Archivio

Archivio Maggio 2012

Il Concerto del Mese – Crosby, Stills, Nash & Young (1970)

30 Maggio 2012 Commenti chiusi

Questo mese su “Wolfgang’s Vault” sono andato a curiosare dalle parti della lettera “C”. Obiettivo un supergruppo degli anni Settanta leggermente atipico: Crosby, Stills, Nash & Young. Atipico perchè composto da quattro elementi molto particolari, dotati di sensibilità non comuni ed abbastanza lontani dagli stereotipi del rock da rappresentare un caso a sé. Nonostante ciò anche personalità molto forti (o forse troppo deboli in qualche caso), tanto da avere una storia comune decisamente tormentata. Inoltre quattro voci uniche, capaci di cesellare melodie in maniera ardita e prodigiosa.

Il quartetto incise un album, “Dejà Vu”, nel 1970. Poi partì per un lungo tour al termine del quale fu dato alle stampe un doppio album dal vivo che fece epoca: “Four Way Street”. Diviso in una parte acustica ed una elettrica, andò in testa alle classifiche americane e raggiunse il 5° posto in quelle inglesi, vincendo 4 dischi di platino.

L’album fu inciso prendendo il meglio dalle serate di New York, Chicago e Los Angeles, tra il mese di giugno e quello di luglio del 1970. Fu poi ri-editato nel 1992 in una versione CD che conteneva anche materiale non rilasciato precedentemente nell’album originario.

Il materiale fornito da “Wolfgang’s Vault” è favoloso: l’integrale di tre delle sei date del Fillmore East di New York (perciò si può dire che giocassero fuori casa). Esattamente quelle del 4, 5 e 6 giugno 1970.  Le particolarità? Seguitemi.

1) Il materiale dei tre concerti è inciso perfettamente. La resa sonora è da cd. Probabilmente si tratta di registrazioni effettuate direttamente dal banco mixer. Sicuramente sono materiali raccolti per il progetto “Four Way Street”. Lo scintillio delle chitarre acustiche e la purezza delle voci permettono di godere appieno di ogni singolo secondo di ascolto: una vera gioia.

2) Rispetto alla “levigatura” dell’album si vive ancor più realmente l’atmosfera di quei concerti. Non tanto per la risposta del pubblico, praticamente identica ed entusiasta, ma soprattutto, sembra strano a dirsi, per i tempi morti. Tra la fine di un brano e l’inizio del successivo passano anche due-tre minuti. A quei tempi non era mica facile come oggi: per accordare una chitarra (o un basso) hai una scatoletta piazzata tra il jack in uscita dallo strumento e quello in entrata nell’ampli. Tramite questa, anche al buio essendo dotata normalmente di led luminosi, puoi accordare in cinque-dieci secondi alla perfezione. E senza ascoltare un solo suono. Semplicemente guardando i led. A quel tempo il pubblico doveva fare silenzio (quasi) assoluto. Figurarsi nel caso di CSN&Y, dove le chitarre suonate erano tre-quattro. “Fantastico, incredibile: quattro chitarre accordate insieme!” esclama un David Crosby tra il sarcastico e lo stupefatto durante le prime canzoni acustiche del concerto del 4. Bene, in quei tempi morti è piacevole ascoltare i quattro accordare, chiacchierare, scherzare con il pubblico e tra loro. Ed il pubblico li, attento e partecipe. Se chiudi gli occhi sei li anche tu.

