Il Disco del Mese: “Skylarking” (1986)
Strano gruppo gli XTC.
Geni della musica pop, nipotini dei Beatles, gavetta nella new-wave inglese per poi fiorire come band a se stante dallo stile unico e difficilmente imitabile. Stop ai concerti per idiosincrasia del leader della band Andy Partridge alla platea proprio nel momento del grande salto internazionale.
Contratto gettato alle ortiche (una specie di sciopero da parte loro) con la casa discografica nel momento di massimo splendore, nei primi anni Novanta. Ritiro dorato nella loro città d’origine (Swindon) dove, si narra, si possa andarli a trovare liberamente, incontrando persone che più lontane dallo star-system non si può. Ritorno sulle scene con due dischi bellissimi all’inizio degli anni 2000 e poi di nuovo più nulla, a parte una quantità inverosimile di raccolte in qualche caso ai limiti del demenziale.
Un paio di anni fa l’annuncio da parte dei due membri fondatori, Andy Partridge e Colin Moulding, di aver definitivamente abbandonato il progetto “XTC” un pò per disillusione verso la musica ed il suo mondo, un pò per dissapori personali.
Questo molto in breve.
Si possono poi aggiungere il desiderio irrefrenabile di giocare con i loro modelli di riferimento fino a re-inventarsi con un altro nome, The Dukes Of Stratosphear, ed incidere due album di pura psichedelia, calati perfettamente nei suoi anni d’oro e grandiosamente senza tempo. Tutto questo per dare sfogo alla loro irrefrenabile creatività.
Oppure la gran quantità di album di notevole valore artistico, incisi con la grazia del cesellatore e curati in ogni suono. Non una nota fuori posto, non un coro inutile. Sempre qualcosa di originale, sempre mantenendosi sul sentiero tracciato da Lennon&McCartney qualche anno prima di loro.
Non sono mai arrivati ai vertici delle classifiche inglesi ed americane, ma vi sono sempre entrati per ogni album e relativi singoli, stazionandovi per settimane e settimane.
Io, ventenne alla metà degli anni ottanta e con velleità di capire la musica pop di qualità, ero sempre là ad aspettare la nuova uscita, pronto a lasciarmi stupire dalle loro linee melodiche inusuali e classiche allo stesso tempo.
Tra tutti “Skylarking” è il disco cui sono più affezionato. E’ una specie di “concept album”, ispirato allo scorrere delle ore di una giornata, ma leggibile anche come una metafora della vita. Per inciderlo gli XTC erano volati negli Stati Uniti per essere prodotti da Todd Rundgren, allora tra i musicisti e produttori di maggior fama, anche lui molto ispirato dai Beatles e dal rock inglese degli anni ’60.
La convivenza non fu facile, molti furono i motivi di litigio e la produzione andò avanti fra alti e bassi. Ma nell’enorme tensione creatasi il gruppo riuscì ad ottenere un suono coeso, unico, brillante, ispirato. La qualità delle canzoni è enorme. Il disco attraversa i generi più disparati. Ogni brano è un piccolo capolavoro sfavillante. La produzione, pur arricchendo con inserti orchestrali o di tastiere, non appesantisce il sound della band e non lo snatura, lasciando le chitarre sempre in primo piano.
E’ l’alba e tra grilli e cicale che cantano, il liquido suono di un piccolo organo apre “Summer’s Cauldron”. Andy Partridge canta in maniera rilassata sulle sue note. La campagna inglese è tutta intorno a noi. Il sole si alza, l’aria è umida e profumata. Due versi ed entrano gli altri strumenti. Il suono si mantiene liquido. Il protagonista nuota intorno come una mosca in una tazza di brandy.
Il finale del brano apre alla successiva “Grass”. Si percepisce la fragranza del prato inglese. Il sole è sempre più caldo ed un leggero venticello ti schiaffeggia il viso. E’ mattino presto, ma è anche l’alba della vita, senza problemi apparenti o angosce esistenziali.
Il ticchettio di un orologio prelude a “The Meeting Place”. Un uomo chiede alla sua donna (in carriera) quanto ne valga la pena (“passeggiando sotto cieli scuri di ciminiera, fumo sul tuo respiro”). Il ritmo è ancora languido e rilassato, ma una certa nervatura ritmica comincia ad emergere, grazie soprattutto al pianoforte a sostegno della melodia.
Arriva così il momento dell’amore. Un amore non corrisposto, o forse non più. Lei è spettacolare ed irraggiungibile e piace a tutti. Agli occhi dell’innamorato è capace di cambiare le condizioni del tempo ma non a farli rimettere insieme, oppure salva il mondo dalla fine ma non riesce ad impedire al protagonista di piangere. E lui non vuole chiamarla perchè teme che sia impegnata in qualche altra missione da “Supergirl”, come salvare qualche altro ragazzo. Il brano parte con delle semplici percussioni elettroniche e poi si sviluppa in maniera molto allegra, nonostante il tema, come a voler dire: “Via, non muore nessuno, capita a tutti prima o poi!”. Il ritmo comincia ad essere sostenuto. Un rock decisamente rotondo.
