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Archivio Settembre 2011

Music On The Rock Radio

21 Settembre 2011 2 commenti

motrFacciamo ordine.

Lo so, probabilmente ho esagerato. Sei show sono troppi da seguire, ma anche da “produrre”. Però lo faccio con passione, rinunciando a qualche minuto di sonno. Divertendomi molto.

Faccio questo punto della situazione per due ragioni. Innanzitutto per un minimo di pubblicità. Magari qualcuno di voi che capita casualmente su questo blog può incuriosirsi e, seguendo il link a fondo post, andarsi ad ascoltare qualcosa e poi, magari, tornarci e ritornarci (chi lo sa?).

Secondo perchè, se ricordate la puntata di “NumeroZero_Cinque”, dove parlavo del mio (allora) prossimo matrimonio, io e la mia dolce metà abbiamo appena chiuso le valige e ci accingiamo a partire per il Viaggio di Nozze. Perciò “Music On The Rock” blog e radio si spengono per quindici giorni.

E allora, magari, ascoltatevi qualche puntata e leggetevi qualche vecchio post, e poi ne riparliamo.

Al momento “Music On The Rock Radio”, che trasmette su Spreaker per mezz’ora tutti i giorni (più o meno), produce sei show:

1) “NumeroZero”: l’originario, la necessità di esprimermi come ho sempre desiderato con la musica che amo di più. Dovevano essere prove tecniche di trasmissione, poi mi è piaciuto il titolo e si è trasformato in appuntamento fisso. Ci si può ascoltare di tutto. In genere ogni puntata ha un tema, ma non sempre. Qualche volta è anche di tipo personale: il mio matrimonio, il compleanno dei miei figli. Sarebbe finito, però il primo amore non si scorda mai, perciò….

2) “Sixties”: dedicato al rock della prima metà degli anni sessanta (più o meno). Grande spazio al Beat, inglese ed americano, ma con qualche puntata anche in Italia, dove si sono sempre ascoltate belle cose. Insomma, la mia Grande Passione! Trasmissione tecnicamente semplice da realizzare perchè i brani non superano i 2′, 2’30”, massimo 3 minuti. In trenta minuti ne entrano parecchi.

3) “Psychedelic Fun”: dedicato al rock dalla seconda metà dei sessanta fino a più o meno la metà dei settanta. Perciò ancora Beatles dei grandi album di studio, i Rolling del rock’n'roll, Led Zeppelin, Deep Purple, tutto il “Flower Power” ed altro ancora.

4) “Musica Ribelle”: tutta la musica italiana possibile ed immaginabile, ovviamente contenuta nel mio archivio, ma potrei farci un paio di centinaia di puntate accontentando praticamente tutti. Mancano solo i Modà (bhè, qualcuno che non mi piace ci sarà pure, no?).

5) “Performance”: quando un artista sale su un palco il flusso di emozione si trasmette alla platea in misura massiccia e senza schermi, e ciò accade in ogni concerto delle migliaia che si svolgono ogni giorno in ogni parte del Mondo, formando un’onda di energia unica. Saliremo e scenderemo da centinaia di palchi piazzati dovunque nel tempo e nello spazio, come in una sorta di surf su quest’onda, per cercare di rivivere le stesse emozioni (ambizioso, vero?).

6) ProgRock: la mia creatura preferita. La musica Progressive nel suo periodo migliore (i primi settanta) ma anche nelle sue ultime forme (IQ, Spock’s Beard, Beardfish, ecc. ecc.). Il Progressive italiano, apprezzatissimo anche all’estero (PFM e Banco su tutti). Tecnicamente lo show più complicato, visto che i brani al di sotto dei 3-4 minuti si contano sulla punta delle dita. Studierò un meccanismo per rendere comunque godibile al massimo questa forma musicale complicata ma meravigliosa.

