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Archivio Agosto 2011

News n° 3 – Agosto 2011

20 Agosto 2011 Commenti chiusi

news3

dylknopBob Dylan & Mark Knopfler

Un nonno ed uno zio: due mostri sacri. Il menestrello di Duluth (o quel che ne resta) con uno dei chitarristi più ispirati degli ottanta-novanta. Cosa faranno? Considerato che l’inglese ha preso parte in maniera molto consistente alle registrazioni di “Slow Train Coming”, il famoso album della svolta religiosa di Dylan, riuscendo a salvarlo con il suo sound da un clamoroso anonimato, i due hanno già avuto a che fare.

Il problema è un altro: andando a dare un’occhiata sul sito che ne cura la prevendita dei biglietti si notano prezzi non da “The Wall” ma poco ci manca: sui 100 euro i numerati, sui 60 glia altri.

Comunque, per chi fosse interessato, le date annunciate sono tutte nel mese di novembre: il 9 a Padova, l’11 a Firenze, il 12 a Roma ed il 14 al Forum di Assago.

oasisOasis

Da Rockol.it apprendo che i fratelli Callagher, Noel e Liam (uno odioso, l’altro solo molto antipatico) sarebbero in procinto di farsi addirittura causa. Personalmente credo siano almeno 15 anni che leggo di liti, botte, giudici, avvocati quant’altro. Non se ne può veramente più. I tempi di “Wonderwall” e “D’You Know What I Mean” sono ormai lontani, quando si occupavano solo di comporre, suonare e cantare.

waitsTom Waits

Sempre da Rockol.it scopro che finalmente, a ben cinque anni dal precedente “Orphans: Brawlers, ….”, è in arrivo il nuovo disco del cantautore statunitense. Tom Waits ha lasciato vari indizi sul suo sito rimandando le voci all’annuncio definitivo che, sullo stesso sito, verrà dato il 23 di agosto. Peccato che Amazon, nel frattempo, abbia messo in pre-ordine il nuovo singolo.

Amazon è sempre avanti…..

craw3Crawdaddy!

Per finire una delle mie fonti preferite, “Crawdaddy!”, la prima rivista di critica musicale mai nata al mondo (1966), il 5 di agosto ha dato una pessima notizia: la chiusura del proprio sito.

La rivista aveva già terminato le sue pubblicazioni una prima volta nel 1979. Nel 1993 il fondatore Paul Williams, che l’aveva abbandonata nel 1968, ne acquistò il marchio e ne tentò, con una certa fortuna, il rilancio. Finchè, nel 2003, le difficoltà finanziarie lo obbligarono a chiudere di nuovo.

craw1Ma i media si stavano evolvendo velocemente e nel 2006 Williams vendette i diritti a “Wolfgang’s Vault” che si stava imponendo come editore e detentore di un’immenso archivio musicale disponibile a tutti via Internet. La rivista riaprì di nuovo sotto forma di Web Magazine.

Stavolta si ha la sensazione che abbia chiuso i battenti definitivamente, anche se al suo posto è comparso il logo “PasteMagazine.com” che dichiara di aver comunque mantenuto ed importato tutti gli archivi della rivista (tra l’altro, fantastico, si potevano trovare  digitalizzati  tutti i numeri cartacei dal 1966 in poi) e che i columnist della stessa continueranno a scrivere anche sulla nuova.

craw2Speriamo bene

PS: “Music On The Rock” e “Music On The Rock Radio” vanno in vacanza. Ci ritroviamo a settembre. A presto!

