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Archivio Settembre 2012

Maxwell Sim

28 Settembre 2012 1 commento

Jonathan Coe è, insieme a Nick Hornby e Joseph O’Connor, uno dei miei autori preferiti.

Uno delle cose che apprezzo di più in lui è la narrazione legata spesso a temi anche molto seri sia macro, come la preoccupazione per la crisi economica o per la degenerazione  della politica, sia micro come la salute, sempre in chiave leggera e spesso umoristica e satirica.

“I Terribili Segreti di Maxwell Sim” è il suo ultimo romanzo e l’ho appena finito. Dopo “La Banda dei Brocchi” e “La Famiglia Winshaw” è, a mio parere, la sua opera migliore. Esattamente rispecchia quanto ho appena scritto.

Il romanzo si apre con una “breaking news”: un uomo è stato ritrovato mezzo assiderato e completamente nudo all’interno di una macchina sotto una tormenta di neve nel nord della Scozia. In macchina con lui una valigia contenente un centinaio di spazzolini da denti, un sacco di cartoline indirizzate tutte alla stessa persona ed una videocassetta contenente la storia assurda del fallimento di una circumnavigazione del globo in barca a vela da parte di un certo Donald Crowhurst nei primi anni sessanta.

Maxwell è una persona decisamente in difficoltà, spiazzato dalla vita. Ha 48 anni, la moglie lo ha appena mollato portandosi  via la figlia ad un paio di centinaia di chilometri di distanza ed anche sul lavoro (un grande magazzino alla perifieria di Londra) le prospettive non sono rosee. Si sente un essere inutile e non sa bene perchè. Il racconto inizia da una visita all’anziano padre che da qualche anno si è trasferito in Australia e con il quale Maxwell non ha un buon rapporto. O meglio, non ha proprio un rapporto nè mai lo ha avuto, una vita vissuta nell’indifferenza più totale da parte del genitore. E così l’ultima sera prima di prendere l’aereo che lo riporterà a Londra, incontra in un ristorante una madre ed una figlia il cui rapporto è assolutamente affettuoso e, confrontandosi con la loro complicità, si ritrova ad iniziare un viaggio alla ricerca di se stesso e delle cause del suo malessere.

Tornato a casa viene contattato da un amico, direttore commerciale di una ditta produttrice di spazzolini da denti, che gli propone di entrare a far parte di una squadra di venditori con la quale raggiungere i quattro angoli più lontani del paese nell’ambito di un’iniziativa pubblicitaria. A Maxwell tocca il posto più lontano e sperduto: le Isole Shetland. Avendo tempo a disposizione, decide d’intraprendere il viaggio attraverso una serie di tappe (vecchi amici di famiglia, la casa di proprietà del padre, la moglie e la figlia ed un’amica d’infanzia trasferitasi in Scozia) durante le quali viene a scoprire, attraverso la lettura di documenti ottenuti in circostanze assolutamente fortuite, alcune verità su se stesso, addirittura sulla vera ragione della sua esistenza: la storia di una vita in tre giorni.

Maxwell finisce così nell’immedesimarsi nel personaggio di Donald Crowhurst, nascosto in mezzo al mare ed impazzito per aver barato nella sua finta circumnavigazione, dando al suo viaggio la stessa connotazione alienante del viaggio del velista, fino al primo epilogo della vicenda (la “News” iniziale).

Uno degli aspetti migliori del romanzo è proprio il fatto di presentare al lettore non uno e neanche due finali, ma addirittura tre, con un divertentissimo colpo di scena finale. Il secondo è la risalita dagli abissi di Maxwell, con il recupero di se stesso, degli amici, degli affetti più importanti compreso soprattutto quello del padre. Il terzo lo lascio a chi vorrà leggerlo.

Il tutto mentre sullo sfondo l’Autore racconta una Gran Bretagna in difficoltà per la crisi economica e di valori che sta colpendo praticamente tutto il mondo. E sempre con quell’umorismo di fondo che rende una storia per certi versi triste (e chi ha 48 anni e ne ha passate parecchie di quelle raccontate s’immedesima in maniera impressionante, credetemi) leggera come una piuma. E poi ci sono i colpi di scena che, nel loro sparigliare i giochi, rendono la storia frizzante e, da soli, valgono il prezzo del libro. 

