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Archivio Ottobre 2012

Il Disco del Mese: “Out Of Our Heads” (1965)

31 Ottobre 2012 Commenti chiusi

Più o meno sono due anni che affronto, non sempre con regolarità, questa rubrica. Fino ad oggi nessun album dei Rolling Stones era mai stato citato. Nè mai avevano avuto altri post, di qualsiasi genere. Poche anche le citazioni. Com’è possibile? Un patito dei Sixtyes come me?

In realtà gli Stones hanno avuto più di una pelle, e quella dei primi sessanta non è, a mio parere, la loro migliore. Le cose migliori le hanno fatte quando si sono convinti di essere la “Miglior Band di Rock’n'Roll del Mondo”. Parlo di album come “Sticky Fingers” o “Exile On The Main Street”. “Beggars Banquet” o “It’s Only Rock’n'Roll”. Quando il suono ha iniziato ad essere più grintoso, i ritmi più serrati e la chitarra di Richards laggiù ad incrociarsi con Mick Taylor o Ron Wood.

Recentemente ho iniziato la lettura di “Life”, autobiografia di Keith Richards. Gran libro. Scritto da dentro. Ho potuto così “vivere” in maniera vivida, attraverso il racconto, i loro inizi eroici e la relativa facilità con cui sono arrivati al successo. Inizi caratterizzati da un attento studio del Blues delle origini. Richards, Jagger e Brian Jones, che occupavano insieme uno squallido appartamento di una Londra ancora sfocata, passavano ore ad ascoltare i grandi vecchi del Blues ed a ripetere pedissequamente ogni nota, accordo, sfumatura o qualsiasi altra cosa potesse farli sentire dei veri bluesmen. Ambivano a questo e a nient’altro.

Alcune serate nei locali blues e rythm’n'blues della capitale e la Decca, che poco prima si era fatta sfuggire i Beatles (“i gruppi con la chitarra ormai non hanno più futuro” disse il più miope dei discografici a Brian Epstain dopo il provino del giorno di Capodanno del 1962) li mise sotto contratto. Incidere il primo album e balzare in testa alle classifiche fu un tutt’uno (aprile 1964). I Beatles avevano aperto la strada, il terreno era fertile. Poi gli Stati Uniti e da quel momento tre-quattro anni senza fermarsi un secondo: album, tour, singolo, tour, album, singolo, tour, singolo, tour e via via a questo ritmo.

Quattro album tra aprile 1964 e lo stesso mese del 1966. In realtà gli album saranno sette, visto che le versioni americane differivano da quelle inglesi sia per contenuto che per data di uscita.

Andrew Oldham, il loro produttore, quasi coetaneo e con uno spiccato senso nel percepire i desideri ed i bisogni del pubblico sempre più giovane e sempre più indipendente, intuì che la partita contro Lennon-McCartney si sarebbe potuta giocare solo se Jagger-Richards fossero diventati il loro contraltare. Così una sera li chiuse nella cucina di casa sua e gli disse che non sarebbero potuti uscire se non avessero scritto una canzone. La canzone, “As Tears Go By” era decisamente debole, tanto che fu subito dirottata su un’artista che tentava di muovere i primi passi nel mondo della canzone: Marianne Faithful.

Però da quel momento scattò una molla importante. Anche loro sapevano scrivere materiale. E le basi erano solide. Così arrivarono tanti singoli N° 1 nelle classifiche di mezzo mondo. Bastò incanalare il loro Blues in un ambito più Pop, serrare un pò le ritmiche ed inserire tanti ritornelli-killer. Così arrivarono “Tell Me”, “The Last Time”, “Satisfaction” e tantissime altre. E gli album iniziarono a contenere anche loro materiale e non solo cover. Divennero più “personali”.

Ho scelto “Out Of Our Heads”, nella versione americana, per una serie di ragioni. Prima di tutto campeggiava nello scaffale della prima ragazza per la quale abbia mai avuto una cotta clamorosa. Io cinque anni, lei sedici. Difficilmente corrispondibile. Oltre questo aveva un paio di rari album dei Beatles (delle versioni italiane, oggi rarissime, che poi vi racconto), il primo album dei Byrds ed altre chicche. Potevo restare indifferente?