3) Sia rispetto all’album originario, sia rispetto alla riedizione, i concerti della Volta contengono molte canzoni in più, sia nella parte acustica che in quella elettrica. Esattamente undici brani. Non riesco a trattenermi dal citarveli tutti, tanto si tratta di materiale straordinario la cui esclusione dalle versioni definitive risulta assolutamente inspiegabile. Perciò ecco a voi:

- Tell Me Why

- Guinnevere

- Simple Man

- Man in the Mirror

- Only Love Can Break You Heart

- As I Come Of Age

- Southern Man

- 4+20

4) Ok, sono solo otto. Avevo detto undici. Ma le ultime tre le ho lasciate per quest’ultimo punto, in quanto rappresentano tre piccole gemme nascoste in questo fantastico tesoro. I quattro si lanciano in una meravigliosa versione di “Blackbird” di Lennon-McCartney (più McCartney). E le loro voci danno spessore alla semplice melodia di Sir Paul. Chissà, forse la “canzone che avrebbero voluto scrivere”?

“Helplessly Hoping”, dal primo album di CS&N, viene presentata qui in una versione più elettrica, ma mantenendone le caratteristiche di grazia e dolcezza infinita che si possono ascoltare in quell’album dell’anno precedente.

Infine dal concerto del 6 giugno, parte elettrica, si può ascoltare una versione molto fedele all’originale, anche se un tantino più scapestrata (leggasi “ruvida”) di uno dei loro brani-simbolo: “Woodstock” di Joni Mitchell. Perfetta, con i cori giusti e Stephen Stills che canta la parte principale. Sembra di risentire i Buffalo Springfield. Solo questa vale una visita.

Perciò seguite il link qui sotto e buon ascolto:

http://www.wolfgangsvault.com/crosby-stills-nash-and-young/

Il Disco del Mese – “A Physical Presence” (1985)

25 Maggio 2012 1 commento

Roma, inverno 1987 (o forse 1988).

Scena: io che compongo il numero di telefono di “Orbis”, storica rivendita di biglietti per concerti a Roma (una volta a Roma se dovevi comprare un biglietto per un concerto, potevi andare solo da Orbis e farti, a seconda dell’importanza dell’evento, tre-quattro ore e più di fila).

Il telefono squilla.

Orbis: “Proooonto?” (va letta con accento romano molto pesante)

Io: “mi scusi, buonasera, avete ancora biglietti per il concerto dei Level 42?”

Orbis: “Purtroppo si”

Io: “Bene. Scusi, in che senso “purtroppo”?”

Orbis: “Ner senso che ce fanno schifo ar……”

Suono il basso. Da parecchi anni. Non è stato il mio primo strumento (classicamente la chitarra) ma da sempre, o almeno che io ricordi, quello che mi ha sempre incuriosito di più. Sentivo che attraverso di lui passava il sistema nervoso di un brano. Che rappresentava il motore di un brano, senza nulla togliere alla batteria, e che a differenza di quest’ultima poteva caratterizzare una canzone non solo con la ritmica, ma anche con la melodia, con una sequenza di note, e che queste non dovessero necessariamente essere collegate al resto del pezzo, ma potessero rappresentare un contenuto a se.

I miei punti di riferimento sono stati quattro. Paul McCartney per l’assoluta semplicità ed efficacia delle sue linee melodiche e delle scale di basso. Per la capacità di farsi “sentire”.

Poi John Entwistle, per la spaventosa capacità di dare “speed” ad un brano e, ovviamente, per l’immensa tecnica ed il sound.

Chris Squire degli Yes, forse il primo che ha imposto il suo strumento al pari degli altri in quella lotta di mostri di tecnica che è stato l’ensamble inglese. Con lui il basso suonava insieme alla chitarra di Steve Howe alla pari, intrecciandosi negli assoli, si arrampicava dietro le scale barocche delle tastiere di Wakeman, contribuiva a complicare il ritmo contrappuntando la batteria di Bruford o di Alan White. Sempre al centro. E in più controcantava sulla voce di Jon anderson, mentre con le dita sul manico del suo Rickenbacker si lasciava andare a sequenze di note completamente opposte a quelle del cantato. Un MOSTRO.

