Archivio

Archivio Agosto 2012

Le Ultime Dalla Volta

29 Agosto 2012 1 commento

Evviva. Ho aggiornato da qualche minuto la mitica app “Wolfgang's Vault”. E ci sono grandi novità.

Come? Quale app? Dai, ne ho parlato già parecchie volte. È l'archivio digitalizzato di Bill Graham, il famoso promoter americano, contenente migliaia di concerti di tutti i grandi nomi del rock e non.

Andando sul sito i concerti possono essere ascoltati in streaming, oppure scaricati a prezzi decisamente contenuti. Inoltre si possono acquistare memorabilia e copie numerate di famosi manifesti di concerti degli anni sessanta e settanta (ad un prezzo stavolta non propriamente contenuto).

La app permette di collegarsi direttamente al sito e di poter ascoltare i concerti direttamente sullo smartphone.

Quali sono le novità più importanti di questo aggiornamento? Innanzitutto il cambio dell'icona, più essenziale graficamente. Poi è possibile avere lo streaming sotto wi-fi ad altissima qualità (lo so, da noi il wi-fi lo abbiamo perlopiù in casa, negli Stati Uniti è diverso). Inoltre è compatibile con Air Play, che grosso modo vuol dire che tramite la Apple TV potete mandarlo sul televisore.

Ma perchè dovremmo mandarlo sul televisore? Intatto potrebbe essere stereo, già è una cosa. Ma, e qui sta la novità più importante, nella Volta di Wolfgang da oggi è possibile vedere una notevole quantità di concerti. Ci sono cose grandiose. Ramones, Crosby Stills & Nash, Byrds, Jefferson Airplane e tanti altri.

Uno su tutti? Avete presente “The Last Waltz”, il film-concerto che documentava l'addio di The Band dalle scene del 1978 ed uscite nelle sale per la regia di Martin Scorsese l'anno seguente?

Quel film era fantastico ma aveva un clamoroso difetto: era parziale sia nel documentare, saltando alcune partecipazioni e Jam notevoli, sia nella scelta azzardata di tagliare i brani. Per carità, tagliati bene. Un discreto lavoro di taglia e cuci. Ma canzoni di cinque strofe diventavano di due e roba del genere.

Bene, nella volta è presente il video integrale di quell'evento, completo. Ripeto: C O M P L E T O!!!!!!!

Buona visione e buon divertimento a tutti.

 

Bussola

22 Agosto 2012 2 commenti

Siete patiti della Dave Matthews Band? Avete prenotato il biglietto per il concerto di Londra del 30 maggio 2007 appena diffusa la notizia con prenotazione contestuale di albergo ed aereo? No? Allora non siete malati come il sottoscritto.

Però per chi fosse appassionato ed avesse difficoltà ad orientarsi nella gran quantità di materiale che il nostro da alle stampe, questo vuole essere un breve compendio, diciamo una specie di bussola.

Studio Album

Sono nove gli album, compreso quello solista di Dave intitolato “Some Devil” (2003), usciti finora tra il 1993 (“Remember Two Things”) ed il 2009 (“Big Whiskey & The GrooGrux King”). Il decimo è in uscita l’undici settembre (“Away From The World”). A proposito: quanto manca ancora? Di seguito l’elenco con un rapido e sintetico giudizio (da 4 a 5 stelle: per DMB graduazioni inferiori non sono contemplate)

1993 – Remember Two Things     ****

1994 – Under The Table And Dreaming     *****

1996 – Crash     *****+

1998 – Before These Crowded Streets     ****

2001 – Everyday     *****

2002 – Busted Stuff     ****

2003 – Some Devil     ****

2005 – Stand Up     ****

2009 – Big Whiskey….     *****+

 

Live Ufficiali

A margine dei nove (quasi dieci) album di studio sono usciti ben 17 album dal vivo ufficiali, al serratissimo ritmo di uno-due l’anno dal 1997 al 2011. Tra questi uno è di Dave solista (“Live at Bonnaroo”, con la band formata insieme a Tim Reynolds e Tray Anastasio dei Phish), tre portano la firma “Dave Matthews & Tim Raynolds” nel side-project duo di chitarre acustiche, i restanti tredici sono della band al completo.

