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Archivio Aprile 2012

Il Concerto del Mese – Genesis (1981)

26 Aprile 2012 3 commenti

“Walgang’s Vault” lesina sui Genesis. Ho più bootleg io. Però qualcosa c’è.

Tanto per cominciare il concerto delllo Shine Auditorium di Los Angeles del gennaio 1975. Per forza, lo organizzò Bill Graham in persona. E’ l’unica traccia del periodo “Gabriel”. E’ il tour di “The Lamb” ed è completo anche dei bis finali (“Musical Box” e “Watcher…”). Inoltre, particolare non da poco, è la versione “soundboard” (cioè dal banco del mixer) senza le sovraincisioni effettuate per la successiva pubblicazione sul primo volume degli “Archives” dei Genesis. In quell’occasione Peter Gabriel per autorizzare la pubblicazione chiese di poter re-incidere alcune (parecchie) parti vocali, creando quello che Mario Giommetti ha definito “un certo effetto Sledgehammer” (in “Genesis – il fiume del costante cambiamento”). A quel punto Steve Hackett disse “L’ha fatto lui, lo faccio anch’io”, e via ad overdubbare sulla chitarra. Sono sempre gli “ex” stretti che creano problemi, un po’ in tutti i campi.

Poi ci sono degli estratti dai tour del 1976 (8 brani) e del 1978 (9 brani). Quasi integrali invece i concerti dei tre tour successivi (1981, 1983 e 1986). Addirittura del tour 1986 si possono ascoltare tutte e tre le serate del Forum di Los Angeles (14, 15 e 16 ottobre 1986).

Mi soffermo in particolare sul concerto del 1981. La sera del 29 novembre 1981 i Genesis si esibiscono al Nassau Coliseum di New York. Veramente dire “New York” è una forzatura: parliamo di 31 km dal centro su Long Island. In realtà è un’altra città (Hempstead), ma non fa niente. Pubblico sui 18.000.

In realtà il concerto in qualche modo è già abbastanza conosciuto. La stessa serata è stata utilizzata per due tracce di “Three Sides Live”, l’album tratto proprio da quel tour e a cui, in una successiva rimasterizzazione, sono state aggiunte alcune tracce (la quarta “side live”) dai tour precedenti. I Genesis hanno sempre avuto una particolarità nei loro tour: una volta impostati scaletta ed arrangiamenti non uscivano mai dal seminato per tutto il tour. Perciò la versione di Abacab su “Wolfgang” e sull’album sono perfettamente identiche, anche se incise una a NY e l’altra a Birmingham.

Quindi tutto già sentito? No, direi proprio di no.

Premessa. I fan dei Genesis si distinguono in due gruppi: quelli dell’”era Gabriel” e quelli del “dopo Gabriel”. Per me i Genesis sono i Genesis e basta. Certo, amo spassionatamente i dischi da “From Genesis To Revelation” a “The Lamb..”, ma gli altri li trovo belli lo stesso (tranne, forse, “Calling All Stations” e qualche canzone sparsa qua e la, tipo “Who Dunnit”). Li trovo splendidi esempi di pop di gran lusso. Ben scritto e suonato ancora meglio.

Probabilmente se l’uscita di Peter Gabriel aveva mantenuto il gruppo con la barra del timone ben puntata sulla rotta “Progressive” (“Trick…” e “Wind…” lo dimostrano ampiamente), l’uscita di Steve Hackett qualche anno dopo ha creato dei veri e propri problemi. Se l’uscita del cantante alla fine era stata risolta con la famosa frase di Phil Collins: “Ok, lo faccio, però non ne voglio sapere nulla di tutti quei costumi”, l’uscita del chitarrista obbliga i Genesis a rivedere completamente il sound. La chitarra non può essere più strumento centrale. Rutherford, che si fa carico delle parti chitarristiche, è un buon chitarrista, ma non ha nulla a che vedere con Hackett. La chitarra perciò non è più un solistico contraltare alle tastiere, ma diventa un elemento di coloritura. Bello ma secondario. Non si registrano praticamente più assoli degni di questo nome.

