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Archivio Luglio 2011

Quel Genio di Sergio

29 Luglio 2011 3 commenti

caputo4Spezzo una lancia.

C’è un cantautore che si è allontanato da noi suoi fan lasciandoci con un bel vuoto da colmare. E’ vero, non è proprio sparito. E’ andato via dall’Italia, ha scritto un (bel) libro dal titolo “Disperatamente (e in ritardo cane)”, molto autobiografico, si è occupato di altro. Ed in più ha continuato comunque a fare musica, ma dedicandosi in maniera completa alla musica che sicuramente gli da maggiori soddisfazioni: il jazz.

E noi qui ad accontentarci di raccolte, re-incisioni di classici con nuovi arrangiamenti e dischi dal vivo (almeno quelli….). Nel 2003 finalmente un disco nuovo: “That Kind Of Thing”.
Sorpresa, si tratta di un disco di jazz interamente strumentale dove il nostro si destreggia in maniera assolutamente inaspettata con la chitarra elettrica.
Doppia sorpresa: il cd entra nella classifica jazz americana, mentre vince l’Award del sito “SmoothJazz.com” come album indipendente più scaricato per il 2005.  Poi, qualche tempo fa una comparsata al programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa” dove, oltre ad accennare il suo super-hit “Un Sabato Italiano” ed aver presentato il libro,  aveva formalmente promesso – mi sembra di ricordare – un cd di nuove canzoni.

Avrete ormai capito che sto parlando di Sergio Caputo. La sua apparizione, nei primi anni ottanta, fu una specie di rivoluzione rispetto ad un cantautorato che già allora cominciava a soffrire di asfitticità. E molti continuano ancora oggi!  Non solo, ma cogliendo nel momento giusto l’onda della video-music appena scoperta come mezzo di diffusione del prodotto e, soprattutto, riuscendo ad accedere alla miglior trasmissione televisiva in quel momento presente nei palinsesti della RAI, “Mister Fantasy”, dedicata proprio alla nascente forma d’arte (MTV era ancora lungi dall’arrivare), Sergio riuscì ad entrare nel cuore di parecchie persone che da allora non lo hanno più lasciato.

caputo2E così acquistai quel primo splendido LP. Vinile leggero. Divertente la copertina e simpatica l’idea dei cocktails presentati sul retro insieme alle canzoni con relativa ricetta. In tempi in cui Sanremo aveva ripreso il sopravvento dopo anni oscuri, qualcuno che cantasse quanto “la radio mi pugnala con il festival dei fiori” si presentava già come una boccata d’ossigeno. E quello era solo l’inizio. Molti versi rappresentavano un comune sentire: le donne degli amici “abissi imperscrutabili”, “un angelo al citofono mi dice vieni fuori, giù in strada per fortuna sono ancora tutti vivi, l’oroscopo pronostica sviluppi decisivi”. Ed io, affascinato da parole mai sentite combinate con una musica che riprendeva le atmosfere di Fred Buscaglione e Natalino Otto, ma anche i classici jazz e big-band alla Cole Porter, mi divoravo divertito parola per parola: in “Mettimi Giù” chiede al “Grande Squartatore”, quello che azzanna le infermiere sul ponte della ferrovia, di mettergli gù due righe e fargli un piano della situazione.

Oppure i racconti talmente ben tratteggiati da apparire vividi come un film: in “Merçy Bocù” lui viene lasciato da una lei. Dissolvenza in entrata, Esterno Notte. Lui in primo piano dal vetro di un taxi bagnato di pioggia: “La tua storia lascia un pò a desiderare, fermo un taxi, guastarti la serata non è chic. Confidarmi col tassista mi diverte molto di più, mi lasci pure all’angolo e diamoci del tu, la vita è bella, ciao, merçy bocù”. E la storia va avanti tra lui che si guarda le vetrine e amaramente considera di non vederla più, già dimenticata. E’ troppo bello: “Uno stock di giapponesi mi travolge, me e la mia verve, e sparisce tra le fauci di un hotel”. Oppure il juke-box che “sussurra uasci-uari-uaà”. Ed alla fine “quasi tutti sanno tutto, conviene alzare i tacchi via di qui” ed uscendo per strada, sotto le stelle che danno spettacolo, un orchestra di gatti sta provando un’ouverture.