Due le particolarità dei live ufficiali. La prima è che documentano regolarmente il tour appena terminato. La seconda è la loro confezione. Fino al 2002 (“Live at Folsom Field”) tutti doppi, i successivi tutti tripli con qualche eccezione monumentale: il sestuplo “The Gorge” del 2004 e l’ottuplo (si dirà così?) “The Complete Weekends on the Rocks” del 2005. Altra particolarità minore: sono tutti incisi negli Stati Uniti dove il suo seguito è grande, fedele ed affettuoso, tranne “Europe 2009″ inciso a Lucca (I-ta-lia, I-ta-lia), tra l’altro uno dei migliori in assoluto, inciso durante il tour di “Big Whiskey…”.

Inutile elencarveli, sono tutti bellissimi. Ok, va bene, ormai si è capito che nelle valutazioni sono poco attendibile e troppo tifoso.

 

Live Trax Series

A partire dal 2003 (più o meno) dagli archivi (immensi) del gruppo sono state pescate 22 chicche, fino ad oggi, a spasso nel tempo. Le Live Trax hanno questa particolarità: spaziano nei live act del gruppo dall’inizio della carriera ad oggi. Si passa così dal The Wetlands Preserve di New York del 1993 (Live Trax n° 20) al Toyota Pavillion del Montage Mountain del 2010 (Live Trax n° 22) passando da Boston 2006 (Live Trax n° 6) a Rochester 1995 (n° 5) a Lisbona 2007 (n° 10), lo stesso tour di Londra, a Rio de Janeiro 2008 (n° 19). Sono venduti esclusivamente sul suo sito (DMB Store) in tutti i formati, dal CD al download in MP3 e FLAC. Anche qui il discorso è lo stesso: il potenziale di DMB si esprime al massimo soprattutto nei concerti. Ogni concerto riesce ad essere diverso rispetto ai precedenti nel fluire appassionato della musica e del feeling che si crea sul palco tra i musicisti e tra loro ed il pubblico.

E allora? direte. Semplice, sul DMB Store sono presenti due comodissimi ”bundle” (vol 1-9 e 10-19) sul centinaio di dollari. Un’occasionissima!!!!

 

DMB Live Series

Non bastassero i precedenti, dagli archivi sono stati recuperati altri concerti, 18 per la precisione, che documentano in molti casi i primissimi anni di attività. Il primo è datato dicembre 1992.  Undici sono a firma DMB, cinque in duo con Tim Raynolds  mentre i primi due sono accreditati al solo Dave Matthews. Particolarità: la maggior parte sono incisi in piccoli e medi locali degli Stati Uniti. Si passa dalla Prism Coffeehouse di Charlottesville, luogo di origine del gruppo, al “The Bayou” di Washington, dal “China Club” al “Blue Note di New York, dal nightclub “The Masquerade” di Tampa al college di Lafayette. In tutto ciò predomina non solo la musica ma il rapporto diretto con il pubblico in una chiave più intima, fatta anche di scambi di battute e di chiacchiere quasi tra amici.

 

Bootleg

Dopo nove (quasi dieci) album di studio e ben 57 dal vivo ufficiali poteva mancare qualche buon bootleg? Direi di no. Ovviamente, grazie alla copiosa produzione ufficiale, l’album registrato, e soprattutto diffuso, illegalmente è abbastanza raro. In particolare ci sono almeno tre buoni album: un live del periodo “Some Devil” inciso al Fleet Center di Boston del dicembre 2003 dove, tra le altre, vengono eseguite tre cover di lusso: “Solsbury Hill” di Peter Gabriel, “Hey Bulldog” dei Beatles e “Up On Cripple Creek” della Band in versioni assolutamente fedeli agli originali (zampino evidente della collaborazione con Tray Anastasio), e un paio di concerti in coppia con Tim Raynolds (“Lost Acoustic” e “Alladin Theatre”).

Questo solo per parlare degli album. Poi si aprirebbe il discorso DVD, ma magari ne riparliamo.

Il Disco del Mese: “Rattus Norvegicus” (1977)

16 Agosto 2012 Nessun commento

Guildford nel Surray è una cittadina a pochi chilometri da Londra. Più o meno 65.000 abitanti. Ci sono nati Tony Banks e Mike Rutherford dei Genesis. Nel 1975 quattro tipi si riuniscono per formare un gruppo musicale. In realtà non sanno bene cosa suonare. Vengono da esperienze diverse. Hugh, il leader naturale, è un ingegnere chimico con la passione per il blues. Jean Jacques suona il basso, ma fino a quel momento ha fatto il chitarrista classico con un orchestra sinfonica. Brian (detto “Jet Black”) suona la batteria in un gruppo jazz. Dave, che da poco è subentrato ad un tizio svedese  che ha preferito tornarsene nel suo paese, ha suonato il piano in Germania al seguito dei militari.