Music On The Rock è su Facebook!

25 Settembre 2012 Nessun commento

Se qualcuno mi segue, saprà che sono sempre stato scettico riguardo Facebook. Poi ci sono entrato per caso ed ho scoperto che può essere utile per incontrare di nuovo vecchi amici che ormai pensavo di aver perso per strada. Inoltre ti tiene aggiornato sulla tua (piccola) comunità della quale fanno parte familiari, amici strettissimi e non e qualche conoscente. Ad esempio sono entrato in contatto con uno dei miei gruppi preferiti di Progressive, ci siamo scambiati l’amicizia ed adesso capita di scambiarci opinioni, complimeti (io a loro) e notizie sui loro concerti (loro a me). Oppure nascono discussioni (quasi) spontanee su “Sono meglio i Led Zeppelin o i Rolling Stones?”.

Visto che questo blog ha qualche contatto, veri o falsi che siano, perchè no? Perchè non metterlo su Facebook. E allora da qualche giorno, all’indirizzo che vedete sotto riportato, fa bella mostra di sè il mio caro vecchio logo del periodo “Music On The Rock Radio” (di cui avrete, spero, presto novità), gli ultimi post e qualche commento. Il contatore è arrivato a 13 “Mi Piace”.

http://www.facebook.com/pages/Music-On-The-Rock/384874948247441

Spero così di avere qualche occasione in più per comunicare e scambiarci qualche opinione.

A presto

 

PS: Twitter no! Ho impiegato un discreto numero di anni per piegarmi a Fb, ma Twitter no!

Il Concerto del Mese: Squeeze (1981)

21 Settembre 2012 Nessun commento

Chris Difford e Glenn Tilbrook hanno rappresentato, all’inizio degli anni Ottanta, quanto di meglio il songwriting pop potesse offrire. Insieme a Paul Weller (Jam) e Partridge-Moulding degli XTC. Di più, insieme a questi ultimi sono stati, a mio parere, i grandissimi e più accreditati eredi di Lennon-McCartney. Troppo? Non credo. Tra il 1979 ed i dieci anni successivi hanno realizzato almeno cinque splendidi album (“Cool For Cats”, “Argybargy”, “Frank”, “Babylon And On” e, soprattutto, “East Side Story” – pietra miliare) ed altri due decisamente buoni (“Sweet From A Stranger” e “Così Fan Tutti Frutti”).

Wolfgang’s Vault contiene una montagna di concerti. La maggior parte riguarda gruppi americani. E la maggior parte riguarda soprattutto concerti dei tardi anni Sessanta e Settanta. Ma si trovano parecchie chicche anche relative ai gruppi della New Wave inglese.

E così, spulciando qua e la, mi sono imbattuto in questo concerto degli Squeeze, l’unico presente nella Volta.

Il Ritz Club è un locale dell’East Village che ha aperto nel 1980 dalle ceneri della ”Webster Hall”, una storica sala da ballo della Grande Mela. E’ destinato ad entrare a suo modo nella Storia del Rock. Essendo capiente e dall’ottima acustica viene adocchiato dall’appena nata MTV che lo sceglie come location per uno dei suoi programmi più fortunati, “Live From The Ritz”. Il 6 dicembre dello stesso anno ci fanno il loro esordio in terra americana gli U2. Il primo concerto solista di Sting avviene sempre sul suo palcoscenico nel 1985. In parecchi ci incidono album o dvd dal vivo. Ci suonano praticamente tutti e per tutti i generi: da Prince a Suzanne Vega, dai R.E.M. agli Iron Maiden, da James Brown ai Pretenders. Insomma, un bel posto per farci musica e per ascoltarla.

