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Archivio Febbraio 2012

Il Disco del Mese: “Oil On Canvas” (1983)

29 Febbraio 2012 2 commenti

Il Glam Rock non aveva più molto spazio. Gli stessi Bowie e Roxy Music iniziavano a cambiare pelle. Paillettes e lustrini, trucco eccessivo ed aspetto sopra le righe avevano stancato. New York Dolls, T-Rex ed altri erano in piena parabola discendente.

In questo periodo un gruppo sale alla ribalta. Si tratta dei Japan. Cinque ragazzi inglesi. Mick Karn (basso e fiati), Richard Barbieri (tastiere), Robert Dean (chitarre), Steve Jansen (batteria) e, soprattutto, David Sylvian (voce). Iniziano sulla coda del fenomeno Glam, ma molto presto cominciano a condire la loro musica di suoni diversi.

Il successo lo raggiungono quando è ormai lanciato il fenomeno dei “New Romantics” (Duran Duran, Spandau Ballet, Ultravox, Talk Talk ed altri minori come Yazoo, ABC, Adam Ant). Inizialmente vengono accomunati nel mucchio. Ma la pasta è ben diversa. Dove gli altri fanno del disimpegno e della semplicità della proposta musicale la loro bandiera, contribuendo ad abbassare enormemente l’età “entry-level” del pubblico musicale all’adolescenza ed anche più giù, i Japan si differenziano per una proposta molto più impegnata,  colta e raffinata dal punto di vista musicale.

Dopo i primi due album usciti nel 1978, i Japan danno alle stampe “Quiet Life” nel 1979 che individua meglio il loro territorio musicale: una base sintetica e spesso dance, sulla quale si innestano però elementi soul e qualche sfumatura “orientale”, con un’utilizzo molto particolare degli strumenti, in particolare del basso. La chitarra colora con tinte vivide qua e la, con qualche assolo semplice ma efficace ed uno strumming liquido e limpido. E poi c’è la voce di Sylvian, bassa, profonda, emozionante.  

Lo stile “Japan” si perfeziona e raggiunge il compimento nei due album successivi: “Gentlemen Take Polaroids” (1980) e “Tin Drum” (1981). Purtroppo gli ultimi.

Nel primo la title-track è una disco molto sofisticata, con un break di chitarra distorta e tastiere e con il basso fretlessdi Mick Karn in un’insolita funzione di strumento conduttore della melodia. “Swing” parte con dei suoni asieggianti, poi scatta un nuovo ritmo dance. La melodia della strofa avanza fino al ritornello, tutto giocato con degli stop nervosi, un riff sintetico ed una sezione minimale di fiati di contrappunto. “Methods of Dance” ha percussioni in controtempo sulla batteria per tutta la strofa. Poi sul ritornello, dopo un momento sospeso, note drammatiche ed influssi orientali. Di nuovo il sax a commento ed il ritmo spezzato della batteria. Ma il vero capolavoro è “Nightporter”, una specie di valzer molto minimale solo piano e voce: melodia bella, perchè di certe melodie si può dire solo che sono belle! Più avanti interviene un sax a sottolineare la drammaticità del brano.

“Tin Drum” è un album perfetto. Basso e batteria sono costantemente in movimento. Nessuna nota è sprecata. Stavolta l’influenza dal lontano Oriente è molto più marcata già dalla copertina: Sylvian è seduto ad un tavolo di una casetta cinese intento a mangiare riso da una ciotola con tanto di ritratto di Mao sulla parete.

“Canton” è uno strumentale e sembra suonata durante il capodanno cinese. Il sound del basso di Karn è sempre bellissimo, sembra una  tastiera ed il gorgheggiare di un musico di Canton al tempo stesso. “Still Life in Mobile Homes” è di nuovo un grande funk allegro e ritmico, a dispetto del canto sempre profondo ed un pò triste di Sylvian. Sembra strano, ma in ogni caso è il cantare giusto per dare comunque uno spessore “alto” alla musica del gruppo. Nel ritornello di nuovo cambio di ritmo e intreccio percussivo e di tastiere. Ancora suoni lontani nella parte strumentale (forse una chitarra-sintetizzatore?).