Gruppi Beat

18 Agosto 2011 Commenti chiusi

Piccolo compendio allo scopo di descrivere cos’ha rappresentato il beat oltre i quattro Alfieri descritti già qua è la in questo blog (Beatles, Rolling Stones, Kinks e Who)

holliesThe Hollies

Nati nel 1962 dall’incontro di tre musicisti con la passione per il R’&’B ed il R’&’R degli anni cinquanta. Allan Clarke, Tony Hicks e Graham Nash (si, proprio lui, quello che poi lascerà il gruppo per divergenze sulla linea musicale ed, emigrando negli Stati Uniti, diventerà una delle personalità più influenti della West Coast – vedi Crosby, Stills & Nash, oppure Crosby, Stills, Nash & Young) cominciano a sfornare singoli di successo per il mercato inglese già dall’anno successivo.  Alla fine del loro periodo d’oro (più o meno fino al 1970) contano 16 singoli nella ”Top 10″, addirittura 20 se si allarga il campo alla “Top 20″. I primi due album, “Stay With The Hollies” e “In The Hollies Style” arrivano rispettivamente al secondo ed all’ottavo posto in classifica.

Tratti caratteristici: voglia di vivere, divertimento ed armonie vocali da mettere i brividi a Beatles e Beach Boys. Ma soprattutto dei primi, cui li accomunava la gavetta sulle assi del palco del Cavern di Liverpool, non hanno avuto la stessa tensione verso l’evoluzione. In realtà il gruppo è in attività ancora oggi, anche se con una formazione ampiamente aggiornata (nel tempo ne hanno fatto parte almeno una ventina di musicisti), lontano migliaia di anni luce dai fasti dei Sixties, ma senza spostare di un millimetro il loro baricentro musicale.

animalThe Animals

Newcastle è una piccola grigia città industriale nei primi anni sessanta in Inghilterra. Facile per qualcuno non viverla nel migliore dei modi. Eric Burdon è un ragazzo teso e nervoso che scarica tutta la sua rabbia in una voce nera e profonda molto blues che, col tempo, verrà considerata una delle migliori del genere. Si unisce come vocalist ad un gruppo che si chiama “Alan Price Rhythm and Blues Combo” che, nel giro di pochissimo tempo assume il nome di “The Animals”. Li nota il manager di un altro gruppo in via di affermazione, The Yardbirds (vedi sotto). In breve si trasferiscono a Londra. Il Beat è il business del momento ed allora anche gli Animals iniziano a sfornare singoli di successo: “Baby Let Me Take You Home”, “Don’t Let Me Be Misunderstood”, “Boom Boom”,”We’ve Got To Get Out Of This Place”, “It’s My Life” e, soprattutto, la loro rilettura di “House Of The Rising Sun”, traditional folk americano senza autore, ambientato in bordello di New Orleans, diventato nella loro versione lo standard. Quest’ultimo 45 giri diviene numero uno contemporaneamente sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.

Il gruppo si disgrega in capo ad un paio d’anni: di cos’altro si trattava se non del  ”veicolo” di Eric Burdon? Il quale continuerà poi con una fortunata carriera solista che continua ancora oggi soprattutto grazie ad esibizioni di blues infuocato. A noi restano almeno un paio di ottimi album di Beat’n'Blues, con cover dei migliori brani del genere eseguite mai in maniera banale.

themThem

Così come “Animals” aveva voluto dire Eric Burdon, “Them” era soprattutto Van Morrison, altro cantante ruvido non poco. Leader del gruppo formatosi a Belfast nel 1964, era una spanna al di sopra degli altri, rimasti sempre anonimi e figure di sfondo. Nonostante tutto, anche loro piazzano due buoni album ed una manciata di singoli nelle classifiche, tra cui “Gloria”, inno rock al pari di “I Can’t Get No (Satisfaction)” degli Stones o di “My Generation” degli Who, e “Baby Please Don’t Go”.

Poi  i Them, come dicono gli inglesi, “disbanded” e Van Morrison tira fuori roba niente male tipo “Moondance”, “Brown Eyed Girl” o “Wild Night”.

Yard2The Yardbirds

Ovviamente l’ordine di elencazione fin qui seguito è puramente casuale. Tranne per The Yardbirds. Li ho lasciati in coda apposta. Per loro il discorso è diverso. Si tratta di un gruppo che può entra di diritto nel novero dei Grandissimi.