Gli Squeeze ci arrivano il 29 giugno del 1981. “East Side Story” è nei negozi da un mese o poco più. La formazione è la stessa del disco con, oltre i due leader, Paul Carrack alla voce e tastiere, John Bentley al basso e Gilson Lavis alla batteria. Il sound perciò è proprio quello del disco. E’ importante. Squeeze avevano iniziato con una forte impronta elettronica nel primo album per poi virare progressivamente nei successivi verso un suono molto più Sixtyes, giunto al suo impasto perfetto proprio in “East…”. E tutto ciò è assolutamente evidente nel concerto. Tutto suona come se Kinks e Beatles avessero deciso di tornare sul palco con nuove canzoni. La pulizia del suono delle chitarre, le voci pulite, i cori ed i controcanti e le tastiere beat ci riportano indietro al 1965. I brani trasudano Beat (“In Quintessence”, “Is That Love”,  “Pulling Mussels” e “Slightly Drunk”), Rock’n'Roll (“Piccadilly”, “Another Nail In My Heart” o la “Goodbye Girl” riarrangiata), Rockabilly (“Messed Around”,  “Yap Yap Yap” e la “Farfisa Beat” il cui nome è già tutto un programma), Soul (la strepitosa “Tempted” con la voce nera di Carrack) e la ballata rock alla “Waterloo Sunset” (“Up The Junction” o “Labelled With Love”).

 Ma fanno bella mostra di se anche brani più tipici della New Wave di quel periodo quali “Take Me I’m Yours”, spogliata dell’elettronica del singolo originario e molto più robusta nell’esecuzione, “Someone Else’s Heart” o  “Cool For Cats” con la voce guida bassa e solo apparentemente sgraziata di Chris Difford, “Slap and Tickle” o la forse pretenziosa “I Think I’m Go Go”. 

Il concerto è lungo, ventiquattro brani, e rappresenta uno dei momenti migliori della band. La risposta del pubblico è entusiasta. Il suono è, inutile dirlo, perfetto. Decisamente “Soundboard”, preso direttamente dal Mixer. Proprio a cercare un piccolo neo, sono solo le tastiere a rimanere leggermente penalizzate nel suono complessivo, e questo non permette perciò di ascoltare al meglio i fraseggi di Paul Carrack.  

“East Side Story” raggiungerà il 19° posto in Gran Bretagna ed il 44° negli States. I singoli hanno sorte anche migliore: “Labelled With Love” sale al 4° in UK, mentre ”Tempted” riesce ad arrivare fino alla posizione numero 8 nella classifica USA “Mainstream Rock” ed allla 49 della “Hot 100″. Grazie anche a questo tour. Non sono posizioni da Stones o Zeppelin, ma neanche così da buttar via. Ed assicurerà al gruppo un seguito fedele (oggi si dice “Cult”), del quale faccio parte anch’io.

Si era capito?

Questo è il link del concerto. Buon ascolto a tutti

http://www.wolfgangsvault.com/concerts/#/squeeze/concerts/ritz-june-29-1981.html

 

 

 

Il Disco del Mese: “Led Zeppelin” (1969)

14 Settembre 2012 Nessun commento

Ho la fortuna di avere tra i miei amici Maurizio Boco, uno dei migliori batteristi italiani. Oltre alle più svariate collaborazioni, oggi per la città di Roma si è trasformato in un professionista della divulgazione e della didattica artistica, avendo aperto con alcuni soci la “Fonderia delle Arti”, un’ex-fonderia abbandonata sulla Tuscolana, recuperata e trasformata in un centro polifunzionale dedicato alla musica, al teatro ed alla fotografia con relativa scuola professionale.

Sere fa ha postato su Facebook (ebbene si, mi sono fatto irretire anch’io) un commento sui Led Zeppelin. Dopo averne ascoltato l’intera discografia per tutta la giornata, affermava, e ci chiedeva un parere, sul fatto che fossero la più grande band Rock della storia. Sono intervenuto dicendo che comunque per me erano al photofinish con Who e Stones. L’avessi mai detto! Sugli Stones ho raccolto una discreta quantità di critiche (meno male che mi sono salvato sugli Who). Ma quello che mi ha colpito è stata la perizia tecnica delle risposte: da farmi chiudere il blog.

E adesso con quale coraggio scrivo il mio solito “post-ino” sul disco del mese? E, caso ancora più curioso, mi ero già deciso a scriverlo proprio sul primo album dei Led Zeppelin.

