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Il Disco del Mese: “Working Nights” (1985)

C’è stato un momento, più o meno alla metà degli ottanta, in cui noi patiti di Musica sui diciotto-vent’anni, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, siamo improvvisamente diventati “jazzisti”. Avevo superato il Punk, forse senza capirlo vista l’età, avevo assaggiato la New Wave come chiave di lettura per la rinascita del Rock, mi ero lasciato andare sui Duran e gli Spandau (più per compiacere le ragazze che per reale passione – comunque “Rio” è un buon disco).

Poi, improvvisamente, mi arrivarono all’orecchio nuove sonorità. Sade, The Style Council, Simply Red (più orientati sul R&B), Tuck & Patty e tanti altri. Pat Metheny raggiunse il grande pubblico con “Last Train Home”. Joe Jackson inanellò due album spettacolari come “Night and Day” e “Body and Soul”.

In mezzo a tutto questo comparvero loro: Working Week. Larry Stabbins e Simon Cook, sassofono e chitarra, due tipi usciti precisi precisi da una copertina di un album della Blue Note. Impegnati politicamente (Red Wedge) e con l’idea della Musica sotto forma di Big Band, iniziarono con “Venceremos”, scritta da Booth e dedicata a Victor Jara, l’artista cileno massacrato dal regime golpista di Pinochet. Voce di Tracey Thorn degli Everything But The Girl, altro gruppo della schiera.

Poi scovano Julie Roberts, voce dalle mille sfaccettature. Il posto definitivo nella line-up è suo. Così il gruppo entra in sala per incidere il primo album. “Working Nights” viene pubblicato nel 1985. Otto tracce per 45 minuti di musica. Neanche uno buttato via.

L’apertura è per “Inner City Blues”, un classico di Marvin Gaye da “What’s Going On”. Partono delle conga, una tromba esegue un glissato, rumori di fondo. Dopo quattro battute la sezione di fiati entra con poche note, mentre il sax tiene il ritmo con una nota unica. Ancora la sezione di fiati lascia il basso a scandire il ritmo insieme alle percussioni. La sezione di fiati entra infine con un crescendo che apre alla voce della Roberts. Il tutto in poche battute. E la canzone va avanti così, con pathos e dinamica. Sezione di fiati e di archi che si intrecciano durante tutto il percorso, sottolineando le parti vocali e riempiendo gli spazi intermedi. Poi parte l’assolo di sax di Simon Booth con gli archi a fare da tappeto sonoro. Cambio di tonalità e crescendo. Poi stop. Cantato, o meglio scat, e percussioni. Poi rientrano piano piano tutti gli strumenti. Infine assolo di chitarra (breve) di Stabbins. La canzone si chiude così. Ed è solo l’inizio.

“Sweet Nothing” è un brano più di maniera, però è molto bello. La voce della Roberts arriva alle stelle. “Who’s Fooling Who” è un divertente swing. Molto classico. La Big Band fila che è una meraviglia. Il brano è sincopato mentre il refrain segue una linea di “walking bass”. A metà cambio d’atmosfera ed assolo della sezione di fiati, con il basso a disegnare una linea di sottofondo che non ti permette di tener i piedi fermi.

“Thought I’d Never Seen You Again” ha in apertura il sax disegna una trama tex-mex, con la chitarra classica in sottofondo. Dopo la terza strofa il brano si apre ad uno strumentale latineggiante che prende sempre più corpo e velocità, richiamando atmosfere da mariachi e da fiesta latina. Fa bene allo Spirito.

Fin qui, se si trattasse solo di un EP, sarebbe già un grand disco. Ma per nostra fortuna è un LP, e la seconda facciata riserva le cose migliori.

“Autumn Boy” è il primo vero lento dell’album. La melodia è sognante. La chitarra intarsia sotto la voce, sottolineandone la linea melodica. Dopo il primo ritornello un’assolo di sax soprano (spero, mio fratello ne saprebbe molto di più) riprende la strofa e regala altre emozioni. Di nuovo strofa e di nuovo sax. Ma stavolta sembra dire: “Fermi tutti, tocca a me”. E allora, rispettosamente, la sezione di archi l’accompagna lungo il percorso. Anche questo brano contiene un’apertura strumentale. Dalla quasi “beguine” si passa con un colpo di rullante ad una scatenata samba. Percussioni, pianoforte e sezione di fiati. Poi di nuovo il sax.

Con “Solo” siamo nel più fumoso locale di New York. Sono le tre del mattino e la band del secondo turno sfodera il suo pezzo migliore. La sezione di fiati fa faville. La canzone è splendida. E’ quasi un blues, ma molto carico. Due strofe. Poi anche qua la band si scatena. Il ritmo si distende. Ancora il sax sugli scudi. La voce riprende dal bridge, l’atmosfera è cambiata, ma poi si torna sui binari dell’inizio. Qualcosa che fa bene all’Anima.

 E’ la volta di “Venceremos”. Non si rinnega il passato. Le voci sono due: Tracey Thorn torna a far compagnia alla cantante titolare. Il brano mantiene la semplicità dell’originale. Qui la Big Band momentaneamente si riposa, lasciando la tessitura della canzone ad una formazione più classica: chitarra acustica, percussioni, piano, contrabbasso e sax. Anche qua uno splendido assolo di Simon Booth. E la tristezza che evoca il brano.

“No Cure No Pay” conclude l’album. E’ uno strumentale ancora con atmosfera latina. Degna conclusione dell’album. Si sente il primo solo di pianoforte e di tromba. Il brano rallenta ed in un’atmosfera sospesa il sax si congeda con l’ultimo solo. Poi riprende il tema. E quando meno te l’aspetti arriva l’ultima zampata: cambio vorticoso d’atmosfera e si passa ad un latin-jazz con la tromba in solo e refrain swing, poi via di nuovo e ancora. Per finire il solo del piano, in un crescendo frenetico. Quando si torna al tema, capisci che ci si avvia ormai alla conclusione.

“Working Nights” è un bel disco. La sua versione su cd contiene un ulteriore brano, “Stella Marina”, che anticipa il futuro del gruppo, che nelle successive uscite (“Companeros” del 1986 e “Surrender” del 1987) abbraccerà sonorità più moderne ed in qualche caso ai limiti della “dance”. Un brano su tutti: “South Africa” nel secondo album. Dischi buoni anch’essi, ma non al livello del primo album.

Qualcosa che fa bene al cervello. 

 

 

 

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