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Archivio Marzo 2012

Il Disco del Mese: “With The Beatles” (1963)

31 Marzo 2012 Nessun commento

Luglio 1963. I Beatles sono ormai stella di prima grandezza in Gran Bretagna. A marzo è uscito il loro primo album ed è stato un grandissimo successo. E’ li, in testa alla classifica già da una ventina di settimane.

L’industria discografica inglese non è avvezza ancora a questo tipo di fenomeno, però non ci vuole uno stratega commerciale per capire che se ne possono ricavare parecchi soldini. Mancano di sguardo lungo. Pensano che, se tutto andrà bene, dei Beatles non se ne sentirà più parlare in capo a due anni. Forse tre, ad essere ottimisti.

E allora telefonata a Brian Epstein e rapida convocazione in studio per incidere il secondo album. Pochi giorni prima avevano inciso un singolo, non ancora pubblicato, che avrebbe cambiato il mondo: “She Loves You”.

Per incidere il primo album i Fab Four avevano impiegato una decina di ore. Tutto in un’unica sessione grazie al repertorio rodato a dovere in anni di prove e concerti tra cantine e night club tra Liverpool ed Amburgo. Ma ora il gruppo è molto richiesto. Due tour nazionali nel primo e nel secondo trimestre dell’anno. Nei giorni di pausa si rilassano incidendo per la BBC e la Granada Television show radiofonici e televisivi. I produttori, visti gli impegni del gruppo, organizzano sedute fiume in cui registrano tre-quattro puntate in una sola giornata. Perciò si, si va in sala d’incisione, ma i tempi sono quelli che sono: il disco viene inciso nell’arco di sei-sette sedute tra il mese di luglio e quello di ottobre. Tanto problemi di repertorio non ce ne sono. Il loro canzoniere di cover è sempre molto fornito, mentre anche la “produzione propria” comincia ad essere continua e sempre di miglior livello.

Ma la diluizione dei tempi, ovviamente, non è l’unica novità dell’album, nè, altrattanto ovviamente, la più importante.

Intanto i quattro ragazzi hanno ormai familiarizzato con la sala d’incisione. Le canzoni non vengono più incise in una “take” sola (come “Twist and Shout”) o, al massimo, in tre-quattro. Cominciano ad incidere dieci versioni di ogni canzone, scegliendo le migliori e cominciando a sfruttare le tecniche (povere allora) della sala. Il lavoro comincia ad essere qualitativamente migliore, complice  George Martin che unico tra i produttori di allora, adottava la tecnica delle incisioni di Classica: potenziometri al massimo. Questo è il motivo per cui i dischi dei Beatles suonano attualissimi ancora oggi quando quelli di tutti gli altri gruppi dello stesso periodo risultano indiscutibilmente datati (provare, per credere, i primi album degli Stones o dei Kinks).

Tutto ciò permette di curare meglio l’arrangiamento dei singoli brani, pur continuando a mantenere l’assetto standard: due chitarre, basso e batteria. Ogni tanto un pianoforte o qualche percussione. E’ una questione di sfumature e di spettro sonoro. Utilizzare una chitarra con le corde in nylon per “Till There Was You” da una profondità al brano prima mai sentita.

Poi la scelta dei brani. Nel primo album il rapporto era paritario fra brani Lennon-McCartney e cover. Per “With The Beatles” il risultato è otto a sei. Viene dato spazio anche alla prima composizione di Harrison (“Don’t Bother Me”). Le cover invece sono soprattutto brani Motown e R’&’B, e due grandi classici R’n'R come “Money” e “Roll Over Beethoven”.

Infine la copertina dell’album. Per “With The Beatles” viene chiamato un fotografo di grido, Robert Freeman, che poi è diventato il fotografo preferito dei Beatles nel periodo 63-66 e tanto ha contribuito alla loro iconografia. Per studio viene utilizzato l’oscuro corridoio del Palace Court Hotel di Bournemouth e fu la loro prima copertina di studio. Tutta giocata fra luce ed ombra, venne osteggiata dalla casa discografica perchè i quattro non sorridevano. Intervenne George Martin e la foto divenne cover definitiva dell’album.

L’album si apre con uno dei grandi classici del Gruppo: “It Won’t Be Long”, schema a botta e risposta come “She Loves You”. Grande inizio per un album, tutto “yeah yeah” ed energia. Chitarre molto pulite. Quella di Lennon suona quasi Raggae, Harrison ricama. Non c’è assolo. L’incedere quasi Raggae emerge anche nella strofa di “All I’ve Got to Do” per poi aprirsi in un ritornello molto beat. Bella l’interpretazione vocale di Lennon.