La storia è conosciuta. Jimmy Page, giovanissimo e talentuoso session man, durante una seduta di registrazione per Donovan conosce John Paul Jones, stimato strumentista ed arrangiatore, il quale, impressionato dal chitarrista, si dichiara interessato a qualsivoglia suo progetto. Subito dopo Page, entrato poco prima negli ormai decotti Yardbirds, si vede consegnare dagli ormai ex membri del gruppo i diritti sul nome uniti però all’onere di rispettare l’impegno contrattuale di un tour negli Stati Uniti.

La line-up va rimpolpata e così Page chiama un giovane cantante di belle speranze, tale Robert Plant, che a sua volta si porta dietro John Bonham, batterista solido e fin troppo robusto della sua prima band, i Band Of Joy. Poco prima della partenza per gli States saluta e se ne va anche Chris Dreja, ultimo componente storico di The Yardbirds e Page si ricorda così di John Paul Jones. Il gruppo così è al completo e l’intesa si scopre subito perfetta. Da “The Yardbirds” decidono di ribattezzarsi momentaneamente  “New Yardbirds”, giusto per affrontare il tour imminente. Siamo a settembre del 1968.

Da qui in poi ogni giorno scandisce un pezzo della Storia del Rock.

Rientrati dal tour incidono il primo album in sole trenta ore di sala grazie all’aver già suonato la maggior parte del materiale in concerto. “Good Times Bad Times” apre il disco con un riff potente di chitarra mentre la batteria accompagna con l’hi-hat in maniera diversa ad ogni riff. Poi una rullata  ed entra la voce. Chitarra e basso sottolineano ogni spazio lasciato vuoto dalla voce fino al refrain. Poi un giro di basso introduce alla seconda strofa. Dopo il ritornello parte il primo assolo di chitarra dei Led Zeppelin che si ripete dopo l’ultimo ritornello. Il brano rappresenta una dichiarazione d’intenti chiara e precisa da parte del Gruppo: Energia e Classe, Tecnica e Cuore, Sudore e Stile, Rock, Blues, Heavy, Folk. Un brano potente ed energico, ma finemente cesellato come  una brano acustico.

E la chitarra acustica arriva in apertura del secondo brano. “Babe I’m Gonna Leave You”, traditional riarrangiato da Jimmy Page. Un arpeggio delicato e la voce intensa e drammatica di Plant che saluta la sua donna perchè il suo destino è quello di vagabondare. Plant urla e chitarra acustica, basso e batteria si muovono su un riff che più acido non potrebbe essere anche se suonato acustico. Riprende l’arpeggio e su questo Page disegna un breve assolo evocativo sempre di chitarra acustica. Ed il brano va avanti fino alla fine in questo dialogo tra la voce di Plant, il riff che somiglia quasi ad un flamenco e gli interventi di Page.

“You Shook Me” è uno standard blues di Willie Dixon. Dodici battute classiche per una delle più grandi passioni di Jimmy Page. La chitarra segna il territorio, ma i primi due assolo sono  dell’Hammond di Jones e dell’armonica di Plant. Al quarto minuto entra l’assolo della chitarra che ricalca i due precedenti e cambia le carte in tavola (una pausa dopo qualche battuta). Il finale è un botta e risposta tra la voce di Plant e la chitarra. Neanche il tempo di rifiatare e parte un riff di basso che apre “Dazed And Confused”, uno dei brani simbolo degli Zep, che verrà poi suonata al centro di ogni loro show. Sono 6 minuti e 26 secondi di godimento puro. Stavolta il Blues si sposa con la Psichedelia mentre memorabile è il riff che completa la strofa. Plant arriva alle stelle, e  la chitarra urla sotto la sua voce. L’assolo sperimenta dove nessuno era mai arrivato, per poi lanciarsi in note lancinanti ed a ritmo vertiginoso. Grandissimo il lavoro di Bonham. L’arrangiamento del brano costituirà uno standard per tutta la musica hard-rock negli anni a venire.

Si tira il fiato. Un’introduzione delle tastiere di John Paul Jones riecheggia atmosfere quasi Prog (che ancora non si sa bene cosa sia), per poi aprirsi ad un riff sul quale il gruppo entra in un mid-tempo. Si tratta di “Your Time Is Gonna Come”, con Page all’acustica. Si può dire che si tratti di un brano leggermente occhieggiante alle classifiche, in particolare alle americane? Direi di sì, il brano si muove su di una struttura molto semplice ed orecchiabile con un bel ritornello corale. Ancora le radici folk inglesi nel successivo strumentale acustico “Black Mountain Side”.

