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Archivio Dicembre 2011

Auguri a tutti!!!!!

25 Dicembre 2011 2 commenti

Due righe semplici semplici per fare gli Auguri di Buon Natale a tutti, a chi mi segue (eventualmente battete un colpo!) e a chi fosse capitato per caso da queste parti.

Io ho appena messo a nanna tre pargoli tre ben satolli ed anche la mia Dolce Metà è crollata dopo una giornata di spesa e preparativi.

Evviva!

Il Disco del Mese: “Plays Live” (1983)

23 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Di Peter Gabriel ne avrò parlato dieci-quindici volte, tra Genesis, concept-album e carriera solista. In particolare negli ultimi tempi penso di avergli dato addosso parecchio per gli ultimi exploit (negativi) con i dischi orchestrali. Ma come si fa ad accettarli se durante la sua carriera ha pubblicato quattro dischi come I-IV e questo spettacolare “Live” che ne rappresenta il miglior “Greatest Hits” possibile?

Quattro album senza titolo, con la necessità di convincere un pubblico troppo legato ai vecchi Genesis per non guardare a quei dischi con un minimo di sospetto. Ma anche per seminare sulle nuove generazioni meno legate al Progressive. Il tutto a base di belle canzoni, spesso difficili, a tratti sperimentali, un occhio al passato ed un’ampia visione del futuro con un misto di pop, elettronica e world music da egemonizzare l’attenzione di critica e pubblico i cui riflessi si possono osservare ancora oggi.

E allora ascoltiamoli questi dischi.

Nel 1977 esce il primo. Attenzione: “The Lamb” esce a novembre 1974, “Car” (come poi venne ribattezzato il primo album solista, per la foto di copertina) nel 1977. Le incisioni sono dell’autunno 1976. Insomma, due anni di pausa. E’ vero, c’era stato l’impegnativo tour dell’agnello, ma la pausa può essere definita di riflessione. Peter Gabriel deve riprendere contatto con la vita, con le cose semplici. Vuole stare in famiglia, praticare yoga, suonare il pianoforte. L’album non è molto distante dalle sonorità e dalle atmosfere dei Genesis, più degli ultimi che dei primi.

Almeno tre canzoni su tutte: “Solsbury Hill” con il suo arpeggio di chitarra (ancora oggi lo uso per verificare l’accordatura della chitarra), “Modern Love”  e “Here Comes The Flood”. Molto bella anche “Humdrum”. Peter Gabriel gioca con la sua voce ad imitare l’Arcangelo che era stato. Sul disco suonano già Tony Levin al basso (sempre nella band da quel momento), Larry Fast alle tastiere, ed una collaborazione di Robert Fripp. 

Il pubblico non è troppo spiazzato. “I” arriva al 7° posto in Inghilterra, nei primi dieci in mezza Europa ed al 38° negli Stati Uniti, mai troppo caldi con il quintetto.

 Nel 1978 esce “II”, detto anche “Scratch”, dai graffi della copertina. Il disco, prodotto da Robert Fripp, è più sperimentale del precedente. Parte in quarta con le scattanti “On The Air” e “D.I.Y”. Complessivamente risulta meno immediato e stavolta il pubblico è più interdetto. Migliore posizione il 10° posto in Gran Bretagna.

E allora piccolo cambio di ispirazione ed arriva “III”. E’ il 1980 e Peter ha in mano una quantità enorme di materiale di qualità. L’album è prodotto da Steve Lillywhite che ha appena portato ai vertici album di gente tipo U2 e mezzo mondo della New Wave che conta dell’epoca (XTC, Talking Heads, Morissey e gli Smiths). Forse un’occhio alle classifiche? Il materiale, come ho detto, è splendido: la lenta ed ipnotica “Intruder”, con un pattern di batteria preparato da Phil Collins. Collins lavora anche sulla successiva “No Self Control”, anche questa ipnotica e straniante. Alla chitarra Robert Fripp, in un lavoro oscuro e di sottofondo, come sarà più o meno sempre il suono della chitarra nei brani di Gabriel da quel momento in poi. Ai cori Kate Bush. Il tema è l’instabilità mentale. “Start” è un brano lento tastiera e sassofono che apre a “I Don’t Remember”, un vero e proprio hit. Tony Levin ad un basso pulsante che più non si può e di nuovo Fripp alla chitarra. Incessante e aggressiva. La voce, secondo me, è la migliore performance prodotta fino a quel momento.

