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Archivio Giugno 2012

Stare Sul Pezzo…..

21 Giugno 2012 2 commenti

Siccome cerco di tenermi sempre aggiornato sulle nuove leve del panorama musicale, ecco i quattro dischi di cui mi sono appropriato di recente: Beach Boys, Squackett, Neil Young e Peter Gabriel. Tutti dischi del 2012. Sorprendente.

Rapido rapido, perchè le cose da dire sono semplici ed essenziali.

The Beach Boys   -   ”That’s Why God Made The Radio”

Tutto pensavo tranne di poter ascoltare un “nuovo” disco dei Beach Boys. Praticamente nella formazione originaria, con tanto di bentornato a Brian Wilson ed i vecchi dissapori messi da parte. Per quanto mi riguarda  è un disco assolutamente leggero e gradevole. Le voci, nonostante l’età, sono smaglianti. Trucco di sala? Non lo so, non penso. Troppo Grandi anche solo per pensare ad un giochetto del genere. Le atmosfere sono le solite, sole, mare, surf e divertimento, ovviamente filtrato dall’età. Emblematiche le due canzoni che aprono e chiudono l’album, già solo nel titolo: “Think About The Days” la prima, “Summer’s Gone” la conclusiva.

In mezzo si racconta dell’autostrada costiera del Pacifico, delle spiagge nella mente, delle vacanze primaverili e del ritorno. Non solo, il tutto accompagnato anche da un tour che li vedrà a Roma il prossimo 26 luglio. Non me li perderei, ma la mia Dolce Metà mi ha detto chiaramente: “No, il Reparto Geriatrico no!”.

Chris Squire & Steve Hackett (Squackett)   -   “A Life Within A Day”

Giudizio sospesissimo su questo disco. Non è Prog (forse non era necessario lo fosse), non è Rock. E’ decisamente “Popparolo”. E per questo un tantino impersonale. Per Hackett (e purtroppo anche per Squire) forse troppo simile a certe atmosfere alla “GTR”. O anche agli Yes nella versione con  Trevor Rabin (molto “Pop”). La title-track orientaleggiante ed ipnotica. Poi “Tall Ships” si apre con un arpeggio di chitarra classica di Hackett che dura troppo poco, lasciando spazio ad una ritmica quasi disco. “Divided Self” si direbbe il singolo, facile facile facile facile. “Aliens” è l’acustico-elettronico molto dolce che non può mancare. Certo, i tocchi da Maestro non mancano. Dopotutto parliamo di gente che di melodia e tecnica ne sa parecchio. Il disco complessivamente riesce gradevole. Però, ripeto, il difetto è l’assoluta mancanza di personalità che ti aspetteresti da due artisti del loro calibro.

Neil Young & Crazy Horse   -   “Americana”

Tentativo del canadese di raccontare la storia degli Stati Uniti e della sua canzone popolare. Tentativo pretenzioso e impossibile? Inutile o troppo facile? Non c’è problema. Neil Young prende alcune canzoni tradizionali, chiama i fidi “Crazy Horse”, la cui brace covava sotto la cenere del tempo, gli da una bella spolverata e li rimette in pista. Il materiale è suonato con tensione e grinta come da tempo non capitava. Il suono è volutamente sporco ma molto energico. Echi ben presenti di tempi lontani.

Per me il Vecchio Leone quando prende la sua Gibson Les Paul, batte quattro al suo Cavallo Pazzo ed attacca a schitarrare e cantare con quel suo falsetto caratteristico solo appena intaccato dagli anni, non si può far altro che fargli tanto di cappello!

Peter Gabriel   -   Live Blood

Poteva Mancare? Ne ho parlato parecchio. Troppo. Però, che ci posso fare, quando esce una sua cosa nuova non posso fare a meno di avvicinarmici. Si tratta del doppio album dal vivo che documenta il tour con il quale Peter Gabriel ha portato in concerto i due album di cover con orchestra realizzati negli ultimi anni. Ed il disco funziona e non funziona, esattamente come gli altri due.

