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Archivio Novembre 2012

Il Disco del Mese: “Setting Sons” (1979)

30 Novembre 2012 2 commenti

I miei preferiti in assoluto del periodo fine settanta-primi ottanta. Signore e Signori, ecco a voi The Jam!

Bruce Foxton al basso e cori, Rick Buckler alla batteria e, soprattutto, lui, Paul Weller, chitarra e voce e principale autore di quell’enorme quantità di hit potenziali ed effettivi prodotti da The Jam in pochi spettacolari anni di carriera.

“Setting Sons” non è il loro miglior disco. E’ però quello più omogeneo, perfettamente in equilibrio tra l’energia punk e mod degli inizi ed il desiderio di crescere e cercare nuove strade. Sostanzialmente un immenso album Pop.

Quattro squilli di telefono e l’album si apre con il quasi ska di “Girl On The Phone”: suono Jam 100%. La summa di quanto detto sopra. Brano molto dinamico, chitarre stoppate e basso in evidenza. Traspare evidente la voglia di crescere. Il refrain è  quasi psichedelico, il bridge riprende il movimento di un rock bello rotondo.

“Thick As Thieves” è un rock molto canonico. Introdotto da una rullata di batteria accompagnata dal basso, sui quali s’innesta un riff di chitarra quasi solo accennato. Bella melodia, il brano parte dal refrain per poi passare alla strofa. Anche qui il bridge cambia le carte in tavola, la chitarra si fa più grintosa. Brano molto alla Who.

“Private Hell” è un rock anfetaminico ed acido. La chitarra distorta. Poi, sempre sul bridge, il brano si distende in una dimensione più pop. “Little Boy Soldiers” è musicalmente ambiziosa per gli standard del gruppo. Consiste in tre movimenti con tre atmosfere completamente diverse. Parte con un arpeggio di chitarra per svilupparsi come un classico brano “Jam”. All’improvviso l’atmosfera cambia. Un tamburo militare, esplosioni lontane ed una chitarra alla Townsend che si fa largo. Voce e controcanto. Il brano sale di tonalità. Pochi secondi e si passa al movimento successivo, solo chitarra acustica e voce, per tornare al tema iniziale. Un gran brano.

La prima facciata si chiude con “Wasteland”, brano di ampio respiro. Una ballata giocata su di un ritmo abbastanza sostenuto e la chitarra che arpeggia ai passaggi di strofa. La melodia del brano, di tutte le sue parti, appare ad un primo ascolto leggermente scontata. Poi, ascoltandola bene, è qualcosa di miracoloso. Anche qui le voci si rincorrono per tutto il brano.

La seconda facciata si apre con il mio brano preferito: “Burning Sky”. Se non fossero bastati quelli ascoltati finora, ci troviamo di fronte ad un brano assolutamente killer. Tutto converge verso il riff alla fine di ogni strofa. Resta in testa e non esce più. Una specie di “I Wanto To Hold Your Hand” degli anni ottanta.

Ancora ambizioso il nuovo arrangiamento di “Smithers Jones”, brano sull’uomo comune inglese decisamente ancora più attuale oggi in tempi di crisi. Il brano, originariamente pubblicato come singolo decisamente aggressivo, viene riarrangiato con una sezione d’archi che strizza l’occhio a McCartney, come a dire “Ad un certo punto un brano con gli archi siamo in grado di realizzarlo anche noi”. “Saturday’s Kids” racconta le scorribande di un gruppo di giovani. Potente il riff iniziale con il campanaccio a caratterizzarlo. Forse il brano più vecchio stile di tutto l’album.

“The Eton Rifles” va nella scia di Kinks e Who, perchè poi quelle sono le radici e puoi tentare di crescere, ma qualcosa ti riporta sempre a casa. E siccome Paul Weller è sempre stato legato da una parte ai grandi del brit-pop, ma dall’altro al Soul ed al R&B di scuola americana, ecco lì, a chiudere l’album, un grande classico: “Heat Wave”, direttamente dalla Motown. Eseguito come la cover che ne fecero The Who parecchi anni prima.