Questo spiega un primo mistero: come mai Phil Collins aveva scelto come side-drummer Chester Thompson (per non parlare di Bill Bruford), dal solido stile molto simile al suo, mentre per completare la line-up viene scelto un chitarrista abbastanza anonimo come Deryl Stuermer? Semplice, non serviva nulla di meglio. Ed il nostro massacra letteralmente l’assolo di “Firth of Fifth” facendone una cosa sua, fino a recuperare ripetendo la seconda parte dell’assolo così come scritta da Hackett. Probabilmente per questo il brano non viene fatto rientrare nella scaletta di “Three Sides Live”.

Il secondo mistero risolto, per me, è il cambio definitivo di rotta. Da “..and Then There Were Three” i Genesis si orientano verso una forma-canzone più classica strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ecc., tranne qualche corposa eccezione, molto più POP, ed anche le classifiche cominciano a dargli ragione. I dischi cominciano ad andare in testa con facilità, sia gli LP che i singoli. Pur mantenendo alcune peculiarità: innanzitutto la loro grande tecnica associata ad un gusto estetico di gran livello permettono di infarcire i brani di piccoli e grandi tocchi che li riportano spesso ai fasti del loro nome.

Il concerto si apre con la suite che apriva “Duke”: “Behind The Lines”, con uno degli inizi migliori dei Genesis, una specie di “Watcher..” moderno, e “Duchess”. Segue “Dodo/Lurker”, altra mini suite. Agganciata a queste parte “Abacab”, il singolo del momento. Diversa dall’originale grazie ad un inserto strumentale molto lungo. A questo punto, dopo questa abbuffata di musica, arrivano due brani più brevi: “Me And Sarah Jane” da “Abacab” ed un altro singolo da “Duke”: “Misunderstanding”, brano un tantino monotono.

Sempre rispetto al disco la scaletta del concerto su “Wolfgang” presenta una serie di chicche imperdibili. La prima è “No Reply At All”, tentativo di brano alla Earth, Wind & Fire, incisa su Abacab proprio con la loro sezione di fiati. La versione live è invece senza fiati, con il basso in evidenza e tastiere e chitarra a sopperire. Segue l’altra assente già vista “Firth of Fifth” e “Man in the Corner”. Ancora a caccia di ricordi con “In The Cage”, dove Collins è indistinguibile da Peter Gabriel, che sfocia nella parte strumentale di “Cinema Show” e “The Colony of Slippermen” nel tripudio generale, per poi concludersi in “Afterglow”, grande brano con grandissimo finale.

Finale classico con “Dance On A Volcano”, il Drum Duel tra Collins e Thompson e la minisuite finale di “Los Endos”. Bellissimo.

Manca abbastanza inspiegabilmente, “Turn It On Again”.

 Per le vostre orecchie, questo è il link al concerto

http://www.wolfgangsvault.com/genesis/concerts/nassau-coliseum-november-29-1981.html

Buon ascolto e buon divertimento a tutti.

Levon Helm (1940 – 2012)

24 Aprile 2012 Commenti chiusi

 

 

 

 

 

I pulled in to Nazareth, I was feeling about half past dead.

I just need some place where I can lay my head.

“Hey Mister, can you tell me where a man might find a bed”

He just grinned, shook my hand, “No” was all he said.

 

I pick up my bag. I went looking for a place to hide

When I saw Carmen and the devil walking side by side

I said “Hey, Carmen, come on. Let’s go downtown”

She said “I got to go, but my friend can stick around”

                                                                (The Weight)

 

Discografia consigliata:

con The Band:

1968 – Music From Big Pink

1969 – The Band

1970 – Stage Fright

1974 – Before the Flood

1975 – Northern Lights, Southern Cross

1978 – The Last Waltz (anche, e soprattutto, il film di Martin Scorsese)

 

Solista:

2007 – Dirt Farmer

2009 – Electric Dirt

2011 – Ramble at the Ryman

 

 

 

 

 

Bye

 

Categorie:Musica, Rock Tag: ,

Concept! – pt. 3

21 Aprile 2012 2 commenti

Metà degli  anni Novanta. Arrivano le tanto agognate ferie. Società di consulenza piena di “High-Flyiers” (tranne il sottoscritto e pochi altri, dalle pretese molto più tranquille). Ferie, un classico: Stati Uniti. Bene, lo fanno tutti ed in più ho una paura molto molto consistente dell’aereo. Allora m’indirizzo per destinazioni meno lontane. Scelta unica per un patito del Rock Inglese di tutti i tempi: Londra.