Il singolo tratto da questo album è “Visions of China”. Ancora melodia cineseggiante. Ancora ritmo pulsante. Ancora una splendida melodia. La strofa è splendida, il ritornello meglio. “Sons of Pioneers” è tutta basata sul basso, che costituisce il tessuto sonoro, e le percussioni. Ancora una grande prova vocale del cantante. “Cantonese Boy” è già chiara fin dal titolo. Ancora ritmo spezzato e basso ad intarsiare, mentre la tastiera fa il resto del lavoro. Ancora una melodia brillante.

Il capolavoro è “Ghosts”: può essere definita una “ballata minimale”. Ancora le tastiere di Barbieri solitarie ed il suono di marimba a completare il ritornello. Suoni strani, atmosfera rarefatta e sospesa, i fantasmi sono nell’aria. La melodia è semplicemente perfetta.

Il singolo finisce nella Top Ten inglese. Purtroppo però, come già detto, sarà l’ultimo prodotto a marchio “Japan”. Il percorso è completo ed i cinque sono in grado di capire, come tutti i Grandi, quando fermarsi per passare a qualcosa di nuovo.

Così David Sylvian inizia ad alternare dischi molto intimisti, colti ed estremamente raffinati, a tratti impressionisti, a forme artistiche alternative, come mostre di foto scattate tramite Polaroid (perciò in unico esemplare).  Oppure forme particolari di collaborazione, come con il musicista giapponese Sakamoto o con il leader dei King Crimson Robert Fripp. Magari i suoi dischi non risulteranno troppo supportati dalle vendite, ma lo renderanno un vero Artista di Culto. Mick Karn continuerà a sperimentare finchè una malattiaccia non lo costringerà a chiudere il sipario prima del previsto. Richard Barbieri darà vita, insieme a Steven Wilson, al megaprogetto Prog dei Porcupine Tree, tuttora in pista.

Ma ci sarà spazio ancora per una reunion del gruppo, anche se sotto le mentite spoglie dei “Rain Tree Cow”, nel 1991.

E, soprattutto, per uno splendido “Live” uscito nel 1983. “Oil On Canvas” il titolo, così come il nome del bel brano solo pianoforte che apre il disco. E’ un disco dal vivo atipico, nel senso che il pubblico è molto sullo sfondo e le versioni dei brani sono praticamente identiche agli originali. Però questo erano i Japan: formalmente perfetti, con una ricchezza ritmica e sonora a contrastare l’apparente freddezza della voce del leader, e con uno spessore emozionale fuori dal comune.

 

 

Giudizi dei Lettori

25 Febbraio 2012 Nessun commento

Arriva febbraio ed è tempo di sondaggi per le riviste musicali più importanti.

Ne leggo qualcuna. Una è la mitica “Jam”, italiana 100%. Tra l’altro molto bella la sua estensione radiofonica “Lifegate Radio”, per me seconda solo a “Radio Capital” (Mixo in particolare). Oltre ovviamente a “MusicOnTheRockRadio”, non so se la conoscete…..

Poi ne leggo un paio americane: “Guitar World”, dedicata a chitarre e chitarristi, e “Rock Prog”, specializzata in una delle mie grandi passioni: il Progressive (lo sapevate?).

Nel numero di febbraio di queste ultime due sono stati pubblicati i risultati del poll tra i rispettivi lettori. Vediamoli in dettaglio, perchè in parecchie accade qualcosa di sorprendente.