“Setting Sons” uscì il 17 novembre del 1979. Era il quarto album dei Jam in due anni e mezzo e raggiunse la quarta posizione in Inghilterra. Il singolo estratto fu “The Eton Rifles” che salì fino alla 3^ posizione. Entrambi furono il massimo raggiunto dal gruppo fino a quel momento.

Da quel momento avrebbero avuto ancora tre anni di carriera insieme. I migliori.

Non Mi Va Giù….

29 Novembre 2012 2 commenti

Argomento? Le primarie del PD? Nooooo, per ora non ho votato e non voto. Sogno un’alleanza senza l’UDC. Aspetto la campagna elettorale e vedo come si alleano e come si muovono. Poi decido.

L’argomento è molto più semplice. Ho comprato il MERAVIGLIOSO cofanetto  dedicato ai tour di Fabrizio De André. Una documentazione eccezionale. Tutti e otto i tour del Poeta riversati in sedici cd (due per tour) comprendenti una gran quantità di materiale mai diffuso. Per intenderci, nessun inedito. Però del tour del 1975 e 1976 con i New Trolls non se n’era ascoltata mai neanche una nota. E c’è tutto “Storia Di Un Impiegato” e parecchie canzoni di “Vol 8″ e “Canzoni”.  Stesso discorso per quello di “Creuza de Ma”.

In più contiene delle cose che, da sole, valgono il prezzo (circa 100 euro, ma su Amazon 83): le parole di Fabrizio, la sua umanità, la sua singolarità. Aspetti della sua personalità che rimanevano credibili anche quando si esibiva in luoghi particolari (La Bussola di Viareggio, una specie di “Billionaire” dei primi settanta).

Viene documentata anche la contestazione che subì a Roma quando si esibì con la PFM nel 1978: quasi un quarto d’ora di musica “sporca”, soprattutto finali di brani, con i cori da stadio ignoranti di chi gli dava del venduto solo perchè aveva “preteso” un biglietto sicuramente in linea con i prezzi di allora. Ma anche con i fischi di risposta da parte di chi non voleva starci a farsi rovinare il concerto, e che concerto.

E poi poco importa che di quel tour sia stato riproposto integralmente il doppio album già editato e rimasterizzato almeno tre-quattro volte nel passaggio dal vinile al cd. Nelle note viene riportato che si tratta comunque di una nuova rimasterizzazione. Dispiace che, per esempio, facesse parte della scaletta “Coda di Lupo” e non sia stata inserita nella nuova track list. Almeno quella….

Complessivamente circa 160 canzoni, con alcune ripetizioni, che coprono 25 anni di esibizioni dal vivo di Fabrizio De André, corredato anche da un libro di un paio di centinaia di pagine pieno zeppo di foto e memorabilia varie: i manifesti dei tour, i biglietti, appunti vari ed altro.

Ok, per me dovrebbe funzionare così: gli album di De André andrebbero consegnati in tutte le case degli Italiani come le Pagine Gialle. Contribuirebbero ad elevarne il tasso di sensibilità.

Allora perchè il titolo di questo post? Perchè un paio di giorni fa sono stato al supermercato sotto casa ed ho trovato alcuni suoi album (versione “L’Espresso”, quando vennero pubblicati in allegato al giornale) letteralmente buttati, mischiati insieme ad alcuni della Pausini, di Gigi D’Alessio, degli Zero Assoluto (un nome, tutto un programma) e ad alcuni film di serie Z in dvd, con su la scritta “Tutto a 3 euro”. Un prodotto da supermercato, che rabbia.

Berlino – pt. 2

27 Novembre 2012 1 commento

Qualcuno ha commentato sul blog “Berlino non mi ha mai attratto”. Tra i miei amici, al ritorno, alla domanda “bhè, com’era?” e alla mia immediata risposta “Bellissima”, ho potuto osservare sguardi tra il sorpreso e lo scettico.

