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Archivio Aprile 2011

XY

30 Aprile 2011 Commenti chiusi

imagesHo letto l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi “XY”.

Parte da un principio: “Se esistono le parole per dirlo, è possibile”. E’ quello che accade tutti i giorni, quando  la realtà che spesso siamo costretti a vivere attraverso i mezzi di comunicazione si manifesta in forme tremendamente peggiori di qualsiasi orrenda fantasia.

Il plot è un capolavoro dell’assurdo. Borgo San Giuda, un paesino sperduto tra le montagne del Trentino, isolato dal resto del mondo sia tecnologicamente (una montagna ne impedisce la ricezione di televisione, radio, cellulari e quant’altro), sia fisicamente: un bosco fitto, una strada franata e, soprattutto, delle condizioni climatiche impossibili.

Unica attrattiva, peraltro “tarocca”, è un albero che viene ghiacciato in modo posticcio e mostrato ai turisti come stranezza della natura. Proprio ai piedi di quest’albero, in una mattina di tormenta, vengono ritrovati i corpi di una dozzina di villeggianti in gita e della loro guida locale. L’albero è completamente intriso di sangue ghiacciato.

Le indagini sulla strage, condotte da un pool di magistrati, portano ad un risultato pazzesco che, come tale, viene tenuto segreto. Anzi, peggio, mistificato. Le tredici persone sono morte in tredici maniere diverse, rappresentanti le peggiori paure dell’uomo di oggi: dall’infarto alla decapitazione, da un tumore ad un colpo di pistola, chi asfissiato e chi per strozzamento da cibo, chi con gli organi interni espiantati e chi da overdose di eroina, ed infine dal morso di uno squalo estinto da duemila anni. E tutti esattamente nello stesso momento.

Di più. I RIS esaminano il sangue di cui è intriso l’albero e non solo trovano tracce di DNA degli uccisi, ma anche inspiegabilmente di chiunque altro (il medico legale che sta effettuando l’analisi, la sua assistente, ecc.).

Tutto ciò è talmente pazzesco che il Procuratore Capo decide di nascondere la cosa raccontando che si è trattato di una strage di integralisti islamici. E tutti ci credono. Giornalisti compresi che, avidi di casi umani e/o morbosi, invadono la piccola frazione peggiorando ulteriormente la già fragile stabilità della comunità.

Il tutto è raccontato in maniera parallela da due solitudini che finiscono per incontrarsi a metà libro: una giovane psichiatra di poca esperienza ed il prete di SanGiuda, don Ermete, dal passato denso, raccontato solo a sprazzi e con qualcos’altro da nascondere. I due, lei perchè in qualche modo legata ad uno dei giudici che svolgono le indagini, lui perchè inizialmente sospettato di sapere qualcosa e poi confessore del Procuratore, sono tra i pochissimi a sapere la verità sulla strage.

Il loro incontro avviene quando don Ermete, preoccupato per la situazione psicologica dei suoi parrocchiani, cerca nella ragazza un aiuto. Da qui in poi s’incontrano personaggi via via sempre più allucinanti e allucinati, mentre il tempo continua a peggiorare.

L’epilogo è concentrato in una lunga notte in cui i due si scambiano riflessioni su Dio, sul diavolo, sulla capacità di entrambi di procurare dolore, sul credere o no. E su molto altro mentre affiorano i rispettivi passati.

Altro non racconto. Non sono un critico letterario, ma il romanzo mi è sembrato bello. Strano, allucinato, angoscioso, ma anche caldo, pieno, leggero.

Non penso sia al livello di “Caos Calmo”, difficile da eguagliare, o de “Gli Sfiorati”. Forse nemmeno di “Venite Venite B52″ o “La Forza del Passato”. Però è completamente diverso dagli altri. Diversa è, soprattutto, la forma. Il libro si estende ad Internet con un gioco di rimandi, dove in un doppio sito (http://www.x-y.it/), si accede ad una serie di contenuti speciali che integrano ed estendono il romanzo: personaggi, luoghi, immagini, video, piantine, dettagli vari. Il tutto permette una fruizione del libro molto profonda e soprattutto di calarsi in una storia che per certi aspetti è suggestione pura.

E allora, forse, non è tutto una grande sperimentazione? Il libro dove sta andando? Avevamo dei bei blocchi di carta da leggere e su cui sognare, immaginare, sospirare, e chissà quante altre emozioni. Oggi si va oltre sia fisicamente (il boom degli e-book e degli e-reader) sia sovrapponendo gli ambiti creativi.