E poi Mark King. O lo “slap” portato al parossismo. Ai miei amici che sostenevano quanto suonare la chitarra mi avesse favorito nell’approccio al basso, io rispondevo che l’approccio doveva essere molto più vicino alla batteria che alla chitarra. Ecco, il basso elettrico di Mark King è quanto di più vicino alla batteria il basso possa rappresentare. La sua tecnica percussiva portava le note a somigliare al colpo della bacchetta sul tamburo. Il tutto spesso a velocità supersonica.

Questo è sempre stato il carattere distintivo della musica dei Level 42.  Quattro album tra il 1981 ed il 1983. Un mix di funky bianco e fusion, con echi di soul e una certa propensione al commerciale insufflata nei primi hit che facevano l’occhiolino dai solchi: “The Chinese Way”, “Love Games”, “Living It Up” (il primo ad arrivare nella “Top Ten” inglese), “Hot Water”). Poi, come si usava con il vinile, l’album dal vivo “Greatest Hits”, spesso a chiudere una fase.

“A Physical Presence” esce a giugno del 1985, tratto da alcuni concerti del tour inglese dell’inverno precedente. Il gruppo è al massimo della forma e snocciola per 90 minuti circa tutto il meglio del suo repertorio fino a quel momento. Batteria e chitarra (i fratelli Gould) molto molto funky (la chitarra si prende pochissimi assoli e per il resto fornisce ritmica in stile “EW&F), le tastiere e la voce soul di Mike Lindup a fare da tappeto sonoro di base ed il basso e la voce di Mark King a fare tutto il resto.

La partenza è esattamente come ci si aspetterebbe: note di tastiera ripetute in maniera quasi ossessiva mentre gli altri strumenti salgono di volume ed intensità, piccola sospensione poi un colpo di batteria sul quale s’innesta il riff di tastiera che apre “Almost There”. Quattro battute ed entra finalmente il basso. E si sente. Il ritmo diventa subito più nervoso ed un paio di “strappi” portano al cantato.

“Turn It On” inizia con un riff di basso ripetuto dalla tastiera. Dopodichè per tutto il brano, un delizioso pop rivestito di funk, si sentono le corde del basso vibrare. “Mr. Pink” è uno strumentale dove il basso di Mark King è il perno sul quale poggia tutta l’impalcatura del brano. Tastiera e chitarra suonano la melodia. Il basso fa uno di quegli assoli “percussivi” di cui parlavo sopra. Stop&Go, cambiamenti di tempo, momenti sospesi, insomma di tutto. Il piano elettrico suona l’introduzione di “Eyes Waterfalling” sul quale si aggiunge un arpeggio di chitarra distorta e la batteria. Entra il basso e tutto prende ritmo. I piedi fanno fatica a rimanere fermi. Il bridge si dilata improvvisamente ed il basso suona una bella frase melodica.

La seconda facciata del primo disco si apre con “Kansas City Milkman”, forse il brano più lento (si fa per dire) e raffinato, dove il basso suona come dei cingoli di un carroarmato. Bella anche la parte strumentale in esso contenuta. “Follow Me” riprende ritmo e si tinge di venature rock. “Foundation And Empire” è un altro strumentale. Il brano in sé dice poco, molto facile ed orecchiabile. Ma poi entra l’assolo di basso e, forse mi ripeto troppo, diventa tutta un’altra cosa. 

La terza facciata è quella dei “super hit”: inizia con “The Chant Has Begun”, ipnotico anthem ai limiti della monotonia, ma tutti ballano e cantano insieme al gruppo. Il basso disegna una spirale che neanche il DNA. “The Chinese Way” è il singolo che tutti si aspettano. Brano perfetto. Il basso suona continuamente note basse contrappuntandole con quelle alte. La chitarra disegna coloriture sgargianti e si regala un bell’assolo. Puro funk. Poi nel bridge diventa un rock con la chitarra che esegue riff distorti. La voce di Lindup in falsetto nel ritornello sembra Motown. A dispetto dell’orecchiabilità enorme, il brano non è semplice per niente: non è il semplice strofa-ritornello-strofa- bridge-ecc.” ma risulta alla fine composto di cinque o sei parti diverse.