Oltre che per il repertorio, che comprende alcuni singoli fantastici quali “For Your Love” (altro inno beat), “Good Morning Little Schoolgirl”, “Heart Full Of Soul”, “Shapes Of Things” o “Mr You’re a Better Man Than I”,  l’importanza degli Yardbirds è legata a tre fattori fondamentali. Prima di tutto hanno ospitato i tre migliori chitarristi prodotti dalla Gran Bretagna all’epoca e che hanno poi segnato la Storia della Musica Rock: Eric Clapton nella prima formazione del 1963, sostituito nel 1965 da Jeff Beck e poi Jimmy Page successivamente.

yard1Si narra che Clapton, lasciando il gruppo anche lui per divergenze artistiche (troppo purista del blues per accettare la piega commerciale presa dagli altri), avesse consigliato un giovane turnista (Page) il quale però non voleva lasciare l’attività di session-man. Lo stesso Page consigliò allora Jeff Beck (giudicato poi miglior chitarrista dell’anno 1966 nel poll di un’importante rivista musicale), salvo poi offrirsi come bassista quando nel 1966 il posto rimase vacante. Infine, all’uscita di Beck lo stesso Page imbracciò definitivamente la chitarra solista.

Grazie a questo avvicendarsi di Geni (tra l’altro della miglior specie, quella degli Innovatori!) The Yardbirds sono stati sempre all’avanguardia nel suono, nell’amplificazione, nell’innovazione tecnica e nella sperimentazione.

Infine, a gruppo ormai sciolto, a Jimmy Page rimase il nome per ottemperare ad impegni contrattuali già presi. Così scelse un certo Robert Plant alla voce, un tipetto di Birmingham con buone referenze, che si portò un amico d’infanzia dalla stazza non indifferente che suonava la batteria, e che rispondeva al nome di John Bonham. Il nome del gruppo divenne “The New Yardbirds”. Ancora poco tempo e fu trovato anche un nuovo bassista al posto dell’ultimo superstite della vecchissima line-up: John Paul Jones.

I Led Zeppelin erano nati. Ma questa è tutta un’altra storia.

PS: non crediate che con questo si possa considerare chiuso l’argomento. I “Sixties” sono la mia grande passione. Perciò…..

Da Non Perdere!

4 Agosto 2011 Commenti chiusi

cover01L’ho riportato qui a lato nella rubrica “Concerti”. Ne parlerò stasera nel NumeroZero 12. Vi faro’ anche ascoltare qualcosa (spero).

Non ha senso pubblicizzare il concerto di Roger Waters a Milano o dei Chicago a Roma. Quelli il loro pubblico ce l’hanno. Fans disposti a spendere 50 o 100 euro per un biglietto per riascoltare “Another Brick In The Wall” o “Hard To Say I’m Sorry”.

Voglio invece richiamare la vostra attenzione su di un artista, Marco Albani, che a momenti e’ conosciuto più negli Stati Uniti, grazie a “Smooth Jazz” che ne parla sempre in termini entusiastici (addirittura scomodando paragoni con Pat Metheny, non so se rendo), che qui da noi.

encUn artigiano della musica che compone ed incide solo se sente le giuste vibrazioni. Questo e’ il motivo per cui la sua musica “a colori” ti trasmette un mare di sensazioni. Provare per credere entrambi i suoi lavori: “Chronos”, uscito nel 2006, ed “Encuentro” del 2010 che, tra l’altro, si avvale della collaborazione di Maurizio Giammarco, Carlos Sarmiento, Umberto Vitiello e Roland Ricaurte.

Marco Albani, dopo aver suonato nel 2010 sull’autorevole palco di Villa Celimontana a Roma, dopo aver portato la sua musica in tutti gli spazi più importanti e particolari tra Roma e Firenze, da Musicarte a Book&Brunch, accompagnato solo dalla sua chitarra e dal percussionista-cantante Umberto Vitiello, sara’ di scena venerdì prossimo 5 agosto nella splendida cornice della “Casa del Jazz” (Viale di Porta Ardeatina 55, Roma, inizio ore 21) con il suo “Marco Albani Project”.

alban1Io consiglio vivamente di andarlo ad ascoltare. Sedersi, rilassarsi, chiudere gli occhi e lasciarsi condurre dalle sue note in giro per il mondo, passando da atmosfere sahariane alle spiagge assolate di Bahia, dal saluto commosso ad un amico di tutti (Massimo Troisi) al racconto della vita di un nonno emigrato in Brasile, dalle luci ed ombre dell’India alla passione in una piazza assolata di Spagna.