Poi tocca a McCartney che sfodera la sua miglior produzione fino a quel momento: “All My Loving”. Un walking-bass porta ritmicamente il brano mentre Lennon terzina ed Harrison incide un bellissimo assolo, forse il migliore fino a quel momento. La particolarità è che mentre il basso suona una scala praticamente Jazz, la batteria va nei 4/4 canonici del Mersey Sound. L’effetto è strepitoso. Il brano diviene un “must” dei concerti del gruppo.

“Don’t Bother Me” è il primo brano inciso a firma George Harrison. Le chitarre sono leggermente compresse ed hanno un suono particolare. E’ un beat atipico rispetto alle produzioni precedenti, come lo saranno poi sempre le composizioni di Harrison. “Little Child” è ancora una composizione L&Mc, un R’n'R veloce con tanto di armonica e pianoforte alla Jerry Lee Lewis.

Arriva il secondo “miracolo” del disco: “Till There Was You”. Piccolo capolavoro di melodia. Sembra un brano di McCartney pur senza esserlo. Nonostante fosse un brano tratto da un Musical, diviene un brano Beatles a tutti gli effetti. La meraviglia sta nella voce di Paul e nell’incrocio delle due chitarre acustiche di Harrison e Lennon, in particolare nell’assolo.

Il primo lato dell’album si chiude con una colonna portante delle esibizioni del gruppo fino a quel momento, “Please Mr Postman”, uno standard di Brian Holland. Fantastiche le voci che si intrecciano e si rincorrono per tutto il brano. Primeggia Lennon. La canzone è tutta qui, l’arrangiamento elementare. Non ci credevano comunque molto, altrimenti non sarebbe finita in coda alla facciata A.

Il lato “B” si apre con un grandissimo classico del R’n'R: “Roll Over Beethoven” di Chuck Berry. Harrison fa la parte del leone, suonando la chitarra in pieno stile Berry e cantando il brano. A questo punto piccolo passo falso con un pessimo brano di McCartney: “Hold Me Tight”. Nè carne nè pesce. Sfasato. Addirittura un tantino fuori tonalità in alcuni momenti (possibile? eh si, ascoltatelo per favore).  Soprattutto nel passaggio al bridge e nel finale. Provarono ad inciderlo sul primo album ma lo fecero fuori dopo non esserne venuti a capo per tredici esecuzioni. Insomma, alla fine un riempitivo, ma prepara per la super sequenza finale.

Prima “You Really Got A Hold On Me” di Smokey Robinson. Brano molto “black”. Altra grandissima interpretazione di Lennon con McCartney ed Harrison alle armonizzazioni. Arrangiamento semplice e perfetto. “I Wanna Be Your Man”, regalata pochi giorni prima agli Stones (che ne incidono una versione rattrappita), viene lasciata a Ringo. Il brano è semplice ma incisivo e diventerà il “numero” di Ringo dal vivo. Cuce tutto un organo Hammond in sottofondo.

“Devil in Her Heart” è un brano alla “PS I Love You” o “Ask Me Why”. Anche qui, non è a loro firma, ma sembra Beatles 100%. “Not a Second Time” è il precursone di quelle ballate che troveranno poi spazio nei dischi successivi (ad esempio “Things We Said Today” o “Every Little Thing”).

L’album si chiude con il R’n'R scatenato di “Money (That’s What I Want)”, altro pezzo forte dei concerti del gruppo, eseguito qui in una versione leggermente più lenta ma non meno nervosa, con un’interpretazione di Lennon viscerale, simile a quella di “Twist and Shout”. Bello anche l’arrangiamento, soprattutto l’intro, dove sulle note del piano entrano le chitarre, il basso e la batteria, sottolineando i passaggi di accordo. Anche qui botta e risposta.

L’album viene pubblicato il 22 novembre del 1963, quando “Please Please Me” è in cima alla classifica dei dischi più venduti da trentuno settimane. “With The Beatles” va subito in testa e ci resterà per altre venti settimane. Totale: cinquantuno settimane ininterrotte. Sarà inoltre il primo album a vendere cinquecentomila copie in prevendita in Gran Bretagna ed il secondo ad arrivare ad oltre un milione complessive prima del 1965.

Ma loro hanno altro da fare: c’è il Mondo da conquistare.

Il Concerto del Mese: Bob Dylan & The Band

29 Marzo 2012 9 commenti

Di “Wolfgang’s Vault” ho già scritto credo un paio d’anni fa. E’ il magico archivio di Bill Graham, il mitico organizzatore di concerti che ha avuto un ruolo importante nella nascita e nell’affermazione di tantissimi gruppi ed artisti degli anni sessanta e settanta.

