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Archivio Dicembre 2012

Music On The Rock Web Radio – ultime novità

27 Dicembre 2012 2 commenti

Più o meno alla metà di marzo di quest’anno ho dovuto interrompere la realizzazione di quel breve podcast di una mezz’oretta che realizzavo con costanza quasi tutte le notti e che avevo diviso in cinque show monotematici dedicati alle mie grandi passioni: il Progressive, la musica italiana, il rock ed il beat degli anni sessanta, il rock psichedelico e degli anni settanta e, per finire, la musica dal vivo. Andatevi a rileggere, giusto per curiosità “Spreaker Buuuuuuuuuu” scritto più o meno in quel periodo.

Dopodichè avevo praticamente accantonato l’idea quando, durante l’estate, mi sono imbattuto in una società, “NewRadio”, che fornisce connettività per web radio di tutti i tipi, compresi dei pacchetti ad hoc per quelle amatoriali.

Così mi è ripreso quel chiodo fisso, talmente fisso che penso di portarmelo dietro da quando frequentavo le scuole medie e con alcuni amici simulavamo la radio utilizzando un registratore a cassette che rappresentava per noi l’emissione nell’etere.

Mi sono interessato alla cosa e pensavo di concludere il tutto in quattro e quattr’otto e ributtarmi in pista. Prima a ottobre, poi a novembre, infine pensavo ad una data plausibile per riprendere le trasmissioni: il 7 gennaio del 2013.

Purtroppo per ora devo ancora rimandare.

Però sono preparato. Per iniziare una Web Radio Amatoriale occorre pagare. Soprattutto pagare. Prima di tutto la SIAE, per pagare i diritti agli Autori della musica che trasmetti. Più o meno un 400 euro l’anno.

A quel punto sei autorizzato dagli Autori, ma non basta. Siccome la gente scarica la musica illegalmente, anche i produttori di musica vogliono qualcosa indietro. E così anche se hai pagato gli Autori, devi versare un’altra tassa ai Fonografici per essere autorizzato a trasmettere proprio il supporto (legalmente acquisito) da loro prodotto. Fortunatamente con un solo pagamento ti autorizzano praticamente tutti i produttori del Mondo (a parte due-tre etichette). Parliamo di altri 4-500 euro all’anno.

Il tutto con l’obbligo assoluto di non incassare un solo centesimo di pubblicità, altrimenti parliamo di cifre da capogiro. Ma questo è un altro discorso e non fa parte dei miei interessi. Anzi meglio, così posso trasmettere solo quello che mi interessa e che, spero, possa interessare gli eventuali ascoltatori (a parte il mio amico Gianluca).

Altro passo è procurarsi un software di registrazione ed emissione. Servono a registrare i podcast (i programmi) da inserire nel palinsesto o per trasmettere in diretta comodamente da casa propria. Ho sperimentato SAM Broadcaster e MB Studio. Entrambi molto validi. Permettono di fare parecchie cose. Addirittura MB ha una voce sintetica che annuncia brani e cantanti (molto umana, ma brutta comunque, non so se mi spiego…..). Tra i due esiste una certa differenza di prezzo, anche abbastanza consistente (nell’ordine di 2/300 euro, non vi dico a facore di chi, altrimenti faccio pubblicità).

A questo punto basta un computer,   un buon microfono, una cuffia e parecchi dischi. Puoi mptreizzare tutto il tuo materiale ed inviarlo via FTP a “NewRadio” che ti mette a disposizione uno spazio sui loro server per depositare la musica, un programma di auto-regia che ti permette di creare il palinsesto con jingle, programmi autoprodotti, sigle, news e quello che uno vuole, oppure di switchare in automatico per la diretta ed al termine riconettersi al server ed all’auto-regia per continuare la programmazione già organizzata. “NewRadio” ti manda in onda e ti mette nelle condizioni di essere ascoltato tramite un lettore da mettere sulla tua pagina Internet (ad esempio questo blog) oppure creandoti gratuitamente un sito dedicato (ovviamente molto molto semplice, però essenziale).

E’ pronto anche il palinsesto. Riproporrò gli stessi podcast della versione su Spreaker, oltre a sviluppare altri argomenti come il Jazz, gli Stones attraverso l’autobiografia di Keith Richards, la musica degli Ottanta, ed altre altre piccole ideuzze.

 Tutto qui.