E, per finire, un minimo di “Celebration”. Che ascolti ha “Music On The Rock Radio”? Per quanto mi riguarda sono contento. Spreaker fornisce ottime statistiche aggiornate in tempo quasi reale. Questi sono i dati:

NumeroZero                22 puntate                         352 ascolti

Sixties                               1 puntata                               8 ascolti

Psychedelic Fun           1 puntata                             10 ascolti

Musica Ribelle               1 puntata                               6 ascolti

Performance                  1 puntata                               4 ascolti

ProgRock                        1 puntata                               6  ascolti

totale           27 puntate                     386 ascolti

Per concludere, questo è il link per poter accedere agli show e a tutte le  puntate, scaricabili comunque anche in mp3 per poter essere ascoltate più facilmente su ogni lettore:

http://www.spreaker.com/page#!/user/3058446

Ok, per il momento è tutto. Ci si risente ad ottobre.

Ciao a tutti

Il Disco del Mese: “Fabrizio De Andrè in concerto – Arrangiamenti PFM” (1979)

20 Settembre 2011 1 commento

fabpfm1La sorpresa e la meraviglia raccolte in 45 minuti di solchi che scorrono sotto una puntina di un giradischi mono (quello avevo!).

Si narra che fu Franz Di Cioccio, il batterista della Premiata, ha proporre a Fabrizio De Andrè l’idea di fare qualcosa insieme sulle sue canzoni, durante una cena tranquila nella tenuta in Sardegna dove il cantautore genovese si era ritirato da qualche tempo. Proposta accettata nonostante il Faber provasse una certa ritrosia nell’esporsi su di un palco. Ma, si racconta, sembra che la tenuta avesse necessità impellenti di lavori di ristrutturazione in qualche sua area importante.

Inoltre Di Cioccio sosteneva che l’esperienza andava tentata, portando come esempio Bob Dylan & The Band, sodalizio tra i più interessanti fino a quel momento (oltre che raro). Per la cronaca, The Band prima di essere The Band era stata l’artefice della svolta “elettrica” del grande Bob. Giusto per rendere l’idea.

Però The Band non possedeva la folgorante perizia tecnica della PFM fusa con la mediterraneità dei colori della loro musicalità.

A Roma l’evento fu annunciato da un manifesto marrone (o forse arancione, non ricordo più benissimo) con i nomi dei due artisti, senza altre immagini. Esclusa a priori l’ipotesi di poter essere tra il pubblico (un quattordicenne allora era meglio che non girasse da solo la sera per la città, figurarsi poi ad un concerto), vissi l’esperienza attraverso gli articoli del giornale. Allora a casa si comprava ”Il Messaggero” il quale due giorni dopo raccontò soprattutto della contestazione che aveva subito il cantautore genovese da parte di un gruppo di “autonomi” (termine allora per me incomprensibile), oltre a quella più generalizzata per l’orrenda acustica del Palasport, dedicando poco spazio alla parte musicale e più strettamente artistica.

Non c’era Internet, non c’era copertura di altro genere per eventi musicali anche importanti. Nessuno spazio al telegiornale. Nulla di nulla. L’unica speranza era riposta nell’eventuale uscita di un disco.

Sia De Andrè che PFM si trovavano, secondo me, ad una specie di bivio nelle rispettive carriere. Il Faber aveva pubblicato “Rimini”, sicuramente il disco meno riuscito della sua nobile discografia fino a quel momento. Attenzione,  “meno riuscito” in questo caso non è sinonimo di “brutto”: si trattava di un disco godibilissimo, dalle belle melodie, suonato molto bene e con ottimi musicisti (Tullio De Piscopo, Franco Mussida e tanti altri). Il suo difetto era forse nella mancanza di impegno (“Storia di un Impiegato”) o in una minore verve “poetica” rispetto ad album precedenti (“La Buona Novella”, “Non al Denaro…” o anche “Volume 8″).

La PFM aveva subito per strada la defezione di un elemento cardine quale Mauro Pagani ed aveva pubblicato due album, “Jet Lag” e “Passpartù”, anche in questo caso sicuramente godibili, ma non al livello dei precedenti. Questo perchè il Progressive ormai era agli sgoccioli ed il gruppo cominciava a cercare nuove strade senza averle ancora esattamente trovate. E allora spazio al jazz-rock del primo e ad un suono più “americano”, mentre nel secondo cercava di tornare verso atmosfere più mediteranee, ma senza riuscire ad evitare una sensazione di “già sentito”, come una fotografia non perfettamente a fuoco.