Il sito è pazzesco. Contiene centinaia di concerti e interviste, il tutto fruibile in streaming e, recentemente, è stata introdotta una sezione video altrettanto ricca. Inoltre ha un merchandise di cimeli d’epoca e loro riproduzioni fantastico. Ha una sua app per Iphone, permettendo così di portarsi un simile database in giro e trasformarlo in una compagnia formidabile per i tanti tempi morti che la nostra città ci impone.

Idea: perchè non sfruttarlo per il blog? E così ogni mese vi proporrò un concerto. Una segnalazione in più può sempre far comodo.

Siamo a Boston, è la sera del 14 gennaio del 1974. E’ una serata importante: da pochi giorni Bob Dylan ha intrapreso uno dei tour più importanti della sua carriera. Si è fermato a seguito di un incidente di moto (circondato dal mistero) otto anni prima, nel 1966. Da allora due anni di nulla e poi sporadiche e, soprattutto, brevi apparizioni dal vivo: concerto per il Bangladesh, concerto in memoria di Woody Guthrie e poco più.

Il gruppo scelto per accompagnarlo è assolutamente d’eccezione: The Band, i suoi storici compagni di viaggio. Ma i rapporti di forza rispetto alle prove di “Highway 61″ o dei “Basement Tapes” sono completamente mutati. The Band ha ormai all’attivo cinque bellissimi album ed un gran seguito, conquistato con un gran canzoniere ed una gran quantità di concerti via via sempre più “elettrici” con il passare degli anni.

Decidono perciò per uno show impostato con una parte iniziale ed una finale al gran completo, con la Band ad accompagnare Dylan, e due parti centrali con un set scatenato del gruppo con i suoi hits ed uno acustico, con il solo Bob sul palco, chitarra acustica ed armonica.

Il luogo è il Boston Garden. Il costruttore è lo stesso del Madison Square Garden di New York, da cui il nome originale: Boston Madison Square Garden. Ovviamente viene immediatamente abbreviato. E’ la casa dei Celtics di basket. Oggi l’hanno tirato giù. Ma quella sera è bello solido e stabile e si riempie nel giro di pochi minuti: Bill Graham dichiara di aver battuto il record di velocità di vendita con l’intero blocco di biglietti dei concerti di tutto il tour.

Sono state preparate molte canzoni, dai grandi classici (“Blowing in the Wind”, “Like A Rolling Stone”, ecc.) ai successi del momento (“Knockin’ on Heaven’s Door”) oltre ad una serie di “chicche” meno conosciute come “Just Like Tom Thumb’s Blues” o “Forever Young”. Il tour è breve ma intenso: quaranta concerti in quarantatrè giorni. Gli ultimi si svolgeranno a Los Angeles e da questi verrà tratto quasi tutto il materiale per il bellissimo “Before The Flood”, album dal vivo tra i migliori mai realizzati.

Ma quella di Boston è una scaletta diversa da quella dell’album. Dylan è in grande forma. Non suona dal vivo da parecchio e si sente: grinta ed energia come non mai si trasmettono per tutto il set. Il suono è “Rock’n'Roll” puro, sporco il giusto. La sensazione è quella di amici che suonando insieme si divertono loro per primi: il concerto si apre con “Rainy Day Women…” mentre i musicisti accordano gli strumenti. Ne viene fuori uno sgangherato blues-honky tonk.

“Lay Lady Lay”, dolce ballata, presenta la chitarra di Robertson in evidenza. “Just like Tom…” è un’altra ballata con molta melodia. “It Ain’t Me Babe” è quasi beat, con un ritornello che acquista in grinta. Con “I Don’t Believe in You” si torna alla dolcezza ed ancora Robertson in evidenza. “Ballad of Thin Man” è poesia pura. Canzone difficile, si dipana con leggerezza drammatica con Dylan che guida al pianoforte. Bellissimo il lavoro di Garth Hudson con l’Hammond a colorire in sottofondo.

Dylan rifiata e la Band s’impossessa del palco. Ed è un clamoroso “Greatest Hits”: inizia Rick Danko (e la sua voce, vi prego: ascoltatela!) con “Stage Fright”, poi la loro ballata più bella “The Night They Drove Old Dixie Down” seguita da una nervosa “King Harvest”.

A questo punto The Band esegue due brani a firma Dylan: “This Wheel’s On Fire” e l’immortale “I Shall Be Released” (la useranno qualche anno dopo per suggellare il loro addio alle scene alla fine de “L’Ultimo Valzer”). Su quest’ultima Richard Manuel tira fuori una voce che arriva dritta dritta dall’Anima. The Band è stato un gruppo che forse non aveva musicisti eclatanti, ma poteva vantare tre cantanti principali (Danko, Helm e Manuel) ognuno con proprie peculiarità tali da renderli unici. Il loro set si chiude con un loro altro grande classico: “Up On Cripple Creek”.