Cosa mi manca? Semplice. Mi manca l’autorizzazione più importante di tutte. Anzi, l’AUTORIZZAZIONE, strettamente personale, perchè senza di questa non mi muovo neanche per sbaglio, anche se la radio è la mia immensa passione. E non mi dilungo oltre.

Per concludere, a tutti voi un Grandissimo Augurio per un Felice Anno Nuovo. Ci si rilegge nel 2013.

Tanti Auguri A Tutti!!!!

24 Dicembre 2012 Nessun commento

 

 

 

 

Grazie a tutti per l’attenzione!!!!!!!

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Il Disco Del Mese – “August And Everything After” (1993)

23 Dicembre 2012 Nessun commento

Il mio amico Gianluca sostiene che ascolto musica di quarant’anni fa. Ok, era la migliore, ma tento di tenermi al passo se la cosa mi emoziona. Così, sperando che mi degni d’attenzione, stavolta tento di sorprenderlo e mi occupo di un disco più recente: più o meno di vent’anni fa. Però lo prendo bello alla lontana.

Il Rock Americano ha preso le mosse da Elvis, Little Richard e Chuck Berry (e tanti altri, fino ai Beach Boys). Con Dylan si è riempito di contenuti, con Byrds e Buffalo Springfield è diventato elettrico, visionario con i Jefferson Airplanes e Grateful Dead, ha riscoperto le proprie radici con The Band, ha spaccato il mondo con Jimi Hendrix, e poi, via via, con Neil Young,  Lou Reed, R.E.M. su su fino ai nostri giorni ha condensato ogni suo aspetto in quattro gruppi che ne rappresentano la summa: Dave Matthews Band, Phish, Pearl Jam e Counting Crows.

Stavolta il “DDM” spetta a questi ultimi. Per quanto mi riguarda Counting Crows hanno fatto propria la lezione di The Band: rock e ballate con un occhio sempre attento alla melodia, caratterizzate da suoni semplici, puliti e con un ampio spettro sonoro composto da strumenti elettrici (chitarre e hammond molto in evidenza) e da strumenti tradizionali (banjo, mandolino, violino e percussioni varie). Si può dire perciò che negli anni abbiano prodotto una musica che può essere tranquillamente definita “Rock Tradizionale”, senza che il termine appaia sinonimo di vetustà. Una musica sincera fatta di cuore, anima ed energia.

Counting Crows si sono formati nella Bay Area a San Francisco. Tentano di suonare qualcosa di diverso dal Grunge che sta imperando in quel periodo proveniente da Seattle. Si stanno facendo conoscere da un po’ di tempo. Diventano eroi in una notte. C’è una cerimonia alla Hall Of Fame dov’è stato invitato ad esibirsi Van Morrison che all’ultimo momento ha dato forfait. Qualcuno fa il loro nome e così un entusiasta Robbie Robertson (si, quello di The Band, guarda caso) li presenta al pubblico. Il giorno dopo sono delle Star.

“August…” è un bellissimo album, giocato soprattutto su tempi medi, senza eccessi né sfarzi. Tutto si gioca su canzoni semplici nella melodia e suonate allo stesso modo, con la voce inquieta del cantante Adam Duritz ad evocare le atmosfere spesso border line di personaggi che giocano loro stessi nella partita a dadi della vita. Nelle sue parole si respira la polvere delle strade americane e si può percepire il suono dei ciottoli scalciati, mani nelle tasche, dai protagonisti delle storie raccontate.

“Round Here” apre l’album. Canzone lenta. Cinque minuti e mezzo da brividi. Lui esce di casa e lascia lei sulla porta. Ma lascia anche tutti i suoi amici e alla fine anche se stesso. L’arpeggio iniziale di chitarra sulla prima strofa lascia il posto agli accordi sul ritornello sostenuto anche dall’Hammond. Poi il brano progressivamente prende corpo. Bel lavoro della batteria che gioca sui piatti per sottolineare alcuni passaggi della canzone.

“Omaha” è America. Anzi, è da qualche parte nel mezzo dell’America. Vi si incrociano storie e personaggi. Bellissima la fisarmonica. Un brano che avrebbe fatto invidia a Dylan & The Band (in realtà in certi passaggi sembra decisamente ispirata da “The Weight”).