Non funziona nelle cover. L’ho già detto, annoia e basta. Probabilmente non vanno le canzoni scelte. Nè probabilmente gli arrangiamenti proposti. Salverei forse solo “The Book Of Love”, leggera e leggiadra.

Funziona invece, e parecchio, nei suoi brani. Lo so, forse è sbagliato, ma io a “Don’t Give Up”, “Mercy Street”  e “Solsbury Hill” non saprei resistere neanche fossero proposte da un suonatore di crotali. Sono canzoni straordinarie. “Red Rain” mi fa venire letteralmente i brividi. Così come anche la più recente “Downside Up”, o “In Your Eyes” e “The Rhythm Of The Heat”. In questo caso l’arrangiamento scelto ne offre una visione diversa ma al tempo stesso fedele e lui dal vivo è sempre un campione di trasmisisone di emozioni: ascoltate, per favore, il grido finale di “San Jacinto”.

Dieci Album – pt 1

18 Giugno 2012 9 commenti

Il mio amico Charlie mi propone di indicare i miei dieci dischi preferiti. Bella lotta. Probabilmente i miei preferiti (lista minima) sono più o meno 4-500.

Allora forse dieci indispensabili, roba tipo quelli da portarsi sulla famosa isola. Ci provo, sperando che Charlie e qualcun’altro vogliano partecipare alla cosa. Prima di tutto qualche regola:

1) esclusi i dischi dal vivo. Tra quei 4-500 almeno la metà sono dal vivo, perciò restringiamo il campo;

2) niente “Greatest Hits”, non li considero “album”;

3) separo “italiani” da “resto del mondo”. Gli italiani li vediamo più avanti;

4) divido il post in due, per non annoiare nessuno. Facciamo ante e post 1970.

The Beatles   -   Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Il primo è facile. L’inizio di tutto. Quando il Pop ha superato gli esami di maturità. Un disco di inventiva pura, la psichedelia prima della psichedelia (“A Day In The Life” fulgido esempio). E tutta con mezzi scarsi a disposizione: un registratore a quattro piste e poco più. Si prendevano nastri, si spezzettavano, si mischiavano e si rigiuntavano. Che pazienza, ma per i Beatles questo ed altro. Nascono così “Being For The Benefit Of Mr. Kite”, “Fixing A Hole”. In “Good Morning, Good Morning” si aggiungono trombette e versi di animali (c’entra qualcosa la copertina di “Pet Sounds” dei Beach Boys?). C’è del sano rock nella title-track. Non a caso pochi giorni dopo Jimi Hendrix la include tra le sue cover suonandola praticamente identica. C’è del vaudeville in “When I’m Sixty-Four”. C’è l’India di Harrison (“Within You Without You”) ed il lirismo di Lennon (“Lucy In The Sky With Diamonds”). Paul McCartney suona il basso come fino allora non aveva mai fatto (forse solo in “Revolver”) e pretende di farlo finalmente sentire. Nelle rimasterizzazioni successive è ancora più evidente. “With The Little Help…..” e “Getting Better” i passaggi migliori. C’è la voglia di giocare con intelligenza di quattro ragazzi sui 25 anni (più o meno) con l’inserimento vero o presunto di messaggi subliminali su cui i media tenteranno di dare risposte spesso molto fantasiose per decine di anni a venire. E’ un disco di suggestioni. La ragazza che fugge di casa in “She’s Leaving Home” sembra di seguirla passo passo, la vediamo camminare davanti a noi a non più di quindici metri. Nel frattempo “Lovely Rita” ci ha fatto la multa.

Ogni brano vive di vita propria. Eterna, fortunantamente.

