Concept! – pt. 1
Sono sempre attratto dai concept-album. Mi piace molto la forma di racconto che si dipana attraverso le dieci-venti canzoni di un album. Mi piacciono le immagini utilizzate per semplificare una trama che non ha a disposizione i dialoghi. Mi piacciono i temi ricorrenti, mi piacciono le aperture strumentali che spesso vengono introdotte tra un brano e l’altro. Mi piace lo sforzo creativo.
Attenzione, intendiamoci bene sulla definizione di “concept-album”. Non intendo ovviamente i Musical, quelli che vanno per la maggiore a Londra nel quartiere dei teatri e che sono in cartellone da dieci, quindici o anche vent’anni. Quelli sono esempi di musica facile, dedicata a tutte le fasce d’età ed a tutti i gusti. E’ necessario mettere dentro un paio di parti di rock, due di ballads, una spruzzata di latina, qualcosa di ancora più popolare per avvolgere il tutto.
A mio parere è esatta la definizione di Jonathan Coe nel suo romanzo “Questa Notte Mi Ha Aperto Gli Occhi”, quando fa parlare il protagonista in risposta alla ragazza che ha appena portato ad ascoltare “Il Fantasma dell’Opera” di Andrew Lloyd Webber, e che entusiasta all’uscita non riusciva a capacitarsi del suo scarso apprezzamento: “Perchè odio tanto la musica di Lloyd Webber? Perchè è mediocre eppure tutti ci si fiondano come se fosse l’unica esperienza che ha qualche valore al mondo. Ammassa tutto insieme, senza preoccuparsi minimamente dello stile, del periodo o del genere: brani di operetta sfociano in passaggi di musica rock assolutamente idiota…. La musica è troppo facile, priva di interesse. L’armonizzazione è primitiva e dal punto di vista melodico è tutta una scopiazzatura. Quanto al soggetto è pieno di effetti volgari, melenso e stucchevole.”
Ecco, sottoscrivo in pieno anche se devo riconoscere che tutto il primo tempo di “Evita” regge benissimo e le canzoni sono molto buone, così come di alcuni passaggi di “Jesus Christ Superstar” non si può proprio dir nulla.
Per non parlare dei nostri Musical, che chiamiamo “Commedie Musicali”, e che sono in parte cantati ed in parte parlati: sinceramente non sopporto il passaggio tra recitato (magari comico) e la melensa canzone che in genere segue. Sempre con delle eccezioni: diciamo che rivedere oggi “Rugantino” è l’occasione per rivedere un Manfredi o un Montesano in grande forma, o il Mastro Titta di Aldo Fabrizi, mentre “Aggiungi un posto a tavola” rimane sempre abbastanza divertente.
Taccio sui vari “Notre Dame de Paris” o “Pinocchio” con le musiche di Cocciante o dei Pooh.
Vogliamo poi parlare di quegli ultimi obbrobbri che sono i Musical basati sui brani di un unico gruppo o cantante? Intendo “We Will Rock You” basato sulle canzoni dei Queen, o “Mamma Mia”, basato su quelle degli ABBA. Qui siamo veramente nel campo della truffa organizzata. Forzare una trama cercando di inzeppare dentro le canzoni scritte originariamente con tutto un altro fine oltre ad essere antipatico crea, in certi casi, degli effetti involontariamente comici.
Per me il “concept-album” è scritto da un qualcuno che, probabilmente, fosse nato alla metà del 1600 non avrebbe avuto nulla da invidiare a Bach o a Mozart se fosse nato alla metà del 1700 (ovviamente parlo dei più riusciti). E’ un disco di contenuti, musicali e non. Nessuna nota è buttata via e parole e musica viaggiano insieme per permettere all’ascoltatore di recepire il messaggio e le sensazioni provate dagli autori.
E allora, in questa prima parte (notate: un post che a sua volta è un “concept”, diviso in tre parti), vi racconto trame e curiosità dei principali Concept-album prodotti.