Poi arriva il “singolone”: il ritmo si accende e parte con pochi accordi di chitarra “Mr. Jones”. La storia si svolge in un bar di New Amsterdam (in quante canzoni avete sentito chiamare così New York?). Si tratta di una chiacchierata tra due amici e rimanda al primo nucleo dei Crows formato dal cantante e dal chitarrista David Bryson che si esibivano come duo acustico a S.F.. C’è un nemmeno tanto  velato accenno che questo Mr. Jones di cui si parla sia quello della “Ballad Of A Thin Man” di Dylan. Il suono del brano è molto bello, le chitarre sono cristalline e suonano molto sixties.

Questo primo tris perfetto si trasforma in un clamoroso poker con il quarto brano: “Perfect Blue Buildings” è una canzone malinconica e dolcissima con una bella strofa ed uno splendido ritornello. “Anna Begins” è un brano dall’atmosfera rarefatta, con un tempo spezzato dove le note suonate dalle chitarre contribuiscono a creare una sospensione emozionante. Poi tutto si risolve nello sfociare in un ritornello aperto e molto delicato nel suo sviluppo melodico.”Time And Time Again” vede ancora arpeggio di chitarra ed Hammond aprire per poi lasciare spazio alla voce di Duritz. Ritornello un pò di maniera.

Forse una leggera caduta di tono è stato collocata non a caso prima di uno dei migliori brani dell’album: “Rain King” è la “canzone perfetta” scritta dai primi Counting Crows. Un tempo veloce dove tutto funziona a meraviglia: strofa, ritornello, bridge, suoni, melodia, cori, voce. Tutto. “Sullivan Street” è un’altra ballata suadente, con echi di Paul Simon nella strofa. “Ghost Train” è un altro mid tempo spezzato, dove il suono della batteria ricorda l’andamento di un treno e con al centro un bell’assolo di Hammond.

“Raining In Baltimore” parte voce e pianoforte, poi si aggiunge una fisarmonica. Un lui è in treno e si trova 50 miglia più in là della sua bella, e le chiacchiere sul treno lo annoiano e non ha nulla da dire. Ha bisogno di lei e si strugge, ha bisogno di un aereo per tornare indietro il prima possibile, o almeno di un telefono per poterci parlare. L’album si conclude con “A Murder Of One”, dove ad essere assassinati siamo noi stessi se, nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza e poi all’età adulta, non si riescono a rompere le catene ed affrontare le difficoltà  per poter intraprendere una strada di crescita.

“August And Everything After” vende 20 milioni di copie in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raggiunge la quarta posizione in classifica negli album, la seconda in Canada e la sedicesima in Gran Bretagna. Colleziona quindici tra  album d’oro e di platino. Il singolo “Mr Jones” arriva fino al numero due sia nella classifica americana “Alternative”, sia in quella “Pop”.

 

 

Come scrive bene…..

19 Dicembre 2012 1 commento

Recentemente la mia Dolce Metà mi ha proposto un libro garantendomi alcune ore di assoluto divertimento. L’ho iniziato a leggere ed ho così scoperto un’autore fino a quel momento a me assolutamente sconosciuto.

Lui si chiama Fabio Bartolomei, romano, classe 1967. Pubblicitario, sceneggiatore e scrittore. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2011, e dopo ne parlerò.  Iniziamo però da “La Banda Degli Invisibili”, uscito quest’anno. Ripeterò sempre fino alla noia che non capisco nulla di letteratura, perciò il mio unico scopo è quello di raccontarvi l’emozione di modo da trasmettervi il piacere da me provato nella lettura.

La trama: Angelo è un ottantenne che nel 2009 vive in un quartiere popoloso di Roma. Ex partigiano, vedovo, battagliero, passa le sue giornate con un gruppo di tre amici soprattutto al Centro Anziani di quartiere, oppure creando piccoli grandi fastidi a chi offende la loro età o la società in generale (dalle auto blu che sfrecciano incuranti dei passanti ai passanti incivili che non puliscono i bisogni dei loro cani per strada).

Vivono nel confronto continuo tra il loro paese com’era e com’è  oggi così come nella memoria dei loro tempi migliori, nei loro sogni e desideri, non esauditi, in un mondo migliore per il quale avevano combattuto. E assistono anche alle tristi nefandezze del nuovo governo insediato da un paio d’anni (indovinate qual’è?). Nella mente di Angelo e del suo gruppo di amici prende corpo pian piano un’idea assurda  che potrebbe funzionare: rapire il Premier! Come? Semplice, approfittando dello stato tipico in cui vivono le persone anziane oggi: l’invisibilità. Nessuno fa caso a persone anziane neanche se queste si avvicinano troppo ad obiettivi “sensibili”.