Evidentemente Berlino si porta dietro una storia troppo drammatica per stimolare la curiosità del viaggiatore. Per non parlare del freddo…..

Bene, ed ecco  allora un rapido bignamino su cosa fare in tre giorni a zonzo per la Capitale della Germania, premettendo che non bastano per vedere le cose più importanti, ma sono sufficienti per farsi un’ottima idea della città.

Arriviamo la sera alle otto. La prima cosa che colpisce della città, avviandosi dall’aeroporto verso il centro ed attraversando la periferia, è la scarsa luminosità della luci. Non tanto quelle delle strade quanto quelle delle finestre delle case o le luci interne e delle insegne dei negozi chiusi. Come mai?

Prima mattina. Venerdì. Sveglia di buon’ora, colazione abbondante, metro a 50 mt. dall’albergo. Due fermate e siamo in Potsdamer Platz. Da una parte una linea di grattacieli che sembra di stare a Manhattan, dall’altra almeno sette-otto gru a tirar su altre meraviglie architettoniche. In mezzo resti di muro e segni sull’asfalto per farti capire dove passava. Con il naso all’insù iniziamo a percorrere Potsdamer Strasse: il Sony Center, il palazzo della DB ed in mezzo, in omaggio al Festival Cinematografico di Berlino, uno spartitraffico trasformato in un red carpet con sopra le stelle dei grandi della cinematografia tedesca. Ai lati dei visori sui quali era possibile visualizzare il soggetto della stella immortalato nel suo massimo splendore calato nella realtà della strada di oggi: molto suggestivo. Piccola delusione del mio grande: non conosceva nessuno. Si aspettava che ne so, Tom Cruise, Bruce Willis. E invece si è trovato davanti a Fritz Lang, Lubitsch, Marlene Dietrich, Klaus Kinsky, Herzog. Da parte mia piccola punta d’orgoglio per Mario Adorf.

Lungo il percorso, una giraffa a grandezza naturale fatta con qualche migliaio di mattoncini del Lego indica Lego City, mini parco a tema ospitato sotto il Sony Center e subito inserito dai ragazzi all’unanimità nel programma della giornata. A quel punto, tra noi e la Porta di Brandeburgo, rimaneva un discreto spicchio del Tiergarten. E allora, nonostante il freddo pungente (5°), bella passeggiata nel verde tra alberi e sculture. Un ultimo vialetto e la Porta e davanti a noi, bella e imponente con tutti i suoi significati e simboli. Solo il passarci sotto è un’emozione. Spalle alla Porta, in lontananza, la Colonna della Vittoria che ti riporta subito a “Il Cielo Sopra Berlino” ed ai suoi angeli caduti. Dentro la Porta l’inizio di Unter Den Linden lustrata a specchio con le sue ambasciate, le sue banche e gli alberghi 5 stelle.

Appena fuori dalla Porta c’è il Memoriale dell’Olocausto, una massa di parallelepipedi neri levigati che verso il centro ti circondano e ti fanno perdere l’orientamento. La testa ti gira ed il senso d’oppressione è enorme. Cosa sono? I milioni di morti senza volto, le storie tutte diverse ma tutte uguali, accomunate nel dramma della barbarie. E’ un momento molto particolare, molto toccante, anche se poi ti guardi intorno e vedi i giapponesi che ci si sdraiano sopra per farsi le foto, i bambini che si divertono a giocare a nascondino e qualcuno addirittura ci poggia sopra qualcosa da mangiare o ci sale in piedi.