Ma, si sa, nella classica giornata inglese la pioggia è sempre in agguato. E allora ci si chiude in casa per guardare fuori dalla finestra “il sipario d’argento”, richiamando continuamente tutti i colori possibili. Il “Ballet For a Rainy Day” è dolce e caldo, le voci si rincorrono in lente fughe.
Un intervento di archi apre “One Thousand Umbrella”, brano molto psichedelico. Lui è stato lasciato ed un migliaio di ombrelli rovesciati, o un migliaio di tazze da the, non possono bastare a contenere tutto il suo pianto. Però…. nel ritornello la vena ottimista dell’autore ritorna piena e forte, e la melodia da angosciosa diviene dolce: “Puoi sorridere e prevedere il cambiamento del tempo, e presto dimenticherai se lasci entrare il sole”.
Metà disco, metà giornata, metà vita. Il rock comincia a farla da padrone. “Season Cycle” parla del ciclo della vita. Inizia con la voce che canta su di un hammond cui si aggiunge per i bassi un pianoforte. Batteria e resto del gruppo entrano subito dopo. Brano molto beatlesiano, sia musicalmente sia per l’impasto vocale. C’è Paul McCartney che li benedice dal vetro di regia. La domanda è una sola: “Chi è che spinge i pedali del ciclo della Vita?”.
Anora due passaggi sulla vita. “Earn Enough For Us” è uno splendido brano rock, con tanto di riff e chitarre in primo piano. Il suono è di nuovo rotondo e corposo. I colpi di rullante nel bridge netti. La canzone parla della difficoltà di farsi una famiglia, quando il lavoro è quello che è e si spera di guadagnare abbastanza per tutti, ed è attualissima anche oggi. E subito “Big Day”, il Grande Giorno. Cosa porterà il matrimonio? “Sei assordato dalle campane, potrebbe essere un Paradiso, potrebbe essere l’Inferno. La vita continua dopo lo show, ma il vostro amore sono il fuoco e luce”.
Comincia ad imbrunire ed i ritmi sono di nuovo meno frenetici. “Another Satellite” parla ancora d’amore. Una specie di bossa nova elettronica, con un tappeto di tastiere e di nuovo una melodia stralunata e dolce allo stesso tempo. Lei non corrisponde e lui non può far altro che ruotarle intorno come un satellite: due mondi che non si incontreranno mai.
“The Man Who Sail Around His Soul” è un brano vagamente jazzato, diciamo tra il jazz ed il soul. Una base di percussioni, il basso ed un flauto preludono all’attacco del cantato di Partridge che racconta di un uomo che, come un capitano di nave ubriaco ha navigato per la sua anima cercando se stesso, senza bussola nè mappe nè guida. Per poi scoprire spesso se stesso freddo e vuoto. Ed è condannato a viaggiare sin dall’inizio della sua vita, e porta ogni cuore spezzato ed ogni bugia raccontata tatuate sulle braccia. Il brano prende corpo con un pianoforte, una sezione di fiati ed una batteria che diventa sempre più presente rullando all’impazzata nel finale. L’atmosfera è quella di un fumoso club di Londra o New York.
“Dear God” è una lettera a Dio, nella quale gli si chiede se tutto quello che succede, dalla gente che muore di fame o per le sue opinioni, è opera sua, visto che siamo fatti a sua immagine. E così gli si chiede di cominciare a fare le cose meglio. Certo avere una riduzione del prezzo della birra sarebbe troppo, ma almeno ridurre la quantità di lacrime pro-capite!
La canzone, che inizia con una strofa solo chitarra e voce di ragazzo, è forse la meno riuscita dell’album. Inoltre creò al gruppo svariati problemi con le censure di vari paesi tanto da constringerli a editare il disco in varie versioni a seconda del paese di distribuzione.
Con “Dying” il tema è molto chiaro fin dal titolo. Ormai è notte in tutti i sensi. E questi sono pensieri e riflessioni che ti colpiscono di notte, quando hai qualche minuto per pensarci, e scopri che tutto sommato stai invecchiando. Il brano è struggente, delicato, breve e intenso. Per quanto mi riguarda la canzoni migliore del disco. Chitarra, voce e poco più.
“Sacrificial Bonfire”, il falò sacrificale, chiude l’album proprio come quei brani che chiudono un “concept”. L’atmosfera riassume l’intero disco e ti senti come in platea al teatro dell’Opera mentre ammiri tutti gli attori che escono dalle quinte per ottenere il proprio applauso.
Il brano è di nuovo bucolico e agreste. Uomini che indossano pesanti cappe e bambini che giocano. Crepitano fuochi e si arrostisce carne. Tutti intorno al falò a bruciare il vecchio per favorire il nuovo. Nessun cambiamento può avvenire senza sacrifici. Nessuna novità è possibile senza spendere qualcosa E il nuovo arriverà. Che sia un nuovo giorno o una nuova vita. Un arpeggio di chitarra, un tamburo a dare il ritmo ed un’orchestra ad accompagnare.
La degna conclusione di uno splendido album. Il disco vende 250.000 copie solo negli Stati Uniti. Nel 1989 la prestigiosa rivista americana “Rolling Stone” riporta il disco al 48° posto nei “Top 100″ degli anni ottanta.


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