E “Spicchio di Luna”? i “piccoli occhi in abito blu ammicano discreti dall’insegna di un locale mentre “tu mi proponi discoteche inquietanti e amici naive, io speravo in un incontro galante chick-to-chick”? A chi non è successo? Trovare consolazione nella Musica: “Ne approfitto per fare un pò di musica, nell’ipotesi che mi ascolterai”. E gli “effetti stroboscopici del Destino”?

Quanti personaggi: la cassiera ossigenata che sorride e non ha nulla da invidiare  a Fernandel, il cantante che non smette di storpiare le parole del brano di Yves Montand o l’orchestrina che massacra il brano di Bessie Smith.

Poi il disco successivo “Italiani Mambo” dove al sintetizzatore impostato sui “brass” (si sa, spesso le opere prime risentano di limiti di budget) si sostituiscono quelli veri. Ed è tutta un’altra cosa. Migliore. Le canzoni si fanno ancora più swing. Le storie ancora più divertite e stralunate.

In “T’ho incontrata domani” lui pensa di rivedere una lei persa chissà quando che “ripartiva per dove non si sa, mi hai schivata nel traffico tu e il tuo collo di astrakan” e lui le scrive un incredibile boogie. “Rivederti è pleonastico, per una volta o due, magari per un tè, dondolarsi utopistici in un sogno demodè” che voleva mai dire? Non fa nulla, era diverso da tutto il resto e suonava bene. Poi magari, crescendo, ne capisci anche il significato.

In “Caro Diario” il protagonista annota “qui fa freddo e ho messo l’anima in garage, il senso degli affari l’ho perduto al pianobar, capisco dal mio cuore ti aspettavi di più, ma beate te beata gioventù. Perchè il passato è imprevedibile e ti morde li per li, amare è più difficile di vincere al totip, tentare il bluff del secolo in un’altra città, sognare un viaggio in Africa, traviarsi al bricolage, beati noi beata ingenuità”, e più avanti, colpo di genio, continua: “Perchè la noia è un assassino che si sposta in Limousine, per altri è più economico, li ammazza la routine, c’è un tipo di computer che ti spiega chi sei, lo interrogo ma un fulmine lampeggia sul display, poi mi risponde con la sigla di Happy Days”.  Racconta un disagio, indubbiamente, ma con grande ironia.

“Vita Dromedaria” parte come un incontro con qualche femme fatale avvenuto per caso (“ero uscito per comprar le sigarette, ho sbagliato e sono entrato al Paradise”), però poi la vita scapestrata “se ne va nel deserto della quotidianità, noi inseguiamo incompetenti eludendo i cambiamenti sopraggiunti con l’andare dell’età”. Poi il ritmo caraibico di “Italiani Mambo” o la Big Band scatenata nello swing di “Vado Alle Hawaii”.

caputo1L’anno successivo, 1985, esce il suo disco migliore. Stavolta non solo ci sono i fiati, ma c’è tutta la corposità del suono giusto. Attenzione: “Body and Soul” di Joe Jackson è uscito solo l’anno prima. “No Smoking” è, a mio parere, il contraltare italiano a quel disco meraviglioso (vedere “Il Disco del Mese” di febbraio 2011). Di ottima grana le canzoni sia per le melodie che per i testi, sempre lessicalmente originali. Perfetti gli arrangiamenti.

Da “L’Astronave Che Arriva” che racconta le evasioni ideali, all’anfetaminico swing di  ”Metamorfosi” dove il protagonista soffre di “fobie da letto singolo” e dove chiede alla lei di turno tutto ma non che “non ti piace il mio blues”.