Che ne pensate?

MCR Live!

26 Aprile 2011 Commenti chiusi

mcrLe luci si spengono e sul palco sale Jason McNiff, cantautore britannico (?) che non conoscevo ma che sembra essere amico di vecchia data dei MCR, visto che già aveva aperto per loro concerti nel 2009 e che, nel 2008, insieme ad un paio di membri della band aveva partecipato al progetto comune dei “Narrow Men”.

Tre-quattro brani voce-chitarra. Passati rapidi ma accolti con favore dal pubblico.

Già, il pubblico. Un migliaio di persone, forse millecinquecento, di tutte le età, schiacciate nella bolgia del parterre di Stazione Birra. Un altro paio di centinaia al piano superiore. Tutti stretti ed uniti, appena si sono spente le luci, a cantare “Bella Ciao” a voce spiegata. Centinaia di pugni alzati. Già mi immagino: “Eccolo, il solito comunista…”, “Sono spariti, è stata la storia a farli scomparire….”, “appena vede un pugno alzato si commuove…” e via di seguito. Non è questione di comunista o no. Il discorso è che i MCR, ed il loro pubblico, si riconoscono in una serie di valori. Sono i valori di chi oggi vorrebbe una politica più vicina alla gente e meno arraffona ed affarista, di chi vorrebbe solidarietà ed uguaglianza, di chi accoglie, di chi partecipa. Di chi vorrebbe che la giustizia fosse uguale per tutti senza essere tacciato solo per questo di giustizialismo. Di chi vorrebbe non vergognarsi del proprio paese per colpa di una classe dirigente crassa e libertina. Di chi vorrebbe non dover scappare all’estero per poter fare un lavoro adatto alle proprie capacità ed ai propri meriti, ma anche per chi decide di restare e dare una mano come possibile. Oppure di chi vorrebbe un minimo di redistribuzione della ricchezza onesta in funzione del lavoro che offre al capitale. E questi valori, non c’è niente da fare, partono dalla Resistenza e dalla Liberazione (che non sono state solo di un colore), dalla Costituzione e dagli ideali di progresso e libertà.

MCR 001Ma sono anche i valori di chi va in giro per il mondo, nei punti più caldi, a portare la pace vera, non quella delle armi, e che ci rimette la vita a costo di non tradire i propri ideali.  E così sulle prime note di violino Massimo “Ice” sale sul palco e, da solo, si avvicina al microfono e saluta Vittorio Arrigoni dedicandogli il concerto. Ancora qualche secondo di assestamento e parte veloce e scattante “AltraItalia”, proprio per ribadire il concetto. Si parla allora di Anna, quasi quella di oltre trent’anni fa di Finardi, che ascolta “Musica Ribelle” però ha il piercing e partecipa ai funerali di Vassalli, il sindaco ucciso dalla camorra, oppure il pensionato Angelo che passa il tempo a portare aiuti in Bosnia con il suo furgone. Oppure ancora Maria Rosa che a Coppito lavora con il sindacato per portare aiuti ai terremotati mentre Graziano fa il medico-clown per portare un sorriso ai malati. E’ questa l’AltraItalia che si diffonde e che avanza, quella che i giornali spesso non raccontano e che la tivù, nella maggior parte dei casi, arriva addirittura a nascondere. Completano il trittico iniziale “Onda Libera” e “Libera Terra” che rafforzano il ulteriormente il tema.

Questi sono i MCR di oggi. Dopo aver girato il mondo, ed in particolare tutti i Sud del mondo, ed aver raccontato le condizioni terribili delle povertà dei paesi centro e sud americani, ma anche dell’Africa, arricchiti di tutte le esperienze fatte, e’ giunto il momento di occuparsi di nuovo del proprio paese e di parteciparvi nel modo migliore, di catalizzare, attraverso la musica e le parole dei loro brani (che, attenzione, non sono mai vuoti slogan), le coscienze possibilmente delle nuove leve, ma anche di tutti quelli che sono disposti ad ascoltare ed a pensare. O almeno, lodevolmente, ci provano.

 MCR 003Subito dopo gli inni a Libera partono due storie di amicizia: “Grande Famiglia”, a testimoniare la rete di affetti e condivisioni sparpagliata in Italia e nel mondo dal Gruppo, ed “Il Posto dell’Airone” sul vecchio studio di registrazione dei MCR come punto di scambio e di aggregazione che oggi, come dice tristemente “Dudu” Morandi, non esiste più.