Tirano fuori un suono molto dark, con le tastiere alla Doors, senza disdegnare però rock’n'roll e boogie-woogie. Nel frattempo esplode il fenomeno punk ed i quattro, fino a quel momento nient’altro che una  pub band, cavalcano il movimento con tutta la sfrontatezza e l’aggressività necessarie. Iniziano a farsi conoscere nel giro, ed il loro seguito aumenta grazie anche ad apparizioni di prestigio, come l’apertura dei concerti dei Ramones e di Patti Smith a Londra nel 1976.

Cosa distingueva The Stranglers (questo il nome del gruppo) da tutti gli altri del movimento punk? Essenzialmente due cose: prima di tutto la presenza delle tastiere, soprattutto se ben suonate, nella line-up. Poi la capacità di comporre motivi da classifica (leggi anche “pop”), senza snaturare la propria essenza (eccezion fatta per “God Save The Queen” dei Sex Pistols).

Tra dicembre 1976 e gennaio 1977 incidono il loro primo album. Curiosamente l’album presenta sulla copertina il titolo “IV”, ma viene comunemente chiamato “Rattus Norvegicus”. Per me, nonostante molti album del gruppo raggiungeranno buonissimi livelli qualitativi, rimane il loro migliore, nonchè uno dei miei dischi preferiti in assoluto.

Ovviamente è un album che non ha nulla, o molto poco, di punk. E’ suonato splendidamente e contiene canzoni fantastiche, in alcuni casi molto elaborate e con spazi strumentali assolutamente lontani dalle limitate capacità di molti degli eroi di quel genere.

Del punk c’è l’energia pura e incontaminata e la forte motivazione a rompere gli schemi.

L’album si apre con “Sometimes”: le tastiere suonano esattamente come in “Light My Fire” dei Doors e forse questo mi ha fatto innamorare dell’album alla quarta battuta. Il brano è interamente caratterizzato dall’Hammond di Greenfield, mentre il basso di Burnel suona una scala R’n'R. Cornwell canta come  gutturale e sgraziato, ma in maniera efficace. Le tastiere colorano il bridge. Poi parte l’assolo di chitarra e siamo sempre più calati nell’atmosfera delle “Porte”, chitarra e tastiera si alternano finchè non si torna al bridge. Sarebbe stato un singolo fantastico. Un brano con le potenzialità di salire molto in alto. E poi altri non è che la storia di una lite tra fidanzati.

Nostradamus predisse la distruzione di Tolosa. Una scala di suoni liquidi della tastiera si risolve in una sirena (polizia? ambulanza?) e così parte “Goodbye Toulouse”. Batteria e basso a spingere il ritmo in maniera forsennata. Poi entra la chitarra ed inizia la strofa. Il ritornello lascia spazio ad un riff guidato dal basso che riporta sul tema iniziale. L’assolo della chitarra si piazza subito qui, tra il ritornello e la seconda strofa.

“London Lady” è un’invettiva contro una giornalista inglese. Jean Jacques Burnel alla voce solista, ma non si discosta come stile da Cornwell. La chitarra suona un riff punk sul quale entrano gli altri componenti del gruppo. Alla fine della prima strofa ognuno si regala un piccolo assolo di una misura. Il bridge ti entra nell’orecchio e non ti molla più. Altro potenziale hit. Veloce e grintoso.

Ancora Burnel canta la successiva “Princess of the Street”, primo momento di relativa calma. Un giro di basso solo introduce il brano, sul quale s’immettono la tastiera e piano gli altri strumenti. E’ una specie di valzer. La chitarra lancinante caratterizza il motivo. Doveva essere un lento? Andava arrangiato con tutti i crismi. Così è stato. Molto bello l’assolo di chitarra alla fine del ritornello, replicato poi alla fine del brano.

“Hanging Around” è la prova che a star a sentire le case discografiche spesso si sbaglia. Presentarlo come 45 giri avrebbe aperto al gruppo ben altri successi. Atmosfera ancora alla Doors. Riff di tastiere in sottofondo su cui si immette la chitarra. Poi il basso doppiato ancora dalla tastiera. Motivo pop perfetto. La tastiera stacca prima di entrare nel ritornello e poi suona una scala vertiginosa. Ill brano è di quelli che viene cantato a gran voce dal pubblico dei concerti, quello più atteso e accolto normalmente da un’ovazione (ascoltare per credere uno a caso della decina di dischi dal vivo che dovumentano i tour del gruppo). Alla fine assolo di chitarra replicato con il ritardo di una battuta dalla tastiera.

