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Archivio Ottobre 2011

News n° 4 – Ottobre

30 Ottobre 2011 Nessun commento

Damon Albarn

Il poliedrico leader dei Blur (ma anche dei Gorillaz e dei The Good, The Bad & The Queen) ha pronto pronto un nuovo album “side-project” in trio con Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, e Tony Allen, batterista di Fela Kuti.

Il progetto si chiama, nome gruppo e titolo album, Rocketjuice and The Moon. Il CD, quasi completamente strumentale secondo quanto dichiarato dallo stesso Albarn, dovrebbe uscire all’inizio del 2012, ma i tre esordiranno dal vivo già nei prossimi giorni a Londra.

 

Peter Gabriel

Indomito nel suo recente buttar via quanto di buono costruito in quarant’anni di onorata carriera, non contento di aver prodotto un album di canzoni di altri orchestrate, fa uscire “New Blood”, una specie di greatest hits anche in questo caso riarrangiate per orchestra. La differenza con il precedente e’ che almeno quello aveva un che di originale, una vibrazione ed un’intensità particolare (anche se alla lunga anche un che di pesante). In “New Blood” l’ex Arcangelo gioca facile facile, mantenendo identiche dinamiche e sensazioni, e limitandosi a sostituire una sezione orchestrale agli strumenti originari.
Resta sempre la sua voce.

 

New Release

Cosa c’è di nuovo da ascoltare? Secondo “Paste” (l’erede del mio amato “Crawdaddy”), merita una votazione di 7,3 ed un giudizio di “Respectable” il terzo album dei The Beets “Let The Poison Out”. Sostengono sia il loro album migliore, ormai affrancati dai loro maestri dichiarati: The Ramones.

Non li conosco per nulla, ma se l’ultimo di Tom Waits ha una valutazione di 8,3, forse The Beets meritano di essere ascoltati. Magari vi faccio sapere…..

 

U2 prossimi allo scioglimento?

Il sito d’informazione musicale “Rockol” lancia una notizia ripresa dall’intervista rilasciata da Bono Vox all’edizione americana di Rolling Stone. Il cantante avrebbe affermato che il gruppo sarebbe stanco d’impersonare i “veterani del rock” nell’attuale panorama discografico e che gli sarebbe piaciuto chiudere la carriera nel 2009, dopo l’uscita dell’ultimo album “No Line On The Horizon”.

In ogni caso Bono sostiene anche che il gruppo ha comunque scritto parecchio materiale, addirittura il migliore di sempre. Pero’ stanno aspettando di ricaricare completamente le batterie.

 

Celebration

Questo è il post n° 100! Evviva. Grazie a tutti. Alla prossima

Anestesia Totale

28 Ottobre 2011 Nessun commento

Ieri sera, per la serie “Aprite i Vostri Occhi”, sono stato al Teatro Olimpico a vedere il nuovo lavoro teatrale di Marco Travaglio.

Lo so, ho un debole per lui, per la sua capacità di scrittura, per la sua ironia ed il suo rigore. E, soprattutto, per il suo impegno nella formazione di una coscienza collettiva nuova ed onesta.

Leit-motiv dello spettaccolo è: se tutto quello che diciassette anni di Berlusconi ci hanno portato (conflitto di interessi, scontro tra Istituzioni, crisi economica, scardinamento dello stato sociale, attacchi a magistratura, stampa libera, perdita di credibilità a livello internazionale, perdita della memoria storica dei cardini del nostro Paese, ecc. ecc. ecc.) era facilmente prevedibile già dall’inizio della sua avventura in politica, com’è possibile che in tutto questo tempo si sia verificato un appiattimento della popolazione su posizioni conformiste, un adattamento continuo ad ogni nuovo fondo raggiunto con una sostanziale perdita della capacità di indignarsi? Alle mazzette di Craxi la gente gli andò a lanciare le monetine sotto l’hotel Raphael, mentre a lui ogni cosa sembra venir perdonata.

La spiegazione è semplice: sono diciassette anni che veniamo costantemente anestetizzati. Come? La politica ha occupato  progressivamente tutti i posti di potere, creando una fitta rete di legami tra se stessa, economia ed informazione che alla fine, usata  in maniera distorta, sia direttamente che indirettamente, ha completato l’opera di “addormentamento” delle coscienze.