Perciò il loro incontro è servito a focalizzare su qualcosa di completamente diverso e, probabilmente a rilanciarli verso nuove sfide arricchiti l’uno dell’altro. Da una parte il Faber avrebbe cominciato a curare di più i suoi lavori dal punto vista sonoro (basti pensare a “Creuza de Ma”, capolavoro assoluto), gli avrebbe fatto vincere definitivamente la paura del palco, oltre a portarsi per sempre dietro gli arrangiamenti per i brani storici, da allora eseguiti sempre nell’arrangiamento della Premiata. Il gruppo milanese avrebbe iniziato a lavorare di più sulla forma “canzone”, sulla cura dei testi, su di una maggiore semplicità esecutiva senza cadere nel banale e senza perderci in sensazioni ed emozioni.

fabpfm4Il disco si apre con “Bocca di Rosa” (la scaletta non segue fedelmente quella del concerto, che si apriva con “Marinella”): una lunga introduzione con un arpeggio di chitarra acustica cui piano piano si sommano le tastiere, il basso, una solista acustica ed infine il piano. Poi un accordo e la voce che attacca in controtempo. E cos’ per tutta la prima strofa. Poi si aggiungono prograssivamente gli altri strumenti, compresa fisarmonica e violino, per poi esplodere in una parte strumentale entusiasmante. La particolarità del brano è che ogni strofa suona in una maniera diversa, con un diverso arrangiamento.

“Andrea” suona molto simile al disco originale, dopotutto sembrava logica la scelta di non modificare gli arrangiamenti rispetto al disco in commercio. Però al basso e alla batteria ci sono Djivas e Di Cioccio, ed è tutta un’altra musica. Il suono è più ricco e potente.

“Giugno 73″ è la storia di un amore che finisce. Introduzione del basso fretless di Djivas da accaponare la pelle. Il resto è la voce del Faber, mai così drammatica ed incisiva.

“Un Giudice” è caratterizzato dalla fisarmonica scatenata suonata da Flavio Premoli e da una chitarra accompagnamento di Mussida che suona come Django Reinhardt. Quello di Mussida è un lavoro straordinario che si dipana per tutto l’album, tra chitarre acustiche ed elettriche, fini ceselli ed assoli alla Jimi Handrix.

“La Guerra di Piero”, introdotta al piano, suona simile all’originale. Però mantiene intatta la sua carica evocativa e pacifista, mentre le chitarre caratterizzano il passo del soldato che scende dalla montagna incontro al suo destino.

“Il Pescatore” diventa un brano rock, con uno spazio finale per Di Cioccio alle percussioni, grande coro tra una strofa e l’altra ed un’introduzione stile PFM-Progressive.

“Zirichiltagghia” mantiene le caratteristiche country&western, con i controcanti di Premoli e Mussida.

“La Canzone di Marinella” è un vero miracolo. Ascoltandola ad occhi chiusi e volando con la fantasia a quell’inverno a cavallo tra 1978 e 1979 ci si ritrova al Palasport, appena buio in sala e con le prime note di un concerto dalle mille sorprese nelle orecchie: meraviglia e stupore. Le tastiere aprono il brano e Mussida cesella con l’acustica, impreziosendo con la sua chitarra per tutto il brano.

“Volta la Carta” è energica e divertente. L’avrebbe potuta comporre la PFM ed incidere in un qualsiasi suo album dei primi settanta, con Pagani al violino. Il giusto aperitivo per il piatto forte del disco: “Amico Fragile”. Concepita dal Faber, si racconta,  dopo una solenne arrabbiatura rimediata ad una serata quasi di gala con sbornia susseguente, è un brano dal testo visionario. Rispetta l’arrangiamento originale con la chitarra di De André solo strumento ad accompagnare i versi, ma la Premiata si scatena letteralmente negli intermezzi musicali con un assolo lancinante di Mussida.

fabpfm2Per poi non dimenticare il Volume Due, uscito l’anno successivo a completamento del documento fondamentale per la musica italiana (anche se comunque non si capisce come mai sia stata lasciata fuori “Coda di Lupo”, una delle mie preferite). Trattandosi del tour di “Rimini” ne fanno parte la title-track, “Sally” e “Avventura a Durango” da Dylan. Poi ci sono “Verranno a Chiederti del Nostro Amore”, solo voce e pianoforte, emozionante come poche, “Via del Campo” ed infine i brani tratti da “La Buona Novella”, alla cui realizzazione la Premiata prese parte. Si chiamavano ancora “Quelli” ed erano un gruppo del beat italiano. Forse è per quello che “Maria nella Bottega del Falegname” sembra un brano degli anni ’60 come arrangiamento e cori.