“Family Snapshot” è una suite in piena regola. Si possono contare almeno quattro movimenti. La melodia è perfetta in ogni suo passaggio. L’arrangiamento superbo: parte lenta, piano piano entrano tutti gli altri strumenti ed il ritmo prende corpo. Racconta la storia di un uomo ossessionato dalla fama che decide di attentare alla vita di un politico (Kennedy?) per poter godere di cinque minuti di notorietà. “And Through The Wire” è una specie di rock’n'roll sintetico. La chitarra è di Paul Weller che stava incidendo con i Jam di fianco allo studio di Peter. Il suo stile particolare colpì il cantante che gli fece incidere una ritmica “parlante”.

La seconda facciata è quasi meglio della prima con “Games Without Frontiers”, contro la guerra e con Kate Bush ai cori, melodicamente perfetta, “Not One Of Us” dal ritornello killer, “Lead A Normal Life” ed infine forse la canzone per cui l’Arcangelo è più conosciuto come solista: “Biko”. Dedicata al leader anti-apartheid Steven Biko, morto a seguito di percosse in un carcere sudafricano nel 1977, la canzone inizia con un coro africano sul quale si innesta un ritmo di tamburo (ancora Phil Collins) con una chitarra che sembra una sirena della polizia lontana. Su questa base minimale entra la voce di Peter Gabriel che domina fino alla fine, quando il canto ipnotico si trasforma in un inno contro la repressione.

Il disco arriva al 1° posto in Gran Bretagna, domina nel resto d’Europa ed arriva fino alla ventiduesima posizione negli Stati Uniti.

Due anni dopo esce il quarto album. Il disco segue le orme della sperimentazione e della world music dell’album precedente. Le atmosfere sono le stesse. “The Rhythm of the Heat” è ipnotica, quasi solo percussioni e tastiere che a tratti sembrano un tuono. Un coro che ripete ossessivamente il titolo della canzone. Peter Gabriel arriva ad altezze mai sentite. Alla fine un rullo di tamburi tribale e lo stop improvviso. “San Jacinto” è tanto luminosa quanto la precedente era oscura. “I Have The Touch” è il primo occhiolino alla classifica. All’inizio della seconda facciata c’è l’upper-cut definitivo: “Shock the Monkey” con il suo riff di tastiera che ti resta nell’orecchio per sempre. La canzone è P-E-R-F-E-T-T-A. In ogni suo aspetto. “Lay Your Hands On Me” è il brano sul quale Peter da quel momento si farà portare a spasso sdraiato sulle braccia del suo pubblico ad ogni concerto.

Il disco va meno bene del precedente, anche se la qualità è forse solo leggermente inferiore. E’ un gran disco.

E così arriva il tour mondiale legato a quest’album  che viene poi racchiuso nelle quattro facciate, di cui custodisco gelosamente il vinile, di “Plays Live”. Il disco suona esattamente come i due precedenti. La band è la stessa: Tony Levin al basso, David Rhodes alle chitarre, Jerry Marotta alle percussioni e Larry Fast alle tastiere. Suona molto elettronico. In copertina Peter Gabriel viene ritratto truccato, come ai bei tempi. Alla fin fine è sempre lui. Almeno in quel momento. E forse nei dieci anni successivi.

Che altro dire? Bhè, con le premesse viste sopra……..

 

BB Live!

16 Dicembre 2011 1 commento

Come al solito un minimo di autoincensamento.