Il tutto è avvenuto attraverso cinque fasi di perdita progressiva:

  1. La scomparsa dei Fatti: viene nascosta la notizia non raccontabile;
  2. La scomparsa del Metro: se la notizia dev’essere data per forza, si fa in modo di confonderla per non permettere il formarsi di un giudizio in chi l’ascolta;
  3. La scomparsa della Verità: i giornalisti, facendo parlare tutte le parti, non danno più la notizia, ma la versione della notizia di ogni parte. Si creano così due (o tre, quattro…..) verità diverse ed ognuno si adatta a quella che preferisce; 
  4. La scomparsa delle Parole: si creano neologismi per nascondere i fatti e le verità: le morti “bianche”, la guerra per “esportare la democrazia”, le “escort”, ecc.;
  5. La scomparsa della Logica: ognuno può dire quello che vuole e vengono giustificati tutto e tutti. Non esiste più la contraddizione o la “frescaccia” palese: ad es. “la nipote di Mubarak” avallata da tutti i parlamentari della maggioranza.

La narrazione si dipana tra i monologhi di Travaglio a corredo delle varie fasi, spesso ironici in maniera graffiante,  e la lettura da parte di Isabella Ferrari di editoriali storici di Indro Montanelli, tra i quali quello di addio al Giornale, quello sulla rivoluzione ungherese del 1956 e  quello sulla nuova destra del manganello, oltre a due divertentissimi interventi sui titoli del TG1 e sulle poesie di Bondi (questo veramente spassoso, con i due in scena che non riescono ad andare avanti per l’impossibilità di mantenersi seri).

Travaglio ne ha, come al solito, per tutti: da Mr B ed i suoi degni compari,  alle cricche che stanno massacrando l’economia (e l’etica) italiana, dai giornali e telegiornali proni e asserviti, ai guerrafondai internazionali (Bush, Blair, Aznar), senza risparmiare colpi ne’ per la stampa di sinistra nè per l’opposizione troppo remissiva e, soprattutto, troppo silenziosa. 

La scenografia è essenziale, un’edicola piena di giornali che serve da base per il musicista che accompagna lo spettacolo, una panchina alla destra del palco ed un leggio alla sinistra. Le luci calde, ma stranianti quando abbassate a sottolineare i momenti più drammatici.

Ed infine la paura maggiore: se, deposto Mr. B, i suoi successori, invece di ricostruire, continuassero a distruggere? Se Mr B. avesse solo preparato il terreno ed i suoi successori fossero anche peggio?

Siamo solo noi a poter evitare tutto questo, ma solo svegliandoci dall’anestesia totale!

Storyteller

26 Ottobre 2011 Nessun commento

Leggo un po’ di tutto. Piano, abbastanza lentamente. Per terminare un libro da trecento pagine ho bisogno di tre mesi. Anche perché ne leggo tre o quattro contemporaneamente. La pila ordinatamente (più o meno) poggiata sulla mia scrivania in questo momento comprende due libri sui Genesis (un commentario ai testi ed una descrizione di ogni singolo brano da loro prodotto, registrato o anche solo eseguito dal vivo, fosse anche una volta sola in una festa – Grande Giommetti!!), “Desperation” di Stephen King, “Tourbook”, che racconta tutti i tour di Fabrizio De Andre con dovizia di particolari e di materiali, “Le Mappe Dei Miei Sogni” di Reif Larsen. Ah, dimenticavo “Cuori Da Bar” del mio amico Lorenzo Bartoli. Quali e quando li finirò non ne ho la più pallida idea.

 Tra quelli finiti di recente volevo raccontarvene due, con la solita premessa che non essendo un critico letterario, vi dico semplicemente quello che ne penso.

 “Hanno Tutti Ragione” di Paolo Sorrentino

 Il regista del pluripremiato “Il Divo” e di “This Must Be The Place” attualmente nelle sale, racconta gli ultimi trent’anni di vita di un cantante napoletano quarantenne, tale Tony Pagoda, dall’apice della sua carriera nel 1980 (concerto al Metropolitan di New York con Frank Sinatra che alla fine si va a complimentare in camerino) fino ai giorni nostri. Il racconto si snoda attraverso tre fasi della sua vita.