Poi contiene il singolo dei singoli. “I Can’t Get No (Satisfaction)” è una grande canzone. Tre note o poco più, un motivo essenziale, un arrangiamento scarno. Ma provate a contestualizzarla in quegli anni. Dirompente. Richards racconta di essersi addormentato con la chitarra acustica in mano ed un registratore a pizze acceso. La mattina il nastro girava libero. Lui l’ascoltò e trovò delle note strapazzate che poco dopo sarebbero diventate “Satisfaction”. Il gruppo la incise in un paio di session negli Stati Uniti in una versione prima solo acustica, poi un pò più veloce ma scarna ed a livello di provino. Poi continuarono il tour. Un paio di settimane dopo ascoltavano la radio e lo speaker annunciò “il nuovo singolo dei Rolling Stones, in testa a tutte le classifiche”. Poi l’intro mitica. Il produttore aveva preso le tracce appena lavorate, aveva completato il missaggio e la casa discografica l’aveva pubblicata, a loro insaputa.

Nell’album le canzoni a firma Jagger-Richards sono quattro: oltre a “Satisfaction”, “The Last Time”, “The Spider and The Fly” e “One More Try”. La prima è una classica canzone pop-rock, di quei numeri Uno predestinati visti sopra. “The Spider” è un blues altrattanto classico con Mick Jagger all’armonica. “One More Try” è sulle orme di “Boom Boom”, ma molto più leggera. Questo è il segreto degli Stones degli inizi: la dove i Beatles avevano rifondato il Pop creando un canone scaturito dalla loro base di Rock’n'Roll, gli Stones hanno preso il sangue ed il sudore del Blues unendolo al Pop ed al Beat per creare un loro stile, unico per quel tempo.

Il resto dell’album è grandi firme del Blues e del Soul: Sam Cooke (“Good Times”), Marvin Gaye (“Hitch Hike”), Roosvelt Jamison (“That’s How Strong My Love Is”), Bo Diddley (“I’m Allright”), ed altro ancora.

“Out Of Our Heads” salirà al primo posto delle classifiche americane, la sua versione inglese al secondo posto in Gran Bretagna, mentre i singoli “The Last Time” e “Satisfaction” raggiungeranno entrambi la prima posizione in GB. Negli USA “The Last Time” salirà fino al nono posto. Indovinate “Satisfaction” dove arriverà?

Ascoltati! – contenuti speciali

29 Ottobre 2012 Commenti chiusi

I contenuti speciali in un dvd rappresentano spesso curiosità, aggiunte, commenti, scene tagliate e quant’altro che nulla aggiungono al film cui sono abbinati. In qualche caso non è così. Ad esempio con la trilogia de “Il Signore Degli Anelli”, dove ai già corposi tre episodi presentati nei cinema, vennero aggiunte più o meno un’ora ad ogni film con scene tutt’altro che insignificanti e che davano ancora maggiore spessore alla storia, oltre a di tutto di più sugli effetti speciali, sulla genesi del progetto, ed altro ancora.

Tutto ciò per dire che questi “contenuti speciali” completano quanto detto nelle due parti precedenti circa le migliori uscite, a mio parere, degli ultimi tempi.

Di chi parliamo? Di un gruppo inglese che incide dal 1994. Chi sono? Big Big Train è il loro nome. Che genere fanno? Semplice, Progressive.

E ci vuoi parlare di un altro disco di Progressive nel 2012? Ebbene si.

Il Prog per me si divide in almeno tre periodi. Quello storico dei settanta (Genesis, Jethro, Yes, King Crimson e, da noi, PFM, Banco e Orme, e poi ancora tanti altri ovunque),  il Neo-Prog degli ottanta (Marillion, Pendragon, IQ, Twelfth Night ed altri), e il Prog recente (Spock’s Beard, It Bites, Satellite, ed altri).

Di questi ultimi fanno parte i Big Big Train. Sette album pubblicati fino ad oggi, vari cambi di formazione con tanti satelliti in orbita intorno alle figure storiche di Greg Spawton (chitarrista e tastierista) ed Andy Poole (basso e tastiere). Gli ultimi ingressi particolarmente significativi: da un paio d’anni suonano con loro Nick D’Virgilio, ottimo batterista e ultimamente anche gran lead vocal degli Spock’s Beard, e Dave Gregory, spalla per anni di Partridge & Moulding negli XTC.