Partiamo da “Guitar World”. Nella speciale classifica “Hall of Fame” un incomprensibile, almeno per me, Slash domina con il 21% ma subito dietro di lui Eric Clapton, David Gilmour e Alex Lifeson (Rush). Sapete chi dominava le classifiche negli anni settanta (fonte “New Musical Express” – NME)? Eric Clapton, David Gilmour ed Alex Lifeson, oltre a Jimmy Page.

In testa alla classifica dei “Chitarristi Rock” si può trovare la coppia Joe Satriani – Sammy Hagar: centoventuno anni in due! Al quarto posto, con il 15% dei voti Josh Klinghoffer, il nuovo chitarrista dei Red Hot Chili Pepper, giovanissimo ed entrato subito nel cuore dei fan. Nella classifica Blues vince Joe Bonamassa (24%), seguito anche lui dalla vecchia guardia: Warren Haynes e Johnny Winter (altri centoventi anni in due). In mezzo due giovincelli come Kenny Wayne Shepherd ed uno dei miei preferiti: Derek Trucks.

Veniamo a “Rock Prog”. Hanno vinto la categoria “Miglior Gruppo” gli Opeth, la band del chitarrista Mikael Akerfeldt. Dietro loro ci sono i Dream Theater. Completano le prime cinque posizioni tre band della vecchia, o vecchissima, guardia: Yes, Pendragon e Rush. Mikael Akerfeldt vince anche la categoria “Miglior Cantante”. Dietro di lui Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, Peter Gabriel (ancora nelle classifiche Progressive?) ed ancora, largo ai giovani, Peter Hamill e Jon Anderson. A grande sorpresa, in ottava posizione, il suo clone Benoit David. Ancora Yes in seconda posizione del “Miglior Album”, vinta da Steven Wilson con “Grace For Drowning”.

John Petrucci dei Dream Theater vince la classifica dei chitarristi, e dietro di lui? Sempre loro: Steve Hackett e Steve Howe (non faccio la somma degli anni). Il podio del “Miglior Batterista” è composto da Gavin Harrison (Porcupine Tree), sul gradino più alto, Mike Portnoy (ex DT) e Neil Peart dei Rush. Decimo Nick D’Virgilio da poco ex degli Spock’s Beard. Inutile parlare dei bassisti: Geddy Lee (Rush) che chissà perchè non si trova anche nella classifica dei cantanti, Chris Squire (Yes) e Pete Trewavas (Marillion-Transatlantic). Sorprende Nick Beggs (ex-Kajagoogoo con Limahl, pensate un po’) dalla band di Steve Hackett e Tony Levin, strumentista jolly per tutte le occasioni e per tutti i generi. Rick Wakeman è sul podio dei tastierusti.

Per finire la classifica dell “Prog Icon”: vince Steven Wilson, sicuramente artista di enorme levatura e di grande eclettismo. Come già detto è il leader dei Porcupine Tree, band molto prolifica, ha inciso il miglior disco di Prog dell’anno, è produttore di altri artisti importanti ed ha realizzato il “restyling” di Aqualung dei Jethro Tull in occasione del quarantennale dell’album (3° nella classifica delle “Re-Issue” dominata dalle ristampe dei Pink Floyd). E, a sorpresa, chi altri c’è nei primi dieci? Ebbene si, i soliti: Peter Gabriel, Steve Hackett, Peter Hamill, Jon Anderson e Neal Morse (si, proprio lui, il testimone di Geova del Prog). Al nono posto fa capolino anche Kate Bush.

Proprio questo è il problema: il Prog da me tanto amato continua a mostrare difficoltà nel rinnovarsi. Il suo pubblico resta affezionato ai soliti nomi: Yes, Genesis, Rush. Gli stessi Marillion, Pendragon, Porcupine Tree e Dream Theater sono ormai in giro da più di venti o trent’anni. 

I Concrete Lake, considerati miglior band emergente, saranno in grado di rinverdire i fasti del genere?