Infine un altro capolavoro: “Il Testamento di Tito”, con l’entrata in scena dei vari componenti del gruppo con il procedere del brano. Gli ultimi due titoli sono inoltre raggruppati come un’unica mini-suite: molto molto Prog.

Insomma, si tratta di un disco (o meglio due) che si ascoltano ancora oggi con lo stesso immutato piacere. Sono fuori tempo e regalano ancora emozioni a non finire.

Brutte Abitudini

16 Settembre 2011 1 commento

Noto sempre più frequente un’abitudine soprattutto nei vecchi gruppi. Forse una moda.

Parlo del tentativo di sopravvivere a se stessi. Come? Semplice. Il trucco consiste nell’attingere a piene mani dalle Tribute Band per sostituire gli elementi il cui rimpiazzo fino a ieri risultava praticamente impossibile e che spesso decretava anche la fine del gruppo stesso.

Qualche esempio?

Ormai se ne contano parecchi.

yesYes

Un paio di anni fa, alla vigilia di un mega tour celebrativo con la formazione originaria, al cantante Jon Anderson, una delle voci più brillanti del progressive negli anni settanta e successivi, vengono prescritti sei mesi di riposo a causa di una grave crisi respiratoria. Ma il gruppo decide di non rinviare il tour e lo sostituisce con Benoit David, guarda caso voce solista di una delle tribute band degli stessi Yes più note. Per la cronaca, visto che anche Rick Wakeman non voleva essere della partita, venne sostituito dal figlio Oliver (a proposito di cloni). Visto che il tour non è andato male, il giovane Benoit è stato utilizzato anche come lead vocalist per il nuovo album “Fly From Here”, che non è un brutto disco, ma è basato essenzialmente su di una lunga suite materiale di scarto di “Drama”.

jamThe Jam

Il grandioso gruppo di Paul Weller del punk-new wave-new mod inglese (comunque categoria riduttiva) si è ricostituito per una serie di concerti, sold out in dieci giorni di prevendita. Ovviamente il Grande Paul non è stato della partita. Bruce Foxton (basso) e Rick Buckler (batteria) non si sono affatto scoraggiati ed hanno assoldato Russel Hastings alla voce e chitarra, artista poco conosciuto ma con una discreta gavetta alle spalle, in particolare in una tribute band dei Jam. Non ho visto il concerto, anche se sono venuti a Roma al Jailbreak, e chi c’è stato mi ha parlato di una somiglianza assoluta tra le due voci.

stanglersStranglers

Hugh Cornwell, leader della band, lascia il gruppo nel 1990. I superstiti aggiornano la formazione e vivacchiano per una decina d’anni. Nel 2000 scoprono un certo Baz Warne che, pur non provenendo stavolta da una Tribute o Cover Band, ha la stessa identica voce del vecchio leader. Detto fatto: dopo un’audizione nella quale lui dichiara “sono esattamente quello che fa per voi”, entra in pianta stabile nel gruppo. La risposta dei vecchi “aficionados” è entusiastica e gli Stranglers con il nuovo album “Norfolk Coast” rientrano addirittura in classifica. Da quel momento un tour dopo l’altro con la riproposizione soprattutto del vecchio repertorio. Ascoltare per credere il live “5 live 01″.

doorsDoors

E’ solo l’ultima delle notizie arrivate. Sinceramente non lo sapevo: Ray Manzarek e Robby Crieger, rispettivamente tastiera e chitarra della mitica band californiana, sono venuti in tour dalle nostre parti avvalendosi del cantante Dave Brock. Sull’ultimo numero di Jam c’è una bellissima intervista con i due, oltre che una, più breve, con il batterista John Densmore. Tutti ricordano un mito come Jim Morrison. Di fatto il gruppo non è più esistito dopo la sua morte.