Si, gli XTC. Quelli che secondo me fanno parte del Magico Poker dei miei anni ottanta, insieme a Squeeze, Jam e Boomtown Rats.

E allora, mi chiederete, perché dovremmo ascoltare un disco di un gruppo che suona un genere che gli stessi Padri Fondatori hanno abbandonato perché tutto era già stato detto nel 1975, o giù di li? Io ricordo i miei amici quando tentavo di fargli ascoltare uno dei primi album dei Marillion (ad esempio “Script…”, ma lo stesso “Misplaced Childhood”) o degli IQ (“The Wake”). Una delle risposte classiche era: “Il Prog è morto e sepolto ed oggi non se ne sente veramente più il bisogno di una musica del genere”. E nessuno di loro era Punk o Mod o Dark o chissà cos’altro.

Torniamo alla domanda iniziale: perché questo album, dal titolo “English Electric (part 1)”, merita? Semplice, banalmente perché è scritto bene e arrangiato e suonato meglio. Big Big Train vivono un percep

ibile stato di grazia. I brani, otto, durata media sui sette minuti, sono tutti orecchiabili al punto giusto. Dopo il primo ascolto ti lasciano dentro il desiderio di riavviare nuovamente il cd. I suoni sono quelli giusti e classici del Prog. Chitarre, tastiere, un flauto che occhieggia qua e la. Brani con strutture molto movimentate. Si passa da introduzioni lente e dolci ad aperture strumentali che rimandano sognanti indietro agli anni d’oro del Prog. Ascoltare per credere l’iniziale “The First Rebreather” ed il terzo brano della raccolta “Winchester From St. Giles Hill”.

Ma non è solo il richiamo molto chiaro e forte ai Genesis che me li fa apprezzare. In questo album la lezione dei maestri viene rielaborata in un tentativo di commistione fra i generi che da gran linfa al tutto. Proprio l’innesto di D’Virgilio e Gregory ha permesso, a mio parere, di raggiungere questo risultato. Il primo con un drumming molto serrato e grintoso nei passi più rock, pieno d’energia come una molla tirata e pronta a scattare. Il secondo portando (non ditemi che sono il solito fissato) in parecchi passaggi lo stile “XTC”, in particolare quello chitarristico, fatto di Rickenbacker 12 corde,  suoni molto liquidi ed un pizzico di psichedelia e schizofrenia (l’inusuale banjo). Immaginate Peter Gabriel e Phil Collins che si chiudono in uno studio di registrazione con Andy Partridge e Colin Moulding. Sempre per credere ascoltate l’introduzione del brano d’apertura già citato o il secondo brano, “Uncle Jack”, che si sarebbe potuto trovare tranquillamente su Skylarking o Mummer dei miei eroi di Swindon. Oppure l’introduzione della finale “Hedgerow”. Così come nella coda strumentale di “Summoned By Bells” l’assolo di chitarra tra archi e mellotron somiglia a qualcosa di sentito ai tempi dei “Dukes Of Stratosphear”, side project psichedelico degli XTC.

Su tutto regna sovrana una melodicità dei brani rara e delicata (in questo caso si presta benissimo “Upton Heath”, con un finale bucolico con flauti e bambini che cantano), anche nei momenti più energici (“Judas Unrepentant”).

Il mio brano preferito? “A Boy In Darkness”, il penultimo, che ad un apertura lenta ed oscura fa seguire uno sviluppo strumentale a metà tra PFM ed alcuni passaggi di “The Old Road” di Martin Orford. Dell’album è prevista una “part 2″ in uscita a marzo 2013.

Bene, altro non scriverò, anche perché chi non ama il genere non avrà la più pallida intenzione di ascoltare un album simile, trovandolo sicuramente troppo cerebrale e complicato, mentre al contrario chi lo ama e dovesse incappare in questo blog non potrà fare a meno di seguire il mio consiglio.

Non dovrà fare a meno.