In “Waterloo” sembra il racconto di un adulterio tra le vie nebbiose di Milano dove “ellenico Garibaldi se ne sta, alieno a pioggia e al traffico e al cuore de Milan, e a me che qui mi assidero aspettandoti in balia di un bel bouquet di rose tattiche”: La storia poi sembra tormentata: “Calma, siamo in pubblico, scrupoli e malinconia”  e “questo amore che mi scombussola le abitudini sarà forse la mia Waterloo, questo amore che mi tonifica come arsenico” per poi rivelarsi una normalissima storia d’amore tra due giovani, dove lei alla fine si fa anche negare al telefono. Il tutto condito da uno splendido assolo di sax. “Hemingway Caffè Latino” racconta di una vita da single solo apparentemente felice e voluta: è solo perchè lei se n’è andata (come al solito!).

Poi tre brani che per me sono capolavori assoluti: lo strumentale “Deborah” che, tanto per continuare il paragone, fa il paio con il “Loisaida” di Joe Jackson (anche questo in tre movimenti), ed è una perfezione di arrangiamento con tutta la Big Band sugli scudi. “La Jena Si E’ Svegliata”, un blues dal testo sempre molto singolare su di un tentativo di approccio: siccome la Jena si è svegliata e a mezzanotte va a caccia di umoristi lungo i boulevard, la strada è umida di stelle e allora cosa fai? Baby Doll ti accompagno su, non si sa mai”. Fantasioso, no?

Per finire “Ho l’Hobby del Sassofono”. Difficoltà per chi studia il sax, soprattutto perchè ci si esercita la notte. Siccome la gente è senza scrupoli: “mi sfrattano ed io per quieto vivere cambio genere, mi esercito al triangolo, con un tale che sa imitare il trapano”. Qui l’atmosfera è da jazz club di New York, luci soffuse e drink bevuti ai tavoli tra silenzi e sospiri. Anche questo brano è arricchito da un bellissimo assolo di sax.

Il disco entra anche in classifica nei primi venti posti.

Il successivo, “Effetti Personali” è impreziosito dall’apporto di Dizzie Gillespie. Una frase su tutte, nell’Intro: “Se questo sogno si avverasse com’è, mi piacerebbe che accadesse con te, in questa notte disegnata da Walt Disney & Company, dove le stelle son più grandi di noi ma ti puoi scegliere la stella che vuoi ed affidarle tutti i nostri sogni impossibili”.

caputo3Segue “Ne Approfitto Per Fare Un Pò Di Musica”, disco dal vivo molto divertente  summa del lavoro precedente.

Poi altre cose. Un disco più orientato al rock (“Storie di Whisky Andati”), qualcosa di meno riuscito (“Lontano Che Vai”, “Egomusicocefalo”) e qualcosa di più riuscito (“That Kind Of Thing”, “I Love Jazz”).

E tutto il resto di cui scrivevo all’inizio.

Siccome le cose migliori sono state le ultime che hai fatto, caro Sergio, non sarebbe ora di farti risentire? Grazie,

Con Affetto

Fernando

Eu Sei Que Vou Te Amar

20 Luglio 2011 3 commenti

082Come promesso, per chi ha seguito il “NumeroZero_Cinque” (*), e lo ringrazio, pubblico la traduzione del brano “immortale” di Vinicius DeMoraes. Purtroppo non sono riuscito a trovare la traduzione della poesia che il poeta recita tra le strofe cantate. Spero di rimediare al più presto. 

 

 

Io so che ti amerò – Eu sei que vou te amar  (**)
Vinicius DeMoraes
 

Io so che ti amerò
Per tutta la mia vita ti amerò
E in ogni lontananza ti amerò
E senza una speranza,
Io so che ti amerò
Ed ogni verso mio sarà
Per dirti che io so che ti amerò
Per tutta la mia vita
 

Io so che piangerò
Ad ogni tua assenza piangerò
Ma il tuo ritorno mi ripagherà
Del male che l’assenza mi farà
Io so che soffrirò
La pena senza fine che mi dà
Il desiderio d’essere con te
Per tutta la mia vita
 

 

(*) http://www.spreaker.com/user/3058446

(**) ringrazio il sito www.chicosamba.it da cui ho tratto il testo.

Il Disco del Mese: “It’s Alive” (1979)

15 Luglio 2011 Commenti chiusi

itsaliveQuesto mese ero indeciso su quale disco accogliere in questa rubrica. Ed in realtà fino a dieci minuti prima d’iniziare a scrivere l’idea era un’altra. Poi, improvvisamente, folgorazione!