Per finire, su “Guitar World” hanno proposto un altro sondaggio: Chi vorreste ancora in vita dei chitarristi che ci hanno lasciato? Con il 23% dei voti sembra che il vuoto maggiore l’abbia lasciato Randy Rhoads, chitarrista di Ozzy Osborne, seguito da Jimi Hendrix (19%). Kurt Cobain (7%) e Frank Zappa (5%) precedono John Lennon (4%).

Per me John Lennon tutta la vita.

Cimeli

21 Febbraio 2012 18 commenti

Un mio amico (per la serie “gli amici dei miei amici sono miei amici”) di nome Carlo mi invia gentilmente dei reperti che pubblico con piacere.

Sono tre biglietti legati per me a periodi particolari della mia vita.

Il primo riguarda Lou Reed, a Roma il 10 febbraio 1975.  Erano tempi strani. Autoriduzioni e scontri politici non permettevano di fruire della musica nella maniera migliore. Roma non era una bella città (non lo è neanche oggi, proprio no). Però uscire la sera per vedere un concerto era un rischio. Non sapevi se saresti riuscito ad entrare, non sapevi se il concerto avrebbe avuto luogo, se sarebbe andato avanti dall’inizio alla fine o si sarebbe interrotto a metà e, soprattutto, non sapevi in che condizioni avresti trovato la macchina all’uscita. L’odore base era quello del gas dei lacrimogeni, c’era tensione nell’aria.

Io, piccolo undicenne, tentavo di accodarmi a mio fratello grande, ma ogni volta era una roba enormemente complicata.

Particolarità di questo biglietto è, notate bene, la spalla del numero principale della serata: Angelo Branduardi. Quale fantasioso promoter avrà mai pensato di legare quei due nomi?

Atmosfera completamente diversa per il secondo biglietto: gli Stones a Napoli nel tour di “Tatoo You” con “Start Me Up” come singolo da classifica. Avevamo appena vinto i Mondiali di calcio. Ci sentivamo tutti Paolo Rossi e Zoff. Partitone sulla spiaggia, gli esami di maturità lontani, all’anno successivo. E lei che, per attaccare bottone in spiaggia, mi chiese se ci fossi andato mentre divoravo avidamente il “Ciao 2001″ che riportava in copertina la foto di Mick Jagger avvolto nella bandiera italiana. 

Riprendevano ad affluire gli artisti stranieri che, anche dopo i fatti del concerto di Lou Reed o Santana o Jethro Tull, avevano smesso di inserire l’Italia nei loro tour. Magari facevano due concerti a Zurigo, uno a  Berna ed uno a Lugano, ma da noi non scendevano.

E allora noi si andava a vedere un po’ di tutto. Io in quegli anni assistetti ai concerti degli Stranglers, degli Iron Maiden e persino dei Kiss.

Infine l’ultimo, quello che per me, anche se strappato, vale miliardi!!! Il biglietto, o quel che ne resta, del concerto dei Genesis in formazione ideale al Palasport di Roma del 5 febbraio 1974.

Su questo non ho veramente parole. Me lo guardo e riguardo. Conosco qualcuno che c’è stato!!!!! E’ vero, anch’io ho visto i Genesis dal vivo. Una volta al Flaminio (credo fosse il tour di “Positive Touch”) ed una volta al Circo Massimo. Però non è la stessa cosa. Altrimenti perchè continuerei ad andare con l’occhio lucido a vedere i Musical Box o i Revelation?

 I Genesis erano venuti a Roma una prima volta ad aprile del 1972, poi di nuovo a gennaio del 1973. Quello di febbraio 1974 fu un tour di quattro date (Roma, Torino, Reggio Emilia e Napoli) prima di imbarcarsi per il tour mondiale di “The Lamb”. Dunque un’ultima visita a Torino a marzo del 1975 e poi il “Dream Team” non sarà più lo stesso con l’abbandono di Gabriel dopo l’ultimo concerto a Besançon il 27 maggio dello stesso anno.