Ascoltati! – pt. 2

20 Ottobre 2012 2 commenti

Mumford And Sons – “Babel”

Al di la della DMB, questo era il disco che aspettavo ormai dal 2010. Il primo, “Sigh No More”, risale ormai al 2009. Ho sempre pensato: bhè, sono in tour, ora tornano a casa e incidono il nuovo disco. Vorranno battere il ferro finchè è caldo. Nulla per tutto il 2010, il 2011 e buona parte del 2012. Intanto la loro fama cresceva di concerto in concerto, di iniziativa in iniziativa. Si, perchè Mumford And Sons, oltre che abili autori ed esecutori, sono stati anche la molla per una certa rinascita del movimento folk britannico.

Perchè M&S sono grandiosi? Semplice. Sono un gruppo folk che suona come un gruppo rock. Usano banjo, mandolino, contrabbasso, piano e chitarra acustica più qualche percussione (non batteria, ma tamburi e piatti vari) e fiati sporadici, eppure hanno la potenza degli Zep (esagerato!!!!). O dei Pearl Jam. Insomma, fate voi, spero di aver reso l’idea. Ogni brano ha una sua dinamica molto estesa.

Se c’è un aggettivo tramite il quale esprimerli al meglio, questi è “fragorosi”.

Mumford And Sons sono fragorosi. Così inizia, dopo due battute di chitarra acustica, “Babel”, la title-track che apre anche l’album. La grancassa batte il tempo del brano mentre il banjo sottolinea la parte cantata. Quando entra anche il contrabbasso il gioco è fatto. Il refrain diventa improvvisamente sussurrato, mentre sotto chitarra acustica e pianoforte accennano gli accordi. La voce di Marcus Mumford è come al solito grezza ed evocativa.

Il brano termina ed entra una tastierina che porta direttamente al secondo brano. “Whispers in the Dark” si apre con un delizioso arpeggio di chitarra su cui viene costruita la melodia della strofa. Ed ancora lo spettro sonoro s’allarga con l’ingresso degli altri componenti. Il battere della sezione ritmica alza la velocità fino ad arrivare al ritornello che ti entra in testa dal primo momento che lo ascolti.

“I Will Wait” è il terzo potenziale singolo sui primi tre brani! Roba da gruppo d’altri tempi, roba da Grande Disco. E’ la classica canzone folk ritmata che non ti fa star fermi i piedi. E’ una festa sull’aia, con profumi di vino e birra. Una cosa importante: si sente che i brani sono stati preparati durante i tour e provati e riprovati live, seguendo anche le reazioni del pubblico. E come tali sono stati registrati. Tutto questo rende il disco fresco e divertente come pochi, perfettamente incastonato nel tentativo di rendere live una fredda registrazione di studio.

“Holland Road” segue il tema del brano precedente. Ancora potenza, ancora fragore. Ancora stop improvvisi e cori polifonici. Nel bridge fanno capolino i fiati che disegnano un bel tema. “Ghosts That We Knew” è lenta e deliziosa. Chitarra e voce, poi il banjo ed il pianoforte. Più avanti il brano esce da questa vena intimista e si distende in una ballata. C’è anche una slide. “Lover Of The Light” inizia lenta e rarefatta. Anche qui la voce è molto bella. Poi prende corpo in un folk-rock della miglior acqua, come se i Jethro Tull incontrassero Bruce Springsteen.

“Lovers Eyes”  si muove sulle tracce della precedente. Sul refrain l’accompagnamento, minimal fino a quel momento, s’interrompe del tutto per lasciare spazio ad un coro a più voci. Poi riprende e da quel momento diventa una ballad, contrassegnata ogni tanto da quegli spunti fragorosi di cui parlavamo. Negli ultimi due minuti del brano si sviluppa una giga allegra e festosa. “Reminder”, il brano più breve dell’album (appena due minuti), è un bozzetto intimista solo chitarra e voce, molto intenso. Lo vedrei molto bene nel prossimo tour come apertura dei bis.

“Hopeless Wanderer” è introdotta dal pianoforte, sul quale poggia per la maggior parte del brano. Anche qui il ritornello è killer. Poi improvvisamente parte una ritmica di chitarra molto sostenuta ed il gruppo si muove su ritmiche decisamente più rock, pur restando avvinghiato al suo habitat folk. Altro brano di una drammaticità e di una intensità enormi. L’arpeggio di “Broken Crown” ricorda alcuni spunti del primo album. E’ il brano dalla struttura più complicata dell’intero album.