C’è un gruppo “cult” per eccellenza? Un gruppo idolatrato da milioni di fans in tutto il mondo ma mai arrivato in vetta alle classifiche e mai strabordante nei media? Un gruppo per il quale sono state spese parole di elogio nel mondo del rock come “hanno cambiato irreversibilmente il pop”? Oppure un gruppo che abbia ispirato gente del calibro di Eddie Vedder dei Pearl Jam, Joe Strummer dei Clash, John Frusciante e tanti della scena underground inglese ed americana? Un gruppo omaggiato in vari cameo in serie tv e film, come in una puntata di “X-Files” di non ricordo quale serie?

Esiste, o meglio è esistito. Ma è ormai entrato nell’immortalità artistica, come i Beatles, The Band o, da noi, Rino Gaetano e Fabrizio De Andrè (si, lo so, il paragone è ardito, ma l’immortalità artistica accomuna tutti quelli che ti porti nel cuore).

The Ramones. Scadenti qualità strumentali ma un profondo amore per il rock’n'roll. Lo hanno preso e ne hanno cavato fuori la sua essenza dirompente e rivoluzionaria, concentrandola in un suono energico e compatto, veloce e scattante (non per nulla erano detti i “Fast Four”), senza nessun fronzolo, essenziale, scarno ma al tempo stesso melodico ed accattivante.

Basso e batteria in un monoblocco con la chitarra ad impastare la base sulla quale la voce mononota (ma unica) di Joey Ramone cantava quelli che alla fine sono diventati dei veri e propri “anthem” del rock: “Blietzkrieg Bop” (di cui ricordo una tristissima versione rallentata con il mio primo gruppo, non riuscendo a tenere il ritmo così veloce), “Rockway Beach”, “I Don’t Care”, “Judy Is A Punk”, “Suzy Is A Headbanger” e tantissime altre.

ramonesSi dice che siano stati il primo vero gruppo punk, e che il punk, e tutto quello che è seguito (new wave e quant’altro), non sarebbe esistito se non si fosse tentato di imitarli. Sono diventati icona di un’epoca al pari dei Beatles quindici anni prima.

Ai loro concerti si spellavano le mani le migliori menti della cultura rock newyorkese: i Talking Heads, Tom Verlaine ed i Television, Lou Reed, Andy Warhol, Blondie e tanti altri.

Dal vivo “One, Two, Three, Four” e partiva un brano. E subito via l’altro. Non c’era neppure il tempo di respirare. Cinquanta, sessanta minuti al massimo di show con dentro un trenta-trentacinque canzoni (meno di due minuti a brano).

“It’s Alive” è proprio questo. Riproduce esattamente, cosa certe volte difficile per un disco dal vivo, cos’era il “Mondo Ramones” al top della sua espressione artistica, dopo i primi tre album in studio. E’ inutile descrivere i brani (i primi tre LP sono praticamente completi). C’è solo da lasciarsi prendere dall’energia ed aspettare la fine. La sensazione è molto simile a sdraiarsi sulle Cliffs of Moher in una giornata di vento forte e mare grosso: sensazioni grandiose e difficilmente ripetibili, che ti lasciano qualcosa dentro.

ramones2Hey Ho Let’s Go!

NumeroZero_Tre su Spreaker!

11 Luglio 2011 2 commenti

mic_02Questo è il collegamento per la terza puntatella della serie “NumeroZero”. Ciao a tutti

http://www.spreaker.com/user/3058446

Alessandro Mannarino Live!

8 Luglio 2011 Commenti chiusi

manna2Ne ho già parlato su questo blog almeno in un paio di occasioni: Alessandro Mannarino è il miglior artista prodotto dal nostro paese negli ultimi due-tre anni.

L’esordio del 2009  con “Bar della Rabbia”, plauso della critica (finalista al Premio Gaber ed al Tenco nella categoria “Opera Prima”) e nuvo disco (“Supersantos”) nel 2011.