“The Sun Goes Down (Living It Up)” stende definitivamente il pubblico. Il brano  è quasi un raggae veloce. Mike Lindup canta la parte principale, mentre King entra nel ritornello, dove il brano diventa più funk. E’ in realtà una canzona composta di due canzoni diverse. La note che introducono “Hot Water” sono le stesse suonate all’inizio del concerto. Altro singolaccio di successo. Praticamente un brano disco. Il basso fa faville sia nell’accompagnamento sia nell’assolo. Il concerto si dovrebbe chiudere qui.

I bis, l’ultima facciata, iniziano con Mark King solo sul palco che suona un assolo pizzicato, accompagnato dalla tastiera. Inizia un riff accompagnato dalle mani del pubblico e lo intervalla con il suo fantastico “slap”. Pubblico in visibilio. Dopo tre minuti abbondanti parte il brano. “Love Games”, altro hit del gruppo dal primo album, precede idealmente i successi commerciali che seguiranno, tipo “Something About You”. Canzoni costruite in maniera solida (forse anche un tantino furba) per raggiungere il successo: melodia che resta in testa e suoni raffinati.

“88″ chiude il concerto con una cavalcata fusion di 13 minuti, facente parte infatti dei primi brani composti ed incisi dal gruppo. Tutti i musicisti si prendono il loro spazio per assolo di bella fattura. Il leader presenta man mano gli altri componenti della band. Ringraziamenti e saluti. Sipario.

Aspetto particolare, il live chiude una fase tra lo sperimentale ed il ruvido. La nuova che si apre è quella dell’ottimo successo commerciale. I due album successivi, “World Machine” e “Running In The Family” (rispettivamente 1985 e 1987) raggiungeranno la terza e la seconda posizione nella classifica inglese, ed il secondo entrerà nelle “Top Ten” di mezzo mondo e nei primi venti album in classifica negli Stati Uniti, consolidando il loro successo, tanto che anche i due successivi, per quanto molto più poveri e scarsamente originali (“Staring At The Sun” 1988 e “Guaranteed”, 1991) ne beneficeranno piazzandosi in posizioni elevate dovunque.

 

 

Hot Records

21 Maggio 2012 4 commenti

Utilizzo il mio IPhone come lettore musicale. Ci mancherebbe altro, con quello che costa. Ma ha una capienza limitata. Il mio hard disk sul quale ho digitalizzato tutta la mia biblioteca musicale, i miei libri ed i miei film e telefilm ha una capienza di 1 TB ed è ormai quasi pieno.

L’Iphone contiene 64 modesti GB. Facile immaginare che i brani in entrata ed in uscita hanno lo stesso traffico di Manhattan all’ora di punta e la loro permanenza difficilmente supera quella di un brano dei Modà o di  Gigi D’Alessio in classifica.

Detto ciò, vorrei segnalarvi qualche disco che ha rappresentato un’eccezione a questo andazzo negli ultimi tempi. Come al solito lungi da me l’idea di darvi consigli, però trasmettervi un’emozione, questo si.

 It Bites – Map Of The Past  (2012)

Sapete quanto sia patito di Progressive. Lo ascolto spesso e volentieri. Sia i  grandi classici (Genesis, Yes, King Crimson), sia il Neo-Prog, quell’ala del fenomeno che riuscì a riportarlo alla luce in un momento in cui era ormai considerato morto (Marillion, IQ e Pendragon in particolare), sia i gruppi più recenti. Tra questi apprezzo tantissimo gli Spock’s Beard, ma anche gruppi meno conosciuti quali Satellite, Beardfish o Gazpacho.