Non svelo ovviamente il finale.

La bellezza del libro risiede nel passare dal commovente all’esilarante, dall’intenerimento all’amarezza nel breve volgere delle tre pagine che costituiscono la durata media di ogni capitolo. La parte più divertente è quella dell’addestramento per l’azione dei quattro ottuagenari. Ma l’intero libro scorre cristallino e spumeggiante.

“Giulia 1300 Ed Altri Miracoli”,  il primo romanzo scritto da Bartolomei, racconta invece di tre improbabili amici, completamente diversi tra loro ma  accomunati da esperienze di vita fallimentari alle spalle, che decidono improvvisamente di cambiare vita dando un taglio definitivo alla precedente ed immergendosi completamente in una nuova impresa: aprire un agriturismo.

Comprano così l’unico casolare di campagna alla portata delle loro scarse finanze e presto scoprono il perchè di un prezzo così basso: si trova in piena zona di camorra. Molto presto, stesso durante la ristrutturazione, si trovano a dover fare i conti con gli emissari della cosca locale via via fino al boss in persona.

Qui non solo evito di raccontare il finale, ma evito proprio tutto il resto della trama. Sottolineo solo che le trovate ed i colpi di scena sono talmente tanti e continui da rendere la lettura avvincente come fosse un thriller, pur essendo un libro assolutamente comico. Leggerezza e trama scoppiettante, queste le due caratteristiche vincenti di questo romanzo. Inoltre il processo d’immedesimazione del lettore è assoluto: chi non ha mai pensato almeno una volta di lasciare il lavoro (qualsiasi) per tentare la carta di una vita più a misura d’uomo, in contatto con la natura e con le persone, dove essere poi padroni di se stessi e basta?

Due cose per finire.

Sia di “Giulia 1300…” che della “Banda..” si potrebbero realizzare due film bellissimi. La sceneggiatura è praticamente già scritta.

Entrambi i libri hanno una caratteristica che li accomuna. Tra di loro e a qualche altro migliaio di  “imperdibili”: più si va avanti nella lettura più si vorrebbe che non finissero mai!

 

Tributo

14 Dicembre 2012 6 commenti

Della memoria di Gaber si sono tutti più o meno fatti portavoce… comodo… tanto lui non c’è più per bacchettarli… Resta un autentico e unico grande spirito libero…

                                                                                                                                                                          (Paolo Nannetti) *

Realizzare un album “Tributo” è una cosa complicata. A chi può interessare ascoltare l’artista “X” che esegue una cover, per quanto bella sia, di un brano di “Y”? O meglio, forse uno o due casi, forse tre, ma tutto un album richiede, con i tempi attuali del cd, almeno dodici-quindici artisti diversi. Ed in genere accade che l’opera si trasformi in un qualcosa di assolutamente disomogeneo, che spesso arriva a miliardi di miglia di distanza dalla sensibilità dell’artista celebrato.

Prendiamo ad esempio il pur lodevole tentativo di Tributo a Ivan Graziani (lodevole perché ad oggi se ne sente la mancanza e difficilmente viene ricordato). Si passa da un Cristicchi rispettoso dell’originale in “Firenze” ad una Cristina Donà che rilegge con tensione “Agnese” in una specie di suite che prende corpo man mano. Poi ci sono i Marlene Kuntz, che eseguono “Monnalisa” in maniera più nervosa, una ”Pigro” hard rock con venature roots da Marta Sui Tubi, e Tre Allegri Ragazzi Morti che rifanno “I Lupi” anche loro in maniera molto rispettosa. Da brivido “E Sei Così Bella” eseguita dal figlio di Ivan, Filippo.

Per il resto c’è Raiz che esegue “Fuoco sulla Collina” in maniera tristemente techno, Ermanno Giovanardi dei La Crus che interpreta “Lugano Addio” al 20% delle sue potenzialità, e una versione di ”Motocross” punk che fà urlare vendetta da parte dei Titor (sinceramente mai sentiti). Anche Roy Paci sembra in affanno.

Insomma, il rischio è di un gran minestrone che non fa bene né ai tributanti né al tributato.

Tutto questo per introdurre l’opera monumentale “Io Ci Sono”, tributo all’immenso Giorgio Gaber. Ne esistono due versioni: cd singolo e cd triplo. Mi riferisco ovviamente a quest’ultima: cinquanta canzoni in tutto.