 Ok, a questo punto piccola pausa, di colore ed altro.

 Cominciamo dal Gruppo. Sono in otto. Oltre ad Ice (basso elettrico, acustico, semiacustico più una curiosa maxi balalaica con due corde che suona tanto contrabbasso “shuffle”) ci sono Franco D’Aniello (flauti vari, compreso il meraviglioso tin whistle che con due note ti porta nel verde smeraldo d’Irlanda), Robby Zeno alla batteria e percussioni varie e Luciano Gaetani che si dedica a tutti quegli strumenti le cui note ed i cui suoni permettono all’ascoltatore di viaggiare per il mondo (dal bouzouki al banjo, dalla scottish pipe alla chitarra battente, dal bodhran alla darabouka). E qui finiscono i membri storici (più o meno) della band. Ci sono poi Francesco Moneti che caratterizza con il violino o la chitarra elettrica l’atmosfera di ogni brano, Luca Bertolini alla chitarra acustica (perché un’acustica in un brano folk ci dev’essere), Leo Sgavetti alle tastiere varie, dalla fisarmonica all’hammond. E per finire Dudu Morandi alla voce ed interpretazione.

 Ora, per chi come me e’ stato un fan della prima ora del gruppo e l’ha visto dal vivo nel corso degli anni almeno una mezza dozzina di volte, non può nascondere che l’uscita di Cisco e’ stata in ogni caso traumatica, tale era l’apporto dell’ex cantante sia in termini di scrittura che di massiccia presenza scenica con la sua mole e la sua voce. Perciò la scelta del doppio cantante inizialmente non era stata particolarmente felice, così come i due album “Dopo un Lungo Inverno” e “Onda Libera” forse non erano state le loro prove migliori (peggio il primo del secondo, in ogni caso).

 Ma finalmente con il nuovo “Sul Tetto del Mondo” ogni crisi ed ogni trauma sembrano definitivamente superati. Il disco e’ veramente molto buono, con un ritorno notevole alle originarie sonorità irlandesi, con una voglia di esprimersi e di far ballare come sempre, ma rinforzata dai nuovi brani spesso trascinanti.

 Il tutto chiaramente rappresentato da tre aspetti evidenti: il suono del Gruppo mai così compatto e allo stesso tempo variegato, un pubblico che dall’inizio alla fine non ha fatto che saltare, dimenarsi e “pogare” (neanche per un minuto sarei voluto essere uno di quei ragazzi delle primissime file che, ad ogni ondata, finivano schiacciati contro il palco) e, per finire, da “Dudu” Morandi che, ormai sicuro padrone della scena, indossa una simpatica maglietta con su scritto in inglese “chi cavoli e’ Dudu?”.

 MCR 005“Il Posto dell’Airone” raccoglie gli applausi che merita e lascia il posto alla patchanka di  “Etnica Danza” che apriva “Fuori Campo” del 1999. Poi “S’ciop e Picoun” dal nuovo album, brano cantato in dialetto modenese che, dal poco che si capisce, racconta di gente che ha lottato in trincea per la libertà e si e’ poi trovata ad emigrare (“minera, carbon”) per vivere la sua vita onestamente. Musicalmente un brano trascinante, un combat folk classico, ammantato di tinte rock-blues.

 Segue “Figli del Vento”, dall’album “Onda Libera”,  ed uno strano dub cantato da Ice dove si parla dei 150 anni d’Italia e di tutti i suoi disastri. Dal nuovo album arrivano “Camminare” e, introdotta da dolcissime note di pianoforte, ”Dieci Volte” cantate a gran voce dal pubblico come fossero brani storici dei MCR. Certo, qualche volta i testi sembrano un tantino fuori fase (“..ho tremato di passione al presagio di sostare”, da “Dieci Volte”).

 A questo punto Dudu si mette le corna rosse e parte una “Povero Diavolo” arabeggiante ed acustica, con Robby Zeno a partecipare ai cori in prima linea picchiando su di un gran tamburone. Si riprende con lo sprint di “Clan Banlieu”, apertura di “La Grande Famiglia” e brano itinerante con furgone arrugginito tra le periferie di mezza Europa. “La Mosca Nel Bicchiere” e’ forse l’unico momento no del concerto, così come lo e’ nel disco.