Qualche accordo di chitarra e Dylan rientra in scena per “All Along the Watchtower”, canzone molto particolare: tre accordi e linea melodica che più monocorde non si può. Eppure è divenuta uno standard del Rock. Sarà stata la versione “furente” di Jimi Hendrix. E allora viene riproposta in quella versione, con Robertson (con i dovuti paragoni) che si lancia in assolo a perdifiato. “Ballad of Hollies Brown” è un blues quasi canonico. Poi arriva l’hit del momento: “Knockin’ on Heaven’s Door”, con il suo ritornello trascinante, ed è un tripudio.

A questo punto The Band si ritira ed inizia il “tu per tu” di Dylan con il suo pubblico: chitarra acustica e armonica. Ed è qualcosa che trascina indietro negli anni, ai locali del Greenwich di New York. Cinque canzoni tra cui spiccano “The Times They Are A-Changing”, “Don’t Think Twice, It’s Allright” (che perde un pò senza il finger-picking della versione originale) e la splendida “Just Like A Woman”.

La registrazione finisce qui. Manca il super finale con “Highway 61..”, “Forever Young”, “Like A Rolling Stone”, “Maggie’s Farm” e “Blowing in the Wind”. Ma queste possono essere facilmente rintracciate, così come altre canzoni della Band facenti parte di altri set, in “Before The Flood”, nonchè, sempre su Wolfgang’s nelle altre sette (sette!!!!) incisioni tratte dallo stesso tour.

Un grande concerto che colpisce ovviamente per il sound e per lo spirito che emana da ogni traccia. Ma la cosa che stupisce di più è la voce di Dylan, grintosa ed aggressiva come non mai. Se sopportate poco quei miagolii biascicanti degli ultimi dieci-quindici anni, questo materiale è quello che fa per voi.

Questo è l’indirizzo e buon divertimento:

http://www.wolfgangsvault.com/bob-dylan-and-the-band/concerts/boston-garden-january-14-1974.html

Che efficienza….

27 Marzo 2012 Nessun commento

Grazie ai tecnici di Tiscali.

Ieri “Music On The Rock” è crollato, inspiegabilmente. Ho inviato una segnalazione all’Assistenza Blog alle 18, più o meno. Stamattina presto il blog era tornato on-line anche se mancante di qualche funzionalità. Ora sono le 10.40 ed ho appena fatto un nuovo controllo.

Questo post è la prova che tutto è tornato perfettamente in ordine.

Poi dicono Google e Facebook…….

Grazie ancora

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Why?

24 Marzo 2012 1 commento

Cosa rara: famiglia riunita al gran completo davanti al televisore. Orario strano: le 10 della domenica mattina. Livelli di attenzione variabili: D gioca con l’Ipad (mio), E guarda i suoi cavalli, A gioca con le sue macchinine, la mia Dolce Metà tutta presa dal finale di un libro di Fred Vargas.
Improvvisamente l’attenzione di tutti si catalizza su di un film pescato su Sky. “Mia Moglie Per Finta”, commediola nel complesso divertente con Adam Sandler (il nuovo simpatico americano) e Jennifer Aniston, la nuova Meg Ryan, colei che continua a recitare sempre la stessa parte, quella di “Friends”.

La trama molto semplice: un chirurgo plastico donnaiolo utilizza una finta fede al dito tramite la quale, con ogni sua nuova fiamma ne delude le aspirazioni parlandole di moglie e  figli. Tutto ciò funziona finchè si sbaglia e dimentica l’anello. Non sapendo che pesci prendere dichiara alla sua nuova ragazza che comunque sta svolgendo le pratiche di divorzio. A questo punto la ragazza non solo vuole comunque sposarlo, ma gli chiede di conoscere l’ex ed i figli. E allora il dottore non trova di meglio che organizzare un viaggio in un magnifico resort alle Hawaii e convince la sua segretaria (la Aniston), a sua volta separata e con due figli, a partecipare al viaggio facendosi passare per l’ex moglie.

Tutto sembra andare per il meglio finchè il gruppo non incontra una compagna di scuola della segretaria, interpretata da una stratirata Nicole Kidman, con la caratteristica di essere ultracompetitva e non voler mai accettare una sconfitta. La Kidman le presenta il marito, nientedimeno che l’inventore (giuro!) dell’Ipod, che però durante il film viene utilizzato per telefonare: o un clamoroso errore di doppiaggio o problemi di pubblicità.

A questo punto la Aniston è obbligata a presentare il chirugo come suo vero marito, e da qui in poi si dipana una vicenda fatta di colpetti di scena e trovatine da commedia dell’arte che si concluderà con l’inevitabile lieto fine.