Sabato 10 i Beastie Beat hanno suonato da Hellnation (o libreria Pick-a-book, che dir si voglia). Lo spazio offerto da Robertò è quello che è. Anzi quest’anno anche di meno, visto che a differenza del 2009 non sono stati spostati i contenitori dei dischi al centro del locale.

Però lui ce la mette tutta per assicurare il massimo confort. E quindi trionfo di tartine e bruschette, bibite e salatini. Inoltre il nuovo spazio disponibile in “piccionaia” ha permesso soprattutto ai familiari, grandi e piccini, di godere appieno dello spettacolo, nonchè di realizzare con un paio di telecamere quello che sarà il DVD dell’anno.

Riassumendo: quindici persone in piccionaia, altre quindici (forse venti, compreso Robertò ed i due simpatici tecnici audio che ci hanno assistito) nel parterre, una decina sulla scala ripida che unisce i due piani, una trentina di persone fuori sul marciapiede (tra cui mamma con bimbo in carrozzina che, debitamente imbacuccato, ha dormito placidamente per tutto il concerto – vai a capire il potere di certe ninna-nanne!).

Totale: circa settanta persone. Buono!

Tra il pubblico anche una famiglia strepitosa (mamma, papà, figlio e figlia) che per amicizia si è sobbarcata trenino e metro da Acilia per giungere puntuale all’appuntamento.

Inizio puntuale alle 18.00 e subito primo colpo di scena: il concerto serviva di corredo alla presentazione del libro “The Who – Pure and Easy” della giornalista Eleonora Bagarotti la quale, per motivi di salute, non si è potuta muovere dalla sua Piacenza. E allora noi via a vicariare al suo posto ed a presentare il libro.

Stefano perfettamente a suo agio, volume alla mano sul quale i post-it testimoniano il suo aver studiato, apre il microfono e dichiara molto chiaramente: “Ciao a tutti, siamo qui per celebrare uno dei più grandi gruppi della storia del Rock, gli U2!!!!”. Momento di gelo. Fortunatamente si riprende subito e parte in quarta declamando una parte dell’introduzione: “Hanno scritto brani importantissimi quali Can’t Explain, Substitute, The Kids Are Alright, Pinball Wizard, Behind Blue Eyes. E noi li suoniamo TUTTIIII!!!!!!”

Risposta entusiasta del pubblico.

Caratteristica di Hellnation è l’ottima acustica, pur nello spazio ristretto. E così per un’ora snoccioliamo il nostro repertorio. La scaletta è la seguente:

- The Kids Are Alright

- I Can’t Explain

- Substitute

- Sad About Us

- Pinball Wizard

- Go To The Mirror

- Little Billy

- Leaving Here

- Behind Blue Eyes

- Good Lovin’

- Summertime Blues

Ci siamo divertiti molto. Tutto è filato liscio. Le versioni sono state abbastanza vicine alle originali e, esagero, gli Who sarebbero stati soddisfatti della nostra devozione.

Come dice il grande Capossela: “non dico un minimo di autostima, che di questi tempi sarebbe già un lusso, ma almeno un pò di autosolidarietà”. 

 

Music On The Rock Radio: Evolution

15 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Caspita, passi da gigante!

Da quella tentennante prima puntata di “NumeroZero” (fine giugno) sono finalmente riuscito oggi ad inserire il lettore per far ascoltare anche dal blog i miei “post sonori”. Avevo iniziato per scherzo, ora mi ritrovo sei show (definizione di “Spreaker”) e quasi tre ore di trasmissione a settimana. Gli ascolti sono intorno ai 900.

Certo, non sarò RDS (fortunatamente), non avrò la voce di Linus e soci, ma lo faccio con grande passione e, soprattutto, divertimento.

E poi, lo sapete, per me la Musica è Aria da Respirare.

Per completezza, la mia Famiglia è Vita.

Buon ascolto a tutti!

…E Baaaasta!

8 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Basta, non se ne può più.