 Pero’ apre le porte ad uno dei brani migliori dell’album. “Que Viva Tortuga”, omaggio alla vita piratesca vista come vita senza regole e senza padroni, citando Bennato a più riprese (“Veri pirati noi siamo, per la Toruga lottiamo… ci esercitiamo a far la faccia dura per fare più paura!”). Il brano, dal ritmo tra lo tzigano ed il caraibico, continua a far ballare il pubblico. Nell’intermezzo, sulle note di un piano piacevolmente latin-jazz, botta e risposta tra il cantante, con tanto di bandiera con ossa incrociate e teschio, ed il pubblico,  fino alla battuta finale: Ice chiede, riferendosi all’audience “hanno conquistato il permesso di soggiorno?” e Dudu gli risponde: “Diciamo che hanno conquistato il permesso d’imbarco”.

Ci si avvia al primo finale e quindi spazio al “Greatest Hits”:  in sequenza “Viva la Vida” dall’album omonimo, dalle forti tinte latine, così come “Il Ballo di Aureliano”, con una virata anche verso il rock. Breve ritorno al miglior brano, a mio parere, dell’ultimo album: “I Giorni della Crisi”. Poi uno dei brani che tutti aspettavamo: “I Cento Passi”. Di nuovo tutti a ballare, a cantare in coro ed a battere le mani. Qui la dedica più sentita del concerto. Dudu chiede di continuare a battere le mani oltre che per Peppino Impastato anche per tutti quelli che lottano tutti i giorni contro la mafia: i testimoni di giustizia di cui non si parla mai, tutti quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, come i ragazzi e le ragazze di Libera. Un Italia diversa dai Grandi Fratelli, dagli X-Factor, gente che vuole cambiare l’Italia e fare questi cento passi tutti i giorni, tutti i santi giorni.

Poi il trittico finale: “Seduto sul Tetto del Mondo”, tipica ballata MCR destinata a rimanere nel cuore dei fans. “In Un Giorno di Pioggia”, dedicata all’Irlanda. Ogni volta che ascolto questa canzone percepisco odori, suoni, luci e colori di quella terra e della sua gente ospitale (forse oggi meno). Per finire “Contessa”, mai come oggi attuale, tra lotte sindacali e datori di lavoro che pensano a portare fabbriche all’estero per aumentare i profitti.

Ovviamente non è finita. Pochi minuti e iniziano i bis. “La Legge Giusta”, “Mia Dolce Rivoluzionaria” e una al solito trascinante “Bella Ciao”.

Alla fine, mentre districo la macchina dal parcheggio,  mi accorgo che le sensazioni che porto via con me sono le stesse delle altre volte. Mi sento bene, arricchito, rinvigorito. E’ come se la mia mente fosse stata massaggiata per due ore da chi se ne è particolarmente capace.

Disavventure

19 Aprile 2011 3 commenti

MCR 004Stazione Birra è il nome di un ottimo locale che si trova a Roma uscendo sulla via Anagnina verso i Castelli. E’ capiente, ci si ascolta ottima musica e, soprattutto, è anche birrificio. Però è abbastanza disorganizzato se dal concerto della tribute o cover band si passa al prottagonista con un nome. Poi, se forse Pendragon, Steve Hackett e Tony Levin hanno un pubblico decisamente meno “scalmanato”, sicuramente le cose funzionano meglio.

Ma nel caso dei Modena City Ramblers il locale non si è certo rivelato all’altezza. “Biglietto + cena”, recitava il bottone da premere per effettuare la prenotazione sul sito. Ma il giorno dopo venivo avvisato che, in accordo con il gruppo, il locale per quella sera non avrebbe effettuato servizio ai tavoli, perciò cena esclusa. Evidentemente avevano capito che l’affluenza sarebbe stata notevole, o forse avevano avuto qualche disservizio nella gestione dei tavoli. Ma, mi faceva sapere il solerte telefonista, per chi aveva prenotato la cena era previsto comunque un buffet al piano superiore del locale.