Sembrerebbe tutto normale. Perchè, dunque, ne scrivo?

Semplice: il marito della Kidman è interpretato da Dave Matthews. Si, proprio lui, il leader della DMB. Il mio ARTISTA preferito, insieme a svariati altri, però lui per me è un faro. Per vederlo dal vivo sono volato a Londra nel 2007, comprando in dieci minuti il biglietto dell’aereo e del concerto da due computer diversi per tenere d’occhio fosse mai saltata una delle due prenotazioni. E con quattro mesi di anticipo!

Ebbene si, non voglio esagerare, ma ha letteralmente illuminato il periodo peggiore della mia vita, nell’ormai (fortunatamente) lontano 2004-2005.

Non sapevo neppure avesse partecipato a questa commediola. Due lunghe sequenze: nella prima, al momento delle presentazioni, se la cava abbastanza bene grazie ad una serie di espressioni eloquenti. Dice un paio di battute. Tutto qui, è la Kidman e gli altri a farla da padroni.

Nella seconda, un lungo piano sequenza che si svolge durante una cena tra le due coppie, parte bene: ironicamente saluta la Kidman ogni volta che lo squillo dell’IPod (gasp!) l’obbliga ad allontanarsi. Poi succede il fattaccio. Le due coppie disputano uno spareggio per vincere una gara di ballo. Oggetto dello spareggio è far passare una noce di cocco stretta tra i bacini della coppia fino a raggiungere la bocca dei due, senza utilizzare le mani.

Alla coppia Kidman-Matthews, in evidente difficoltà (ansia da prestazione), cade per terra la noce di cocco. Non potendo recuperarla con le mani, cosa fa il mio Eroe? Si siede e recupera il cocco inserendolo lì. Ebbene si, proprio lì! Velo pietoso sul finale in cui la Kidman chiede il divorzio perchè ha scoperto, grazie alla noce, che il marito è gay.

Ora, carissimo Dave, ma era proprio necessario? Capisco tutto, il cinema, la Aniston, interpretare il marito della Kidman, che uno poi in realtà può fare quello che vuole e, sempre che voglia, fare anche il ca….ne come preferisce, però….che delusione!

 

Imprevisti

16 Marzo 2012 8 commenti

48 anni ed una passione smodata per la Musica. In terza media il primo gruppo (molto molto prima della prima ragazza). Da quello almeno altri cinque gruppi. Poi una lunga fase di abbandono dell’attività (quando devi lavorà, lavora lavora lavora lavora), infine dal 2005, clamorosamente, un nuovo gruppo, serio, con tanto di prove settimanali e qualche sporadico concerto (Beastie Beat, per chi mi leggiucchia, non dovrebbe essere un nome sconosciuto). E allora via a ricomprare tutta l’attrezzatura. I miei bassi Rickenbacker e Hofner, i miei ampli Fender e Boheringer, i miei effettoni, il microfono.

Preso dall’entusiasmo mi sono rinnovato anche il parco chitarre: Takamine acustica ed ancora Rick elettrica. Poi ho esagerato ed ho comprato anche una batteria elettronica Alesis. La scusa era che D, il primogenito, studiava batteria. Poi lui ha smesso ed io ho preso a martellare sui tamburi.

Credo di non aver finito ancora. Penso manchi ancora una discreta tastiera e qualche altra diavoleria elettronica. Forse anche un basso acustico, magari fretless.

A parte ciò, in tanti anni di “carriera” tra palchi putridi di cinemini di ottava visione (il mitico Harlem di Labaro dove avevamo le chiavi ed andavamo a provare nel pomeriggio, smettendo di suonare man mano che entravano gli spettatori della proiezione delle otto, che così con un solo biglietto avevano concerto e film – un freddo!) e feste di classe o d’Istituto (mitici concerti per gemellaggio con scuola francese, dove il band leader – e non ero io – faceva la cresta sui soldi per organizzarlo), teatri di oratorio e roba più seria (un concerto al Teatro Cassia parecchi anni fa e la partecipazione all’ultima “Notte Bianca” di Roma pre-avvento di Alemanno) mi sarò esibito almeno una cinquantina di volte.

Trattandosi, a parte la “Notte Bianca”, sempre di concerti di stampo dilettantesco, mi ritengo una vera e propria autorità nel campo della Legge di Murphy applicata all’attività musicale.