Non resterete assolutamente delusi.

 

Il Disco del Mese: “My Generation” (1965)

4 Agosto 2011 Commenti chiusi

mygen11964. C’ è un nuovo gruppo in giro che si fa chiamare “The Detours”. Sono in quattro. Una sera, dopo un concerto, un tizio non propriamente presente si avvicina ad uno di loro sostenendo di essere migliore del loro batterista. Detto fatto: lo mettono ai tamburi, lui suona in maniera spettacolare, con una tecnica completamente stravolta rispetto a qualsiasi batterista visto fino a quel momento. Ci mette un tale impeto da distruggere la batteria. Gli altri tre (il batterista ormai di fatto licenziato non era presente, o almeno non aveva certo diritto di voto) si guardano e il loro sguardo vuol dire: “Abbiamo bisogno esattamente di lui!!!” (punti esclamativi inclusi).

“Come ti chiami?”

 ”Keith, e voi?”

“Piacere, Peter, Roger e John. Sei dei nostri”

Più o meno così nasce uno dei gruppi storici del rock inglese. The Who rappresentano l’ala più scatenata del Beat dei primi anni sessanta. Innovano radicalmente non solo il genere, dando velocità, grinta ed energia, ma soprattutto il modo di stare sul palco ed il concetto di show rock.

Tutto ciò grazie al fatto di poter schierare nelle proprie fila quattro personalità di tutto rispetto.

gener3Pete Townshend compone musica in maniera assolutamente non banale. Ha un gusto per la melodia non comune e trova con facilità soluzioni armoniche mai sentite. Inoltre suona la chitarra elettrica senza la facilità di assolo che caratterizza altri chitarristi di quel periodo, ma sopperisce con una tecnica ritmica invidiabile.

Roger Daltrey canta divinamente ed ha una presenza scenica notevole.

John Entwistle è il primo grande virtuoso del basso elettrico nel rock. Studia soluzioni tecniche particolari per creare un suono riconoscibile al suo strumento. Dal vivo è il primo ad usare amplificatori potenti per il basso. La leggenda dice che fosse una decisione obbligata per riuscire ad ascoltarsi al di sopra del rullare continuo del batterista.

Keith Moon, come già detto, suona la batteria con una tecnica del tutto nuova e personale decisamente esuberante, senza marcare il tempo come la maggior parte dei batteristi dell’epoca, ma rullando e percuotendo di continuo, passando dai tom ai piatti. Come dire, una specie di “canto” di tutta la batteria.

I quattro si chiudono in studio ed incidono il loro primo album, anticipato da un paio di singoli che avevano già lasciato il segno: “I Can’t Explain” (numero 8 nelle classifiche inglesi) e “Anyway, Anyhow, Anywhere” (numero 10). Due brani in cui era già evidente il marchio di fabbrica “The Who”: riff potente di chitarra, melodia killer, voci e controcanti molto curati, basso e batteria pulsanti, ritmo che ti prende e non ti molla più.

gener2A dicembre del 1965 esce l’album. Qualche mese di lavorazione. Si entrava e si usciva dallo studio. Quello che contava erano i singoli. Ad un certo punto ce n’erano abbastanza per raccoglierli in un album. Una manciata di canzoni Rithm’&’Blues oltre a brani scritti da Pete Townshend. Il suono, come al solito per quegli anni, è molto nitido e pulito. Migliorato ulteriormente nelle rimasterizzazioni successive.