Gli It Bites sono un gruppo inglese nato verso la metà degli anni ottanta, hanno inciso cinque album (più uno dal vivo), una lunghissima pausa dal 1991 al 2008 e sono tornati in studio per il nuovo album a quattro anni dal precedente. Si è passati così dalle copertine dove sembravano dei fighi alla Europe all’attuale aspetto di signorotti britannici di mezza età. Evidentemente tutto questo tempo ha portato il gruppo a distillare le note del nuovo album che, a mio parere, è riuscito benissimo. È un “Concept” e prende le mosse da un’immagine, una foto di un uomo vestito da militare. L’apertura è in puro stile Prog: una radio di sottofondo che trasmette un bollettino di guerra, sul quale s’innestano le note di un organo e pian piano si arriva ad una solenne marcia militare. un brano lento ed evocativo. Poi scatta il rock nel secondo brano. Suoni puliti e rotondi ed un gran ritornello. E l’album fila via cosi fino alla fine.

The Rolling Stones - L.A. Friday – live 1975  (2012)

Ci voleva proprio. Un disco degli Stones dal vivo e del loro periodo migliore, quello in cui facevano tour da “migliore rock’&’roll band del mondo”. Si tratta del tour del 1975, denominato “Tour of the Americas”. Organizzato per porre un argine al dilagante successo mondiale dei Led Zeppelin, considerati avversari diretti. E’ il primo tour con Ron Wood alla chitarra. La scaletta è semplicemente fantastica: ci sono tutti i grandi classici di quel periodo, da “It’s Only Rock’&’Roll” a “Street Fighting Man” (una delle poche loro canzoni impegnate), da “Jumpin’ Jack Flash” a “Brown Sugar”. E poi “Honky Tonk Woman”, “Gimme Shelter”, “Get Off Of My Clouds”, e tantissime altre. La summa dello stile “Stones”, vale a dire “questi siamo noi ed il R’&’R lo suoniamo così!”. La cosa più bella del disco è l’ascolto dell’intreccio delle due chitarre di Keith Richard e Ron Wood ad alto volume in cuffia!

Ani Di Franco - Out Of Range (1994)

Per la serie “Nuovi Classici”. Ani Di Franco è stata definita una “folkie” in abiti punk. È una delle migliori cantautrici americane ed è, sopratutto, musicalmente molto prolifica: ha praticamente inciso un album ogni anno dal 1990 ad oggi. Questo per me è uno dei più belli. Si apre splendidamente con “Buildings and Bridges”, una canzone “10eLode” con una sequenza di accordi molto bella ed una melodia che continui a portarti dentro. Notevole anche la title-track incisa sia in versione acustica che elettrica. Ma, ripeto, tutto l’album è molto bello. Difficile staccarsene.

Carole King & James Taylor – Live At The Troubadour  (2010)

Due personaggi talmente schivi e lontani dallo show business da sembrare ancora oggi semplici e veri, umani e sensibili come pochissimi altri. In più, in due, rappresentano una consistente fetta del cantautorato americano di gran qualità. La storia è risaputa: James Taylor riesce a convincere la sua amica di vecchia data Carole a ritrovarsi per una sera. Lei non è una patita del suonare in pubblico, ma per James si lascia andare. Nasce così questo concerto in uno dei locali più suggestivi e simbolo della West Coast, The Troubadour appunto. Mettono insieme la band degli amici di sempre: Russel Kunkel alla batteria, Danny Kortchmar alla chitarra ed il bassista Leland Sklar e con questa formazione “minimal” si divertono a fare a gara a chi ha scritto le canzoni più belle durante tutta la carriera. Inanellano in scaletta, uno dopo l’altro, un numero pazzesco di grandi successi. Potrebbe sembrare il solito “Greatest Hits” dal vivo. E invece, proprio per le caratteristiche sopra dette dei due protagonisti, sia per l’atmosfera rilassata ed intima che traspare dai solchi, sia per l’amicizia che sprizza fuori ad ogni nota, ma anche per le zampate d’energia di cui i due ancora sono capaci (ascoltare “I Feel The Earth Move” per credere), il disco è semplicemente BELLO. Un disco dal vivo che non dovrebbe mancare in nessuna collezione.