Ora, Giogio Gaber ha un repertorio lungo trentacinque anni, separato in maniera netta tra il periodo da (bravo) intrattenitore televisivo del sabato sera e quello del “Teatro Canzone” impegnato. Le canzoni dei due periodi sono talmente diverse che già metterle insieme risulta un piccolo azzardo. Poi la mole dell’opera fa si che siano stati raggruppati artisti della più svariata provenienza.

Il risultato, ahimè, è  un “Sanremone” dove penso di aver individuato alcune categorie di riferimento (nel mio piccolo).

1) I Fuori Luogo

Ok, Gaber è, come De Andrè, Patrimonio Nazionale. E’ di tutti. Ma non di tutti-tutti. Mi spiegate, per cortesia, cosa c’entrano in questa raccolta Gigi D’Alessio, J-Ax, Antonacci, Baglioni, Morgan, Mietta e Max Pezzali? Tra l’altro a quest’ultimo è stata affidata una delle mie canzoni preferite: “Il Comportamento”. E’ un brano che racconta della difficoltà di essere realmente se stesso, della necessità di interpretare una parte anche nelle situazioni più semplici della vita. Necessita di una sensibilità interpretativa particolare. Antonacci trasforma “I Soli” in una delle sue nenie monocordi. Insomma, in una raccolta del genere tra gli artisti scelti dev’esserci almeno una contiguità. Tra l’altro quelli da me citati non sono neppure gli unici: ci sono anche Cremonini, Marco Mengoni – che sinceramente non so nemmeno chi sia – Noemi, Mango e la Pausini. La Pausini!

 2) I Fuori Forma

I casi più eclatanti sono Nada Malanima, Gianni Morandi ed Ornella Vanoni. La prima esegue “Le Mani”. Parte bene, solo voce e chitarra d’accompagnamento. Poi un po’ ci si mette il chitarrista sbagliando qualche accordo, il pianista che si aggrega, insieme a basso e batteria, ci mette del suo, e da lì diventa una tragedia. Sembra che l’abbiano eseguita dopo un solo ascolto ed alla prima prova, con il foglio con testo ed accordi neanche troppo precisi. Come dire, buttata via.

Morandi si lancia in “Far Finta di Essere Sani”. Non sembra cogliere, o forse non riesce solo a trasmettere, l’ironia del testo, la dove le grandi questioni (“Vivere, non riesco a vivere…”, “Liberi, sentirsi liberi…) vengono sostituite dal riflusso quotidiano (“nel dubbio mi compro una moto..”, ecc.).

La Vanoni  ormai qualche anno ce l’ha. E allora massacra “Le Elezioni” con un birignao fastidioso alla fine di ogni verso.


3) Quelli Che Hanno Fatto Il Compitino

Massimo Ranieri ha una gran voce ed è anche un buon attore. E allora la fa semplice. Esegue “Porta Romana”, una canzone del primo repertorio di Gaber. Va bene, ben eseguita, ma non ti lascia nulla. Stesso discorso per i Negramaro e per la PFM. E anche Mario Biondi e la Nannini. Buone versioni, ma manca il pathos.

4) Quelli Che Qualcosa Hanno Dato

In questa categoria comprendo quelli che hanno snaturato il brano loro affidato per non snaturare loro stessi. Positivo? Negativo? Non lo so. Dipende dai gusti. Gli Articolo 31 eseguono “Io Non Mi Sento Italiano” in una specie di ska-metal-balcanico. Niente a che vedere con l’originale, però c’è energia, ed è molto simile a quella dell’originale (l’energia). Rossana Casale esegue una delicatissima “Il Desiderio”. Bella,  buon gusto, ma “Brividi” è dietro l’angolo. Davide Van De Sfroos veste di folk-blues “Pressione Bassa”. Teso. Vecchioni si lancia su “La Ballata del Cerutti”. Divertente. Però a lui avrei lasciato “Il Dilemma”, forse la più bella canzone scritta da Gaber, e che invece inspiegabilmente manca dalla raccolta.  Aggiungo volentieri Enrico Ruggeri con “Un’Idea”: trasformata in un bel rock rotondo.