Lo so, tre cose: prima di tutto e’ passato già qualche giorno e forse non e’ più attuale. Pero’ quando l’ufficio assorbe, assorbe. Non faccio il blogger di professione.
Secondo: mi ero ripromesso, anche su consiglio di alcuni affezionati amici, di non parlare più di politica, ma solo di musica e poco più. Ma qui credo che il tema sia più “alto”.  Terzo, ci sono problemi ben più importanti di cui preoccuparsi e questo forse e’ l’ultimo. Ma quando una cosa indigna e fa girare le scatole……..

Il problema e’ un concatenarsi di cause. Prima di tutto il fatto: sabato 4 si e’ riunito il parlamento padano. Durante le seduta i leader politici della Lega hanno ripreso a gran voce il vecchio cavallo di battaglia della secessione, dimenticato giusto giusto il tempo di sedersi sulle comode poltrone romane a gustare la pajata imboccati dalla Polverini.

Un Bossi che diviene sempre più difficile nell’interpretarne le parole gorgoglianti ha parlato di un’Italia sconfitta nella guerra economica e che quindi i padani si devono unire e combattere per il bene della Padania. Per corroborare la tesi ha mostrato una cartina presa da chissà dove, secondo la quale la Padania e’ già normalmente accomunata ai lander tedeschi ed austriaci (si, gli piacerebbe).

Calderoli ci ha regalato la concessione di una secessione morbida, senza traumi ne, fortunatamente, spargimenti di sangue (perché loro hanno milioni di persone pronte a prendere le armi, non dimentichiamolo!!!!!!), sul modello della Cecoslovacchia.

La notizia non ha bisogno, secondo me, di alcun commento.

E qui scatta il secondo problema: praticamente tutti i telegiornali hanno dato ampio spazio al fatto, trasmettendo immagini ed interviste, nella maggior parte dei casi senza mostrare non dico indignazione, ma almeno un minimo di critica.

A mio parere la notizia andava trasmessa così, (e possibilmente senza immaginii, come trafiletto di cronaca):

 ”Oggi, in quell’agorà farsesco definito parlamento padano, che non rappresenta niente e nessuno visto che siamo in Italia e l’unico parlamento rappresentativo e’ quello di Roma, si sono riuniti alcuni esponenti di quel partito di cerebrolesi che si chiama Lega Nord. Partito in caduta verticale nei sondaggi, che li danno dal 12% al 7,5% nel giro di sei mesi, grazie all’essersi resi complici di qualsiasi malefatta parlamentare di Mr. B e per aver dimostrato ai propri elettori di essersi velocemente adeguati ai metodi di governo della seconda (e prima) repubblica (spartizione di poltrone e poteri, e godimento totale dei privilegi della casta).

Questi, nel disperato tentativo di recuperare quattro voti, e nell’ambito di una strategia più ampia all’interno del centrodestra (Mr. B a dare l’appoggio esterno al governo per tutelare i propri interessi e per prendersi gli eventuali meriti e scaricarsi delle responsabilità più gravi, la Lega sfilata a fare opposizione “dura e pura”, tanto risulta ininfluente nella conta dei voti, ampiamente coperti da PD e Terzo Polo), hanno tirato fuori di nuovo il vecchissimo cavallo di battaglia della secessione. Invitiamo gli attuali elettori della Lega (gli ex hanno già capito tutto) a riflettere cinque minuti sui risultati ottenuti dal loro partito in diciassette anni di governo in termini di federalismo, sicurezza, sviluppo dell’economia, riforme, ecc.

Ed ora lo sport…….”

Concept! – pt. 1

2 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Sono sempre attratto dai concept-album. Mi piace molto la forma di racconto che si dipana attraverso le dieci-venti canzoni di un album. Mi piacciono le immagini utilizzate per semplificare una trama che non ha a disposizione i dialoghi. Mi piacciono i temi ricorrenti, mi piacciono le aperture strumentali che spesso vengono introdotte tra un brano e l’altro. Mi piace lo sforzo creativo.