Outtakes: ”Revolver” (The Beatles), “Pet Sounds” (Beach Boys), “Days Of Future Passed” (The Moody Blues)

The Beatles   -   Rubber Soul

Ok, giuro che poi chiudo con i Beatles. Veramente gli assolutamente indispensabili sono almeno tre. Va contato anche “Revolver”, però più di due non posso. E allora inserisco l’anima di gomma. Un grandissimo disco. Non c’è una solo canzone fuori posto. Anche una canzone smielata e scontata come “Michelle” ha dentro delle piccole grandi gemme (ascoltate le note suonate dal basso per tutto il brano, poi un giorno vi racconto la particolarità). “Drive My Car” è la giusta apertura e McCartney ancora oggi la suona con grande entusiasmo. E’ trascinante, ha un basso pneumatico, doppiato dalla chitarra, che fa faville. E voce e controcanto? Miracolose. C’è uno dei brani più belli in assoluto di Lennon: “In My Life”, con quella piccola grande invenzione del pianoforte accelerato che sembra un clavicembalo. Il rokkaccio di “Run For Your Life” (la misoginia di Lennon prima di Yoko), due ballatone come “Girl” (con echi di sirtaki nel finale) e “Norvegian Wood”, dove un Harrison già intrigato dall’India si ritaglia un breve assolo di sitar. Harrison piazza anche “If I Needed Someone”, la cui chitarra servirà come modello per brani come “The Bells Of Rhymney” dei Byrds. E poi ci sono altri piccoli gioielli come “The Word” e “Wait”. “I’m Looking Through You” è del miglior McCartney, così come “You Won’t See Me”. “Nowhere Man” presenta un assolo scintillante di Harrison. In “Think For Yourself”, la cosa migliore scritta da Harrison fino a quel momento, per la prima volta si ascolta un basso elettrico trattato con il “Fuzz”, un distorsore.

Insomma, i Beatles non ne potevano più di tour e ragazzine urlanti. Volevano comporre e suonare. Mettere su vinile le loro grandi idee. Tutto comincia da qui e culminerà, dopo “Revolver”, in “Sgt. Pepper”. Poi nulla sarà più uguale a prima. Ma questa è una storia diversa.

Outtakes: “A Hard Day’s Night” (The Beatles), “Mr. Tambourine Man” (The Byrds), “Buffalo Springfield” (The Buffalo Springfield), “My Generation” (The Who), “The Kinks” (The Kinks), “In The Hollies Style” (The Hollies), “Aftermath” (The Rolling Stones)

The Band   -   The Band

L’album amonimo del quintetto canadese, anno 1969, può essere scelto a caso tra i primi tre album del gruppo. Diciamo che è quello con il maggior numero di brani conosciuti e di successo della Band. “Across The Great Divide” (una specie di twist), “Rag Mama Rag” (sentore di Scott Joplin), “Rockin’ Chair” (una ballata da sedersi intorno ad un falò nel bel mezzo di una pianura del West), “The Unfaithful Servant”, “King Harvest” (così “minimal electric”, con l’Hammond in evidenza). Poi la dolcissima “When You Awake”.  Un disco acustico e pieno di suoni folk, ma al tempo stesso elettrico. Fisarmoniche, violini, pianoforte, percussioni di vario genere, contrabasso, mandolini coesistono con l’Hammond, il basso e la chitarra elettrica e la batteria. Le voci di Levon Helm, Rick Danko e Richard Manuel in evidenza, ognuna con le sue particolarità ed il suo timbro speciale. Oppure insieme per un coro senza fronzoli ma bellissimo.

Su tutte le per me indimenticabili “Up On Cripple Creek” e “The Night They Drove Old Dixie Down”. La prima un mid-tempo a spasso lungo un fiume, canzone perfetta nella sua costruzione strofa-ritornello e nei suoi incastri vocali. La seconda una ballata sulla Guerra Civile Americana cantata poi in anni successivi anche da Joan Baez.

Outtakes: “Music From Big Pink” (The Band), “Stagefright” (The Band), “Highway 61 Rivisited” (Bob Dylan), “Blonde On Blonde” (Bob Dylan), “Song To A Seagull” (Joni Mitchell), “Bayou Country” (Creedence Clearwater Revival).