Si aggregano un paio di colleghi e si parte sul finire di agosto. Città spettacolare. Come già vi ho raccontato in un altro post (“London in my heart” – febbraio 2011), la città mi entra nel cuore.

Passeggiando tra Piccadilly, Leicester Square e Soho si arriva a Shaftesbury Avenue, una delle principali “vie dei teatri” della città. Non sono un patito del Musical, ma una locandina mi colpisce, probabilmente già sbarcando all’aeroporto: “Tommy” degli Who, dal vivo allo Shaftesbury Theatre. Percorrendo la strada, un serpentone che parte da Piccadilly, si potevano incrociare i vari Lloyd Webber (c’erano tutti, da “Evita” a “Cats”, dal “Fantasma dell’Opera” a “Starlight Express”) ai vari Disney e ad una versione musicale de “I Miserabili” di Victor Hugo. Finalmente, più a nord, compare lo “Shaftesbury” sul quale campeggia la scritta “Tommy” in lettere cubitali quasi stilizzate nere su campo giallo. Mi avvicino e leggo: “opera arrangiata da Pete Townshend e George Martin”. Basta, non mi serviva altro: sono entrato nonostante i colleghi recalcitranti ed alla fine sono riuscito a convincerne uno solo. Biglietti dal costo esorbitante per la platea. Costo esorbitante per la prima galleria. Fortunatamente c’era la seconda galleria, fortunatamente prezzi abbordabili per la parte “alta”.

Così il giovedì sera puntuali ci siamo presentati a teatro, abbiamo imboccato la scala ripida che portava in cima alla galleria per trovare i nostri posti occupati da altri due italiani (almeno la litigata è stata facile). Intervento della maschera e risoluzione del problema: purtroppo per loro, avevano acquistato i biglietti da un botteghino per strada probabilmente in contemporanea con i nostri, ma trenta (30) secondi dopo di noi. Quindi loro sulle scale e noi seduti!

Finalmente mi siedo e, nonostante l’altezza, scopro che il palco è perfettamente visibile in ogni suo spazio, perciò spettacolo visivamente godibile. Speriamo nel suono. Puntuale al secondo l’inizio. Si apre il sipario è parte l’intro di “Tommy”, suonata esattamente come il disco e per qualche secondo s’intravede la band piazzata nel soppalco mentre salgono le luci in scena.

E che suono! Scintillante. Favoloso. Si sente tutto, ogni minima sfumatura (vedi post precedente sul concerto di Bersani). Pian piano si riconosce la scena: le rovine di una Londra appena bombardata. Un uomo arriva alla porta di una casa e bussa. Una donna apre e l’uomo le consegna qualcosa da mangiare: sardine, pane e mezzo litro di latte.

Ora, per me “Tommy” è stato sempre sinonimo di “angoscia”, come “The Wall”. Tutta colpa del film di Ken Russel. Per carità, bellissimo film e lo rivedrei tuttora con entusiasmo. Però lo vidi per la prima volta a undici anni, più o meno. Quei colori forti, le tematiche “torride” ed il finale decisamente cruento mi lasciarono quel senso di disagio che continuavo a portarmi dentro.

Ebbene, lo spettacolo visto a teatro è stato una rivelazione e mi ha riconciliato con l’Opera, con il film e con tutto il resto. Perchè? Semplice. Il film di Ken Russel conteneva in sè la visionarietà del grande regista. E tante estremizzazioni. Ed era inoltre permeato dell’allora dirompente e corrosiva potenza del Rock come strumento di rottura di qualsiasi schema.

Il Musical recupera la trama originaria (è il padre di Tommy, dato per morto ed invece tornato dalla guerra,  ad uccidere il nuovo compagno della moglie, e non viceversa) mantenendone però la collocazione temporale del film (fine 2^ Guerra Mondiale). Perchè? Semplice: in questo modo la maggior parte dell’Opera si svolge negli anni sessanta ed al centro del tutto viene posta la MUSICA! Il suono riprodotto dalla band dal vivo è assolutamente legato a quell’epoca come solo la mano di George Martin poteva provvedere. Così come sono assolutamente “Sixties” la scenografia ed i costumi.