Un rapido spuntino e ci si dirige al vicinissimo Reichstag. Dall’altro lato della strada c’è un ufficio situato in un prefabbricato dove un centinaio di persone aspetta in fila ordinata il proprio turno per prenotare (gratis, non si paga) una visita al Parlamento e, in particolare, alla sua modernissima cupola in vetro dalla quale si può ammirare tutta la città. Così mando moglie e figli maschi al riparo dalle intemperie ed insieme a mia figlia aspettiamo il nostro turno. Dopo una ventina di minuti ed una buona metà della fila percorsa, ci si para innanzi un solerte addetto che ci chiede se desideriamo andare subito a visitare il Reichstag. Rispondo sorpreso “Si, ma siamo cinque” indicando gli altri componenti della famiglia. “No problem”, e mi consegna 5 tesserine con le quali usciamo dalla fila, riattraversiamo la strada e raggiungiamo l’ingresso. In pochi minuti siamo sulla cupola, una doppia spirale che sale e scende e dalla quale il panorama della città e veramente bello. Un pò come la Tour Eiffel: non serve arrivare all’ultimo piano a 300 metri da terra, bastano il primo ed il secondo per godersi la meraviglia della città. Dalla parte del Tiergarten è un mare di verde di venti tonalità diverse. Bellissimo. Da tutte le parti gru, segno di una città che vuole ancora crescere, modernizzarsi, svilupparsi e stupire.

Cominciamo a tornare verso Potsdamer e ci fermiamo al Sony Center. Visita promessa a Lego City. Luogo in realtà costosissimo (sui 25 euro a biglietto) ed un tantino claustrofobico: si scende nel sottosuolo, i soffitti sono bassini e la gente è parecchia, soprattutto i bimbi. Però nel complesso è abbastanza divertente, in particolare la ricostruzione con i famosi mattoncini dei monumenti più famosi della città, con tanto di palco per i concerti davanti al Reichstag e pubblico in visibilio nei giardini. In più viene simulato il passare delle ore della giornata, quindi progressivamente cala la notte e si accendono le luci dei grattacieli e dei palazzi riprodotti.

Usciamo non senza aver attraversato il più clamoroso spaccio “Lego” mai visto e, attraverso la hall di un mega multisala, riconquistiamo l’aria aperta e….. meraviglia: siamo nel centro del Sony Center, con il suo tetto a vela. Il posto è particolare, modernissimo, però potrebbe essere assolutamente scintillante. Invece, come già detto, anche se illuminato comodamente, prevale un senso di “fioco”. Probabilmente si tratta di risparmio energetico molto intelligente.

Torniamo in albergo per un breve riposo ed una doccia. Di nuovo  in Potsdamer, cena al Sony Center (sulla quale caliamo un velo pietoso) e passeggiata tra il mercatino natalizio già aperto ed i resti del muro.

                                                                                                                                             (continua)

More About Wolfgang’s Vault…..

24 Novembre 2012 6 commenti

Ultimissime dalla mia Volta preferita.

Qualche giorno fa mi arriva una mail che mi comunica che il mio “Free Trial Period” è, ahimè, terminato. Niente più concerti rock gratis, ne in streaming, nè in download gratuito nè, infine, video ed altre meraviglie recenti. Le cose belle (e, soprattutto, gratuite) prima o poi sul web terminano.

“Ti vuoi iscrivere?”

Ok, vediamo diritti e doveri.

Iscrivendosi al livello base si hanno, oltre all’ascolto in streaming su qualunque device di tutto il materiale contenuto nella Volta, uno sconto di 24 dollari anno sugli acquisti presso lo store, accesso ai canali dedicati ed alle playlist oltre al prezzo bloccato fisso a 5 dollari per qualsiasi download acquistabile.

Tutto questo per 30 dollari all’anno se pagati in unica soluzione, oppure 3 dollari mensili. Qualcosa come 23 euro (più o meno) all’anno o 2,50 euro al mese.

Direi un prezzo accettabile per tutto quello che il sito offre. E questo mese sono stati aggiunti concerti di Charlie Mingus, Byrds, Pink Floyd (concerto del 1988), Neil Young del periodo “rockabilly” (1988), Van Morrison del 1979 e Frank Zappa del 1978.

Categorie:Live, Musica Tag:

Steve Hackett’s Genesis Cover Band!

22 Novembre 2012 4 commenti

Poche parole. Il post è mio ma è ispirato dalla recensione che Mario Giammetti ha scritto sull’ultimo numero di Jam circa il nuovo album di Steve Hackett “Genesis Revisited II”.