“Out In The Street” apre l’album, con il trucchetto di utilizzare la chitarra come per l’intro di “Anyway…”, giusto per dare continuità e far riconoscere il gruppo. Il brano è un R’&’B sincopato, ruvido e con un Daltrey dalla voce nera quanto basta. Subito dopo “I Don’t Mind”, da James Brown, giusto per fare il paio con la prima. Più lenta e staccata, con basso e chitarra a contrappuntare la voce ed i cori da Motown.

“The Good’s Gone” si apre con un arpeggio di chitarra. A differenza della maggior parte dei gruppi dell’epoca, dotati di due chitarre, una ritmica e l’altra solista, Pete Townshend sopperiva all’assenza della seconda chitarra utilizzando la sua in modi diversi. Questa canzone ne rappresenta un’esempio. Inoltre, pur trattandosi sostanzialmente di un lento, la batteria svolge un grande lavoro, dando nervatura al brano.

“La-La-La-Lies” suona un pò annu cinquanta. Una canzone semplice con un motivo che ti resta in testa.

“Much Too Much” è il Beat reinterpretato dagli Who.

gener4Ma tutto ciò è solo il preludio a “My Generation”. L’inno degli Who. L’inno del Rock. La rivista “Rolling Stone” l’ha inserita al posto numero 11 nella speciale classifica dei 500 brani musicali più importanti di tutti i tempi, mentre per VH1 è al posto numero 13 delle 100 più importanti del R’n'R. Il motivo è semplice, due accordi (Mi e Re), ma il ritmo è serratissimo ed aggressivo, le chitarre distorte e la batteria come al solito scapestrata ed esuberante. Inoltre ha una particolarità: è la prima canzone rock a raggiungere la notorietà con un assolo effettuato dal basso anzichè dalla chitarra. Contiene il verso “spero di morire prima di diventare vecchio” per il quale tutti ci siamo chiesti cosa sarebbe accaduto se gli Who fossero sopravvissuti a se stessi. Nulla, i due superstiti Daltrey e Townshend continuano ancora oggi ad eseguirla dal vivo e sono diventati tranquillamente vecchi (solo anagraficamente, s’intende).

L’apertura della seconda facciata è “The Kids Are Alright”, brano semplicemente fantastico. Personalmente la preferisco a “My Generation”. Ancora Beat allo stato puro. Schema classico: strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge, con due intermezzi strumentali a picchiar duro. Cori e controcanti? Paradisiaci!

Ancora “Please, Please, Please” da James Brown. Daltrey non sfigura affatto con l’originale. Nicky Hopkins al piano a riempire tutti i vuoti che un brano più lento inevitabilmente crea. Un raro solo di Pete Townshend. “It’s Not True” è un rock’n'roll  alla “Long Tall Sally” con meno impeto. Sempre bello il lavoro di Keith Moon. Cambio d’atmosfera nella seconda parte del brano, dove Daltrey canta con maggiore decisione.

“I’m A Man” è un’altra cover. Sembra “Hoochie Coochie Man” e “Mannish Boy” di Muddy Waters. E’ un blues sincopato e ripetitivo. Il brano è di Bo Diddley. E siccome Daltrey è un grandissimo interprete, neanche in questo caso sfigura nel confronto.

gener5“A Legal Matter” è cantata da Townshend. Sempre la leggenda dice che, avendo divorziato da poco Daltrey, e trattando la canzone proprio di un divorzio tra giovani, non avesse l’animo di cantarla, lasciando il compito al chitarrista. Voce meno brillante, ma sempre molto personale.

“The Ox” è uno strumentale improvvisato, dove Keith Moon picchia come un ossesso rullando continuamente sui Tom, mentre Townshend si diverte con la chitarra molto effettata. Non la cosa migliore del disco.

Per finire qualche dato di vendita, giusto per capire il fenomeno. Il disco raggiunge la posizione numero 5 nelle classifiche inglesi, in un periodo in cui Beatles e Rolling Stones impazzavano. Tanto per dire: “(I Can’t Get No) Satisfaction” è uscita a giugno 1965, mentre i Beatles nello stesso periodo fanno uscire “Help” ad agosto e “Rubber Soul” praticamente in contemporanea con l’album degli Who.