Inoltre il Musical, a differenza del film, non gioca con le canzoni tagliando e cucendo qua e la. Nel film, rispetto al disco, cambia l’ordine delle canzoni, alcune s’allungano, altre s’accorciano, qualcuna subisce modifiche anche sensibili al testo. Ok, esigenze cinematografiche. La versione teatrale mantiene praticamente inalterata la scaletta ed il libretto con una grandissima eccezione: Pete Townshend scrive per l’occasione un nuovo brano, “I Believe My Own Eyes” (vi prego, cercatela su YouTube!), bellissima ed accorata ballata cantata dal padre e dalla madre di Tommy all’inizio del secondo atto, quando appare chiaro che nessuna cura potrà ridargli indietro la mente del figlio.

La trama perde tutta la parte cruenta finale, da quando la famiglia decide di fare i soldi sfruttando l’improvvisa notorietà di Tommy, via via fino all’apertura degli “Holidays Camp” ed alla distruzione ed alla morte finale dei protagonisti da cui si salva solo Tommy con la sua redenzione. Nel musical è lo stesso Tommy che spiega a quanti si rivolgono a lui nella speranza di vivere le sue stesse esperienze, di quanto sia invece fondamentale mantenere la propria individualità. Il tutto in un tripudio di telecamere accese sul palco (quelle da ”tv dei pionieri”, con triplo oculare che ruota) che ritrasmettono su televisori e monitor montati sulla scena immagini rigorosamente bianco&nero del volto del protagonista.

E alla fine non muore nessuno. I neo-adepti se ne vanno delusi e la famiglia, richiamata piano piano da  Tommy e stretta in un abbraccio via via sempre più grande e forte (su “See Me, Feel Me”), può di nuovo riunirsi e riprendere la sua vita lontana dalle luci della celebrità e dalla spersonalizzazione mediatica ma senz’altro più vera (“Listening To You”). Finalone ”tutti in scena”, ringraziamenti e saluti.

Sipario chiuso. Luci in sala. ”Tommy” nei miei occhi per sempre.

PS: “Tommy” in musical lo rividi a Roma al Sistina due o tre anni dopo quella sera. Non è per essere esterofilo a tutti i costi, ma quello di Londra era un’altra cosa: mancava di spettacolarità ed alcuni cantanti utilizzavano un inglese con forte accento romano. Inoltre l’ambientazione era più “Happy Days” che “Mood”.

News 6 – Aprile 2012

13 Aprile 2012 Commenti chiusi

Brevi aggiornamenti musicali dal mondo….

Piccoli Beatles Crescono

Notizia pubblicata da “PasteMagazine.com”: in un’intervista rilasciata al reporter della BBC Ian Youngs, James McCartney, figlio di Sir Paul, ha dichiarato che potrebbe formare una band con i figli degli altri tre Beatle  Jason Starkey (Ringo), Dhani Harrison (George) e Sean Lennon (John). Il progetto potrebbe rivelarsi interessante, soprattutto considerato che nessuno dei quattro ha mai “imitato” il genitore e che, grosso modo, i loro ultimi lavori, almeno quelli di Sean (“The Ghost Of A Saber Tooth Tiger”, molto delicato ed acustico) e Dhani (il trio acustico con Ben Harper e Joseph Arthur dal nome “Fistful of Mercy”) risultano molto buoni. “Per noi dovrebbe essere come suonare in famiglia” avrebbe aggiunto il piccolo Macca.