Ottimo! Arriviamo al locale alle 20.30 (inizio concerto alle 22) e scopriamo che il buffet era costituito da hot dog, hamburger, patatine, birra e bevande varie. Dopodichè abbiamo pagato 28 euro per due hot dog decisamente scadenti, due patatine decisamente troppo unte e due birre decisamente troppo schiumose. Tavoli condominiali ma già tutti occupati (ok, questo era colpa nostra, siamo arrivati tardi). Ci procuriamo due sedie e ci disponiamo tranquilli a mangiare vicino alla ringhiera vista palco. Arriva un solerte addetto alla sicurezza e ci invita, per motivi appunto di sicurezza, ad allontanarci dalla balaustra. Ci spostiamo due metri indietro, ritorna e non va bene ancora. Ci spostiamo di nuovo, panini, birra, patatine e ketchup in mano. Finalmente giunti a distanza accettabile ci godiamo la nostra cena. Nel frattempo la gente si assiepa contro la ringhiera, però in piedi e questo va bene.

Sta per cominciare il concerto ed io, alla ricerca di un posto con visuale migliore, mi muovo sul piano e scopro che, passato una specie di arco, in fondo al piano, ci sono un dieci-quindici tavoli prenotati. Tra l’altro con ottima vista palco ed a favore di sistema di amplificazione. Come mai? Anch’io avevo prenotato, ma nessuno mi ha specificato, al momento della telefonata di disdetta, che esisteva la possibilità comunque di prenotare un buon tavolo.

Fortunatamente, e grazie ad un pò di faccia tosta del sottoscritto, siamo stati ospitati da due gentili signore che accompagnavano i figli al concerto e che avevano qualche posto libero al loro tavolo.

Neanche il tempo di ringraziare e di dare un’occhiata al parterre (mamma mia quanta gente!) e si sono spente le luci.

Se vi interessa, rimanete sintonizzati!

Il Disco del Mese: “Mr. Tambourine Man” (1965)

19 Aprile 2011 Commenti chiusi

images1964. Un trio folk acustico di Los Angeles non sa di preciso cosa inventarsi per tirare avanti. Una grande passione in comune: i Beatles. L’idea iniziale è quella di tentare di proporre il repertorio dei Fab Four in versione acustica nel circuito dei club live locali. C’è da dire che i tre sono giovani, ma non dei pivelli: Jim McGuinn, Gene Clark e David Crosby sono già dei discretamente ricercati sessionman e compositori, con già qualche anno di esperienza alle spalle.

I tre iniziano così a lavorare anche in studio incidendo qualche demo, ed è lì che interpolando tutte le variabili (il folk, le armonie delle loro voci, le chitarre acustiche, Dylan, i Beatles) nasce qualcosa, in quel momento, di completamente diverso: il “folk-rock”. L’elettricità e l’energia del rock si fondono alla rilassatezza, alla melodia ed alla brillantezza del folk. La ballad, forma-canzone tipica del folk, entra a far parte a pieno titolo del rock’n'roll, così come i tempi veloci si riempiono di respiro ed armonia.

Nel giro di qualche mese si aggiungono ai tre il batterista Michael Clarke ed il bassista Chris Hillman. Negli Stati Uniti è esplosa la beatlemania ed i cinque sono già sulla rampa di lancio: hanno passato l’anno ad avvicinarsi, anche fisicamente, ai loro idoli. Oggi li chiameremmo una “tribute band”: stessa strumentazione (Rickenbacker, Gretsch, Ludwig), capelli a caschetto, abbigliamento pulito ed ordinato. Scelgono il nome definitivo: “The Byrds”. La “y” sostituisce la “i” perchè già esisteva un gruppo con quel nome.

Grazie al demo inciso della loro versione di “Mr. Tambourine Man” di Bob Dylan, la Columbia li mette sotto contratto. Li chiude in studio e nel giro di qualche ora viene prodotto il singolo di debutto, che esce negli Stati Uniti il 12 aprile 1965. Nel giro di poco diviene il primo 45 giri folk-rock a raggiungere il numero uno sia della classifica di Billboard negli U.S.A. sia di quella inglese. Il disco è un concentrato di stile. Tutto ciò che renderà riconoscibili i Byrds nei successivi due-tre anni: la chitarra 12 corde di McGuinn pizzicata a formare il suono brillante  simile ad una cascata, le complesse armonie vocali, il suono complessivo definito “jingle-jangle” (non è spiegabile, ascoltatelo e capirete). Come lo “yeah yeah” dei Beatles divenne un elemento individuativo del gruppo, così il verso “…in the jingle-jangle morning I’ll come following you” di “Mr. Tambourine” lo divenne per la musica dei Byrds.