Stomp

13 Maggio 2012 Commenti chiusi

“Mi porti a vedere Stomp?”

“Ok”

“Ho visto dei video su YouTube, prendi dei posti vicini al palco, penso sia meglio”

“Bene”

Semplice, essenziale, chiaro. La mia Dolce Metà fa delle scelte sempre mirate alle quali, chissà perchè, ho difficoltà a resistere.

Così mi sono ritrovato alla biglietteria del Teatro Brancaccio a fare la fila per acquistare i miei due biglietti. Dieci persone in attesa, otto per un sinistro remake teatrale di “Happy Days” con gli attori inqiuetantemente somiglianti a quelli della serie TV, due per “Stomp”.

“Signora, non è particolarmente importante vedere, un posto vale più o meno l’altro” diceva un po’ sbuffando l’addetto per “HD” difronte ad alcuni prossimi spettatori veramente troppo indecisi sul posto da sbigliettare. Invece la nostra addetta ripeteva una sola cosa: “Per cortesia la puntualità. Alle 20.30 inizia lo spettacolo e verrano chiuse le porte. Per 30 minuti non si potrà più entrare per precisa richiesta degli Artisti”.

Bene. Ottava fila. La mia Dolce Metà sarà contenta.

Cos’è “Stomp”? Da Wikipedia leggo “Compagnia teatrale nata  a Brighton nel 1991 che fece il suo esordio ad Edinburgo”. Da allora un trionfo dietro l’altro fino a dare vita ad altre quattro compagnie in tutto il mondo che hanno continuato a diffondere lo show in ogni angolo del pianeta. Quest’anno tour del ventennale.

“Stomp” è uno spettacolo fantastico. Un gruppo di dieci percussionisti sul palco che interpretano per 90 minuti filati il loro repertorio con un’intensità ed un’energia uniche.

Varie le particolarità dello show.

Prima di tutto gli Artisti non sono semplicemente percussionisti. Sono ballerini, mimi, giocolieri, funamboli, comici con tempi perfetti capaci di far ridere con uno sguardo.

Poi l’utilizzo delle percussioni. Intendo l’utilizzo “musicale” delle percussioni. Normalmente il percussionista percuote un tamburo o qualcosa della famiglia (congas, maracas, bongo o quant’altro) ed il suono deriva dall’anima che ci riversa dentro, dalla sua interpretazione.

La Compagnia di Stomp le suona realmente. Gioca con gli oggetti fino a produrre dei suoni veri, qualcosa che somiglia a……

Ed ecco un elenco, più o meno esaustivo, degli oggetti “percossi” e non solo: scope, palette, bastoni da arti marziali, lavelli e pentole, palloni da basket, tubi di gomma di varie lunghezze, secchi di vernice, scatole di fiammiferi, bidoni (la cosa più somigliante ad un tamburo), giornali, la tosse (si si, proprio il “coff coff” classico), mani e corpo, accendini, sedie pieghevoli, buste di plastica.

Le sonorità? I tubi di gomma, ognuno la sua nota, picchiati con risoluta delicatezza per terra assumono man mano il suono di una sezione d’archi in “pizzicato”. Buste di plastica e scatole di fiammiferi suonano un samba ed una bossa nova calandoti direttamente per le strade di Rio. I bastoni da arti marziali, percossi con dei pestelli, suonano incredibilmente come campane.