5) Gli Emozionanti

Sono quelli che regalano emozione rileggendo Gaber e dando un tocco di gusto che va oltre la semplice interpretazione. Samuele Bersani (“Il Conformista”), Cristiano De André (“Buttare lì Qualcosa”), Daniele Silvestri (“Il Signor G  Nasce”), Luca Barbarossa (“I Cani Sciolti), ma soprattutto Sergio Cammariere (“Due Donne”) e Pacifico (“Chissà), sanno esattamente quello che stanno cantando. Emerge una partecipazione ed un evidente corrispondenza d’intenti. Non male anche Emma. Una bella versione di “La Libertà”, molto sentita e simile all’originale. E Paolo Jannacci, da ottimo pianista qual’è rilegge “Com’è Bella La Città” con una cascata di note che ruotano come una giostra illuminata. Poi, ovviamente, anche Finardi (“I Reduci”), Ivano Fossati (una meravigliosa “L’Illogica Allegria”, la canzone più adatta a lui), Paola Turci (“C’è un’aria” solo voce e chitarra acustica) e Gian Piero Alloisio (“La Strana Famiglia” aggiornata ai giorni nostri): che brividi!


6) I Sornioni

Questa categoria contiene quelli che se la cavano con grande mestiere su quei brani che meglio si adattano al loro stile. Dalla se la vede con la “Torpedo Blu” molto swing. Jovanotti fa una bella figura con “Si Può”: identica all’originale, non si snatura né il brano né lui. Sufficientemente vero. Celentano e Jannacci si rifanno al primissimo repertorio, quello degli albori del rock’n'roll di Milano dei fine anni cinquanta-inizi sessanta (immagino sappiate che il primo gruppo del supermolleggiato vedeva Gaber alla chitarra, Jannacci al pianoforte e Tenco al sassofono – i “Rocky Boys”). Tra l’altro “Ciao ti dirò”, brano n° 1 della tracklist, è anche l’unico di tutta la raccolta dove si può ascoltare la voce di Gaber. Finale scatenato con “Tutti Frutti”. Ma il più sornione di tutti è Renzo Arbore che esegue una versione di “Non Arrossire” da nightclub.

7) I Fuori Quota

Per finire quelli che meritano un discorso a parte e comunque non possono essere inclusi in alcuna categoria. La prima è Patti Smith. Esegue una versione prossima all’originale di “Io Come Persona” (“I As a Person”). La registrazione è stata effettuata durante il festival “Teatro Canzone Giorgio Gaber” svoltosi a luglio a Viareggio.  Lei è una poetessa, soprattutto. Ed è importante il fatto che abbia voluto omaggiare il nostro traducendone in inglese una bellissima canzone, scritta nel 1994 ed attuale ancora oggi, sul pessimismo per i giorni che stiamo vivendo (“In un tempo dove il mito occidentale nel momento in cui stravince è nella crisi più totale. In un tempo che è forse peggio di una guerra dove gli ordigni nucleari pian piano invadono la terra. In un tempo dove milioni di persone si massacrano tra loro e non sappiamo la ragione“) ma che si conclude con una nota di speranza, legata alla partecipazione di tutti noi (“Ma io ci sono, io ci sono io come persona ci sono, io come persona ci sono ancora io coi miei sentimenti ci sono, io coi miei sentimenti ci sono ancora io con la mia rabbia ci sono, io con la mia rabbia ci sono ancora io con la mia voglia di cambiare ci sono, io con la mia voglia di cambiare ci sono ancora”).  Da cui il titolo della raccolta.

Ultimo in fondo Luciano Ligabue. Si fa carico del brano più difficile: “Qualcuno Era Comunista”. Brano soprattutto recitato. Giorgio Gaber ne faceva un capolavoro, con un crescendo di pathos spaventoso. Io ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo. Credo fosse il 1992 o il 1993. Era il tour de “Il Teatro Canzone”. Fu una sensazione pazzesca. Un brivido continuo per tutti i dodici minuti del brano. Una tensione che cresceva tra ironia e dramma man mano ed esplodeva nel ricordo delle grandi stragi senza colpevoli dei nostri anni peggiori, nel rincorrere la storia del nostro paese attraverso immagini rapide e forti.

Insomma, il compito per il Liga era arduo. Ci ha provato. Ce l’ha messa tutta, con il suo accento reggiano. Non va malissimo, ma non riesce a ricreare la stessa tensione e lo stesso pathos. Forse non grandissima l’idea d’intervallare il recitato con alcuni versi cantati. Però grazie lo stesso.