Nuovi Album

Prossimi mesi molto interessanti. Dopo cinque anni torna a pubblicare Patty Smith. “Banga” il titolo del nuovo album. Era invece dal 2007 che i fan del gruppo aspettavano il nuovo album degli Smashing Pumpkins. Uscirà il 18 giugno e si intitolerà “Oceania”. Sempre a giugno uscirà il da me tanto atteso nuovo album di The Tallest Man On Earth, al secolo Kristian Matsson. Per chi volesse prepararsi all’evento di questo cantautore “chitarra&voce” ma tanto feeling, prego procurarsi “The Wild Hunt”, già recensito qualche tempo fa su questo blog (vedi “There’s a Light…” – maggio 2010). Per finire esce il 23 aprile il nuovo album di Jack White, ex-White Stripes, da molti considerato il Futuro del Rock (invitato ed omaggiato anche dagli Stones in “Shine A Light”). Titolo: “Blunderbuss”.

Green Day: Trilogia?!?!

Sempre per la categoria “Nuove Uscite”, ma lo tengo a parte, i Green Day annunciano l’uscita non di uno, non di due nuovi dischi, ma addirittura di tre nuovi dischi. Hanno molto materiale a disposizione e trovano giusto pubblicarlo tutto. A questo punto si sono seduti intorno ad un tavolo ed hanno ragionato per ore per trovare il nome giusto dell’opera. Forse hanno interpellato qualche Guru del marketing. Alla fine, dopo nottate insonni, hanno deciso per nomi assolutamente fantasiosi:”!Uno”, “!Dos” e “!Tre”. Il tutto a partire da settembre 2012 con cadenza bimestrale.

Jim Marshall: 1923 – 2012

Per finire un ricordo, tra l’altro sollecitato da un amico. Qualche giorno fa è scomparso Jim Marshall, l’inventore dell’amplificazione rock così come da noi conosciuta oggi. Tra i suoi primi ”supporter” Jimi Handrix, Pete Townshend e Jimmy Page, i cui continui feedback con l’allora giovane Jim hanno contribuito a rendere i Marshall cassa armonica della storia del Rock. R.I.P.

Non è vero!

7 Aprile 2012 1 commento

La mia Dolce Metà sostiene che le sue “dritte” musicali non vengono da me recepite. Anzi, addirittura scansate con un che di snob. Non è vero. Allevi me l’ha fatto scoprire lei, e non è il solo. Ludovico Einaudi, altro esempio.

Ultimo caso di consiglio da parte sua riguarda un gruppo canadese, da lei conosciuto attraverso i video virali su Repubblica. Loro sono i Walk Off The Earth, e hanno raggiunto la notorietà recentemente attraverso una cover di un brano di un artista da me altrattanto sconosciuto, il belga-australiano Gotye, dal titolo “Somebody That I Used To Know”, melodrammatico pezzo sulle delusioni amorose.

Attenzione: il brano, nella sua versione originale,  ha scalato le classifiche di mezzo mondo. Uscito a luglio 2011, ha raggiunto la prima posizione in undici paesi tra i quali Gran Bretagna, Italia, Australia, Nuova Zelanda, Belgio e Olanda, la seconda in Francia e la terza negli Stati Uniti. E’ diventato disco d’oro e di platino in otto paesi, fra cui Stati Uniti (oltre un milione di copie vendute), Australia (oltre seicento mila) e Germania (oltre trecento mila). Considerato che è entrato in classifica dal Canada alla Norvegia, dal SudAfrica alla Finlandia, dall’Irlanda alla Nuova Zelanda, direi che il nostro misconosciuto artista ha piazzato un successo planetario.

Devo dire che la canzone, da me assolutamente sconosciuta fino a una settimana fa, è decisamente molto bella. Parte con un ritmo molto suadente su di una base elettronica, con la linea melodica quasi parlata, per poi aprirsi in un ritornello cantato un pò alla Sting e dalla melodia decisamente “killer”. E’ un brano di una semplicità disarmante, ma anche per questo grandissimo.

Ma come ha fatto ad entrare nelle classifiche, considerato che queste sono, soprattutto quelle dei singoli, dominate da brani dai ritmi prefabbricati e martellanti e che spesso non sono neanche firmati da veri e propri cantanti, ma da DJ? Mistero.

Ma torniamo ai nostri amici canadesi. Tempo fa su Repubblica viene pubblicato, tra i video “curiosi”, quello di cinque persone che eseguono un brano utilizzando una sola chitarra. Non lo degno di uno sguardo. Non per snobismo ma perchè fruisco di Repubblica soprattutto in ufficio e lì la Direzione ha deciso di disabilitare la visione di qualsivoglia video nascondendo “FlashPlayer” (più o meno). Quando arrivo a casa me ne dimentico.