Jefferson Airplane   -   Surrealistic Pillows

La miglior formazione dei JA: Paul Kantner, Marty Balin, Grace Slick, Jorma Kaukonen, Jack Casady e Spencer Dryden. In più, accreditato oltre che come chitarrista come consigliere spirituale, Jerry Garcia (Grateful Dead). Dodici canzoni di cui undici scritte dai membri (o dagli ex) del gruppo. La cantante Grace Slick si era da poco aggregata al gruppo. Proveniva da un discreto gruppo della Bay Area, The Great Society, molto vicino ai Jefferson. Portò con sè due brani che divennero due “Hit Single” strepitosi: “Somebody To Love” e “White Rabbit”, rispettivamente giunti al quinto ed all’ottavo posto dei singoli. I due 45 giri fecero da apripista per l’album, registrato in pochi giorni tra ottobre e novembre del 1966 e fu  un enorme successo. Il terzo posto la posizione più alta raggiunta nella classifica, oltre un anno di permanenza su Billboard ed un milione e mezzo di copie vendute. Nessun gruppo della West Coast aveva mai realizzato nulla di simile.

Un bellissimo disco. Una commistione lisergica di stili dominata dalle chitarre elettriche ed acustiche e dagli intrecci vocali dei componenti del gruppo. Tocchi scanzonatamente rock (“She Has Funny Cars”, “Somebody To Love”. “3/5 Of A Mile In 10 Seconds”, “Plastic Fantastic Lover”) e delicati arpeggi di chitarra per momenti più intimi ed intensi (“Today”, “Comin’ Back To Me”). Oppure brani più ariosamente West Coast (“My Best Friend”, “D.C.B.A.”, “How Do You Feel”) ed un bel brano in finger picking solo strumentale, l’unico che porti la firma di Jorma Kaukonen (“Embryonic Journey”). “White Rabbit” è un caso a sè, va ascoltato e basta: bello il brano ed emozione pura l’interpretazione di Grace Slick.

Outtakes: “Aoxomoxoa” (The Grateful Dead), “Workingman’s Dead” (The Grateful Dead), “The Doors” (The Doors), “Blind Faith” (Blind Faith), “Sounds Of Silence” (Simon & Garfunkel)

Crosby, Stills & Nash   -   Crosby, Stills & Nash

David Crosby e Stephen Stills, usciti con le ossa ammaccate dalle rispettive esperienze con Byrds e Buffalo Springfield, amici di vecchia data, cominciarono a lavorare insieme su del materiale nuovo. Era il 1968. Durante un tour in Inghilterra con The Byrds, Crosby avveva conosciuto Graham Nash, chitarrista e seconda voce degli Hollies. Altra bella amicizia. Altra splendida voce. Si trovarono tutti e tre ad una festa nel luglio del 1968. ”Steve, lui è Graham Nash, quel mio amico inglese di cui ti ho parlato. E’ un vero talento.” fece Crosby. Prima che l’altro potesse rispondere, i due furono  chiamati a gran voce dagli altri invitati. Imbracciarono così le chitarre ed intonarono “Wooden Ships”, un brano scritto pochi giorni prima. Nash ascoltò la prima strofa e si lanciò in un’armonizzazione vocale da brividi sulle loro voci. Capirono subito che insieme potevano fare qualcosa di magico. Nacquero così “Crosby, Stills & Nash”, sodalizio che va avanti ancora oggi. Ma quel primo album fu qualcosa unico. E’ inutile dire altro. Le canzoni sono tutte belle. Posso dirvi le mie preferite: la suite “Judy Blue Eyes”, semplice e complessa al tempo stesso, basata su tre movimenti. “Guinnevere”, giocata su di un arpeggio strano e con le voci che fanno gridarre al miracolo. “You Don’t Have To Cry”, brano country con una chitarra acustica che ricama sulle voci durante il cantato. Poi la già citata “Wooden Ships”, brano acustico ma vestita di un bell’abito rock. “Lady Of The Island”, dolce e suadente, e “Helplessly Hoping”, gemma unica, ancora oggi suonata dal vivo nelle esibizioni dei tre. E’ uno di quei bei massaggi del cervello di cui parlo spesso.