Quando nel 1968 Pete Townshend dichiarò a Rolling Stone che stava pensando di scrivere un’opera Rock su di un giocatore di flipper sordo, muto e cieco, qualcuno pensò che fosse impazzito. O che fosse un’idea destinata a fallire. Debole la trama? “Opera Rock”? Mah!
Invece quello che uscì a maggio del 1969 fu un disco fantastico. Composto bene, eseguito anche meglio. Cantato alla grande. Tutto funziona in Tommy. Canzoni perfette, sequenza strepitosa, trama strana ma efficace.
Tommy racconta di un bambino nato subito dopo la fine della prima guerra mondiale il cui padre risulta disperso nel conflitto. Passano gli anni, il bambino cresce e la madre si risposa. Tutto scorre tranquillo finchè il padre non torna ed uccide il rivale. Tommy vede tutto ed i genitori gli urlano di non aver visto, di non aver sentito e, soprattutto, di non dire nulla. Tutto questo traumatizza il ragazzo che da quel momento si annulla sensorialmente e riesce a vedere e a comunicare con se stesso solo attraverso uno specchio.
Nel suo stato subisce i peggiori oltraggi da un cugino sadico e da uno zio pedofilo, oltre alla disattenzione dei genitori fino a cadere vittima della droga. Venendo fortuitamente a contatto con un flipper, si scopre improvvisamente un talento, un “mago del flipper” e gli altri giovani cominciano a seguirlo. Un medico, interpellato dai genitori, li convince che il ragazzo apparentemente non ha nulla che non vada, ma non reagisce ad alcuno stimolo. Non può essere effettuata alcuna operazione. Però dev’esserci un legame tra lui e lo specchio che continua a fissare. La madre distrugge lo specchio ed improvvisamente Tommy si libera del trauma.
A questo punto diviene faro per gli altri giovani e tenta di trasmettergli la sua esperienza fatta di perdita della sensorialità. Ma qualcosa scricchiola in questo rapporto e, nel momento in cui Tommy, chiamandoli a sè, comunica di essere poi alla fin fine uno come tanti altri, viene abbandonato da tutti ma recupera la sua dimensione naturale di essere umano. L’opera si conclude con un abbraccio corale tra Tommy e gli altri protagonisti.
Tommy racconta del senso di oppressione e della possibile liberazione tipiche dell’adolescenza e, a pensarci bene, è attuale ancora oggi in cui qualsiasi cosa contribuisce ad “isolare sensorialmente” i ragazzi, dalle consolle di gioco aiprogrammi trash televisivi fino ai telegiornali con il loro crudo contenuto, fino a fargli apparire normale qualsiasi cosa, anche la più allucinante.
La trama venne in parte stravolta nella versione cinematografica di Ken Russel del 1975 dal periodo storico di ambientazione al padre che viene ucciso in luogo del nuovo marito della madre, ed in generale dalla maggiore ruvidezza nell’affrontare i temi e da un uso, ovviamente molto cinematografico del linguaggio del racconto, fatto di colori ed ambientazioni talvolta eccessive.
La fine delle illusioni e, forse, il passaggio all’età adulta. “Quadrophenia” racconta di Jimmy, membro di una banda Mod, elegante e con il suo scooter italiano pieno di specchietti, dedicato esclusivamente a due occupazioni: stordirsi con gli amici di alcool e anfetamine e lottare con i rivali della band dei Rocker. Siamo nel 1964 e gli avvenimenti culminano nella battaglia di Brighton durante la Bank Holiday di quell’anno. Jimmy viene arrestato insieme ad Ace Face, il leader della sua banda (per l’occasione, nel film, uno Sting di ghiaccio) e suo idolo. Ma gli eventi precipitano: a seguito dell’arresto perde illavoro e viene cacciato da casa a causa del ritrovamento di droga nella sua stanza da parte dei suoi genitori. Decide così di ripartire e tornarsene a Brighton a ricordare l’evento straordinario avvenuto giorni prima ma qui, incontrando Ace Face, scopre che altri non è che il facchino di un albergo.