Nella prima la fama viene pagata con eccessi tipici (droga e alcool), con una vita sconclusionata tra tournée sperdute in provincia ed una famiglia con una moglie spenta e pesante, oltre alla dipendenza dalla droga che lo porta ad avere rapporti abbastanza stretti con la criminalità organizzata (che, tra l’altro, stravede per lui).

 Nella seconda fase Tony decide di tagliare completamente i ponti con il passato. Lascia la famiglia, il gruppo musicale che lo accompagna, la notorietà ed inizia un processo di “purificazione” lontano da tutto e tutti, chiudendosi in una piccola casa sulla costa brasiliana. Poi, convinto che così sia comunque troppo, si chiude in un piccolo appartamento a Manaus, nel cuore della foresta amazzonica, dove, tra scarafaggi grandi come una noce e veloci come un gatto ed un’umidità spessa e persistente, ha modo di conoscere un personaggio come Alberto Ratto, maneggione dal passato poco chiaro ma riverito e conosciuto da tutta la città.

 Infine, all’inizio degli anni duemila, un imprenditore-politico (chi sarà?) gli offre una barca di soldi (ma veramente tanti) e lo preleva con il suo aereo privato per riportarlo in Italia per cantare alle sue feste. Così Tony riprende contatto con il paese di cui era rimasto all’oscuro per più di dieci anni e scopre quante cose sono cambiate, attraverso l’introduzione nel bel mondo romano di inizio secolo, fra politici, faccendieri, donne rifatte e cultura da Grande Fratello.

 Il libro e’ drammatico e comico al tempo stesso. Si ride e si piange, in qualche caso anche di gusto. Liti furibonde e personaggi squallidi si alternano a gag spassose. Il personaggio, sotto certi aspetti, e’ anche filosofo. Filosofia spiccia, da esperienza di vita vissuta.

La cosa che quadra poco in tutta la narrazione e’, a mio parere, la semplicità con cui il personaggio decide di cambiare vita e quanto effettivamente cambia egli stesso, quasi diventasse un altro personaggio: troppo diverso da un passaggio all’altro. Sembra impossibile che un cocainomane mezzo camorrista, idolatrato dai fan, si redima al punto da voler espiare in una città sperduta lontana migliaia di miglia dalla propria casa.

Ecco, sembrano tre romanzi brevi uniti per forza. Una specie di “Trilogia” della storia di Napoli e dell’Italia degli ultimi trent’anni.

 

 “LZ-’75 I Led Zeppelin Alla Conquista Dell’America” di Stephen Davis

 Stephen Davis è uno dei migliori giornalisti e critici musicali americani. Ha lavorat per “Rolling Stone” ed altre prestigiose riviste. E’ specializzato in biografie dei grandi del rock. Ha scritto volumi su Rolling Stones, Fleetwood Mac, Aerosmith, Bob Marley,  Jim Morrison e The Band. Ed è conosciuto per “Il Martello Degli Dei”, ponderosa biografia dei Led Zeppelin, gruppo di cui rimase folgorato dopo averne visto alcuni interminabili concerti a Boston nei primi settanta.

I Led Zeppelin avevano una pessima reputazione sulla stampa, che mal sopportava i loro eccessi e li riteneva, con qualche eccezione, più un cattivo gruppo blues che un ensemble di geni destinati ad innovare e rivoluzionare il mondo del Rock. E allora gli Zep non volevano la stampa ai loro concerti, e men che meno fotografi.

Stephen Davis, giovanissimo freelance, sul finire del 1974 riceve un invito da un suo contatto interno alla casa discografica del gruppo inglese. E non uno qualunque: più o meno l’assistente del responsabile dell’organizzazione del tour americano che di li a poco, sul finire del mese di gennaio 1975, i Led Zeppelin intraprenderanno sulle due coste americane. Gli Zeppelin vogliono che a seguirli ci sia un numero ristrettissimo di giornalisti e fotografi accreditati, disposti a vivere ed a viaggiare insieme a loro durante il tour.