Uno dei numeri più belli è quello con i lavelli. Quattro omaccioni entrano in scena portando appesi dei lavelli in ferro. Li suonano con dei guanti da cucina (giustamente). Il suono è una via di mezzo tra lo scratch dei DJ e la chitarra elettrica distorta. Ma la cosa più pazzesca è che man mano si scopre che i lavelli contengono non solo acqua, ma anche pentole e posate (sempre giustamente). A questo punto, poichè ogni numero parte facile e poi si complica spettacolarmente, cominciano a riempire e svuotare pentole e pentolini dando suoni sempre diversi. Insomma, il vecchio gioco dei bicchieri pieni d’acqua portato all’ennesima potenza.

I palloni da basket battono ognuno con un ritmo diverso, così come i secchi di vernice. Ognuno ha una sua partitura, perchè i ritmi si decompongono e ricompongono continuamente, ed in più vengono lanciati da un componente all’altro in aria senza mai scontrarsi. E sempre a gran velocità.

C’è spazio anche per momenti più intimi, come il bellissimo numero con gli accendini, tutto giocato al buio, dove questi vengono accesi ritmicamente e suonano come triangoli. Oppure per momenti più fragorosi, come il numero dove quattro componenti della troupe, appesi a dei ganci nel vuoto, percuotono degli oggetti disordinatamente attaccati ad una griglia posta al secondo piano dello stage, mentre altri due picchiano come forsennati su dei timpani amplificati, rendendo tutto molto pulsante ed energico. O ancora per momenti comici, come il numero in cui uno degli artisti, in cerca di tranquillità,  viene continuamente disturbato dagli altri che progressivamente si aggiungono alla scena, ed al ritmo, utilizzando di tutto, dai giornali al respiro, dalla tosse alle penne.

Finalone travolgente con bidoni e coperchi, come cavalieri in lotta leale, disegnando figure e combinando ritmi difficili anche solo da immaginare. Due minuti di urla e strepiti ed arriva il bis, dove il leader del gruppo torna sul palco e coinvolge il pubblico giocando sui ritmi. E tutti a battere mani e piedi.

Novanta minuti letteralmente volati via. Da rivedere.

Unico dispiacere: non aver portato nessuno dei miei figli. Non solo i due grandi (13 e 11) si sarebbero sicuramente divertiti moltissimo, ma anche il piccolino (3 e mezzo): la sala era piena di ragazzi e bimbi tutti attentissimi e coinvolti.

Categorie:Spettacoli, Teatro Tag:

Barcellona

7 Maggio 2012 1 commento

Se qualcuno mi segue con attenzione (difficile) avrà notato che ad Aprile è saltato “Il Disco del Mese” (non ci avrete dormito!!!). Perchè? Perchè normalmente mi riduco all’ultimo giorno del mese, all’ultimo momento possibile, per compilare quel post.

Invece gli ultimi giorni del mese sono stati occupati da un’attività molto più importante: ho radunato tutta la famiglia e siamo partiti per un viaggio. Forse il primo vero viaggio nella nuova formazione “a cinque”. Meta prescelta: Barcellona.

Nella città catalana eravamo già stati con la mia Dolce Meta’ quattro anni fa per un weekend lungo, ed il viaggio aveva assunto un sapore molto particolare: proprio li, in quei giorni, avevamo avuto i primi sentori dell’arrivo del nostro piccolo A, confermati poi nei giorni successivi. E allora ecco facilmente spiegata la ragione della scelta.

Siamo arrivati sabato in tarda mattinata. E la città ci ha accolto con tutto il suo calore. Ti senti subito di casa, non hai difficoltà di adattamento. E’ una delle mie “città ideali”: non troppo grande, pulita, ordinata, senza traffico, più bici che auto, piena di gente, e dove gli autobus e le metro ti portano dovunque in pochi minuti.

Non so quanti altri posti al mondo riescano a far visitare da centinaia di migliaia di persone all’anno una Cattedrale in costruzione da cento anni, ed a trasformare in cattedrale un luogo comune come uno stadio di calcio. E con lo stesso quantitativo di visitatori dell’altra, anche, e soprattutto, al di fuori della partita.