* Paolo Nannetti è  Musicista,  Autore e componente dei Sithonia, uno dei migliori gruppi italiani di Progressive. E’ anche mio amico

Berlino – pt. 3

8 Dicembre 2012 2 commenti

Ultimi appunti.

La seconda mattina, sempre di buon’ora, ci muoviamo alla volta della East Side Gallery. Si tratta di un chilometro e poco più di Muro, lungo il fiume Spree, sul quale decine di artisti di strada provenienti da tutto il mondo hanno realizzato dei murales ispirati in particolare alla libertà, al crollo del Muro e delle ideologie in generale, alle grandi figure storiche il cui contributo alla pace è stato significativo e a tante altre cose. Curiosi anche i ritratti di Jean Reno o di Juliette Binoche su uno di questi. In qualche caso si trattava di dipinti molto realistici, in parecchi altri evocavano le sensazioni di mancanza di libertà o l’aria nuova generata dal crollo. Molto bello uno in particolare dove la popolazione che attraversava il Muro era vista come un mare impetuoso che scorreva potente e libero. Peccato che i soliti imbecilli (un pò da tutto il mondo, ma con una cospicua rappresentanza italiana) abbiano imbrattato parecchi murales con firme, nomi inscritti in cuori, ed altri segni volti a dimostrare la loro presenza ed il loro idiota passaggio in quel luogo.

Il tutto condito con finti posti di blocco e casematte di controllo, finte reliquie del passato in forma di divise delle due parti (finte), di passaporti e visti (finti) e quant’altro (finto). Vere invece le Trabant (almeno una cinquantina) che sostavano sul marciapiede lungo la Gallery promettendo il “Trabi Safari” in giro per la città.

L’East Side Gallery termina all’imbocco del vialone che conduce ad Alexander Platz. Su questo percorso ho potuto verificare con sommo piacere quanto i ragazzi siano cresciuti, anche fisicamente: più di un chilometro di Gallery, un chilometro e duecento metri per la Platz ed i ragazzi, compreso il piccolo di quattro anni, hanno trottato senza battere ciglio. Solo sei mesi prima sarebbe stato un continuo di “Sono stanco”, “Quanto dobbiamo camminare ancora”, “Per andare dove?”, “E che c’è da vedere”, “Tutto qui?”, “Papà, mi prendi sulle spalle” oltre al classico corollario di bisogni primari insopprimibili (fame, sete, stanchezza, ecc.).

Alexander Platz è enorme. Non si capisce dove inizi e dove finisca: palazzi di vetro, grandi magazzini, grattacieli, hotel, c’è di tutto. I tram passano lungo le rotaie, in mezzo alla piazza e senza marciapiede,  silenziosi ed attenti. Un enorme orologio rotante indica l’orario più o meno di tutto il mondo. Sul tetto di un grattacielo-hotel c’è una specie di argano con il quale si pratica uno dei tanti “sport estremi” di recente invenzione. Non so bene neanche come si chiami. Sta di fatto che ti imbragano completatamente e ti lasciano cadere in caduta libera fino a qualche metro dal suolo.

In realtà l’impressione complessiva è di un luogo che si potrebbe tranquillamente evitare, tanto è sconclusionata e caotica. Soprattutto brutta, tutta acciaio, vetro, costruzioni decisamente retrò e neanche un albero. Eppure ha un suo fascino, con la sua torre delle telecomunicazioni che domina su tutto.

Prendiamo la metro e raggiungiamo il Memoriale del Muro, una spianata di tre-quattrocento metri costituita dal corridoio rappresentato dalla terra di nessuno tra i due muri (si, i muri in realtà erano due). Da un lato il Muro è stato sostituito da dei pali infissi nel terreno. Dall’altro, oltre ai resti dell’assurda barriera, i fianchi dei palazzi di confine sono utilizzati per contenere immagini, di tutte le dimensioni, legate alla storia della divisione. Lungo il percorso dei segni impressi nel terreno raccontano il percorso del tunnel che fu scavato da alcuni cittadini dell’Est per passare, attraverso il sottosuolo, dalla parte libera della città. Ed il Memoriale è anche questo: il racconto dei tentativi, sempre complicati e necessariamente ingegnosi, spesso disperati, di trasferirsi ad Ovest. Il percorso si conclude ad un Visitor’s Centre contenuto in una delle torri che erano state costruite dagli Americani permettere a chiunque di salire e gettare uno sguardo sul settore Russo (come a dire: “Non pensiate di poter fare quello che vi pare, vi teniamo d’occhio”) e che affaccia sull’ultima parte del Muro perfettamente intatta e lasciata così come costruita nel 1961.