In un misto di delusione e d’ira, ruba il suo scooter e corre a tutta velocità sulla scogliera. Sembrerebbe in procinto di suicidarsi, ma decide di darsi una seconda possibilità e lascia la moto, simbolo della fine delle illusioni, cadere dalla scogliera e schiantarsi sulle rocce.
L’album è musicalmente inferiore a ”Tommy” ma contiene alcuni grandissimi brani: “I’m the Sea”, “The Real Me”, “5:15″ e “Love, Reign O’er Me” solo per citarne alcuni.
The Lamb Lies Down On Broadway (Genesis – 1975)
Opera magistrale dei Genesis ormai al tramonto dell’era-Gabriel. Opera complicata e dalle molte chiavi di lettura. Viaggio tra il reale e l’onirico negli incubi esistenziali del cantante, autore della quasi totalità dei testi.
Rael, un giovane portoricano leader di una gang, viene risucchiata da una nuvola apparsa improvvisamente nell’alba di Times Square a New York e portato sotto terra. Passa così da una grotta buia nella quale non riconosce nulla e nella quale canta la sua richiesta d’aiuto attraverso una filastrocca da bimbo al formarsi di una gabbia intorno a lui che non lo lascia respirare e che rappresenta le umane convenzioni che non lasciano sviluppare appieno le personalità e le aspirazioni degli esseri umani. Prosegue attraverso una fabbrica che re-impacchetta le anime “resettate” in nuovi corpi per rimandarle sulla Terra. Racconta la sua vita di sbandato e violento ma cerca di riappropriarsi dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni. Comincia ad incontrare strane creature, da esseri che strisciano su di un tappeto ad una ragazza cieca dagli strani poteri, da figure metà donna e metà serpente che escono da una vasca piena di liquido rosa ad una colonia di esseri mostruosi. Fino al tentativo di salvare il fratello John continuamente intravisto durante tutto il viaggio e che alla fine, con un colpo di scena, si scopre essere lo stesso Rael.
Musicalmente è diverso da qualsiasi cosa i Genesis abbiano prodotto fino a quel momento. E’ un disco decisamente rock, dove la matrice Progressive del gruppo risulta più dall’atmosfera complessiva, dalle aperture strumentali, dai tratti di raccordo tra un brano e l’altro e dall’ampio utilizzo di sperimentazione con effetti sonori fino a quel momento mai provati. I brani, presi singolarmente, sono di vario genere, dal rock della title-track alle nervosissime e pompate “Back in NYC”, “In the Cage” e “Lilywhite Lilith”, dal pop di “Counting Out Time” e ”Carpet Crawlers” al brano rarefatto come “Fly On The Windshield”, dalle “genesisiane” “Anyway”, “The Lamia”, “In the rapids” e “The Colony of Slippermen” (addirittura divisa in tre movimenti) alla finale e liberatoria “It”. Pochissima chitarra acustica (“Hairless Heart”), niente chitarra classica. Ognuna suona il suo strumento, cori solo Phil Collins.
L’Opera Rock più venduta al mondo: oltre 30 milioni di dischi venduti. Una quantità di premi e riconoscimenti mai vista.
Concepita dalla mente complicata del bassista Roger Waters, decisamente autobiografica, racconta di un musicista, un idolo rock, che vuoi per problemi e traumi infantili (la morte del padre durante la sua infanzia, l’iperprotettività della madre, la coercizione della scuola), vuoi per lo stranimento della rockstar, sempre più lontana dal suo pubblico ed il cui contatto si verifica solo in concerti sempre più massificati, decide di isolarsi definitivamente dal mondo, costruendosi intorno un muro invalicabile. In realtà, all’interno del muro, la fuga ha il solo risultato di peggiorargli ulteriormente percezioni e stati d’animo, fino ad arrivare prossimo all’autodistruzione. Lo salverà solo la capacità di liberarsi del muro, distruggendolo, attravero una complicata attività di analisi nella quale rivivrà tutti i suoi incubi.