Si riprende la corsa con la chitarra distorta di “Communication Breakdown”, altro classico del gruppo. Rock’n'Roll puro. Altro grande assolo funambolico di Page. Si torna al blues con “I Can’t Quit You Baby”, sempre di Dixon, e stavolta la prestazione è più canonica. L’epilogo dell’album è negli otto minuti e mezzo di “How Many More Times”, brano ancora dalle forti influenze heavy-blues. Forti influenze? Ma le “forti influenze” sono stati loro per tutti quelli a seguire. Il brano gode di un arrangiamento di nuovo molto complicato, con una fase centrale psichedelica caratterizzata da un dialogo serrato tra la voce di Plant e la batteria di Bonham, al termina del quale il brano cambia ancora completamente atmosfera assumendo l’andamento di un brano heavy, per poi tornare al tema iniziale e portarlo fino al termine.

L’album esce negli Stati Uniti a gennaio del 1969 ed a fine marzo in Gran Bretagna. Raggiunge la sesta posizione in UK e la decima in USA, collezionando 150 settimane nelle classifiche inglesi e ben 400 in quelle americane, vendendo complessivamente quasi dieci milioni di copie in tutto il mondo.

“Rolling Stone” lo ha indicato al 29° posto della classifica dei “Top 500 album di tutti i tempi”, “Uncut” al 7° posto nella classifica degli “Album debutto di tutti i tempi” e “Q” sempre al 7° posto per “La Musica che ha cambiato il Mondo”.

Ed era solo l’inizio.

 

 

 

 

Monaco

7 Settembre 2012 Nessun commento

Arrivi con la macchina e il perimetro della città è un unico cantiere a cielo aperto. Pensi: “siamo venuti a trovare il traffico in Germania”. Poi, siccome sei in Germania, nonostante tutti i lavori il traffico scorre perfettamente, ordinato e senza blocchi. Parcheggi la macchina in albergo ed esci per prendere la metropolitana. Fai il biglietto e tenti di passarlo attraverso la fessura alla porta di accesso. Il biglietto non entra, ma non c’è neppure il tornello come a Roma, Parigi, Barcellona o Londra (dove devi passarlo all’entrata ed all’uscita – malfidati!). Perchè? Perchè non esiste il minimo dubbio che alcun cittadino della città (un milione ed ottocentomila) entri in metro senza avere il titolo per accedervi. Semplice.

Luoghi comuni? No. Monaco è così. Una città ordinata. Giovane e scattante, dove in tanti vanno in bici sulle decine di chilometri di piste ciclabili che costeggiano qualsiasi strada attraversi la città. Forse un tantino troppo veloci, forse è anche colpa nostra che, poco abituati ai ciclisti, non sappiamo distinguere tra un marciapiede ed una pista e questo rallenta anche enormemente i riflessi con rischi notevoli per la nostra e la loro incolumità.

Una città che nella sua relativa estensione possiede una decina di linee di metropolitana e tantissime di tram ed autobus. Chi la comprerebbe un’auto in una città così? Dove i palazzi difficilmente superano i quattro-cinque piani in centro, senza asfissiarti, dove gli spazi sono talmente ampi (grandi piazze e grandi viali) e  il verde  talmente presente da costringerti a modificare la prospettiva attraverso la quale guardare e vivere le cose. 

Un tantino scettico (tanto per cambiare devo dare ragione alla mia Dolce Metà che invece ha insistito parecchio) abbiamo portato i ragazzi a visitare il Museo della Scienza e della Tecnica: più o meno 50.000 mq dedicati ad ogni campo della conoscenza dell’Uomo. Quanto di meglio, ed in qualche caso di peggio (V2, ad esempio), ha realizzato l’Umanità. C’era praticamente di tutto, dai mulini alle piroghe, dalle mongolfiere alle macchine per produrre tondini di ferro, dalla ricostruzione del corridoio (con tanto di cabine) e del ponte di una nave da crociera degli anni Venti con tanto di “trampe l’oeil” del mare in burrasca (talmente realistico che il ponte sembrava muoversi) ad una cellula umana ingrandita 350 mila volte.