La seconda facciata si apre con “Peaches”, un raggae anfetaminico e ipnotico cantato da Cornwell quasi “parlato”. “(Get A) Grip (on Yourself)” è una lunga cavalcata introdotta dalla tastiera. Ancora ritmo molto veloce. Molto efficace ed utilizzato dal gruppo per aprire i concerti per parecchi anni. Il sax è suonato da Eric Clarke, un loro amico minatore. “Ugly” si muove su di un riff facile facile piuttosto monocorde ed è il brano più debole della raccolta.

Ma precede solo il miracolo finale: “Down In The Sewer”, brano quasi Progressive. Diviso in quattro sezioni, racconta in più o meno otto minuti della Caduta, del viaggio giù nella fogna, del tentativo di risalita e del ritorno pieno di difficoltà (il rally)  del Rattus Norvegicus (il topo comune) che da il titolo all’album. Ovviamente il topo è l’uomo medio, mentre per la fogna s’intende Londra, o la vita in generale. Un brano splendido e molto articolato, per buona parte strumentale. Non descrivibile, solo ascoltabile. Echi di musica classica soprattutto nel finale.

“Rattus Norvegicus” esce ad aprile del 1977. Rimane in classifica 34 settimane raggiungendo la quarta posizione come miglior piazzamento ed il disco di platino. Nei singoli “Grip” raggiunge la quarantaquattresima, mentre “Peaches” sale fino all’ottava.

Curiosità: The Stranglers detengono un clamoroso record. Pur avendo piazzato nella classifica inglese tutti e 28 i singoli prodotti tra il 1977 ed il 1990, anno di uscita del leader Hugh Cornwell, non hanno mai raggiunto la prima posizione, pur avendo collezionato piazzamenti in molti casi decisamente onorevoli.

 

Ancora sui manifesti di Roma…

8 Agosto 2012 2 commenti

Ci torno su per pochi minuti.

Normalmente andiamo di corsa. Ogni tanto, magari per il caldo, rallentiamo. E allora li vediamo. Appaiono in tutta la loro idiota interezza. Parlo di alcuni manifesti che da qualche giorno insudiciano le strade e, soprattutto, i muri della città. Insulsi, stupidi, comici, ignobili nel loro tentativo, di difficilissima realizzazione, di tentare il gioco delle tre carte quando il trucco è ormai conosciuto da tutti e ci cascano solo due o tre gonzi sprovveduti.

Partiamo da questo. Il PdL si sbatte per l’elezione diretta del Capo dello Stato. Prima organizzando i famosi gazebo per raccogliere le firme, poi approvando, grazie all’improvviso rinnovato accordo con la Lega (notizia di qualche giorno fa: “Noi mai più con il Berlusca” – Matteo Salvini, 14 luglio 2012), l’emendamento all’art. 9 del ddl sulle riforme costituzionali che introduce l’elezione diretta a suffragio universale. A seguito di questa grande vittoria sono stati aggiunti nuovi manifesti giubilanti, dove l’evento viene salutato come “un ritorno alla democrazia, alla possibilità che il cittadino scelga…..”.

Ok? Loro sono quelli del Porcellum che ci ha tolto la possibilità di scegliere. E pensare che al primo colpo hanno anche perso (Prodi Bis). Ma il vero obiettivo non era quello di vincere facilmente le elezioni. Non l’avevamo capito subito. Il vero obiettivo era trasformare il Parlamento in uno spazio riservato a poche voci e, possibilmente, tutte ben allineate. Tutti Yes-man. Così, giusto per evitare problemi.

Ed ancora sono convinti di poter portare B. sulla poltrona più alta dello Stato? Come? Grazie alle oceaniche moltitudini che dovrebbero farsi convincere dai proclami (“Tolgo l’IMU, abolisco Equitalia”)? Pronti magari a chiedere scusa per lo spread alto la cui colpa ingiustamente gli è stata addebitata? A chi? A quel fior di statista, il migliore in 150 anni, che per tre anni ha insistito che la crisi in Italia non c’era, che ci aveva sfiorato ma ne eravamo già usciti, che vedeva solo ristoranti pieni, due cellulari ognuno e bla bla bla? Lo stesso che non passa giorno che non venga collegato o coinvolto in scandali. Gli ultimi poi sono iper-comici: lui è parte lesa per i ricatti cui è stato (forse) sottoposto però non si presenta lo stesso in Tribunale. Insomma, trattativa Stato-Mafia, Bunga Bunga, Mills e quant’altro: di fronte a tanta levatura morale non vedo l’ora scatti la campagna elettorale!