Intendiamoci, i ragazzi di oggi hanno ben altri materiali rispetto a quelli che usavamo noi negli ottanta. Intanto la batteria non l’aveva neppure il batterista. C’era un batterista fortunato (e ricco) e non era mai il tuo, e tre-quattro gruppi più sfigati che gliela chiedevano in prestito. Le chitarre elettriche avevano marche tipo “Clarissa” o, in alcuni casi, non avevano proprio marca. Anche per gli amplificatori era tutto un presta-presta. Grandioso il caso di un mio amico (sempre lo stesso band-leader sopra descritto) che, presa in prestito una Hofner rosso fuoco da un “amico” imprecisato, la verniciò di giallo-taxi e non gliela rese mai più.

Io stesso comprai una Clarissa modello Gibson Diavoletto di cui non sono mai riuscito ad ascoltare il mi cantino da qualsivoglia amplificatore, per la cifra impressionante di 150 mila lire! Oggi con cifre abbastanza contenute puoi permetterti Ibanez, Fender ed ottime batterie. Il Made in China non è più sinonimo di prodotti scadenti. Fender fabbrica i suoi ampli da quelle parti.

Però quello che vado a pubblicare è un piccolo vademecum per tentare di non incorrere in problemi “spicci” durante un concerto.

Innanzitutto preparare una lista almeno la sera prima. Concentrarsi bene e cercare di non dimenticare nulla. Ad esempio la mitica “presa Siemens” che su palchi di terz’ordine (ma anche di secondo) serve sempre. Ho visto facce costernate di tecnici seguite dalla classica frase: “Ma come, non ti sei portato una presa Siemens?”. Oppure uno “stand”, un trespolo appoggia-chitarra. Quando è il momento si poggia in almeno tre-quattro posti diversi e tutti poco indicati: può cadere, può perdere l’accordatura ed altro.

Poi, se possibile, sarebbe il caso di portarsi una chitarra di riserva. Una corda può saltare sempre. Si rischia una pessima figura a sostituirla al volo, per quanto rapidi si possa essere. Ed a questo subentra il proprio tecnico della chitarra (o del basso): roba da musicisti veri! Come si fa? Semplice. Si chiede ad un amico o un parente (io in genere utilizzo mio nipote nella doppia veste di tecnico personale ed operatore cameraman) di tenersi pronti per ogni evenienza. Deve balzare sul palco, prendere in consegna la chitarra con problemi, consegnarti la chitarra di riserva e, quatto quatto, provvedere a sostituire la corda. Oppure la batteria del compressore (altra tipica espressione della Legge di Murphy).

Sempre la sera, o nella giornata, precedente al concerto provare tutta l’attrezzatura. E se l’ampli dovesse fare le bizze? Meglio saperlo in anticipo.

Altri trucchetti per evitare problemi (ma questi penso li conoscano tutti) sono ad esempio, quello di avvolgere il cavo intorno alla cinta della chitarra prima di inserirlo nella presa dello strumento, allo scopo di evitare strappi improvvisi nel bel mezzo di un assolo dovuti alla classica pestata. Oppure quello di far ambientare lo strumento al luogo dove si svolgerà il concerto. Una prima accordata appena si arriva, lasciarlo una mezzoretta così, e poi riaccordarlo, tirando anche un pò le corde. Si narra che l’accordatura abbia una  maggior stabilità. Altro grande classico è piazzare i plettri dovunque. In commercio si vendono degli appositi “dispenser” agganciabili ovunque. 

Per quelli come me, particolarmente attenti a quello che devono suonare, consiglio anche una mezz’ora di concentrazione prima di uscire di casa, magari con un lettore mp3 nel quale sono contenuti i brani del concerto di modo da ripassarli. In qualche caso, grazie alla cuffia, si possono scoprire anche cose interessanti da riprodurre live.

E, siccome se un certo passaggio non ce l’hai in mente, non ti viene spontaneamente solo perchè stai suonando dal vivo, non costituisce onta lo scriversi (magari grosso e con il pennarellone) quei 3-4 accordi che non ci entranto in testa, di modo da poterli sbirciare al momento giusto.

Chiedo al mio amico Charlie White se è d’accordo o, magari, se ha qualche punto da aggiungere…..

 

 

 

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Spreaker? Buuuuuuuu

13 Marzo 2012 7 commenti

Ragazzi, da qualche minuto ho cancellato il lettore di Spreaker tramite il quale era possibile ascoltare i miei “podcast” notturni sul rock degli anni sessanta, sulla psichedelia, sul progressive, sulla musica italiana e sulla musica live.

Oggi sono a casa in malattia ed ho potuto dare un’occhiata al forum della piattaforma che permette a chiunque abbia sempre sognato uno spazio radiofonico di provare per qualche minuto al giorno l’ebbrezza della diretta (o, come nel mio caso, della “diretta-differita”), di vedere la scritta rossa “ON AIR” illuminarsi e rimanere accesa per trenta minuti.