Outtakes: “Bookends” (Simon & Garfunkel), “Dejà Vu” (CSN&Y), “After The Gold Rush” (Neil Young), “James Taylor” (James Taylor), “Chicago 1″ (Chicago)

Non sono distratto….

11 Giugno 2012 Commenti chiusi

Se qualcuno pensasse che non mi sono accorto di aver superato i 100.000 contatti, lascio giusto qualche considerazione:

1) la gioia per il numerone è attutita dall’aver letto qualche giorno fa su non ricordo cosa che il traffico Internet è generato per il 50% da “umani” e per il 50% da macchine. Che vuol dire? Che la metà dei contatti Internet (compresi quelli sui blog) è generato da server piccoli, medi e grandi che gironzolano costantemente sul Web per indicizzare, verificare, cooki-are, e chissà quant’altro. Non per questo mi arriva un contatto al giorno preciso preciso da Mountain View (sede di Google). Il che riduce notevolmente il numero dei miei contatti. Se tutto va bene sono più o meno a 50.000 (il che sarebbe sempre un gran bel numerillo).

 2) A parte i miei soliti tre-quattro amici e parenti mi arrivano pochissimi commenti. Forse interesso poco? Comunque non era l’obiettivo che mi ero posto. L’obiettivo, come chi mi segue sa, è uno solo: trasmettere emozioni, o almeno provarci.

3) In realtà da un paio di mesi a questa parte mi arriva una montagna di spam nei commenti, in particolare sotto la forma di commenti da Facebook. Che vuol dire? Se qualcuno ne sa qualcosa può farmi sapere? E’ un problema comune o solo mio? Se si può, come si risolve?

4) Il futuro? Chissà. Continuo così, raccontandovi piccole e grandi storie sul Rock, qualche recensione, qualche buon libro, un viaggio e le  piccole e grandi avventure dei miei tre ragazzi alla conquista del mondo e della vita.

5) Potrei poi andare su Facebook. Non ho mai avuto un account e pensavo che mai sarebbe accaduto. Poi sono successi alcuni fatti. Prima di tutto D, mio figlio grande, vuole l’account per motivi suoi: probabilmente sarò costretto, vista l’età, a farmene uno anch’io per “vigilare” sul suo corretto utilizzo. Poi dai giornali di questi giorni viene fuori che Facebook e Zuckerberg, tanto osannati prima della quotazione al Nasdaq, si troverebbero in una fase di stallo se non addirittura di lento ma sempre più pronunciato declino. Bene, per me è il momento giusto per entrare, quando il fenomeno diventa meno di moda.

6) Poi però si aprirebbe un secondo problema. E’ vero, come sostengono i miei amici (Beastie Beat in testa), probabilmente il mio approccio a Facebook è stato piuttosto “snob”. In realtà è stato sempre molto distaccato. Non sono mai riuscito a capirne in pieno la differenza con la mail. Perciò sono assolutamente impreparato sull’argomento. Che ci fa un blog con un account su Facebook? Qualcuno sa spiegarmelo (via su, alzatemi il numero dei commenti) in maniera chiara e comprensibile anche per chi, come me, è rimasto assolutamente ai margini del fenomeno?

7) Infine non è del tutto svanita in me la voglia di riaprire il discorso “Music On The Rock Radio”. Quelle quasi 75 ore registrate in nove mesi mi mancano veramente tanto. Mi manca quella scritta illuminata “ON AIR” e quel piccolo microfono. Magari potrebbe essere ripresa in una forma meglio strutturata e compiuta. Magari una vera “Web Radio”, con altri speaker ed altri generi musicali e con qualche ora in più di trasmissione al giorno. Anche qui, qualcuno sa come si fa? Qualcuno è interessato ad un’attività del genere? Ne parliamo?