Attenzione, intendiamoci bene sulla definizione di “concept-album”. Non intendo ovviamente i Musical, quelli che  vanno per la maggiore a Londra nel quartiere dei teatri e che sono in cartellone da dieci, quindici o anche vent’anni. Quelli sono esempi di musica facile, dedicata a tutte le fasce d’età ed a tutti i gusti. E’ necessario mettere dentro un paio di parti di rock, due di ballads, una spruzzata di latina, qualcosa di ancora più popolare per avvolgere il tutto.

A mio parere è esatta la definizione di Jonathan Coe nel suo romanzo “Questa Notte Mi Ha Aperto Gli Occhi”, quando fa parlare il  protagonista in risposta alla ragazza che ha appena portato ad ascoltare “Il Fantasma dell’Opera” di Andrew Lloyd Webber, e che entusiasta all’uscita non riusciva a capacitarsi del suo scarso apprezzamento: “Perchè odio tanto la musica di Lloyd Webber? Perchè è mediocre eppure tutti ci si fiondano come se fosse l’unica esperienza che ha qualche valore al mondo. Ammassa tutto insieme, senza preoccuparsi minimamente dello stile, del periodo o del genere: brani di operetta sfociano in passaggi di musica rock assolutamente idiota…. La musica è troppo facile, priva di interesse. L’armonizzazione è primitiva e dal punto di vista melodico è tutta una scopiazzatura. Quanto al soggetto è pieno di effetti volgari, melenso e stucchevole.”

Ecco, sottoscrivo in pieno anche se devo riconoscere che tutto il primo tempo di “Evita” regge benissimo e le canzoni sono molto buone, così come di alcuni passaggi di “Jesus Christ Superstar” non si può proprio dir nulla.

Per non parlare dei nostri Musical, che chiamiamo “Commedie Musicali”, e che sono in parte cantati ed in parte parlati: sinceramente non sopporto il passaggio tra recitato (magari comico) e la melensa canzone che in genere segue. Sempre con delle eccezioni: diciamo che rivedere oggi “Rugantino” è l’occasione per rivedere un Manfredi o un Montesano in grande forma, o il Mastro Titta di Aldo Fabrizi, mentre “Aggiungi un posto a tavola” rimane sempre abbastanza divertente.

Taccio sui vari “Notre Dame de Paris” o “Pinocchio” con le musiche di Cocciante o dei Pooh.

Vogliamo poi parlare di quegli ultimi obbrobbri che sono i Musical basati sui brani di un unico gruppo o cantante? Intendo “We Will Rock You” basato sulle canzoni dei Queen, o “Mamma Mia”, basato su quelle degli ABBA. Qui siamo veramente nel campo della truffa organizzata. Forzare una trama cercando di inzeppare dentro le canzoni scritte originariamente con tutto un altro fine oltre ad essere antipatico crea, in certi casi, degli effetti involontariamente comici.

Per me il “concept-album” è scritto da un qualcuno che, probabilmente, fosse nato alla metà del 1600 non avrebbe avuto nulla da invidiare a Bach o a Mozart se fosse nato alla metà del 1700 (ovviamente parlo dei più riusciti). E’ un disco di contenuti, musicali e non. Nessuna nota è buttata via e parole e musica viaggiano insieme per permettere all’ascoltatore di recepire il messaggio e le sensazioni provate dagli autori.

E allora, in questa prima parte (notate: un post che a sua volta è un “concept”, diviso in tre parti), vi racconto trame e curiosità dei principali Concept-album prodotti.

 Tommy     (The Who  – 1969)

Quando nel 1968 Pete Townshend dichiarò a Rolling Stone che stava pensando di scrivere un’opera Rock su di un giocatore di flipper sordo, muto e cieco, qualcuno pensò che fosse impazzito. O che fosse un’idea destinata a fallire. Debole la trama? “Opera Rock”? Mah!