Mi ero anche messo d’impegno. Cinque show, cinque sere a settimana, trenta minuti di trasmissione più una ventina per la scelta dei brani (mica li mettevo “a caso”), più i tempi tecnici di caricamento e pre-messa in onda. Più “NumeroZero” ogni tanto per le occasioni speciali, dal mio matrimonio al compleanno dei miei ragazzi oltre alla classifica dei migliori assolo di chitarra dei Beatles e le dimissioni di Berlusconi.

Inoltre, alle soglie della venticinquesima settimana di programmazione regolare, avevo messo in cantiere dei nuovi show per chiudere la stagione. Mi erano venute un paio di buone idee.

Potevo rimanere nella mia beata ignoranza (anche se rischiosa). Invece sono andato sul forum di Spreaker ed ho scoperto parecchie cose che non sapevo e che ora vi elenco brevemente:

1) Spreaker, nonostante indichi e metta a disposizione tutta la tecnologia necessaria per embeddare e condividere sia su un proprio sito, sia su un blog, sia sui Social Network, ora ci (mi) viene a dire che ciò non è possibile per mandare in onda musica coperta da copyright, anche se sei legittimamente proprietario del supporto (giuro che quando ho fatto l’iscrizione alla piattaforma funzionava proprio così);

2) sembra inoltre che dal 1° marzo non coprano più i diritti neanche limitandosi a trasmettere sulla piattaforma. C’era un accordo in tal senso con la SIAE fino al 29 febbraio e sembra non sia stato rinnovato;

3) per poter fare l’uno e l’altro in tutta tranquillità dovrei pagare alla SIAE e alla SCF un “contributo definito “delle radio amatoriali” di circa 1.000 euro.

Ma io non sono una radio. Una radio va in onda 24 ore al giorno (più o meno). Io trasmetto 2 ore e mezza-tre a settimana. Non sono neanche “amatoriale”.

Conseguenza immediata: ho subito cancellato il lettore da questo blog. Presto inserirò un semplice link, appena scopro come fare.

Conseguenza di più ampio respiro: chiudo “Music On The Rock Radio”. Sinceramente non voglio passare un guaio. Arrivo alla settimana 25, come già detto in trasmissione più volte, e buonanotte finchè non si chiarirà la situazione.

Per ora grazie ai 1.600 e più ascoltatori che mi hanno ascoltato.

 

P.S.

10 Marzo 2012 Nessun commento

A proposito, il disco di Bruce Springsteen in streaming poi, l’altra sera, l’ho ascoltato. Certo, si è trattato di un ascolto superficiale, abbastanza rapido e, ovviamente, solo un primo ascolto, senza possibilità di approfondire il tutto.

Perciò scrivo più che altro sensazioni che ho provato.

Partiamo dal solito presupposto: “Born To Run” e “The River” (o anche “Darkness…”) non tornano più. Non torna la verve, la carica, la voglia di stupire il mondo nè tantomeno la potenza di una macchina da guerra qual’era in quel tempo la E Street Band. E, ovviamente, non tornano nè la facilità di scrittura di “anthem” (le tre title-track sopra indicate ne erano un chiarissimo esempio) nè, mi sembra, la voglia di far festa di quei tempi.

E’ vero, c’è poco da far festa. La crisi economica massacra, come da noi, le classi meno abbienti. Il Boss canta (ed ha cantato) di questo, con forza ed emozione. Alcuni titoli sembrano emblematici del suo impegno politico al fianco di Obama, come ad esempio “We Take Care  Of Our Own”, “Land Of Hope And Dreams” e “We Are Alive”.

Il suono è diverso. Sembra stavolta una via di mezzo tra il folk acustico delle “Seeger’s Sessions” ed i suoni più “elettronici” degli ultimi album.  Sembrano prevalere i tempi non troppo veloci. Qualche volta si ascoltano delle sinistre percussioni elettroniche. “Jack Of All Trades” è una ballata condotta da un arpeggio di pianoforte. “Death of My Hometown” sembra proprio uscita da “We Shall Overcome” e riesce abbastanza trascinante. Echi d’Irlanda. “Wrecking Ball” è un brano alla Springsteen che in trance sogna Dylan. Non mi piace invece ”Rocky Ground”. Forse il Boss aveva in mente “Streets of Philadelphia”, ma il risultato è decisamente fiacco.

La già citata “Land…” è invece una bella ballata, con la chitarra acustica in primo piano ed il piano di Roy Bittan (spero sia lui, perchè non ho informazioni migliori) a colorare il tutto. Poi man mano, come in “The River”, il brano prende corpo con il resto del gruppo. Credo che il sax sia l’ultima cosa fatta da Big Man Clarence Clemons. Secondo me il brano migliore dell’album.

Il finale è per “We Are Alive”. Molto molto folk. Sembra il Boss che incontra Mumford & Sons.