Quella sera del 1974 al Palasport dell’EUR c’erano, insieme a Carlo, altre ventimila persone. I Genesis eseguirono “Watcher of the Skies” in apertura, seguita da “Dancing with the Moonlit Knight” e da “Cinema Show”. Ancora da “Selling England….” arrivarono “I Know What I Like” e “Firth of Fifth”. Poi un omaggio ai fan italiani con “The Musical Box” ed un po’ di pausa per Peter Gabriel, Hackett e Banls con Phil Collins a cantare “More Fool of Me” accompagnato da Rutherford alla chitarra acustica ed alla seconda voce.

Nella seconda parte le fatiche improbe: “The Battle of Epping Forest” (una ventina di minuti), “Supper’s Ready” (più o meno venticinque) ed infine, come bis, “The Knife” (altre dieci-dodici minuti). Il bis fu un vero e proprio omaggio al nostro pubblico. Dopo le date italiane, infatti, il concerto terminava senza bis alla fine di “Supper’s Ready” e, a chi protestava, il manager del Gruppo diceva “Quando il concerto è finito, è finito!”.

 

Concept! – pt. 2

16 Febbraio 2012 Nessun commento

Qualche post fa vi ho raccontato (in maniera prolissa, come mi è stato fatto notare) una mia certa propensione nell’apprezzare i Concept album. Per il piacere degli amici del “prolisso”, come minacciato, passo alla seconda parte. I migliori Concept? A parte il fatto che non li conosco tutti e che una montagna di gruppi, soprattutto nell’area Progressive, Hard Rock ed Heavy Metal, ne hanno prodotti a tonnellate, vi propongo alcuni dei miei preferiti. Tenendo ben presente che per me il vero Concept è quello che racconta una storia, perciò escludo album come “Pictures At An Exhibition” di EL&P, considerato un Concept ma per me si tratta dell’adattamento di un’opera classica, oppure “Skylarking” degli XTC, gruppo di brani legati alle ore della giornata e/o alle fasi della vita.

Subterranea   (IQ – 1997)

 E’ un pastone immenso, poco meno di due ore di musica in doppio cd. Racconta la storia di un uomo sottoposto ad un esperimento: per tutta la sua vita viene deprivato sensorialmente, per poi essere gettato nel mondo senza saperne assolutamente nulla. In realtà non si sa neppure se quella che vive sia la sua vita reale o se si tratta degli effetti allucinatori indotti dalla deprivazione. Il tutto sempre sotto il controllo del “Provider”, entità addetta a monitorare ogni sua esperienza.

Il bello è che i membri del gruppo, intervistati sull’argomento, risultavano anch’essi confusi sulla trama dell’opera. A parte ciò, il concept risulta comunque godibile anche se ridondante. Risulta difficile ascoltarlo dall’inizio alla fine di seguito. Però alcuni brani, in particolare quasi tutta la prima parte, sono ben scritti e suonati. E’ un album “IQ” al 100%, perciò contiene i pregi (melodia, atmosfera, voce, intarsi chitarre/tastiere) ed i difetti (voce, progressive=calcolo matematico) che chi ama il gruppo ben conosce.

Misplaced Childhood   (Marillion – 1985)

Due storie di vita. La prima facciata parla delle difficoltà con le donne, o meglio delle difficoltà a mentenere relazioni durature.  La seconda racconta della perdita della fanciullezza (o dell’innocenza). Il cantante Fish si trovava in un pub, tra un acido ed una birra. Improvvisamente il lampo e tutto il contenuto dell’album era già lì, pronto nella sua mente. La leggenda vuole che a questo punto sia uscito dal locale per correre a casa di Steven Rothary, il chitarrista della band, per comunicargli la novità e buttare giù una prima stesura del materiale. Ma all’arrivo  le sue condizioni erano talmente penose da costringere l’amico a caricarlo in macchina e riportarlo a casa. Tutto rimandato. Ma l’attesa non fu vana.