Nell’attesa di entrare nella storia (“Mr. Tambourine” fu inciso a gennaio ’65 ed uscì nei negozi solo ad aprile dello stesso anno) i cinque erano diventati la band di casa al nightclub “Ciro’s”. E qui fioccano le leggende. 

Si dice che nel locale, ad ascoltarli, andassero spesso e volentieri attori tipo Jack Nicholson e Peter Fonda, scrittori ed intellettuali vari e che ai tavoli del locale sia nata la scintilla della controcultura hippie.

imagesCAJNVFG6Si dice anche che Bob Dylan si sia unito ai Byrds una sera (in realtà c’è una foto a documentarlo), e che andandoli ad ascoltare prima nello studio di registrazione dove incidevano non fosse riuscito a riconoscere le proprie canzoni.

Si raccontava in giro addirittura che gli stessi Beatles avrebbero partecipato alle sedute di incisione dell’album imminente.

Così viene prodotto l’album di debutto. L’ossatura è rappresentata proprio dalle canzoni di Bob Dylan. Ce ne sono quattro. Oltre alla title-track ci sono “Spanish Harlem Incident”, “All I Really Want To Do” e “Chimes Of Freedom”. Tutte incise nello spirito del gruppo e perfette canzoni folk rock.  “The Bells Of Rhymney” (Pete Seeger), la sincopata “Don’t Doubt Yourself” (Jackie DeShannon) e la dolcissima (e preveggente) “We’ll Meet Again” (Parker/Hughes) sono le tre ulteriori cover del disco.

Completano la track list cinque brani originali, quasi tutti di Gene Clark: la scatenata “It’s No Use”, le riflessive ballate  ”I Knew I’d Want You” e “Here Without You”, l’elettrica “You Won’t Have To Cry” e, per finire, “I’ll Feel A Whole Lot Better”, molto molto beatlesiana e divenuta uno standard del rock’n'roll.

Il disco è magnifico. Ha un suono fantastico, le canzoni sono tutti potenziali singoli, non c’è una canzone sbagliata nè fuori posto. Le armonie vocali sono un ulteriore punto di forza.

Null’altro da dire, se non che l’album esce nei negozi americani il 21 giugno del 1965 e raggiungerà il n° 6 negli Stati Uniti ed il n° 7 in Gran Bretagna.

Seguiranno tre dischi molto simili e poi una gran quantità di variazioni nella line-up e nello stile del gruppo. Ma sono altre storie.

Hot News

8 Aprile 2011 Commenti chiusi

newsRubrichetta nuova nuova con le notizie dal mondo musicale secondo me degne di interesse e con qualche segnalazione per concerti imminenti.

 

caposseVinicio Capossela

Dal sito dell’Artista, è in uscita il prossimo 26 aprile il nuovo album “Marinai, Profeti e Balene”. Addirittura doppio. Voce e Pianoforte sono state incise nella sagrestia della Cattedrale dell’Assunta, presso il Castello Aragonese di Ischia. Una roccaforte a 80 metri sul mare dove ha piazzato un pianoforte a coda lunga. Nello stesso sito sono state annunciate le date del tour: 15 date a partire dal 27 aprile (Genova), per poi toccare Bergamo (28), Parma (29), Vicenza (2 maggio), Bologna (3), St. Vincent (6), Chiasso (7), Firenze (10-11), Ascoli (13), Torino (16), Milano (21-22), Cremona (23) ed infine Roma (25). 

 

bfsBuffalo Springfield

Leggo da “Crawdaddy” un’intervista a Richie Furay, membro fondatore di una delle band “seminali” del rock americano, l’annuncio dell’imminente tour del gruppo (quasi) nella formazione originaria, a quarantatrè anni dall’ultimo concerto. Una vita. Per la serie “Pachidermi&Dinosauri”, oppure “Eventi”? Vediamo cosa ne uscirà fuori. Il tour, o meglio il mini-tour, consta di sette date nella prima decade di giugno prossimo, a cominciare da Oakland il 1° giugno, per poi teminare il giorno 11 con la partecipazione al “Bonnaroo Music & Arts Festival” a Manchester, Tennessee.

 

 mcrModena City Ramblers

E’ uscito il nuovo album: “Sul Tetto del Mondo”. Formazione stabile rispetto al disco precedente. Domani lo compro e poi vi faccio sapere cosa ne penso. Inoltre domani sera sono all’Alcatraz a Milano, mentre il 15 sono a Roma a Stazione Birra (ci vado). Poi il tour proseguirà anche con due date in Spagna (a Barcellona e a Madrid) per poi concludersi a Nuoro il 14 maggio.