Nel frattempo partecipazioni varie dal concerto del 1° maggio a programmi televisivi come “Parla con Me”, ed un’incursione rapida ma significativa nel cinema (“Tutto l’Amore Del Mondo” – 2010).

Prima tanta gavetta, se è vero che dal 2000 bazzica locali di Roma e dintorni.

Un paio di settimane fa sono andato a vederlo in concerto a Capannelle. Ero curioso di vederlo all’opera, vedere come le sue piccole grandi storie ricche di colori e sfumature potessero reggere difronte ad una platea ampia. Personalmente, e ne sono tuttora convinto, la dimensione “concerto rock” non è la sua ideale. Sarebbe decisamente più apprezzabile nell’ambiente più intimo e raccolto di un teatro. Un posto dove la sua musica essenzialmente acustica e la sua vena interpretativa istrionica possano essere valorizzate il più possibile, dove si possa stare comodamente seduti e concentrati sia sulla musica che, soprattutto, sui testi.

Ma, attenzione, non che la sua performance, e del gruppo che l’accompagnava,  sia risultata meno che ottima. Il problema è stato il luogo.

L’ambientazione dell’Ippodoromo delle Capannelle è risultata dispersiva e decisamente poco confortevole. Non solo. Si è raggiunto il solito “assurdo” che tanto caratterizza i luoghi di fruizione della musica dal vivo romani. Rispetto agli anni precedenti il palco non era posto al termine della tribuna, di lato e al centro del lato corto del prato, di modo da permettere di godersi il concerto sia comodamente seduti sulla tribuna, sia stipati sotto il palco ma più vicini al cantante. Per intendersi:

Capann1

Invece il palco era piazzato al termine della tribuna ed a lato di essa, di modo da renderla completamente inutilizzabile, anche solo per sentire, stipando perciò tutti davanti al palco in uno spazio decisamente inferiore a quello disponibile negli anni precedenti. Sempre per intendersi:

Capann2

(scusate la scarsa mano, ma spero di aver reso l’idea!)

manna_01Puntuale come pochi Mannarino sale sul palco ed attacca “Rumba Magica” dal nuovo album. Praticamente una dichiarazione d’intenti sotto forma di canzone. Tutti i temi a lui più cari, dall’Amore all’anticlericalismo, dall’accoglienza ai riflessi di una Roma popolare in un’unica canzone. Il pubblico ha risposto subito con grande entusiasmo, cantando insieme a lui i versi più importanti e sentiti. Subito a seguire “Le Cose Perdute”, bozzetti di vita quotidiana di un’umanità varia e viva.

Poi “Maddalena”, brano nel quale viene fuori una delle caratteristiche migliori di Mannarino: la sua vena poetica ispirata e “cinematografica”. Una storia da lui raccontata è un film da seguire con partecipazione e passione.

Poi arrivano “Osso di Seppia”, sulla dignità di un “Ultimo” abituato ad avere la città come casa, la scatenata e divertente “Marylou” e  l’attualissima “L’Onorevole”, perfetta dal vivo ed interpretata esattamente come nella versione su disco.

manna_02Le Serenate, la “Silenziosa” dove affronta tutte le storture della nostra epoca riassunte in “c’è chi sta gobbo, c’è chi sta dritto, questo è il tempo in cui chi ce guadagna è chi sta zitto”, e la “Lacrimosa”, tutt’altro che triste e gridata a gran voce da tutto il pubblico.

“Quando l’Amore Se Ne Va” apre la strada ai brani più attesi: “Tevere Grand Hotel”, altro bozzetto di vita quotidiana passeggiando sulla Casilina accompagnati dalla Regina della Kampina, viaggiando sulle fiamme del mondo. “Scetate Uajò” è una sgangherata canzone di un amore che fu. “Bar della Rabbia” viene eseguita solo da Alessandro con la chitarra, interagendo con il pubblico. Forse è l’unico brano variato rispetto alla versione originale. Al momento in cui canta “Nella vita la cosa peggiore che ti può capitare è la vita, perchè qualsiasi cosa tu faccia dalla vita vivo non ne esci. Tranne uno che era raccomandato” aggiunge “era raccomandato come una che la sera fa la lap-dance ed il giorno dopo sta in Parlamento” (boato di risate dal pubblico) “Non ho un appartamento all’Olgettina, vivo sulla Casilina!” (altro boato).