 Ed ora un momento di attenzione per questi due manifesti. Anche questi imperversano. Da qualche giorno è in corso una splendida festa a Piazza San Giovanni, a due passi da dove abito. A parte gli illustri ospiti comici (ad es. Martufello) e canori (e qui il non plus-ultra: Edoardo Vianello, Alexia, Ivana Spagna e, udite udite, il maestro Amedeo Minghi – ma chi, il sosia? no no, proprio lui, in person), colpisce il messaggio mediatico di questi manifesti. Sono abbastanza espliciti. Si parla di un “Movimento popolare per rilanciare il centrodestra”. Fin qui nulla da dire, ognuno ha il suo programma. Condivisibile o meno, ognuno crede nei suoi ideali.

La cosa comica sono le parole usate per spingere il messaggio: PRIMARIE, PREFERENZE, PARTECIPAZIONE, GIOVANI, MERITO, TERRITORIO.

Vogliamo analizzarle? Primarie, preferenze e partecipazione: sarebbero la perfezione di un sistema realmente partecipativo della popolazione. I candidati si scelgono con le primarie, esprimendo delle preferenze attraverso la partecipazione di tutti. Perfetto. E’ tutto quello che la società civile sta tentando di affermare. Peccato la provenienza. Infatti non è tipico del CD fare primarie. Non ne hanno mai fatte e mai le faranno. L’espressione della preferenza, come abbiamo detto, sono stati loro a toglierla. Partecipazione non è un concetto che li riguarda, se non nel momento del voto, l’unico momento in cui interessa loro qualcosa del cittadino.

Giovani? Merito? Cos’hanno fatto in quattro anni di governo per i giovani? Ed il merito (vedi Acea, Atac e tante altre aziende politicamente gestite) non mi sembra sia stato il criterio base delle migliori carriere o anche delle semplici assunzioni. Territorio? Ma stiamo scherzando? Il territorio difficilmente ha subito negli ultimi venti anni un così immenso tentativo di distruzione, cementificazione, depauperamento. Il Ministro dell’Ambiente precedente legato agli ambienti petroliferi (aziende di famiglia), che autorizza le trivellazioni nel mare (attualmente una settantina lungo le coste, di cui 29 davanti alla Sicilia), o vogliamo parlare della situazione nelle zone di Caserta e Napoli, tanto per citarne qualcuna.

Ultima considerazione. Vado a leggere questi manifesti da vicino e non ci sono simboli di partiti politici. Due soli simboli: “Circolo 100 Giovani” e “Associazione Capitani Coraggiosi”. I partiti no, la gente non ci casca più. Vanno molto le associazioni, i circoli, le liste civiche. Bhè, allora proviamoci, si saranno detti. Chi? I soliti furbi. Basta andare su Internet.

All’indirizzo http://www.circolo100giovani.it/ c’è un sito “under construction”, dove però campeggiano foto di giovani ottimisti, tutti belli e dalla faccia pulita, tutti con il pollice alzato in segno di “OK”, tutti che ballano ma anche che studiano. Insomma, si divertono e sono allegri. Chissà da chi è ispirata un’immagine così. Poi, di lato, tanto per far vedere che sono ottimisti, ballano, studiano però sono anche profondi, viene riportato un pistolotto di Giovanni Paolo II sul non avere paura di ricercare la verità e la santità. Per il resto non c’è nulla. Dovrebbero esserci lo Statuto (ci clicchi, nulla), il “Chi Siamo” (ci clicchi, nulla), gli obiettivi (cavoli, almeno questi: clic, nulla), idem per eventi e notizie. Il tutto alla faccia della trasparenza.

Ma ancora più divertenti sono i Capitani Coraggiosi. Al sito http://www.capitanicoraggiosi.com/, al fianco del logo campeggia bello evidente quello del PdL. Questo è parlar chiaro. Nei loro propositi c’è, indovinate un pò, quello di “…porre al centro della politica il volere degli elettori…”. Per questo, nel “chi siamo” dichiarano espressamente di perseguire gli “ideali previsti nell’art. 1 dello statuto del PdL e di sostenere le iniziative politiche che il PdL deciderà di attuare”.

Chiaro? Però con la volontà dell’elettore posta al centro della politica. Facile, semplice, credibile, interessante, utile al mondo.

Locations of visitors to this page