Poi una settimana fa lo stesso gruppo di creativi produce un nuovo video dove suonano tutti strumenti di cartone. Arrivo a casa e la Mia Dolce Metà neanche mi fa cambiare e mi presenta in rapida successione entrambi i brani (ed ovviamente i video). Ed è stato un colpo di fulmine. Già il più recente, dal titolo “Small Box” è molto bello, ma la loro versione del successo di Gotye è semplicemente perfetta. In cinque intorno ad una sola chitarra, ognuno fa la sua parte, dal basso alla solista alla base ad una percussione suonata sulla cassa armonica. Le voci sono molto particolari, in particolare la voce maschile che esegue la strofa (Ryan Marshall?), molto blues e nera. Il video è stato visto 84 milioni di volte. Io per due-tre giorni non sono riuscito ad ascoltare altro.

Sempre su YouTube sono visionabili almeno una sessantina di loro video. Ad esempio c’è una versione spiritata di “From Me To You” dei Beatles dove ogni strumento viene suonato da due persone e dove il ritmo cambia continuamente, le voci si intersecano ed uno suona la tastiera con i piedi.

Hanno inciso due album: “Smooth Like A Stone On A Beach” del 2007 e “My Rock” del 2010. Sono riuscito a procurarmi una copia del primo e devo dire che si tratta di un disco che sfugge a qualsiasi definizione, caleidoscopicamente colorato. Bravi!

Bersani Live

5 Aprile 2012 Commenti chiusi

“Hai le mani sudate, come mai?”
“Sono emozionato!”
In sottofondo a questo scambio di battute con la mia Dolce Metà suonano le note di “Replay”. Certo, l’immagine non è granchè. Purtroppo sono fatto “strano”: sbadiglio quando sono preoccupato (immaginate l’attesa per gli esami universitari, con gli altri studenti che mi guardavano pensando fossi semplicemente annoiato), rido a crepapelle al solo minacciare di farmi il solletico (basta indirizzare  il dito verso di me, magari leggermente adunco), mi scappano le lacrime se ascolto un brano di De André o vedo un film con una complicata storia padre-figlio (figuratevi ascoltare Cristiano De André che cantava le canzoni del padre), mi si congelano le mani mentre guardo la Roma in tv, e mi sudano molto se una forte emozione mi porta le pulsazioni o la pressione oltre un certo livello.

Tutto questo per spiegare il mio stato la sera del 29 marzo all’Auditorium della Conciliazione. L’Evento: il concerto di Samuele Bersani. Biglietti acquistati due mesi prima, tanto ci tenevo.

Per me Samuele Bersani è il “cantautore perfetto”. Unisce scelte melodiche ed armoniche spesso molto originali (che pessime amplificazioni – o forse pessimi locali – non mettono nella dovuta evidenza, ma di questo ne parliamo alla fine) ad un uso della parola e del verso sfrenatamente scoppiettante. Per carità, non voglio fare confusione con Capossela, altro mio “MUST”. A Bersani manca la sua visionarietà. In ogni caso ogni suo brano è una piccola storia, in qualche caso un piccolo film d’essai, durante il quale i versi evocano immagini che emozionalmente possono colpire chiunque, tanto comune è il vissuto di cui canta, pur senza utilizzare mai luoghi comuni o rimette facili facili. Inoltre, a queste caratteristiche “tecniche”, si aggiunge anche una sua splendida capacità di essere antidivo e restare spesso, come si nota dalle interviste che rilascia, molto fedele a se stesso con umiltà, modestia ed autoironia.

Sette album in  vent’anni di carriera più due raccolte. Media album: uno quasi ogni tre anni. Perciò pubblica solo quando ha qualcosa da dire, il che normalmente è sinonimo di qualità.

Questo tour, chiamato “Psyco”, come la raccolta appena uscita ed il singolo inedito in essa contenuto, rappresentava per me l’occasione giusta per godermi uno show con tutti i suoi grandi successi.