“Il Pagliaccio” è una delle mie preferite. E’ divertente, dissacrante, profonda e commovente.

Il finale, bis compresi, ci permette ancora di ascoltare “E Statte Zitta” e “Merlo Rosso” da “Supersantos”, mentre “La Strega e il Diamante”, “Svegliatevi Italiani” e “Me So ‘mbriacato” sono estratte dal primo disco.

Alla fine una gran bella festa per tutti. Tra il pubblico giovani (la maggior parte) ma anche persone di una certa età e famiglie con figli di tutte le età.

Resta l’amaro in bocca per una location una volta ottima ed oggi pessima per la classica miopia di organizzatori per i quali alla fine quello che conta è intascare i soldi del biglietto.

NumeroZero_Due su Spreaker!

7 Luglio 2011 1 commento

mic_02Secondo numero, secondo tentativo. Più o meno simile. Ma come fanno i DJ quelli veri? E poi esiste un sistema per togliere dalla mia gola quelle 2-300 rane che continuano a gracidare mentre tento di parlare?

Comunque, e sempre per chi ne fosse interessato, questo è il link:

 

http://www.spreaker.com/user/3058446

 

Buon divertimento e a presto!

Bye Bye Big Man

6 Luglio 2011 1 commento

biogr_clemensLo so, sono in grave ritardo. Ormai è successo da parecchio, però sono stato per qualche giorno lontano da ogni tipo di computer e non ho potuto aggiornare il blog.

Clarence Clemons ci ha salutati. La E Street di Bruce Springsteen è sempre stato il rock per antonomasia, il prototipo della band di rock’n'roll viscerale. La base naturale per la voce del Boss. Ma Big Man con il suo sassofono era l’urlo più alto, il grido di libertà, la spavalderia fatta sax, lo spettacolo nello spettacolo.

Cos’era Big Man? Per me era l’assolo di  “Born To Run”, era l’intro di “Tenth Avenue Freeze Out”, secco e calmo, o di “Night” e “Sherry Darling”, scatenato e allegro. Era il fraseggio su “Rosalita”. Era il solo di “The Ties That Bind”, tecnico e melodico.

clemons1Era il sound della E Street Band al pari dell’hammond e del pianoforte di Bittan e Federici. Era sempre lì, al fianco del Boss, alla sua destra. Era la spalla cui appoggiarsi. La larga spalla da ex promessa di football americano. Era quel bacio quasi immortale quanto quello davanti all’Hotel De Ville immortalato da Doisneau.

Era show scatenati per tre-quattro ore a sera con il mondo come palcoscenico.

E poi le sue collaborazioni: infinite. da Aretha Franklin a Joan Armatrading, da Todd Rundgren a Lisa Stansfield, dai Four Tops a Joe Cocker (suo il sax di “Unchain My Heart”), da Nils Lofgren a Ringo Starr, da Ian Hunter a Southside Johnny, da Zucchero fino a Gary U.S. Bonds, da Roy Orbison a Greg Lake. E solo per citarne alcune.

Bruce Springsteen si divertiva a presentarlo sul palco come “L’Uomo più Grande che abbia mai visto”. E sono proprio le parole che il Boss gli ha dedicato subito dopo la sua scomparsa quelle che sintetizzano al meglio lo spessore dell’artista, umano e musicale: “Clarence ha vissuto una vita meravigliosa. Ha creato una meravigliosa famiglia estesa (cinque mogli e quattro figli). Ha amato il sax, amato i nostri fans e dato tutto quello che aveva ogni sera sul palco. La sua perdita è enorme, ringraziamo e siamo onorati di averlo conosciuto ed aver avuto l’opportunità di stargli vicino per quarant’anni. E’ stato un mio grande amico, mio partner e con Clarence vicino, io e la band siamo stati in grado di raccontare storie più profonde di quelle contenute semplicemente nella nostra musica”.

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