“Below My Feet” inizia con due chitarre che arpeggiano insieme. La melodia è dolce e drammatica al tempo stesso. Stesso discorso per le successive “Not With Haste” e “For Those Below”. Per quest’ultima in particolare ci si addentra in territori alla Simon & Garfunkel. Brano veramente molto bello.

Ci si addentra talmente tanto in territori S&G che subito dopo, ormai quasi in chiusura di album, arriva la gemma tra le gemme: “The Boxer”, si proprio quella. Ed è una versione da brividi. Molto rispettosa dell’originale ma molto “Mumford And Sons”. “Where Are You Now” chiude in dolcezza un album veramente bello, con un lui che si chiede semplicemente “Dove sei? E mi pensi nella tranquillità o nella confusione?”.

Per concludere, tornando sull’aspetto del “Rock” dei M&S, consiglio vivamente di andare su YouTube e dare un’occhiata a qualche video tratto dai loro concerti, in particolare quelli di Glastonsbury dell’estate scorsa. A questo indirizzo

http://www.youtube.com/watch?v=0MkpBqGPS7g

potete ascoltare e vedere l’intera performance. Ascoltate le urla del pubblico al loro ingresso sul palco. Dopo 2 minuti e mezzo una ragazza urla anche “Marry Me!”. La gente urla, salta, si spintona e canta con il gruppo. Una festa spettacolare, un concerto grandiosamente intenso.

 

 

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Ascoltati! – pt. 1

14 Ottobre 2012 Commenti chiusi
Qualche tempo fa si scribacchiava di prossime uscite discografiche da me molto attese. Ora i cd hanno girato già parecchio nel mio stereo della macchina e le varie tracce sono entrate ed uscite dalle cuffiette del lettore in ufficio.
E allora qualche commento e qualche “contenuto speciale” che non guasta mai.
 
Dave Matthews Band – “Away From The World”
 

Come si sentivano i fan dei Beatles nei giorni immediatamente precedenti all’uscita  di  ”Sgt. Pepper”? Sapevano cosa stava per arrivargli nel cervello? Quali emozioni quelle mille note gli avrebbero regalato? Bene, ogni nuova uscita della DMB mi crea questo tipo d’attesa febbrile. Dave Matthews ha conosciuto un breve periodo d’appannamento. Forse “Busted Stuff” è stato pubblicato troppo di fretta (conoscete la storia del furto dei nastri pubblicati poi come bootleg dal titolo “The Lillywhite Sessions”?). Il suo album solista troppo malinconico. “Stand Up” leggermente monotono.

Poi con “Groo Grux” il miracolo. Disco spettacolare. Ed “Away From The World” conferma la ritrovata vena. E’ un Dave Matthews più solare rispetto ad altre prove. I suoni sono più rotondi e levigati, delicati ma anche grintosi se del caso. La band allargata, dopo la morte di LeRoi Moore, ormai in pianta stabile con la sezione dei fiati e Tim Raynolds alla chitarra elettrica, suona una meraviglia. Le canzoni sono più melodiche, senza le spigolosità di alcuni brani dei primi album (tipo “The Dreaming Tree” o “Don’t Drink The Water”).

Nel dettaglio “Broken Things” ha un incedere teso per poi aprirsi in un ritornello dolce, “Belly Belly Nice” si carica come una molla e poi esplode in un ritmo molto black. La sezione di fiati sugli scudi. “Mercy” delicata ed ispirata. Richiama per alcune sonorità “Crash Into Me”, soprattutto per il sax e per il cantato di Dave che cambia su ogni strofa. Bella la coda finale con piano e sax e la batteria che svaria sotto tra piatti e percussioni. “Gaucho” si apre con l’intreccio di due chitarre acustiche, cui si aggiunge il violino. Alla fine del ritornello sul anche i fiati si aggiungono al tema. Si parla del Mondo che deve cambiare ed il coro finale simbolicamente è cantato dai bambini. “Sweet” è già tutta nel titolo. Sembra un ukulele a far da sfondo alla voce di Dave per le prime due strofe del brano. Sulla terza entra il resto della band ed il ritmo si trasforma in un blues.