E dove nei ristoranti e nei “tapas” trovi il tavolo anche all’ora di punta e tutti sono molto rapidi nel servizio finchè non si tratta di prendersi un caffè e chiedere il conto, attività estremamente difficili per la quali improvvisamente i tempi si dilatano a dismisura, come se non volessero lasciarti andar via.

Nell’Acquario, forse più piccolo di quello di Genova, ma altrettanto affascinante, ti fanno passare tramite un tunnel all’interno della vasca “Oceano”. Ti trovi magicamente circondato dall’acqua e da creature per certi aspetti fantastiche. Come il “pesce luna”, composto, apparentemente, solo da un’enorme testa piatta con piccole pinne ai lati, e che di notte ama risalire verso la superficie del mare sdraiandocisi sopra e riflettendo i raggi della luna sull’acqua (da cui il nome).

Poi la città vecchia, il “Barrio Gotico”, dedalo di viuzze commercialmente sfruttatissime, che improvvisamente si aprono in piazze smisurate (la Cattedrale Gotica o la Plaça Reial), piene di gente.

Oppure la bellezza del suo cielo azzurro. Quando lavoravo in TV, i miei amati canali satellitari, assistetti all’incontro tra una nostra programmista che stava preparando una serie sulla Spagna (il canale si occupava, e si occupa, di viaggi e turismo) ed una ragazza spagnola invitata per darle una mano. E questa le raccontava con occhi pieni di meraviglia quanto fossero azzurri i cieli del suo paese ed io pensavo tra me e me che probabilmente stava esagerando. Invece vai a Barcellona e scopri che è proprio così. E’ un azzurro diverso, più intenso. Il tutto si esalta nella passeggiata al porto. Guarda caso stamattina ho comprato il nuovo numero di Bell’Europa e c’è un servizio dedicato proprio a quella passeggiata.

Ed è una città ancora più particolare, dove si mischiano centinaia di persone di tutte le età, di tutte le razze, a piedi, in bici, in risciò (perlopiù turisti), qualcuno a spasso con il cane.

E per tutta Barcellona attraversi decine, centinaia di suoni diversi: il djeridou suonato da un ragazzo al porto su di una base da discoteca (applauditissimo) al vecchietto che sale sulla metro con un trabiccolo sul quale poggiava una cassa ed estratto dalla tasca un microfono ad essa collegato, insieme ad un lettore mp3, ha dato sfoggio di un repertorio leggerissimo come il suo aspetto (Michael Telo e nientemeno che quella cantante rumena – comunque proveniente da un paese dell’est – che furoreggiò qualche estate fa con un brano-tormentone di cui non ricordo il titolo), da uno splendido artista indiano (credo) che in Parc Guell soleggiato suonava un suo strumento con una trentina di corde, una specie di arpa poggiata su di un tamburo, e cantava delle melodie dolcissime senza parole.

Inutile dire che comunque la cosa più bella e’ stata la risposta entusiastica dei miei tre ragazzi, ovviamente proporzionata alla loro età. Si sono lasciati letteralmente trascinare dalla città, dai suoi colori, dagli odori del cibo, dalla sua atmosfera. C’era un momento della giornata in cui bisognava comunque passare per la Rambla, non si scappava. Non li ho mai visti così attenti e con gli occhi così spalancati. Né mangiare così di gusto davanti ad un padellone di paella. Hanno voluto provare anche la Sangria: tranne il piccolo, potevo deluderli?

Il tutto si é poi tradotto nel malumore totale di D (il grande) nelle due ore che hanno preceduto la partenza quattro giorni dopo il nostro arrivo. e nei baci tirati da E (11 anni) attraverso il finestrino dell’aereo al momento del decollo.

E po c’è  la mia Dolce Metà che domina su tutto come la Stella Polare, e come lei rischiara la mia via.

Che meraviglia!!!

Categorie:Città del mondo, Viaggi Tag:
Locations of visitors to this page