8) Un restyling del blog?

P.S.: grazie a Manlio che si è accorto dei centomila prima che terminassi di scrivere questo post!

In Crescita

9 Giugno 2012 1 commento

I Ragazzi crescono. Sempre più velocemente.

D

D è arrivato quasi a 14. Esami di terza media. Finalmente l’ha ammesso: è preoccupato. Sembrava li affrontasse con una gelida freddezza da James Bond, quasi ai limiti del menefreghismo (si sa, è un’età difficile, l’età ingrata, e blablabla). Invece se la portava dentro ed aveva deciso di farsene carico tutto da solo. Magari così riusciamo a dargli una mano e fare squadra dietro di lui. Comunque è in gamba e tra poco il gioco si farà duro. E allora……

E

E è quasi a 12. Ha appena partecipato al suo terzo saggio di danza e papà (che poi sarei io) stavolta non è riuscito ad andarla a vedere. La scelta di mandarlo in scena alle 18 di giorno lavorativo ha creato qualche problema. Però ho visto le foto e lei diventa sempre più BELLA.

L’ho scritto maiuscolo per tentare in qualche modo, ma non è possibile proprio fino in fondo, di rendere l’idea. Vedrai, vedrai…..

A

A s’avvicina ai 4. Ha una certa propensione per la musica. Ogni tanto si mette alla batteria e picchia, naturalmente senza arrivare ai pedali. Qualche volta mi siedo con lui e ci facciamo un piccolo e semplice “contest”, però lui mi viene dietro (in ogni caso io suono la batteria in maniera decisamente elementare). Esiste un video in cui cantiamo insieme “Twist And Shout” e lui, per l’età che ha, è perfetto. Non lo pubblico perchè non sono molto d’accordo con i papà e le mamme che espongono i figli su “YouTube” al mondo intero. Mentre odio quelli che li lasciano ad un passo dal pericolo pur di riprenderli con la telecamera e mandare il video a “Paperissima”.

Però forse l’audio……

Per concludere ecco a voi la versione aggiornata della legge del contrappasso (vedi “Notizie Dalla Famiglia” - mese di Gennaio 2011): tutti abbiamo una musica che ci fa male proprio nel profondo. Intendo proprio un senso di fastidio intenso, che rasenta il malessere. Per me è “DiscoSamba”, quell’orrendo medley di brani famosi di samba e bossanova che è obbligatorio mettere ad ogni festa, pubblica o privata che sia. Ed il mio malessere esplode quando vedo una gran quantità di adulti incolonnarsi in tristissimi trenini. Lo so, sono fatto male, ma così è.

Bene, il piccolo A da qualche sera, dopo cena, si porta al centro dell’uditorio ed esclama a pieni polmoni: “Facciamo Festa?”. Il che corrisponde ad accendere YouTube, caricare l’odiato video, alzare il volume al massimo e lanciarci in uno scatenato trenino. Il tutto per gli oltre 7.30 di durata del brano.

Fortunatamente s’accontenta di un’unico ascolto!

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GoodBook

7 Giugno 2012 Commenti chiusi

Ho appena terminato di leggere “Le Mappe dei Miei Sogni” di Reif Larsen, ragazzone americano classe 1980, insegnante della Columbia University e documentarista.

Ci è voluto parecchio per leggerlo. Ovviamente non per la pesantezza del materiale. Semplicemente per l’originalità della forma utilizzata per sviluppare il racconto.