Il pomeriggio è tutto per il Museo di Pergamo. Peccato per il tempo. Faceva già molto freddo, si è aggiunta la pioggia proprio mentre facevamo la fila per poter entrare. Stoici nel resistere. Il museo è molto particolare. Oltre ad una grandiosa collezione di antichità arabe, il Museo contiene la riproduzione  a grandezza naturale dell’Altare di Pergamo, della Porta del Mercato di Mileto e della Porta di Ishtar, della Via Processionale e della facciata della Sala del Trono di Babilonia. Sinceramente non ho capito bene cosa fosse autentico e cosa no, però il potersi calare nell’ambiente reale, nelle sue vere dimensioni, ha dato un sapore particolare alla visita.

Un Pizza Hut ha risolto brillantemente il problema della cena durante un sabato sera affollato. Pizza e birra e menù di pollo per il piccolo a dieci euro a persona. Questo è un ulteriore aspetto da sottolineare della città: è decisamente economica e molto varia per quanto attiene al cibo.

La domenica è stata quasi interamente dedicata allo zoo. Molto simile al Bioparco di Roma, gli animali vivono in grandi ambienti che riproducono più o meno fedelmente il loro habitat naturale. Probabilmente a causa del freddo sono molto ampi anche gli spazi al chiuso. Enorme la vasca delle foche, divisa in tre parti di cui una con tanto di onde, dalle pareti vetrate per permettere soprattutto ai più piccoli di godersi le loro evoluzioni sott’acqua. Piccola delusione perché la guida prometteva la presenza di un panda che non siamo riusciti a vedere. O forse no si è fatto vedere. Grande invece il numero di cuccioli.

Un pub irlandese autentico (sigh, piccolo attacco di nostalgia) ci ha ospitati per il pranzo: fish’n'chips, hamburger, patate fritte come se piovesse, birra per i grandi  e bibite per i ragazzi. La mia E ha tirato giù un Fully Irish Breakfast. Ma lei è quella che a Barcellona ha mangiato il carpaccio di toro da combattimento!

Prima di tornare in albergo per recuperare le valigie abbiamo avuto il tempo di raggiungere l’hotel Radisson Blue nel cui atrio è ospitato un acquario alto cinque piani, a sua volta contenente un ascensore per farne visitare l’interno in una maniera molto coinvolgente. Ma solo se ospiti dell’albergo o muniti di biglietto del vicinissimo SeaLife.

Peccato. L’orario della partenza si avvicina implacabile e non ci resta che metterci in viaggio verso l’aeroporto. Certe facce! Tutto molto bello e la tristezza del dover partire è stata mitigata dalla promessa fattaci reciprocamente di tornarci tutti insieme il prima possibile. Ognuno di noi si è poi fatto una propria lista dei desideri “a mente” per la prossima volta: in cima alla mia c’è una visita più approfondita al Tiergarten (i parchi sono una mia “fissa”) e il Museo dedicato ai Ramones (si, c’è anche quello!)

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In conclusione permettetemi di sintetizzarvi con il raccontino del nostro rientro e con quattro semplici foto, le differenze principali tra Berlino e la mia Roma (che, comunque, amo tantissimo), che poi valgono anche per le altre grandi capitali europee come Londra o Parigi. Sono due differenze sole, ma rappresentano molto chiaramente il divario che c’è.

Arrivati a Berlino, e neanche all’aeroporto principale, fuori dall’ingresso abbiamo trovato, sullo stesso marciapiede, la fermata del bus che, con biglietto di corsa semplice ci ha portati in cinque minuti alla fermata della metro. Risultato: arrivati alle 20 eravamo in albergo in centro alle 20.30 con duecento metri a piedi. A Roma, aeroporto di Fiumicino, di bus neanche se ne parla. Alle 23 erano finiti i treni e duecento persone sono state ad aspettare i taxi (spariti anche loro) fino alle 23.40. Risultato: atterrati alle 22.40 eravamo a casa quasi all’una di notte.

Così, tanto per dire…….

Rete Metropolitana di Berlino

Rete Metropolitana di Roma

Vagoni della Metropolitana di Berlino (sono tutti così)

 

Vagoni della Metropolitana di Roma (sono tutti così)

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