“The Riff” si apre con un arpeggio “alla Dave Matthews”, non so se avete presente: di quelle sequenze di note sulle quali un comune mortale, anche ammesso che riesca a suonarle, non riesce mai a cantarci sopra. Lui invece lo fa con estrema naturalezza (un caso tipico è, ad esempio, “What Would You Say” su “Crush”). Poi il brano, costruito su di un complicato riff di acustica si trasforma in un rock rarefatto ma corposo, con un bell’assolo di chitarra elettrica di Tim Raynolds.

“Belly Full” è un altro brano ispirato, la cui bellezza consiste nell’essere solo chitarra e voce. Brano breve, meno di due minuti. “If Only” è una ballata veloce condotta con la solita maestria dalla sempre particolare voce di Dave. Altro bell’assolo, semplice ed essenziale, della chitarra elettrica. Ancora “Rooftop” si muove su un arpeggio stavolta dell’elettrica. L’ha scritto Dave? L’ha scritto Tim? Non si sa, tanto sono simbiotici. Provate ad ascoltare uno qualsiasi dei loro dischi dal vivo in coppia. Il brano è comunque un bel rokkaccio rotondo, con un rallentamento nel ritornello. Il solo stavolta è del violino. Tornano le acustiche per “Snow Outside”. Fuori nevica, l’arpeggio ne rappresenta la colonna sonora. Ma non è il brano dolce e smielato che ci si potrebbe aspettare. Invece prende una piega nervosa e scattante, sempre con una line-up acustica. Qua e la una dobro regala sonorità molto middle America. Il finale è per i quasi dieci minuti di “Drunken Soldier”. Il brano è costruito come una mini-suite. Una lunga introduzione quasi da band che si sta scaldando. Poi di nuovo la chitarra che arpeggia, ma su questa i fiati esplodono in maniera quasi drammatica. Il preludio continua ancora fino a 2 minuti e poco più. Poi qualche nota sospesa e parte una melodia triste di violino e chitarra, che sfocia di nuovo nell’introduzione. Al minuto 3 parte la voce di Dave. La linea melodica ed il testo sono da brividi. Di nuovo l’introduzione, stavolta esplosiva come le bombe durante una battaglia. Si percepisce la polvere e la terra che lo spostamento d’aria ti fa cadere addosso. La battaglia finisce al minuto 6 e l’atmosfera si fa più rilassata, in una di quelle aperture strumentali tipiche della DMB (tipo “Lay In Your Graves”). E così il disco si conclude.

Un album bello e intenso come pochi, pieno di musica scritta bene e suonata meglio, con la voce di Dave a fare da filo conduttore nel meraviglioso cross-over tipico marchio di fabbrica della DMB.

                                                                                                                                                                                              (continua…)

Ricorrenze

5 Ottobre 2012 Commenti chiusi

Oggi sarebbero cinquant’anni dalla pubblicazione di “Love Me Do”, il primo singolo dei Beatles. Non me lo sono ricordato, nonostante “La Repubblica” mi bombardasse da cinque-sei giorni con la presentazione di un libro (che poi ho debitamente comprato).

Mi sono addirittura fatto cogliere in castagna dai colleghi d’ufficio che, bastardi, hanno cominciato a prendermi in giro. Hanno ragione, dopotutto qualche giorno fa mi sono professato “il fan numero 1 in Italia”. Ho tentato di “mischiargliela” (come diciamo a Roma), farfugliando un “ma no, mi sembra fosse ieri”, ma l’alibi non ha retto (avete presente quando Fantozzi faceva finta di nuotare nella piscina vuota a Capri?). Non l’hanno bevuta.

Comunque “Love Me Do” non è una bella canzone. Non è al livello di nessuna delle successive.

E dire che, per la serie “Ricorrenze”, mi ero preparato per oggi. Infatti il 5 ottobre del 1966 suonavano insieme per la prima volta Jimi Hendrix, Noel Redding e Mitch Mitchell, praticamente  ” The Jimi Hendrix Experience”.

Da una rivoluzione all’altra in quattro anni giusti giusti……

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