Un paio di sottomarini della seconda guerra mondiale, il muso (vero) di un Boeing della compagnia di bandiera tedesca con cabina di pilotaggio completa, un pendolo di Foucault, l’evoluzione dell’arpa, immagini tridimensionali e simulazioni del sistema nervoso. E tantissime altre cose.

Un’area ludica per bambini piccoli ci ha letteralmente rapito per quasi un’ora. Attrezzata con computer Apple, un percorso acquatico che simulava le forze della fisica, una stazione dei pompieri con tanto di camion a grandezza naturale ed una “piscina” di costruzioni tipo Lego dove ho potuto vedere luccicare gli occhi del mio piccolo, era dotata anche di due salette insonorizzate contenenti percussioni l’una ed un pianoforte l’altra. In questo caso hanno luccicato i miei di occhi e, a dispetto dell’età (???), mi son chiuso dentro a suonare per due-tre minuti.

I ragazzi letteralmente impazziti. Chiedevano di tutto, guardavano tutto, tentavano di salire anche dove non si poteva. Dopo cinque-sei ore siamo usciti sfiniti e contenti per accorgerci di aver visitato forse il 25% del museo.

L’ultima mattina è stata dedicata all’Olympiapark. Le Olimpiadi del 1972 sono state le prime che ho seguito sul serio. Avevo otto anni e mi ero preparato per mesi all’evento. Avevo calendari, libri, fumetti e cartoni animati (Pippo alle Olimpiadi), giochi da tavolo. Mi ero studiato tutte le discipline. Avevo la programmazione della RAI dedicata ai Giochi copiata a mano su dei fogli protocollo scritti in stampatello, così, giusto per avere tutto sotto controllo e non perdermene neanche un minuto. Conoscevo campioni e record. Poi avevo la pianta del Parco. Vista tipo “Google Maps”. La guardavo e riguardavo. Quella tensostruttura (all’epoca la chiamavo “il tendone”, non che facesse molta differenza per me) mi affascinava, mi sembrava qualcosa di assolutamente leggero ed enorme. Copriva lo stadio, la “Halle” (un posticino dove oggi fanno concerti da 6-7.000 posti) e la piscina, ovviamente attualmente pubblica ed a libero ingresso. E poi il verde ed il laghetto. E poi l’attentato, che nella mia memoria di bimbo di allora aveva la stessa forza sconvolgente di quello vissuto poi anni dopo per l’11 settembre.

Bene, tutto questo l’avevo come rimosso. Ma mi è tornato tutto alla memoria con tutte le sue emozioni nell’istante esatto in cui, mentre parcheggiavamo, ho riconosciuto i simboli dell’atletica e del calcio che ancora oggi campeggiano sulla curva dello stadio. In un’area è stato predisposto una specie di anfiteatro dove sono incisi tutti i vincitori di quell’anno per ogni disciplina. Non ricordavo avessimo vinto così poche medaglie.

Per finire, passeggiando lungo il lago, ci siamo trovati davanti al “Rock Museum”. Non l’ho visitato, ma difronte c’era la “Rock’n'Roll Walk of Fame” in stile hollywoodiano. Grandi mattonelle incastonate nell’asfalto con l’impronta delle mani e la firma delle rockstar.

Bhè, diciamo che i tedeschi probabilmente non hanno le idee molto chiare sull’argomento. A parte la presenza di quei bei grupponi pesanti tipo Metallica e simili, colpiva il “di tutto un pò”. Qualche esempio con, a corredo, il commento di mio figlio grande D:

ok i REM    (“e chi sono?”)

 

 

ok i Deep Purple   (“Deep?”)

 

 

 

benissimo Roger Waters    (“Chi?” – “Quello di The Wall!!!” – “?????”)

 

 

incredibile i Genesis!    (“quelli di Folloyoufollomi?”)

 

 

 

per l’Italia Zucchero   (“mah”)

 

 

 

no, Snoop Dog no!   (“qualcosa mi dice”)

 

 

 

Per me era finita lì. Improvvisamente mio figlio mi strappa l’IPhone di mano: “Non ci posso credere…….

Undertaker!!!!!!”

 

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