Il giornalista trova un accredito tramite una vecchia e paludata rivista di Boston e si aggrega all’entourage del gruppo. Inizia così a scrivere un diario personale dall’interno della vita di uno dei gruppi più importanti degli anni settanta e del Rock in assoluto. Ed è una narrazione divertentissima, con fatti piccoli e grandi, come le manie e/o le idiosincrasie delle Star mediate però anche dalle debolezze degli uomini: ad esempio alcuni degli Zeppelin non riescono a sopportare di stare lontani per molto tempo dalle famiglie in Inghilterra. Oppure dei problemi di un giornalista a trovare spazio per riuscire ad intervistare qualsiasi elemento del Gruppo e scoprire che riuscire a fornire un articolo prima della sua uscita su di una rivista a Jimmy Page o trovare un buon thè indiano per Robert Plant siano strumenti decisamente migliori del tesserino-stampa, anche convivendoci.

Oppure delle curiose dinamiche interne ai quattro, comuni a tanta gente che suona e a qualsiasi livello: dalle gelosie per la peggiore illuminazione sul palco rispetto agli altri alla maggiore o minore stima sulle capacità strumentali del collega, fino al livello di amicizia tra i vari membri del gruppo.

E ancora gli eccessi tipici delle rockstar: sesso, droga e rock’n'roll, con un pizzico di violenza perpetrata da un John Bonham cui il combinato “alcool + lontananza dalla famiglia” gli procurava uno stato di alterazione che, alla fine, gli permetteva di fregiarsi del poco onorevole soprannome de “La Bestia”.

Oppure ci sono fatti spassosi, come il direttore di un albergo dove gli Zep avevano distrutto una delle suite (pratica classica in quegli anni) con tanto di lancio del televisore dalla terrazza, che con tanto di sospiro aveva confidato al manager del gruppo quanto avesse sognato di farlo anche lui almeno una volta nella vita. Ed il manager, senza scomporsi, nel rifondere i danni gli aveva dato 500 dollari in più per pagare un altro televisore dicendogli: “Serviti pure, offriamo noi”. Per tutta risposta il direttore era letteralmente volato all’ultimo piano prendendo un tv e lanciandolo dalla finestra.

Insoma, al di la di qualsiasi biografia pomposa o meno, il libro è un racconto dei Led Zeppelin come nessuno li ha mai visti: come si convive (o meglio, come si conviveva, visti che i tempi sono parecchio cambiati da allora) con una Rockstar? La risposta è tutta in “LZ ’75.

Brain Massage

18 Ottobre 2011 Nessun commento

Se qualcuno mi legge sa che vivo in genere di passioni. Se qualcosa mi stimola, che sia un libro o, più facilmente, un disco o una piccola grande (o anche una grande piccola) conquista dei miei figli, la racconto. Non posso tenerla per me.

Tutto questo per raccontarvi di due dischi che sto ascoltando recentemente e che rientrano di diritto in quello che definisco “massaggio per il cervello”. Diciamo la verità, di jazz ne capisco poco ed i due protagonisti in questione sono tra i massimi esponenti del genere. Perciò vi racconterò di sensazioni e tenterò di non annoiarvi e/o di incorrere in qualche clamoroso strafalcione da non addetto ai lavori.

 

patmet1Pat Metheny: “What’s It All About”

Il disco è bello a cominciare dalla copertina. Notte umida e fredda dopo una buia giornata di pioggia, un uomo cammina sulle rotaie di un bus in una di quelle stranianti cittadine americane. Lo so, non sembrerebbe un bel quadro, però trasmette un messaggio: tornare a casa. Rientrare il prima possibile tra le quattro mura, al riparo ed al sicuro. Prendere una chitarra in mano e lasciarsi andare sulle sei corde.

Il disco è tutto qui. L’atmosfera è straordinariamente rilassata. La chitarra è quasi sempre acustica. Tra l’altro Pat Metheny ne usa due di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza: la “chitarra-baritono” e la “Pikasso-42 corde”. Si tratta di un disco interamente di cover. Come se il chitarrista si fosse trovato, al termine di quella giornata rappresentata sulla copertina dell’album, intorno al tavolo di cucina con la sua chitarra, una buona tisana rilassante e l’intenzione di mettere mano a qualche grande classico per estrarne l’essenza della melodia filtrandola attraverso la sua sensibilità.

la Pikasso a 42 corde

la Pikasso a 42 corde

Tra i brani spiccano una meravigliosa “Sound Of Silence” da Paul Simon, dove la chitarra suona note scintillanti a metà strada tra arpa e sitar. “Alfie”, colonna sonora del film omonimo, da Burt Bacharach, è delicata e sensuale. “La Ragazza di Ipanema” da Vinicious de Moraes e Antonio Jobim è spogliata dal classico vestito di Bossa Nova e diventa qualcos’altro. Del Samba conserva l’impossibilità della diteggiatura, sempre sospesa fra none aumentate e dodicesime diminuite irraggiungibili. “Rainy Days And Mondays” da Paul Williams è tenera come l’originale. Da un altro compositore per il cinema, Henry Mancini, Metheny rielabora “Slow Hot Wind” con tocco soavemente jazzato.