Il disco è molto buono, suonato splendidamente e cantato meglio. Certo, la matrice è molto Genesis con una strizzata d’occhio alle classifiche (tanto da riuscire a raggiungere il primo posto in Inghilterra in un periodo in cui il Progressive era praticamente morto), ma a me piacque soprattutto per questo. Erano i tempi di ”Duke” (1980), “Abacab” (1981), “Genesis” (1983), a momenti sarebbe arrivato “Invisible Touch” (1986), ed io, da genesisiano sfegatato, avevo bisogno di ascoltare quei suoni, quelle atmosfere, quegli arpeggi. “Misplaced Childhood” arrivò, per me, a colmare quel vuoto. 

Snow   (Spock’s Beard – 2002)

Spock’s Beard è una band di Progressive americana che lavora dal 1995. Ha inciso dieci album ma da noi è conosciuta soprattutto (o forse esclusivamente) dai patiti del genere. Suonano un Prog molto americano e moderno (leggasi “pop”), con variazioni strumentali alla Yes e muscoli da vendere alla Dream Theater, ed intrecci vocali tra Yes e Genesis. Su tutti, fino all’album in questione – il sesto -, troneggiava il cantante e tastierista Neal Morse.

“Snow” è un concept che racconta la storia di un ragazzo albino con infanzia tormentata dalla sua apparente diversità, soprannominato appunto Snow dalla perfida sorella. Sentendosi escluso, decide di lasciare la casa e la sua città ed andare a cercar fortuna a New York. Al che, per ragioni complicatissime, acquista dei poteri e viene acclamato come nuovo Messia.

 Che plot, vero? Casualmente dopo l’uscita dell’album ed il tour che ne è seguito Neal Morse abbandona il gruppo causa conversione e da quel momento intraprende una carriera solista i cui album hanno titoli come “The Question Mark” o “Testimony”, nei quali spiccano brani dal titolo “The Temple of the Living God”, “The Glory of the Lord”, “Inside His Presence”, “Jesus’s Blood” o “Jesus Bring Me Home”. Che uso distorto del Rock, vero?

A parte questo, “Snow” è un bel disco, monumentale nella durata (oltre un’ora e quaranta), ma con altissimi momenti musicali, dove soprattutto il primo cd fila liscio dall’inizio alla fine, e che raggiunge il momento più alto, a mio parere, nell’intermezzo solo vocale in coda a “Devil’s Got My Throat” nel quale, con un bellissimo intreccio di voci, la gente della strada sparge la voce del ragazzo con il Dono chiedendosi se è vero od un ciarlatano come tanti altri ed accordandosi per incontrarlo.

Darwin   (Banco del Mutuo Soccorso – 1972)

Al secondo album l’allora giovane gruppo romano, ancora con formazione instabile, si produce in questo rapido concept (poco più di 46 minuti) che racconta l’evoluzione della vita sulla Terra, basandola sulla Teoria Darwiniana. E così si parte da “L’Evoluzione” dove si descrive dall’origine della Terra alla comparsa dell’Uomo, e passando da “La Conquista della Posizione Eretta” le tastiere ed il pianoforte raccontano di una “Danza dei Grandi Rettili”. L’Uomo si raduna nelle prime comunità in “Cento Mani e Cento Occhi”, scopre l’Amore 750 mila anni fa. Alla fine ci si interroga sul tempo che passa sempre diverso ma sempre uguale: in “Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde… non ne ho!”  la domanda essenziale è “Perchè mi fai pensare se nel tuo girare poi la mia mente frenerai?”.

Il disco, inutile dirlo, è musicalmente avvincente. Uno dei migliori esempi di Progressive Italiano.