Da parte sua giudizio diviso: 5 stelle (il massimo) ed 1 stella (il minimo). Ha assolutamente ragione.

Negli ultimi due anni ho letteralmente massacrato uno dei miei Artisti preferiti: Peter Gabriel. Se qualcuno mi segue si vada a rileggere i post dove criticavo la serie con orchestra iniziata nel 2010 con “Scratch My Back”. E non mi lasciavo sfuggire l’ultimo lavoro dell’ex chitarrista del gruppo?

Fino ad oggi Steve Hackett era rimasto l’ultimo dei Genesis a mantenere legami piuttosto stabili con il movimento Progressive. La musica dei suoi album da solista è Progressive (al pari di quella di Anthony Phillips, suo predecessore). Perciò la mia prima sensazione, da fan sfegatato dei Genesis,  è stata “Evviva, un nuovo album dove suona i vecchi brani”. Il primo “Watcher Of The Skyes” del 2003, singolo, conteneva già una serie di interpretazioni del vecchio materiale.

Il problema è proprio questo: li si trattava di “interpretazioni”. Il vecchio brano (ad esempio il brano che dava il titolo all’album) pur risultando riconoscibile, era stato nuovamente arrangiato, sicuramente sulla base della sensibilità di quel momento del chitarrista.

Invece, in questo caso, ci troviamo difronte ad un album di nuove esecuzioni dei vecchi brani. Stop. Tutto qui. I brani sono perfettamente identici. In parecchi casi sembra come se fosse stato utilizzato il master originale, forse con la chitarra leggermente più in evidenza. Oppure qua e là una nuova introduzione di chitarra classica (ascoltate i cinque secondi che precedono “The Chamber Of 32 Doors”).

Il tutto condito con le voci di parecchi amici e sicuri fan dei Genesis. C’è una corale (ed integrale) “Supper’s Ready” divisa tra Mikael Akerfeldt degli Opeth,  Simon Collins, lo stesso Hackett e Francis Dunnery, Nik Kershaw (si, proprio lui) canta “The Lamia”, il grandissimo Steven Wilson (oggi guru del movimento Prog) si dedica con dedizione assoluta a “Can Utility…”, Neal Morse (ex Spock’s Beard) per “The Return of the Giant…” ed infine John “The Voice”  Wetton per “Afterglow”. E tanti altri. Però cantano tutti “imitando” Peter Gabriel (o Phil Collins nei brani post-Lamb).

Il fan che è in me (per intenderci, quello che darebbe  un braccio per rivedere il quintetto storico almeno ancora una volta su di un palco)  si è messo all’ascolto dell’album, tra l’altro lunghissimo (quasi due ore la parte relativa al materiale “vintage”), felice e spensierato. Fino al secondo brano tutto ok, che piacere. Poi arriva “Supper’s Ready” ed all’inizio va tutto bene: quell’arpeggio iniziale delle due chitarre incrociate è sempre irresistibile. Poi però comincia a suonare tutto un pò strano. Da “A Flower!” in poi sembra di ascoltare un concerto di una qualsiasi cover band dei Genesis. Bravissimi, grandissimi, entusiasmanti. La Cover Band!

Ma da Steve Hackett mi aspettavo qualcosa di diverso. 

 

Berlino – pt. 1

8 Novembre 2012 8 commenti

Primo ponte del dopo ferie. Grande idea della mia Dolce Metà: “Portiamo i ragazzi a Berlino?”.

Non c’ero mai stato e non avevo capito nulla della sua grandezza. E’ una grande capitale europea al pari di Londra e Parigi. No, Roma non ne fa parte. Sapete come la penso e, nelle parti successive, avrò qualcosa da raccontarvi. Ebbene si, siamo ad un nuovo “post a puntate”. Nelle prossime puntate quello che della città mi sono portato via dentro di me e, appunto, qualche aneddoto, confronto e riflessione.

Voglio però cominciare dalla cosa che più mi ha colpito. Ed è, inutile dirlo, il Muro. O quello che ne resta.