Poi c’è la recensione del concerto con, al centro della pagina, la foto del nuovo cantante. ”Non è possibile” è la mia prima reazione – “Hanno sbagliato, hanno pubblicato una foto di Jim Morrison senza volerlo”. Stessi capelli, stesso viso, stessa espressione contorta. Poi vado a leggere bene e l’articolista descrive, con un certo stupore, la somiglianza totale tra i due. Ed il tour è stato curiosamente effettuato esattamente nel trentennale della morte di Jim Morrison. Strano, vero?  

ledzepLed Zeppelin

Della reunion dei vecchi Zep (Page, Plant e Jones) si sa quasi tutto. Al Live Aid del 1985 con Phil Collins alla batteria, qualche anno dopo per l’anniversario della loro casa discografica con, dietro i tamburi, Jason Bonham, figlio del loro batterista originario. Ancora in un paio di occasioni negli anni novanta ed infine l’unico vero e proprio concerto tenuto dal gruppo (negli altri casi erano brevi set di poche canzoni) nerl 2007 a Londra. Sempre con Jason Bonham. Anche in questo caso figlio di tanto padre.

Le ultime notizie dicono che Page, Jones e Bonham stiamo provando del materiale per un nuovo ipotetico album degli Zeppelin, mentre Robert Plant, intervistato a sua volta, ha dichiarato la cosa assolutamente  infondata. Avrebbe detto che 1) la notizia è ridicola e frustrante; che 2) comunque lui non ne avrebbe fatto parte; pur 3) facendo gli auguri agli altri tre di ogni bene futuro.

Fosse vera non ci sarebbe problema: esisterà una Tribute Band con un cantante dai riccioli biondi e con la voce immensa, giusto? (a Roma ci sono i Custard Pie con i quali, tra l’altro, Jason Bonham ha anche suonato in una notte al Geronimo’s).

Beatles

Riporto giusto per cronaca la solita fandonia che ormai con cadenza più o meno annuale si sente sui Beatles. C’è n’è sempre una. Dalla prova provata che la morte di Paul McCartney è avvenuta realmente alle possibilità di reunion.

L’ultima sosterrebbe che, in occasione della cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi di Londra del prossimo anno, Paul e Ringo darebbero vita ad una nuova formazione dei Beatles con, indovinate un pò, i figli di John Lennon (forse tutti e due?) e di George Harrison.

Spero sinceramente non accada.

Forse allora avevano avuto l’occhio lungo i Kiss quando, a chi gli domandava come mai si fossero rimessi le maschere che avevano abbandonato da qualche anno, risposero che sarebbe stato il sistema per portare avanti l’impresa “Kiss”. Ovvero: chiunque ne faccia parte basta che si metta su la maschera ed il gruppo va avanti. A Paul Stanley, Gene Simmons e soci (magari settantenni e spaparanzati a godersi il sole nelle loro ville californiane) palate di denaro.

My Own Private 9/11

12 Settembre 2011 Commenti chiusi

twinAndammo a pranzo a cuor leggero. Era una di quelle mattinate di settembre appena rientrati dalle ferie, in cui ancora ti prendi in giro che il lavoro e’ una situazione solo momentanea e presto tornerai al sole e al mare. E allora ti perdi nel raccontare a tutti quello che hai fatto, e gli altri fanno lo stesso con te.

A tutto si pensava, tranne che al ritorno il mondo sarebbe stato diverso.

In quel periodo lavoravo per una televisione che trasmetteva i suoi contenuti attraverso cinque canali via satellite. Uno di questi trasmetteva notizie 24 ore al giorno, in un tentativo  di somigliare alla CNN, pero’ senza soldi e senza mezzi. Ma nel nostro piccolo si faceva un lavoro più che egregio. Oggi quei ragazzi, che tutti i giorni ci raccontavano i fatti del mondo dopo aver preso insieme un orribile caffe’ alla macchinetta, sono sparpagliati più o meno in tutti i telegiornali importanti del paese.

Quel giorno rientrammo da pranzo e non c’era la solita animazione un tantino sfaccendata del post-pranzo: chiacchiere, gente che si salutava dopo tre-quattro settimane che non si vedeva, o troupe che s’incrociavano di ritorno ed in partenza per chissà dove. Li per li io e la mia banda di amministrativi non ci facemmo caso. Andammo alla macchinetta del caffè, nel bel mezzo dell’area di produzione. Di nuovo nessuno. Poi un paio di ragazze volarono letteralmente con delle cassette in mano tra l’area di montaggio e la regia. Qualcosa non quadrava.