Infine arriva “And I Lover”, perla Lennon&McCartney. Fedele all’originale, introduzione compresa, ma rielaborata come forse era stata originariamente pensata dallo stesso Macca (?): una Bossa Nova.

 

fris1Bill Frisell: “All We Are Saying….”

Il chitarrista americano aveva già partecipato recentemente ad un disco bellissimo: “Lagrimas Mexicanas” del cantautore brasiliano Vinicious Cantuaria. Ora spalanca il fodero della sua chitarra elettrica, attacca il jack all’amplificatore e produce un album dedicato a John Lennon, con il meglio della sua discografia. Dal repertorio “Beatles” pesca “Across the Universe”, “Revolution”, “Nowhere Man”, “Please Please Me”, “You’ve Got To Hide Your Love Away”, “Come Togheter”, “Julia” e l’immortale, ma le altre non sono da meno, “In My Life”.

Dal canzoniere del Lennon solista rielabora, oltre ai grandi classici quali “Imagine”, “Woman”, “Love” (la mia preferita), “Mother” e “Give Peace a Chance” (da cui è tratto il verso che da il titolo all’album) anche “Hold On”, “N° 9 Dream” e “Beautiful Boy”.

Su questo album c’è poco da commentare. Frisell si fa accompagnare da Jenny Scheinman al violino e da Greg Leisz alla chitarra acustica ed alla “pedal-steel”, con i quali si intreccia continuamente nei temi principali dei brani, oltre che dal bassista Tony Scherr e dal batterista Kenny Wollesen. La particolarità consiste nel fatto che nessuna delle canzoni subisce quella rielaborazione fatta in genere di tema principale ed improvvisazione che è tipica della musica Jazz. Gli arrangiamenti sono spesso molto fedeli (ad esempio “Revolution” o “In My Life”) o subiscono piccole variazioni. Sembra molto più un omaggio reso al Lennon compositore, un riconoscimento dell’eccezionalità della sua scrittura.

Insomma, se vi capita, sono due dischi da ascoltare assolutamente. Ovviamente non in macchina o nelle cuffie dei lettori mp3 in metropolitana. Hanno bisogno di tranquillità e predisposizione, ma garantisco che vi restituiranno il calore di un camino acceso con intorno fiammelle di candele.

Il Disco del Mese: “Making Movies” (1980)

10 Ottobre 2011 Nessun commento

dd1I Dire Straits non sono stati innovatori. Non sono stati sperimentatori. Non hanno colpito il cuore di milioni di fan in tutto il mondo ne con il loro rock travolgente ed energico ne per la loro prestanza fisica.

Sono stati semplicemente il gruppo giusto al momento giusto. Hanno riproposto una formula rock classica, quella del rock blues tradizionale dove alla frase vocale seguiva in risposta l’intervento della chitarra elettrica (suonavano così anche Robbie Robertson ed Eric Clapton), ma in un momento in cui c’era imperava la disco e parlare di rock era ormai una specie di fenomeno carbonaro.

Ma “Making Movies”, terzo album del gruppo, non e’ “disco del mese” perché il migliore della varia (e rara) discografia dei Dire Straits. Secondo me non può competere con i primi due album in quanto a freschezza e livello del songwriting, ne tantomeno con le sonorità di quei due primi album, dove l’intreccio tra le due chitarre suonate dai fratelli Knopfler andrebbe studiato nei corsi di musica al capitolo: “La chitarra ritmica non e’ banale da suonare bene!”.

“Making Movies”  non e’ neanche più un disco dei Dire Straits. Secondo me e’ il primo album da solista di Mark Knopfler, ma forse senza il marchio DS c’era il rischio che vendesse di meno.