 

robertsonRobbie Robertson

Su “Jam” di questo mese una splendida intervista al leader di The Band che racconta il nuovo disco “How To Become Clairvoyant” nato da una collaborazione con Eric Clapton che ne firma tre brani, oltre a suonare in parecchi altri. Robertson si lascia andare a qualche ricordo dei tempi in cui “le notti erano giovani” e conclude che la fine della Band sia stata da parte sua un errore. Singolare da parte sua l’espressione “ho lasciato la band”. In realtà per tutto il mondo “The Last Waltz” è stato il canto del cigno del gruppo. Le “reunion” successive di quasi tutta la line-up, ad esclusione appunto del chitarrista, suggellate da brevi tour ed addirittura tre nuovi dischi (“Jericho”  – 1993 – “High on the Hog” – 1996 – e “Jubilation” del 1998) sono state considerate solo come tali.

 

coldp Coldplay

Da “Music Room” leggo che sembra essere quasi pronto il nuovo album dei Coldplay, con Brian Eno come produttore. Si dice che dovrebbe essere “un’esplosione di armonie vocali”. Mi devo preparare per l’ennesimo sonno?

Malinconico For President

4 Aprile 2011 Commenti chiusi

malincLa televisione non è un mio chiodo fisso. Dopotutto è dominio assoluto dei miei figli con cartoni animati (A), film d’azione (D) e cavalli (E).
Dopo lunga e penosa trattativa riesco a strappare in genere un paio d’ore per il giovedì sera (Annozero) e per la domenica sera (Report). Ma su una cosa non c’è storia.

La partita del sabato o della domenica o di Champions? No.

Il concerto rarissimo degli Who trasmesso su “Live”? No, assolutamente no.

Luca Montersino con i suoi dolci o Antonino Esposito con “Piacere Pizza” sul mio canale “Must” Alice? Se posso me li vedo, ma altrimenti posso resistere.

E allora? E allora il venerdì sera per me esiste solo “LA SQUADRA”, il serial poliziesco di RaiTre giunto ormai ad un numero imprecisato di serie (sicuramente la 3^ della “Nuova Squadra”, penso l’undicesima o dodicesima in assoluto).

Non sto a spiegare perchè mi piace. La televisione è così, va a gusto. Mi piacciono i personaggi e le storie. La trovo divertente e ben fatta. O forse no, però resto lì avvinto al teleschermo finchè non arriva la sigla finale. Il tutto, ovviamente, tra le prese in giro del resto della famiglia.

Bene, perchè ne parlo? Perchè in quest’ultima edizione il lotto dei personaggi si è arricchito di una nuova tipologia: il Cattivo-Buono, da non confondere assolutamente con il Cattivo-Cattivo. Vale a dire il boss della camorra Malinconico, uomo votato al crimine, impegnato in loschi traffici e triangolazioni assurde. Uomo cui il Poliziotto-Buono dichiara guerra dalla prima puntata e sulle cui ripetute schermaglie si basa poi tutta la serie appena finita di andare in onda.

Malinconico compie le peggiori nefandezze. Smercia droga ed altro, si allea con i Pericolosi Colombiani per incrementare i suoi utili ed i suoi interessi, elimina testimoni scomodi o uomini infedeli. Come nel classico canovaccio di queste serie.

Però non esita ad aiutare il Poliziotto-Buono cui è stata rapita la ex-moglie e la figlia proprio dai Pericolosi Colombiani, perchè “donne e bambini non si toccano”. Percepisce il pericolo proveniente dal Socio-Psicopatico, diventato decisamente ingombrante, ed aiuta la polizia ad arrestarlo. Sostiene che la polizia “…si rispetta, al limite si frega, ma si rispetta”. E’ tutto casa e famiglia. Ama la figlia piccola, allontana la figlia grande dalla droga ed aiuta il Fratello-Scapestrato a rimanere, pur nel “border-line”, nei limiti della legge.

E’ sobrio. Nessun vizio evidente. Nessun esibizionismo da boss.

E, alla fine, si fa mettere le manette ai polsi e tradurre in carcere limitandosi a guardare il Poliziotto-Buono con la faccia dello sconfitto.

Bhè, se proprio non si può avere di meglio, non si può scegliere lui come premier?

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