E ne resta tanto. Non solo fisicamente. Quello è il meno. Ti aspetta al varco in qualche punto della città, trasformato ora in una galleria d’arte a cielo aperto (la “East Side Gallery”), ora in una mostra permanente degli orrori di quei trent’anni (il Memoriale, con una parte del Muro perfettamente conservata e l’altra trasformata in pali piantati nel terreno, psicologicamente chiusi anche se aperti, e quella spianata di verde silenzioso che una volta era terra di nessuno), ora in semplice arredo urbano per farsi le foto.

Quello che resta è la sensazione generale nei volti degli uomini, in quegli sguardi degli adulti di oggi troppo simili alle facce atterrite e sfinite delle foto di quegli anni. E’ qualcosa che, volenti o nolenti, si portano dentro. Sono errori da non ripetere. A questo serve la memoria.

La cosa più complicata è stata spiegare ai miei ragazzi più grandi cosa fosse stato il Muro. Il Muro era oppressione, il Muro era divisione, il Muro era famiglie spaccate e sentimenti irrimediabilmente persi. “Si, ma come funzionava?” “Funzionava e basta. Chi stava da una parte non poteva andare liberamente dall’altra”. “Si, ma l’Est era quello libero o quello chiuso?” “L’Est era quello oppresso ma quelli chiusi nel Muro erano quelli dell’Ovest”. “E allora come facevano ad essere liberi se erano chiusi nel Muro, mentre gli altri, se erano aperti, perchè non fuggivano da qualche altra parte?”.

E allora giù a spiegare la Cortina di Ferro, la Guerra Fredda, Kennedy, Krusciov, Breznev, e poi Gorbaciov, ed il Patto di Varsavia e Yalta (qualche volta aiutandosi con l’immancabile ed ormai necessaria Wikipedia: a proposito, avete contribuito? Andate sul sito e leggete).

E i ragazzi, stupiti, ad ascoltare, talmente lontana dalla loro concezione tanta divisione e difficoltà nei rapporti fra le persone addirittura abitanti nella stessa città.

E poi tentare di spiegare in breve il Comunismo, ed i guai che aveva combinato il sistema Sovietico. Ed infine l’immancabile domanda che sapevo prima o poi un mio figlio mi avrebbe fatto: “Papà, ma se questo era il Comunismo, tu perché dici di essere Comunista?”.

Lo so, sono fuori tempo. Ed hai voglia a spiegare che tanto il Comunismo non c’è più, che non lo siamo mai veramente stati. Progressisti, ecco, questo è il termine giusto. Io però mi ci sento. Lo ero già a undici anni. E’ vero, oggi siamo di Sinistra o, peggio, di Centro Sinistra. Che comunque vuol dire ripudiare un pò tutto il passato, scendere sempre a compromessi, spalleggiare e, nella migliore delle ipotesi, blandire le forze più conservatrici, di modo che nulla comunque cambi mai in meglio. E allora io mi sposto un tantino più in là, giusto per dire che non sono d’accordo.

Però qualcosa vorrei dire a mio figlio per tentare di spiegargli bene il significato del valore.

Un mezzo c’è. E’ una canzone, o meglio uno strepitoso pezzo di Teatro-Canzone, del più grande non allineato della storia musicale italiana: Giorgio Gaber. O forse della cultura italiana tutta, ma io non ne ho abbastanza per affermarlo con certezza.

Nel 1994 Gaber girò l’Italia con un nuovo spettacolo dal titolo “Io Come persona”, al cui interno recitava questo monologo: “Qualcuno Era Comunista”. E’ tutto qui. Mio figlio oggi magari non la capirà, ma un giorno sarà diverso.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, … La mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima…) era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano… (!)
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona…
Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo…
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?… oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!
Qualcuno era comunista perché… “la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!”…
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare TUTTO!
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini…
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il Grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d’Europa!
Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l’Uganda…
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!…
Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!
Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.

                                                                                                                                                                        (G. Gaber)

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