Desperado   (Eagles – 1973)

Nulla a che fare con il Prog, finalmente! Una West-Coast band si butta sul country per raccontare l’epopea della Banda Doolin-Dalton, gruppo fuorilegge statunitense attivo (molto attivo) sul finire del 1800, meglio conosciuta come Il Mucchio Selvaggio. Le atmosfere ricordano un western degli anni sessanta, di quelli con John Wayne e Robert Mitchum. Strumenti acustici di tutti i tipi e le classiche armonie vocali degli Eagles. Ma anche qualche solido rock come “Out Of Control” e “Outlaw Man”, dovuti alla penna di Glenn Frey. Una struggente ballata al piano come “Desperado” ed un brano marchiato “west coast” come “Tequila Sunrise”. A tirare le fila alla fine, come ogni Opera che si rispetti,  la reprise di “Desperado”, mentre il tema di “Doolin-Dalton” fa da leit-motiv in altri due punti del disco.

Ziggy Stardust   (David Bowie – 1972)

Il Principe del Glam racconta la storia fantascientifica di un ragazzo che diviene una rockstar grazie all’aiuto di entità extraterrestri. Il racconto si dipana tra l’ascesa e la caduta di Ziggy in un mondo sull’orlo dell’apocalisse dove ciò che viene descritto altri non è che la dicotomia tra il personaggio reale (con le sue umane fragilità ed insicurezze) e la star rappresentata al pubblico (sostanzialmente un superuomo). Pensato proprio per la sua realizzazione teatrale (trucco esasperato, costumi glamour, immagine aggressiva ed equivoca), finisce per ingabbiare Bowie nel personaggio, grazie all’enorme potere mediatico, tanto da decidere di fargli dichiarare la morte di Ziggy con il ritiro dalle scene a fine tour.

Il disco contiene brani divenuti poi classici del Duca Bianco: “Suffragette City”, Rock’nRoll Suicide”, “Moonage Daydream”, “lady Stardust” e, ovviamente, la title-track “Ziggy Stardust”.

Music Inspired By The Snow Goose e Nude   (Camel – 1975 e 1981)

Due album del gruppo inglese dei Camel. “The Snow Goose” è una novella di Paul Gallico, scrittore americano, che racconta del potere rigenerativo di amicizia ed amore sugli orrori della guerra. Al centro del racconto un’oca che migra passando per un faro dove vive un vecchio artista disabile. I Camel decidono di farne un concept, ma l’autore, contrario al fumo, pone il suo veto sull’utilizzo della sua opera (la grafica del nome del gruppo riprendeva quella del pacchetto di sigarette). Così cambiano il nome all’album (“Music Inspired By….”) ed eliminano le liriche, rendendolo un album solo strumentale. E che album!

“Nude” racconta invece la storia vera di un militare giapponese (tale Onoda) lasciato in un’isoletta del Pacifico e rimasto li dimenticato dopo la fine della Guerra. Ritrovato trent’anni dopo ovviamente non sapeva che la guerra fosse finita. Il disco racconta la sua difficoltà ad adattarsi alla vita moderna.

 

Potrei raccontarne ancora qualcuno, come “Concerto Grosso per i New Trolls”, ispirato da Shakespeare, o “Felona e Sorona” de Le Orme, sulla storia di due pianeti vicini ma opposti, uno sempre alla luce del Sole, l’altro sempre immerso nelle tenebre, o anche “Tales From Topographic Oceans” degli Yes ispirato dagli scritti dello Yogi Paramahansa Yogananda, e tanti altri.

Ma direi che dovreste averne abbastanza.

Ricordate che nel post di dicembre avevo detto che era prevista una terza parte. Bene, aspettatevela!

 

PS: sembra che anche Anna Tatangelo e Albano e Romina abbiano inciso Concept Album.

La Nevicata del 2012

3 Febbraio 2012 2 commenti

 

E’ iniziata così, verso le 10:

 

 

 

 

 

 

 

Per qualche minuto si è fermata. Forse è tornata pioggia. Poi, verso le 11:

 

 

 

 

 

 

Ed ecco qualche immagine raccolta durante la pausa pranzo delle 13:

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