La trama in breve. Tecumseh Sparrow Spivet è un bambino di 12 anni che vive in un ranch sperduto nel Montana, tra il Grande Spartiacque e la piccola cittadina di Butte. E’ un bambino molto particolare. Diversamente da tutti quelli della sua età, la sua grande passione è mappare qualsiasi cosa lo circondi e, nella maggior parte dei casi, lo interessi. Vive con un padre cowboy decisamente distante, una madre scienziata fallita molto distratta ed una sorella più grande molto simile ad una qualsiasi altra quattordicenne. Sulla famiglia, sul ranch e sulla loro vita di tutti i giorni aleggia la presenza costante di un fratello piccolo di TS morto in un incidente domestico poco tempo prima.

Si direbbe un libro triste. E invece, colpo di scena, grazie alle sue mappe molto dettagliate ed all’amicizia con il dottor Yorn, professore universitario amico della madre e suo mentore, TS riceve una chiamata dallo Smithsonian Institute di Washington, massima autorità scientifica americana, che ha deciso, dopo aver visionato alcuni suoi lavori, di conferirgli un Premio molto importante. Con tanto di serata di Gala e discorso di rito. Dettaglio non insignificante: non sanno di avere a che fare con un dodicenne.

TS decide di partire senza mettere al corrente nessun altro della famiglia. Così, chiusi in una valigia tutti i suoi attrezzi del mestiere e con pochi dollari in tasca, prende un treno (letteralmente) al volo e parte per la capitale attraversando il paese. Il viaggio è l’occasione per scoprire le radici della sua famiglia. In particolare di una sua bis-bis-bisnonna, anch’esssa scienziata in un’epoca in cui le donne avevano scarse possibilità nel settore.

Giunto piuttosto malconcio a Washington e chiarito l’equivoco sull’età, arriverà la grande serata della consegna del premio e TS terrà un discorso toccante ed appassionato che gli schiuderà anche le porte del Congresso per incontrare il Presidente degli Stati Uniti (per sua sfortuna Bush Jr.). Tutto questo dopo essere saltato da un treno merci ad un camion, attraversato buchi spazio-temporali, conosciuto sette segrete ed associazioni “Hobo”, indossato smoking e mangiato una gran quantità di cereali.

Giuro che meno di così la trama non è comprimibile. Anzi, c’è molto molto altro. Innanzitutto è un bellissimo romanzo di formazione, una specie di “On The Road” per ragazzi piccoli e grandi. TS scopre se stesso, affronta le sue paure, si strugge nel ricordo del fratello in una maniera così dolce da fargli perdere tutta la drammaticità e lasciare solo la tenerezza. Studia gli adulti con un occhio che noi adulti dovremmo ogni tanto utilizzare per sentirci meglio (“gli adulti sono ricettacoli di vecchie emozioni inutili”) e provare a vincere le nostre di tensioni e paure. E, per finire, scopre quanto il padre, sembrato sempre più vicino al fratello che a lui, gli voglia bene.

Inoltre, come dicevo all’inizio, il libro è scritto in una maniera veramente originale. TS si ritiene soprattutto un cartografo. Per questo ogni pagina del libro (e sono circa 360) è corredata da una serie di mappe sugli argomenti più svariati, con tanto di commento a margine. Ce ne sono alcune veramente gustose sui comportamenti degli adulti o sulle dinamiche interne alla famiglia Spivet. Oppure altre più strettamente scientifiche o geografiche, come la conformazione dei monti nel Montana. Altre più comiche, rappresentative dei tempi che viviamo (ad esempio la mappa dei McDonald in una certa area degli States). Oppure una statistica della solitudine umana vista attraverso il passaggio di persone con cuffie nelle orecchie o con auricolari da cellulare.

Alla fine questa doppia lettura, che solo apparentemente rallenta il racconto, raggiunge tre obiettivi: prima di tutto spiega meglio alcuni passaggi della storia, o meglio li approfondisce, per non lasciarli solo un “cenno”; in altri passaggi permette di conoscer meglio il personaggio “TS” ed entrarci maggiormente in sintonia; e poi, last but not least, rallenta il racconto solo per permetterne il massimo godimento al lettore, prendendosi tutto il tempo necessario.

Insomma, a me è piaciuto!

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