Invece quello che uscì a maggio del 1969 fu un disco fantastico. Composto bene, eseguito anche meglio. Cantato alla grande. Tutto funziona in Tommy. Canzoni perfette, sequenza strepitosa, trama strana ma efficace.

Tommy racconta di un bambino nato subito dopo la fine della prima guerra mondiale il cui padre risulta disperso nel conflitto. Passano gli anni, il bambino cresce e la madre si risposa. Tutto scorre tranquillo finchè il padre non torna ed uccide il rivale. Tommy vede tutto ed i genitori gli urlano di non aver visto, di non aver sentito e, soprattutto, di non dire nulla. Tutto questo traumatizza il ragazzo che da quel momento si annulla sensorialmente e riesce a vedere e a comunicare con se stesso solo attraverso uno specchio.

Nel suo stato subisce i peggiori oltraggi da un cugino sadico e da uno zio pedofilo, oltre alla disattenzione dei genitori fino a cadere vittima della droga. Venendo fortuitamente a contatto con un flipper, si scopre improvvisamente un talento, un “mago del flipper” e gli altri giovani cominciano a seguirlo. Un medico, interpellato dai genitori, li convince che il ragazzo apparentemente non ha nulla che non vada, ma non reagisce ad alcuno stimolo. Non può essere effettuata alcuna operazione. Però dev’esserci un legame tra lui e lo specchio che continua a fissare. La madre distrugge lo specchio ed improvvisamente Tommy si libera del trauma.

A questo punto diviene faro per gli altri giovani e tenta di trasmettergli la sua esperienza fatta di perdita della sensorialità. Ma qualcosa scricchiola in questo rapporto e, nel momento in cui  Tommy, chiamandoli a sè, comunica di essere poi alla fin fine uno come tanti altri, viene abbandonato da tutti ma recupera la sua dimensione naturale di essere umano. L’opera si conclude con un abbraccio corale tra Tommy e gli altri protagonisti.

Tommy racconta del senso di oppressione e della possibile liberazione tipiche dell’adolescenza e, a pensarci bene, è attuale ancora oggi in cui qualsiasi cosa contribuisce ad “isolare sensorialmente” i ragazzi, dalle consolle di gioco aiprogrammi trash televisivi fino ai telegiornali con il loro crudo contenuto, fino a fargli apparire normale qualsiasi cosa, anche la più allucinante. 

 La trama venne in parte stravolta nella versione cinematografica di Ken Russel del 1975 dal periodo storico di ambientazione al padre che viene ucciso in luogo del nuovo marito della madre, ed in generale dalla maggiore ruvidezza nell’affrontare i temi e da un uso, ovviamente molto cinematografico del linguaggio del racconto, fatto di colori ed ambientazioni talvolta eccessive.

 Quadrophenia     (The Who  – 1973)

La fine delle illusioni e, forse, il passaggio all’età adulta. “Quadrophenia” racconta di Jimmy, membro di una banda Mod, elegante e con il suo scooter italiano pieno di specchietti, dedicato esclusivamente a due occupazioni: stordirsi con gli amici di alcool e anfetamine e lottare con i rivali della band dei Rocker. Siamo nel 1964 e gli avvenimenti culminano nella battaglia di Brighton durante la  Bank Holiday di quell’anno. Jimmy viene arrestato insieme ad Ace Face, il leader della sua banda (per l’occasione, nel film, uno Sting di ghiaccio) e suo idolo. Ma gli eventi precipitano: a seguito dell’arresto perde illavoro e viene cacciato da casa a causa del ritrovamento di droga nella sua stanza da parte dei suoi genitori. Decide così di ripartire e tornarsene a Brighton a ricordare l’evento straordinario avvenuto giorni prima ma qui, incontrando Ace Face, scopre che altri non è che il facchino di un albergo.

In un misto di delusione e d’ira, ruba il suo scooter e corre a tutta velocità sulla scogliera. Sembrerebbe in procinto di suicidarsi, ma decide di darsi una seconda possibilità e lascia la moto, simbolo della fine delle illusioni, cadere dalla scogliera e schiantarsi sulle rocce.