Salimmo nei nostri uffici. Entrai nella mia stanza richiamato dallo squillo del mio telefono. Risposi ma con un attimo di ritardo, più o meno al settimo-ottavo squillo. Dall’altro capo avevano già agganciato. Misi a posto il ricevitore accomodandomi sulla mia poltroncina e solo allora buttai un occhio sullo schermo da pochi pollici inchiodato alla staffa all’angolo della stanza sotto il soffitto (non poteva trovarsi in una posizione troppo comoda per la visione, altrimenti si perdeva in produttività e – dimenticavo – trasmetteva solo i nostri canali).

Non realizzai immediatamente. Si vedeva uno squarcio in una struttura molto geometrica. Dallo squarcio usciva fumo, ma non tantissimo. Come fosse una ciminiera. Ma usciva lungo tutto il fronte di quella ferita inferta in qualcosa di forte ma fragile al tempo stesso. Ed era scuro, nero quasi. Rimasi a bocca aperta. Come quando vedi qualcosa di talmente surreale che non ti occupi subito di mettere in fila le informazioni giuste per comprendere.

Poi focalizzai una scritta bianco su rosso in basso, vicino al logo della CNN: “breaking news: attentato alle Twin Towers”. Contemporaneamente la voce del mio amico Antonello dall’altoparlante riferiva in maniera concitata della segnalazione appena ricevuta dalle agenzie di un attentato al Pentagono, sempre attraverso un aereo suicida. Aereo suicida? “Aereo suicida” è un piccolo aereo da turismo dove un matto sale a bordo e lo dirige dritto dritto sul suo obiettivo. Ma quello che si vedeva era un boeing, e quanta gente c’era dentro? Ma com’è successo?

Da li in poi e’ storia conosciuta, vista e rivista con i metodi televisivi più classici. Replay rallentati neanche si fosse trattato del goal di qualche grande campione, plastici ricostruiti in studio, talk show e bla-bla-bla in genere. Le immagini riproposte da tutte le angolazioni.

Quello che mi resta impresso a fuoco nella mente di quella giornata e’ l’incredulità come sentimento generalizzato, e’ l’abbraccio forte ad una collega ai limiti delle lacrime cercando il più possibile di rassicurarla, che no, non era la terza guerra mondiale, ma qualcosa di più estremo e vigliacco. E, ovviamente, l’impossibilità di lavorare per il resto del pomeriggio. Sembrava uno di quei film di genere “catastrofico”, dove la gente si trova in capannelli nei pressi di un qualsiasi televisore. Mi spostavo da un ufficio all’altro, tentando di riordinare le idee, di capire. Dovunque visi immobili, sguardi incollati ai video. E quelle immagini del secondo aereo che entrava nella Torre ripresa da ogni angolazione, che le tv si erano già piazzate con le telecamere, e riproposta continuamente, ossessivamente.

E dopo un’ora le immagini dei crolli. E la gente che fuggiva inseguita dalla nube di polvere. E la certezza definitiva che chiunque fosse ancora dentro non potesse avercela fatta.

Tremila persone, tra gli impiegati delle Torri, passeggeri degli aerei, dipendenti del Pentagono, oltre 400 tra pompieri e soccorritori vari.

Poi subito la versione ufficiale. Nel giro di poche ore già si sapeva tutto. E si capì subito che il nuovo nemico degli anni duemila era stato trovato. Buono per fomentare teste ignoranti. Ed in nome di due guerre dichiarate allo scopo di esportare democrazia, altre migliaia sono state le vittime tra militari e civili ed enormi le risorse sprecate. Tutto talmente marcio da giustificare qualsiasi dubbio e qualsiasi altra teoria. Fino all’epilogo della morte di Bin Laden e relativa nebulosa  ”sparizione” del corpo.