Questo mese parlo di questo album per una semplice ragione. Ho almeno cinque amici per cui sono troppe le dita delle due mani per contare la loro collezione discografica. Eppure un solo disco e’ presente in tutte e cinque le collezioni: “Making Movies”.

La forza di quest’album e’ tutta qui. La sua particolarità consiste nell’essere arrivato praticamente a tutti. Caso raro di album che mette d’accordo critica e pubblico, da quello più esigente e fine a quello più distratto.

Otto milioni di copie! Un milione di copie vendute solo da noi. La leggenda narra che i discografici, mai contenti in epoche in cui di dischi se ne vendevano, chiesero a Mark Knopfler di scrivere materiale più orecchiabile. E lui disse: “Bhe’, la musica più orecchiabile e’ quella che viene scritta per il cinema. Allora faro’ come se dovessi comporre per il cinema”. “Making Movies”, appunto.

Perciò parola d’ordine: semplicità. Fin dalla copertina: tutta rossa con una banda azzurra laterale che riporta nome del gruppo e del disco.

Ai tre Straits superstiti dopo l’uscita del fratello David, si affianca Roy Bittan della E Street Band di Springsteen al piano e tastiere per arricchire il sound, per farlo suonare diverso.

DD2Ed il disco parte diverso. Le note del “Carousel Waltz” ci portano subito, cinematograficamente, all’interno del Luna Park, diretti al “Tunnel of Love”. Al termine dell’introduzione esplode il nuovo suono DS, più compatto e meno liquido e rilassato rispetto ai primi due album. E’ un lungo brano rock, più di otto minuti, dove strofe lunghe e con un bel ritornello vengono interrotte da due bridge (uno, il primo, più veloce mentre il secondo, molto più lento, fa da preludio al lungo assolo finale in crescendo). Il tutto inframezzato da un break che da quel momento ha fatto “standard”.

Segue “Romeo & Juliet”, canzone sulle difficoltà dell’Amore, soprattutto quello rifiutato e non corrisposto. Il brano e’ portato quasi interamente dalla dobro di Mark Knopfler, mentre il gruppo con un arrangiamento più rock si aggiunge nei ritornelli. Melodia che ti porti dentro per sempre.

“Skateway” parla di una ragazza che viaggia esclusivamente su pattini. L’Hammond di Bittan fa da base mentre gli altri strumenti entrano uno alla volta. La strofa è su due accordi, il ritornello è killer. La chitarra di Knopfler suona come su “In The Gallery”. La sua voce sempre bella e profonda. Poi tutto si apre in un bridge arioso.

Anche questo brano è lungo: siamo intorno ai sette minuti. Costituisce un’ulteriore novità nel sound DS. I brani si fanno più dilatati, non c’è nessuna fretta di chiuderli. Ciò diventerà ancora più evidente nei concerti, dove i brani (soprattutto quelli più vecchi) verranno allungati aggiungendo intermezzi strumentali prima inediti. Si ascolti per questo il doppio live “Alchemy”. I loro concerti non conterranno più di dieci-undici brani. Diventeranno anche più noiosi.

“Expresso Love” sembra una b-side di Springsteen prestata a Knopfler. Il piano e l’organo di Bittan sono in grande evidenza. Knopfler imperversa alla ritmica come sui primi dischi e poi si lancia in un doppio assolo in cui due soliste si rincorrono. Poi stop, nuova strofa e via di nuovo tutto il gruppo. Suona però già sentita. E il coro finale peggiora la situazione.

“Hand in Hand” vede ancora Bittan che introduce con il piano mentre Knopfler arpeggia con l’acustica. Anche qui si respira aria del Boss. La canzone è molto bella, però. “Solid Rock” è un classico rock-boogie, un tantino piatto ma con un ritornello divertente. Diventerà un classico nei concerti dal vivo del gruppo, in genere in chiusura. Anche qui un bell’assolo di chitarra, sempre pulito ma parecchio grintoso. “Les Boys” riporta alle atmosfere di “Portobello Belle” sul secondo album. E’ un pò il classico finale di disco rarefatto alla DD. Suona quasi vaudeville, però non è un brano indimenticabile.