E allora si parte alle 21.15 precise, costringendo quelli dell’ultima sigaretta ad ogni costo a precipitarsi in sala con ovvi inconvenienti per chi si era premurato di raggiungere il suo posto in orario. Il gruppo prende posto su delle piattaforme rialzate alle spalle della postazione centrale (basso, batteria e 2^ chitarra) mentre le tastiere e la chitarra principale si piazzano ai due lati del palco. Al centro una tastiera settata su “Pianoforte” (che Bersani utilizzerà solo per “Il Mostro”), il microfono ed un leggio.

Stranezza: il concerto non è preceduto dalla solita frase sul divieto di riprendere e fotografare.

Samuele entra in scena mentre sale una musica sospesa e scatta l’applauso, molto caloroso. Lui ringrazia (lo farà costantemente per tutto il concerto, anche per urletti singoli di fan sparpagliati per la sala) inchinandosi e parte l’introduzione di “Psyco”: un bel rock rotondo che racconta un disagio. Tra analisti sordomuti, logorroici e paranoici, si uniscono perdite di quota e pianti in acqua, di modo da non far notare le lacrime. Ed in mezzo agli altri è consigliabile sorridere. Poi finalmente arriva Lei, ed è un’alba in un buio cieco.

Un arpeggio di chitarra introduce “Cattiva”, canzone del 2003, che già sottolineava l’assurda deriva attuale, dove i peggiori casi di cronaca nera sono diventati show televisivi in prima serata. Il brano finisce e già dalle prime parole che Samuele scambia con il pubblico emerge la sua voglia di comunicare, con semplicità e tranquillità, come fosse una serata tra buoni amici. E allora per prima cosa si scusa perchè, essendo la prima serata del tour, forse la scaletta potrebbe non essere perfetta ed efficace come vorrebbe. Poi non può iniziare il concerto senza un ricordo, che non sarà l’unico, del suo maestro e mentore Lucio Dalla (altro applauso lungo e fragoroso). Ricorda il giorno in cui, dopo tanti “No” ricevuti da vari discografici, ricevette risposta positiva proprio da Dalla, dopo avergli fatto ascoltare, solo voce e pianoforte, “Il Mostro”. E così la fa riascoltare anche a noi.

Due canzoni da “L’Aldiquà” del 2006: “Sicuro Precariato”, sulle sensazioni di un insegnante nella scuola di oggi (e chi ha un fratello che si sbatte tutti i giorni su di una cattedra nell’indifferenza di studenti e genitori ne capisce bene il significato), con vaghe sonorità progressive sul finale, e “Occhiali Rotti” dedicata ad Enzo Baldoni e premiata nel 2007 con il “Premio Amnesty International” come miglior canzone sui Diritti Umani.

Samuele si ferma: “Arrangiare un brano è una delle parti più interessanti del lavoro di musicista. Certe canzoni che si asoltano alla radio oggi sono tutte arrangiamento. Quella che eseguo ora invece l’ho spogliata degli altri strumenti e ve la faccio ascoltare come forse avrei voluto inciderla”. Il brano è “Il Pescatore di Asterischi”. Pura magia.

“Ho fuori una raccolta, perciò dovrei fare il concerto sulle canzoni che ne fanno parte. E invece ora ne faccio una che non c’entra nulla. Certe canzoni le vai ad ascoltare qualche anno dopo e scopri di aver anticipato i tempi – come “Cattiva” – certe altre risultano datate. Ad esempio “Coppa UEFA”. La Coppa UEFA non esiste neanche più”.

Subito dopo “Una Delirante Poesia”, sempre da “L’Aldiquà”. Una ricerca di un qualcuno sempre attraverso bozzetti che richiamano immagini: “Prima di ripetere certe abitudini, togliamo ai gambi tutte le spine”, “in poche parole eccomi a sorprenderti, torni in qualità di vecchio scheletro”, “..è un racconto inedito da vivere prima di stenderlo come cemento sopra le righe, scritto sulle pagine da capo a margine, sarebbe inchiostro che non si imprime più”.