L’album è angosciante e bello, sempre teso tra momenti di rabbia e più dolci grida di aiuto. Per me è stato difficile da approcciare, impossibile da ascoltare nei miei momenti peggiori. Ma devo riconoscere che alcune canzoni sono bellissime: “Confortably Numb”, “Hey You”, “Vera”, “In the Flesh” e tutte le “Another Brick” su tutte.
Leggendaria poi la serie di concerti nella quale il gruppo suonava sul palco mentre intorno il muro piano piano si componeva fino a nasconderli completamente al pubblico. Per non parlare della versione con la quale Roger Waters ha festeggiato l’abbattimento del Muro di Berlino. Nel 1982 Alan Parker girò una versione cinematografica dell’Opera con Bob Geldorf protagonista.
Thick as a Brick (Jethro Tull – 1972)
Una cosa che Ian Anderson, leader dei Jethro, non ha mai sopportato è stata la classificazione della sua band all’interno della categoria “Progressive” da parte di molti critici musicali. Opinabile. Però l’estroverso Ian decise di prenderli in giro realizzando quello che definì “La Madre di tutti i Concept-album” fatto apposta per raggiungere le vette delle classifiche. Detto fatto.
Idea base: un bambino inglese super-intelligente, tale Gerald Bostock da St. Cleve, realizza un poema, per il quale si grida al miracolo, sulle difficoltà da affrontare per diventare grandi. Finisce addirittura in prima pagina del “St. Cleve Chronicle” del 7 gennaio 1972 mentre viene premiato. I Jethro, letta la notizia, si appropriano del testo e lo musicano in un’unica canzone di quasi 45 minuti spezzata solo dalla necessità di cambiare facciata.
Alcune cose da notare. Musicalmente il disco, nonostante le premesse parodistiche, è splendido. Rappresenta esattamente il meglio di quanto il gruppo aveva realizzato fino a quel momento: un misto di folk e rock, grande uso della chitarra acustica, intarsi strumentali, organo hammond sempre in evidenza ed il flauto, la voce unica e la straripante personalità del leader a far da collante al tutto.
Molto particolare il packaging, molto avanti per l’epoca: la copertina dell’album si dispiega come un quotidiano (il “St. Cleve Chronicle”, appunto), completo di tutte le pagine, integralmente compilato con i versi sparpagliati fra tanti articoli, con tanto di foto e cruciverba.
Per finire il pubblico apprezzò moltissimo ed il disco raggiunse la vetta delle classifiche negli Stati Uniti (tre settimane in testa e disco d’oro) ed in Australia ed il quinto posto in Inghilterra. A conferma che, nonostante l’iniziale idea di farne una parodia, anche il gruppo tenesse al disco e ne fosse decisamente soddisfatto c’è poi la continua inclusione nelle scalette dei loro concerti ininterrottamente da allora fino all’ultimo tour della scorsa estate, anche se ovviamente in un formato “bignami” (più o meno una ventina di minuti).
La Buona Novella (Fabrizio De André – 1970)
Non al Denaro, non all’Amore né al Cielo (Fabrizio De André – 1971)
Impossibile dimenticare i due album di Fabrizio De André. Sono due Concept a tutti gli effetti. Raccontano entrambi delle storie. Il primo è tratto dai Vangeli Apocrifi e racconta una versione molto più umanizzata di alcune figure della Bibbia. In particolare Giuseppe e Maria, seguiti in più di un episodio. In particolare meravigliosi “Il Sogno di Maria”, dove il concepimento pur se visto come un sogno è in realtà molto più “terreno”, e la straziante “Tre Madri”, dove Maria piange la perdita del figlio da madre e solo da madre.
Il secondo è tratto da “Antologia di Spoon River” del poeta americano Dylan Thomas e si avvale, come collaboratore per le musiche, di Nicola Piovani.
Entrambi i dischi sono Poesia Pura, musicalmente bellissimi e cantati con un’intensità da brividi. Il primo è suonato, per la cronaca, dalla PFM.

