentimenti per la Terra.
Questo coinvolgimento emotivo, unico mezzo per entrare in sintonia profonda col mondo naturale, si sta drammaticamente affievolendo, soprattutto nelle nuove generazioni
.”

I Lingalad, questo il nome del gruppo, hanno inciso cinque dischi. Il primo, “Voci dalla Terra di Mezzo” legato esclusivamente al libro di Tolkien, il secondo, “Il Canto degli Alberi”, interamente strumentale e dedicato ai luoghi magici dell’Appennino. Poi un terzo disco dal vivo. Il quarto disco, ”Lo Spirito delle Foglie” da’ voce ai protagonisti della Natura (la Pietra, l’Aquila, le Betulle, il Sole, la Fonte, il Mare, il Cielo ed altri ancora).

Infine, a fine 2010, hanno pubblicato un bellissimo disco dal titolo “La Locanda del Vento”. Il suono potrebbe essere definito progressive-acustico. Intarsi di strumenti a corda ed a fiato. Tutto acustico, senza disdegnare ritmi anche sostenuti. Linee melodiche piacevoli e rilassanti. Una via di mezzo tra i Genesis di “For Absent Friends” e “Visions of Angels” ed i Jethro Tull di “Songs From the Wood” e “Cheap Day Return”. Disco veramente molto bello.

Inoltre è un gruppo decisamente generoso: andate sul loro sito www.lingalad.com e lo troverete pieno di informazioni, storie curiose, testi dei brani, spartiti e mp3 per un primo ascolto.

benfoldsBen Folds

Per finire uno dei dischi che ascolto più assiduamente è il live (credo l’unico finora pubblicato, nel 2002) di Ben Folds. Solo voce e pianoforte. Solo per dire che nonostante abbia acquistato l’ultimo “Lonely Avenue”, dove ha musicato testi di Nick Hornby (il mio scrittore preferito!), ogni volta che mi dispongo all’ascolto, il mouse finisce per selezionare il Live e me lo sento tutto d’un fiato. E’ eccezionale. Quel suono di pianoforte così energico è strepitoso, il suo dialogare con il pubblico chiamandoli nei cori, la semplice complessità nella struttura delle canzoni, la sua voce, il suo fraseggio sui tasti (sempre grande invidia!!!!!). Insomma, fantastico!

Locations of visitors to this page