Successivamente Mark Knopfler realizzerà dischi, sempre sotto la sigla Dire Straits, sicuramente migliori. Basti pensare al successivo “Love Over Gold” (contenente tre delle mie preferite in assoluto: “Private Investigations”, “Telegraph Road e la title-track) o anche a “Brothers in Arms”. Però questo mantiene ancora oggi una caratteristica di comunicativa ed immediatezza difficilmente replicabili.

It’s the End of the World As We Know It

6 Ottobre 2011 Nessun commento

rem1Incredibile. Uno parte per il Viaggio di Nozze e quando torna scopre che i R.E.M. non ci sono più.

I R.E.M. si sono sciolti. Era parecchio che non accadeva più.

Intendo dire che un gruppo di un simile livello dichiarasse finita la storia. Ne abbiamo già parlato e non vorrei tornarci su. Ne tantomeno riempire un post di informazioni dettagliate su biografia, discografia e tutta quell’aneddotica che a me diverte tanto.

 Pero’ l’evento richiede qualche parola.

 I R.E.M. da Athens, Georgia, in trentuno anni di carriera hanno mantenuto costantemente un low-profile rispetto all’establishment. Mai un disco se non ne avevano necessita’, mai sovraesposizione della propria immagine. Addirittura nei primi dischi era impossibile trovare una qualsiasi foto. Gruppo quasi anonimo.  

rem3Ancora, dopo il grande successo, Michael Stipe che saliva sul palco con una linea verde che gli copriva il volto ad altezza occhi, come a dire: l’importante e’ avere una maschera e tenere ben separato lo show-man dall’uomo.

Un esempio del modo di fare del gruppo e’ il video della loro partecipazione al Saturday Night Live, show storico del sabato notte del Canale CBS, in onda tutti i sabato sera in diretta da New York. Suonarono, come tutti gli ospiti, un paio di canzoni. Ma ne fu tratto un bel documentario con, oltre i due brani ripresi a colori, un lungo “dietro le quinte” con immagini informali del quartetto ripreso dal suo arrivo negli studi alla sala trucco, dallo spuntino pre-show alla visita alla sala costumi insieme ad un dinoccolato Bill Murray. Il tutto in bianco e nero.

Non va dimenticato il loro impegno sociale e politico: dalla campagna di Amnesty International per il Darfur al “Vote for Change” per sensibilizzare gli americani a votare contro Bush (figlio) e la sua politica alle elezioni del 2004 e, prima ancora, nel 2003, la partecipazione alla protesta contro l’imminente conflitto in Iraq.

rem4Per non parlare dei dischi. Da “Murmur” (1983) passando per “Fables of the Reconstruction” (1985) e “Life’s Rich Pageant” (1986), i primi album, quelli che contribuirono a farne una college-band di culto, dal suono particolare, fatto di chitarre acustiche ed elettriche brillanti e pulite, il basso sempre evidente, un misto tra folk e garage-rock, dalle trame in qualche caso profonde e dai testi testi molto oscuri.

Per poi arrivare a “Green” (1988), primo album con un consistente successo di vendite,  fino a “Out of Time” (1991) e al grande successo di “Losing My Religion”, praticamente interplanetario: 15 milioni di copie.

Da quel momento impossibile fermarsi anche per loro. “Automatic for the People” (1992) vende 18 milioni di copie, “Monster” (1994) 10 milioni di copie. Un nuovo contratto discografico da 80 milioni di dollari, un tour mondiale dopo l’altro.

Troppo per un gruppo come loro. Infatti poi, da allora, poco o niente. Sicuramente non la purezza dei primi dischi. Ma per loro non era possibile diventare neanche un fenomeno commerciale alla U2, troppo lontani come mentalità e “messianicità’”.

Un gruppo di amici veri, con un obiettivo comune. Mai uno screzio, o almeno mai uno arrivato sulle pagine dei giornali, musicali o scandalistici che fossero. Il loro batterista lascio’ semplicemente per motivi di salute, mai rimpiazzato. Non solo: sempre presente dietro i tamburi in tutte le occasioni importanti o celebrative, come ad esempio l’ingresso nella “Hall of Fame” nel 2006 o in alcune esibizioni a scopo benefico.

A pensarci, gli Oasis sono durati 3 dischi prima di ripetere pedissequamente la formuletta non più magica e litigando come fabbri.

 I R.E.M. non ci sono più, lunga vita ai R.E.M.!

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