Tirata su Facebook (lo usa e gli da il contatto diretto con il pubblico) e Twitter (non lo usa, è come fare sfoggio della propria rubrica telefonica). Veloce pensiero ad un suo degno collega, forse uno dei pochi al suo livello: “Domani esce il suo nuovo album, compratelo, è veramente bello” e subito parte una delle sue canzoni più belle. “Le Mie Parole”, scritta a quattro mani con Pacifico (“le mie parole… sono mio padre e mia madre, un bacio a testa prima del sonno, un altro prima di partire”).

“16/9″ chiude la prima parte. A questo punto Samuele si rivolge alla platea e dice che loro farebbero una pausa, tra primo e secondo tempo. Ma se noi vogliamo vanno avanti senza problemi. Applausi scroscianti.

Così entra in scena un pianino e suona l’introduzione di “Un Pallone” precedendo con la richiesta di cantare con lui, altrimenti cosa c’è andato a fare a Sanremo (a proposito, Premio della Critica). Poi inizia il “Greatest Hits” che conduce verso il finale: “Spaccacuore” uno fa finta di non averla sentita mai cantare dalla Pausini, “Ferragosto” (composta con Cammariere), altro ricordo di Lucio Dalla (“abbiamo venduto un milione e trecento mila copie di questo brano”) con “Canzone”, “Senza Titoli” da “L’Oroscopo Speciale” (2000 – “le videoteche m’intristiscono, soprattutto le Blockbuster) e “Lo Scrutatore Non Votante”, sul generone dei chiacchieratori a vanvera da salotto televisivo.

A questo punto prende il leggio e scende tra il pubblico. Sale qualche gradinata. “Ci sono un paio di mie canzoni che, secondo me, vanno cantate da qua”. Poi si sitema il leggio e scopre un conoscente seduto vicino: “Ciao Alex, come stai? E tua figlia?”. E’ veramente una festa tra amici. E lui emoziona sempre di più. I due brani sono “Replay” e “Giudizi Universali”, cantati insieme al pubblico. Ancora magia.

Il finale è per “Crazy Boy”, su di un emigrato che si chiude in un museo e sogna di essere un Faraone, ed una versione hard-rock di “Chicco e Spillo”. Sul “Stai attento, frena, CIAO!” il saluto che conclude il concerto regolare.

Nessuno ci crede. Il gruppo rientra dopo pochi secondi. I bis comprendono “Freak”, dove Samuele sbaglia l’attacco della seconda strofa e a fine canzone, scusandosi con il pubblico, la ripete (“sinceramente mi da fastidio, è come quando su Facebook mi arrivano 99 commenti positivi ed uno negativo. E’ quello che ti resta dentro”).

Si finisce alla grande con una scatenata versione di “Coccodrilli”.

Veramente un bel concerto, purtroppo penalizzato non so se più dal luogo o dall’amplificazione. Forse da tutti e due. A parte la sua voce, sempre abbastanza in evidenza, anche se forse le parole non sono sempre risultate comprensibili, ad essere penalizzato è stato il suono della band. La musica di Samuele Bersani è fatta di elementi acustici che regalano sfumature imperdibili, oppure il suono più elettrico risulta sempre molto pulito e sfaccettato. Bene, si è ascoltato un concerto dove la band era accomunata in un pastone rimbombante dove la batteria risultava molto evidente mentre le due chitarre faticavano enormemente a venir fuori. La situazione migliorava leggermente quando il brano era più prettamente acustico (chitarre e/o pianoforte). Si andava migliorando, insomma, per sottrazione.

E questo è stato un vero peccato.

 

Why? – aggiornamento (sottotitolo: Ho Capito!)

5 Aprile 2012 Commenti chiusi

Scusate se ci ritorno (brevemente), ma qualche sera fa ho visto in tv “La Strana Coppia”, grandissimo film con Jack Lemmon e Walter Matthau del 1968 tratto dalla commedia di Neil Simon.

Guardando alcune espressioni di Jack Lemmon in quel vecchio bianco&nero ho notato una curiosa somiglianza. E allora mi si è improvvisamente fatta luce: ho cercato su Google Immagini ed ho potuto verificare che qualcuno ci aveva pensato già prima di me.

 

 

 

 

 

 

Questo spiega l’utilizzo del mio Genio in una commedia.

Ok Dave, continua così, ma dai una leggiucchiatina al copione prima, per favore.

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