L’album è musicalmente inferiore a ”Tommy” ma contiene alcuni grandissimi brani: “I’m the Sea”, “The Real Me”, “5:15″ e “Love, Reign O’er Me” solo per citarne alcuni.

 The Lamb Lies Down On Broadway     (Genesis  – 1975)

Opera magistrale dei Genesis ormai al tramonto dell’era-Gabriel. Opera complicata e dalle molte chiavi di lettura. Viaggio tra il reale e l’onirico negli incubi esistenziali del cantante, autore della quasi totalità dei testi.

Rael, un giovane portoricano leader di una gang, viene risucchiata da una nuvola apparsa improvvisamente nell’alba di Times Square a New York e portato sotto terra. Passa così da una grotta buia nella quale non riconosce nulla e nella quale canta la sua richiesta d’aiuto attraverso una filastrocca da bimbo al formarsi di una gabbia intorno a lui che non lo lascia respirare e che rappresenta le umane convenzioni che non lasciano sviluppare appieno le personalità e le aspirazioni degli esseri umani. Prosegue attraverso una fabbrica che re-impacchetta le anime “resettate” in nuovi corpi per rimandarle sulla Terra. Racconta la sua vita di sbandato e violento ma cerca di riappropriarsi dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni. Comincia ad incontrare strane creature, da esseri che strisciano su di un tappeto ad una ragazza cieca dagli strani poteri, da figure metà donna e metà serpente che escono da una vasca piena di liquido rosa ad una colonia di esseri mostruosi. Fino al tentativo  di salvare il fratello John continuamente intravisto durante tutto il viaggio e che alla fine, con un colpo di scena, si scopre essere lo stesso Rael.

Musicalmente è diverso da qualsiasi cosa i Genesis abbiano prodotto fino a quel momento. E’ un disco decisamente rock, dove la matrice Progressive del gruppo risulta più dall’atmosfera complessiva, dalle aperture strumentali, dai tratti di raccordo tra un brano e l’altro e dall’ampio utilizzo di sperimentazione con effetti sonori fino a quel momento mai provati. I brani, presi singolarmente, sono di vario genere, dal rock della title-track alle nervosissime e pompate “Back in NYC”, “In the Cage” e “Lilywhite Lilith”, dal pop di “Counting Out Time” e ”Carpet Crawlers” al brano rarefatto come “Fly On The Windshield”, dalle “genesisiane” “Anyway”, “The Lamia”, “In the rapids” e “The Colony of Slippermen” (addirittura divisa in tre movimenti) alla finale e liberatoria “It”. Pochissima chitarra acustica (“Hairless Heart”), niente chitarra classica. Ognuna suona il suo strumento, cori solo Phil Collins.

 The Wall     (Pink Floyd  – 1979)

L’Opera Rock più venduta al mondo: oltre 30 milioni di dischi venduti. Una quantità di premi e riconoscimenti mai vista.

Concepita dalla mente complicata del bassista Roger Waters, decisamente autobiografica, racconta di un musicista, un idolo rock, che vuoi per problemi e traumi infantili (la morte del padre durante la sua infanzia, l’iperprotettività della madre, la coercizione della scuola), vuoi per lo stranimento della rockstar, sempre più lontana dal suo pubblico ed il cui contatto si verifica solo in concerti sempre più massificati, decide di isolarsi definitivamente dal mondo, costruendosi intorno un muro invalicabile. In realtà, all’interno del muro, la fuga ha il solo risultato di peggiorargli ulteriormente percezioni e stati d’animo, fino ad arrivare prossimo all’autodistruzione. Lo salverà solo la capacità di liberarsi del muro, distruggendolo, attravero una complicata attività di analisi nella quale rivivrà tutti i suoi incubi.