Già, la teoria “complottista”. Teoria basata sulla rilevazione di incongruenze tra la versione ufficiale ed osservazioni di fatti avvenuti in quella giornata. Fatti mai ben spiegati. Così come non è mai stato spiegato perchè gli americani andarono all’ONU a raccontare gran frottole sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Insomma, tutte considerazioni sulle quali è inutile entrare.

Però certo, osservare la cerimonia trasmessa in diretta tv (e, tra l’altro, densa di retorica grazie alla giornalista conduttrice, nonostante gli sforzi di Di Bella e Rampini – subito zittito nel momento in cui ha tentato di far aleggiare la teoria “complottista”) e vedere Bush aggirarsi nel memorial appena costruito mi ha lasciato come un senso di inquietudine.

Chiedo Venia

8 Settembre 2011 Commenti chiusi

appleEbbene si, alla fine non ho saputo resistere: mi sono scaricato da iTunes “Strumenti d’Epoca”, il primo cd degli Apple Pies. Ne avevo scritto qualche post fa a proposito della delusione di non vederli più fare la Tribute Band rigorosa dei Beatles.

Poi mi sono detto: ma perchè non dovrebbero avere il sacrosanto diritto di esprimersi come preferiscono? Tanto più che la formazione non è più la stessa dei tantissimi show dell’Estate Romana, dei pub invernali o, negli ultimi tempi, in giro per tutta l’Italia.

Bene, mi devo scusare. Al primo ascolto il disco risulta assolutamente gradevole. Chitarre pulite e scattanti, basso molto “hofner” (suono pulito classico), cori e controcanti a go-go, melodie accattivanti.

Ad un ascolto più approfondito viene fuori il grande amore per i Beatles. La lezione dei Grandi Maestri è stata assorbita al meglio. Tutto suona molto fresco, arioso ed energico. Non c’è un ritornello od un bridge fuori posto. Alcune canzoni, in particolare “Alle Tre”, “Amy” (una gradevolissima “ballad”) e “Una Predisposizione A Te”, sono decisamente sopra la media rispetto a qualsiasi prodotto (beninteso “pop”) attualmente in circolazione dalle nostre parti. Ma anche tutto il resto è decisamente molto buono. “You and Me” e “Stanotte” sono scattanti e ruvide il giusto, con dei bei lavori di chitarra e hammond, “La Mia Canzone” è un lento sincopato con un bel ritornello a più voci, “Ero Pazzo” (sulla falsariga di “I’ve Got a Feeling”) è un rock-blues dominato sempre da voci, chitarre e hammond, “Tra le Cose Buone” è di nuovo ballad di bel respiro, ricordando anni d’infanzia con un bel testo. “Sogni e Realtà” chiude acustica.

La “Melodia” la fa da padrona, in puro stile Macca. E, garantisco, non è un disco di cover “fantasma”. E’, soprattutto, un disco di atmosfera, dove si respira a pieni polmoni pura aria “Sixties”. Un vero piacere.

Augurandogli perciò di continuare così e magari, finalmente, di raggiungere un pubblico più vasto, l’unica cosa cui starei attento, fossi in loro, è una lieve deriva “Lunapop” che si avverte di quando in quando. Comunque un  difetto decisamente lieve.

50.000 Grazie!!!

4 Settembre 2011 Commenti chiusi

cinqersTorno dalle vacanze e scopro di aver toccato quota 50.000 contatti! Giuro che quando ho iniziato questo blog (novembre 2009) pensavo che non sarei mai arrivato neanche a 10.000. Anzi, piazzai un post del genere quando arrivai a 1.000, pensando di aver ottenuto un grande risultato.

Intendiamoci, nulla di cui montarsi la testa. Pero’ escludendo parenti ed amici concentrati quasi esclusivamente a Roma, il fatto di aver ricevuto contatti da tutta Italia e dall’estero mi fa molto piacere.

Perciò ringrazio tutti quelli che mi seguono con attenzione (se per caso ce ne fossero) e quelli che sono capitati qui anche una sola volta e per caso. Cercherò di continuare come ho fatto finora raccontando a modo mio fatti e fatterelli di musica ed altro.

E poi non dimenticate di sintonizzarvi su “Music On The Rock Radio”: domani sera ultimo “NumeroZero” con la presentazione del palinsesto 2011/2012. Vi aspetto su Spreaker.

Grazie ancora e ciao a tutti!!!

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