News 5 – Marzo 2012

Record Store Day

Il “Record Store Day” è la giornata del piccolo negozio di dischi, manifestazione a supporto di chi combatte giorno per giorno per passione (perlopiù) contro lo strapotere delle grandi catene cannibali o anche della vendita on-line. Ve ne ho già parlato tempo fa. I  mitici Beastie Beat hanno rappresentato l’evento romano un paio d’anni fa.

Quest’anno la data prevista è il 21 aprile. E gli organizzatori hanno fatto le cose in grande con tanto di app gratuita, sia per IOS che per Android, con l’elenco mondiale dei negozi coinvolti e degli eventi e delle inizative in programma.

 

Il Boss in streaming e l’omaggio di Elvis Costello

Il 6 marzo arriva nei negozi il nuovo album di Bruce Springsteen “Wrecking Ball” (senza la E Street Band). Grande iniziativa del Boss che per non far rischiare soldi a nessuno mette l’intero album in streaming sul suo sito fino a tutto il giorno 6 compreso. Questo l’indirizzo per chi ne fosse interessato

http://brucespringsteen.net/#post-2653

Fino a questo momento (sono quasi le 20 del 5 marzo) i brani dell’album hanno avuto circa 500 mila contatti. Un pochino scarsi i “Like”: più o meno 1.300. Prima della fine del post vi aggiorno.

Sempre a proposito del Boss, il folletto inglese ha partecipato per due sere al “Late Night With Jim Fallon”, popolare talk show americano (se la batte con Letterman), esibendosi in due cover: “Brilliant Disguise” da “Tunnel of Love, e “Fire”. Per chi, come me, fosse patito di entrambi, questo è l’indirizzo imperdibile:

http://www.pastemagazine.com/articles/2012/03/watch-elvis-costello-and-the-roots-cover-springste.html

 

Nuove uscite

Grosse novità: sta arrivando il nuovo album di Norah Jones. Uscita prevista il 1° maggio. Titolo (previsto): “Little Broken Hearts”. Intanto è disponibile il primo singolo dal titolo “Happy Pills”. Nel disco coinvolti anche Jack White (ex White Stripes) ed i Black Keys.

Arriva anche il nuovo singolo degli Arctic Monkeys: “R U Mine”, postata da qualche giorno, e senza ulteriori informazioni, sulla loro pagina YouTube. In questo momento la band è lanciata in un nuovo tour in Nord America con The Black Keys.

In arrivo invece il 26 marzo il nuovo album dei Belle & Sebastian dal titolo “Late Night Tales vol 2″. Il Gruppo dichiara che l’album, sostanzialmente una raccolta di cover, includerà “canzoni dal pop anni ’60…. con una selezione di groovy jazz, folk femminile, prog-rock e post-punk….”

 

I dischi di John Peel

Attenzione, notiziona eccezionale: sapete tutti chi è John Peel. No? Rimedio subito: è il più grande speaker radiofonico della BBC, scomparso nel 2004. Ha incontrato, nelle famose “John Peel’s Sessions” praticamente tutti i grandi e meno grandi del Rock, e non solo. La maggior parte delle “BBC Sessions” prodotte dal Broadcast britannico (ci sono tutti, dai Beatles agli Who, ai Kinks a gruppi più recenti come XTC, Jam, Squeeze, Undertones e Smiths, ma anche materiale underground come Joy Division, Cure, Nirvana, Siouxie) provengono dai suoi programmi. Per molti artisti passare per un suo programma rappresentava un vero e proprio punto di svolta.

La BBC sta provvedendo a digitalizzare gli oltre 25.000 album in vinile costituenti la stupefacente collezione di John Peel, di modo da renderli fruibili in streaming da tutti collegandosi al sito “The Space”. Data lancio prevista: maggio 2012.

 

PS: Tutte queste news sono state tratte da “Paste.com” (www.pastemagazine.com). Grazie

PPS: circa Springsteen, al momento di pubblicare il post (è l’una del 6 marzo, minuto più, minuto meno) gli ascolti complessivi sono più di 600 mila, mentre i “likes” sono circa 1.400. Brutto segno?

 

Dispiace

1 Marzo 2012 3 commenti

Una brutta notizia appena messa on-line da tutti i quotidiani: è morto Lucio Dalla. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 69 anni, il famoso 4 marzo della canzone. Attivissimo, si trovava in Svizzera, a Montreaux, per una serie di concerti.

Dispiace, fa parte di quel gruppo di Artisti che ha caratterizzato la mia infanzia ed adolescenza. Ha attraversato i generi, dal beat alla sperimentazione alla canzone d’Autore. Tante belle canzoni d’Autore.

Ciao Lucio

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