L’album è angosciante e bello, sempre teso tra momenti di rabbia e più dolci grida di aiuto. Per me è stato difficile da approcciare, impossibile da ascoltare nei miei momenti peggiori. Ma devo riconoscere che alcune canzoni sono bellissime: “Confortably Numb”, “Hey You”, “Vera”, “In the Flesh” e tutte le “Another Brick” su tutte.

Leggendaria poi la serie di concerti nella quale il gruppo suonava sul palco mentre intorno il muro piano piano si componeva fino a nasconderli completamente al pubblico. Per non parlare della versione con la quale Roger Waters ha festeggiato l’abbattimento del Muro di Berlino. Nel 1982 Alan Parker girò una versione cinematografica dell’Opera con Bob Geldorf protagonista.

 Thick as a Brick     (Jethro Tull  – 1972)

Una cosa che Ian Anderson, leader dei Jethro, non ha mai sopportato è stata la classificazione della sua band all’interno della categoria “Progressive” da parte di molti critici musicali. Opinabile. Però l’estroverso Ian decise di prenderli in giro realizzando quello che definì “La Madre di tutti i Concept-album” fatto apposta per raggiungere le vette delle classifiche. Detto fatto.

Idea base: un bambino inglese super-intelligente, tale Gerald Bostock da St. Cleve, realizza un poema, per il quale si grida al miracolo, sulle difficoltà da affrontare per diventare grandi.  Finisce addirittura in prima pagina del “St. Cleve Chronicle” del 7 gennaio 1972 mentre viene premiato. I Jethro, letta la notizia, si appropriano del testo e lo musicano in un’unica canzone di quasi 45 minuti spezzata solo dalla necessità di cambiare facciata.

Alcune cose da notare. Musicalmente il disco, nonostante le premesse parodistiche, è splendido. Rappresenta esattamente il meglio di quanto il gruppo aveva realizzato fino a quel momento: un misto di folk e rock, grande uso della chitarra acustica, intarsi strumentali, organo hammond sempre in evidenza ed il flauto, la voce unica e la straripante personalità del leader a far da collante al tutto.

Molto particolare il packaging, molto avanti per l’epoca: la copertina dell’album si dispiega come un quotidiano (il “St. Cleve Chronicle”, appunto), completo di tutte le pagine, integralmente compilato con i versi sparpagliati fra tanti articoli, con tanto di foto e cruciverba.

Per finire il pubblico apprezzò moltissimo ed il disco raggiunse la vetta delle classifiche negli Stati Uniti (tre settimane in testa e disco d’oro) ed in Australia ed il quinto posto in Inghilterra. A conferma che, nonostante l’iniziale idea di farne una parodia, anche il gruppo tenesse al disco e ne fosse decisamente soddisfatto c’è poi la continua inclusione nelle scalette dei loro concerti ininterrottamente da allora fino all’ultimo tour della scorsa estate, anche se ovviamente in un formato “bignami” (più o meno una ventina di minuti). 

 La Buona Novella     (Fabrizio De André  – 1970)

Non al Denaro, non all’Amore né al Cielo     (Fabrizio De André  – 1971)

Impossibile dimenticare i due album di Fabrizio De André. Sono due Concept a tutti gli effetti. Raccontano entrambi delle storie. Il primo è tratto dai Vangeli Apocrifi e racconta una versione molto più umanizzata di alcune figure della Bibbia. In particolare Giuseppe e Maria, seguiti in più di un episodio. In particolare meravigliosi “Il Sogno di Maria”, dove il concepimento pur se visto come un sogno è in realtà molto più “terreno”, e la straziante “Tre Madri”, dove Maria piange la perdita del figlio da madre e solo da madre.

Il secondo è tratto da “Antologia di Spoon River” del poeta americano Dylan Thomas e si avvale, come collaboratore per le musiche, di Nicola Piovani.

Entrambi i dischi sono Poesia Pura, musicalmente bellissimi e cantati con un’intensità da brividi. Il primo è suonato, per la cronaca, dalla PFM.

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