I singoli, praticamente tutto l’album, raggiungono a loro volta le primissime posizione delle chart inglesi: “My Generation” al 2° posto, “Substitute” (che non fa parte dell’album) al 5°, “A Legal Matter” al 32°, “The Kid’s Are Alright” al 41°.

Delusione

2 Agosto 2011 Commenti chiusi

apple2Qualche sera fa sono stato ad un centro commerciale di Roma dove, tra le varie iniziative estive (pista di pattinaggio, salti con gli elastici, mega pista Policar a otto corsie, golf “stellare” ed altro), ci sono state anche delle esibizioni “Live”.

Ho pilotato la mia Dolce Metà a fare acquisti ed a mangiare una pizza, sperando che intanto si facesse l’orario del concerto (ore 22). Sul palco un’isituzione per chi segue cover e tribute band dell’area romana: The Apple Pies. La migliore Tribute dei Beatles. Da quando esistono, più o meno dai primi ’90, li avrò seguiti in concerto almeno una quindicina di volte.
Per un periodo ha suonato con loro il basso il mio amico Marco Tribuzio, uno dei front-man più attivi della capitale: fino a poco tempo fa impreziosiva la programmazione dei migliori locali della città con tre Tribute Band (Pink Floyd, Beatles e Jimi Hendrix) oltre a produrre ed eseguire suo materiale originale.

Gli Apple Pies hanno avuto sempre una grandissima cura nel riproporre tutto dei Fab Four, dall’abbigliamento agli strumenti originali, dalle canzoni nota per nota all’inchino che i quattro esibivano al termine di ogni brano per ringraziare il pubblico durante i concerti.

Trovai molto simpatica la session di foto che fecero agli studi di Abbey Road e che poi pubblicarono sul loro sito.

Perciò il loro punto di forza è sempre stato quello di ricreare la sensazione di assistere ad uno show dei Beatles. Soprattutto per me, che fino almeno all’uscita dell’”Anthology” ho sempre spulciato immagini dei quattro come meglio potevo, assistere ad un concerto degli Apple Pies era veramente un’esperienza unica e, so che risulta difficile crederlo, emozionante.

Eppure l’altra sera ho ricevuto un colpo veramente basso. Il gruppo non c’è più. O meglio, si chiamano sempre così ma con tante differenze.

apple1Innanzitutto è cambiata la grafica sulla batteria. Al logo “similBeatles” si è sostituita una grafica diversa. Mi sono accorto di questo passando davanti al palco mentre venivano montati gli strumenti e questo avrebbe già dovuto mettermi sull’avviso.

Dopo le 22.00 sono arrivato sotto il palco sulle note di “Something”. Ovviamente perfetta. Però…….

Saltano agli occhi tre cose: sono cinque! Riconosco solo il bassista dell’ultima versione della line-up.

Gli strumenti sono diversi: è vero, c’è sempre l’Hofner violino, c’è l’Epiphone, c’è il basso Rickembacker, c’è la Telecaster di Harrison (usata solo su “Let It Be” e poco più). Ma ci sono anche le tastiere. D’accordo, è difficile ricreare il sound dei dischi successivi al 1966 senza una buona tastiera ed un ottimo esecutore. Però……

E l’abbigliamento? Qualche cravattina ok, qualche giacca, ma i cappelli che c’entrano?

E’ tutto sfasato.

Poi le canzoni. Dopo “Something” arriva “All My Loving”. Poi tre canzoni originali della band. Rivedibili. Probabilmente ha giocato un ruolo determinante la delusione. Ho realizzato che hanno inciso un disco di brani originali e non nascondo che mi piacerebbe ascoltarlo. Capisco la loro voglia di emergere soprattutto con qualcosa di personale, non si può fare la Tribute in eterno. Poi la scuola è quella, potrebbero anche non tradire.

Ma la mia Magia che fine ha fatto?

Probabilmente era entrata nel centro commerciale a far compere. Ormai è tutto così…….

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