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Archivio Gennaio 2013

Il Disco del Mese – Asia (1982)

31 Gennaio 2013 Nessun commento

Ancora Prog! Evidentemente è il suo mese. Ma stavolta, per il “Disco del Mese” mi sposto su territorio molto “border-line” sul fronte Pop.

Il biennio 1982-1983 fu particolarmente significativo per il genere. I Vecchi Leoni avevano virato decisamente verso forme più semplificate di Prog: nel triennio 1980/1982 i Genesis avevano pubblicato “Duke” ed “Abacab”, gli Yes “Drama”.

Invece nel biennio in questione si verificano due fenomeni contrapposti: da una parte emergono i Neo-Prog (i primi due lavori di Marillion e Twelfth Night, ed i primi passi degli IQ, decisamente ispirati dai Genesis dell’era Gabriel), dall’altra arrivano due dischi clamorosi da due band storiche e nuove al tempo stesso.

Yes e Asia, all’epoca, sono sostanzialmente due supergruppi. I primi, per 3/5 in formazione storica (Squire, Anderson e White), inseriscono in line-up Tony Kaye alle tastiere,  già nella formazione iniziale nel 1968, ed un giovane chitarrista di belle speranze, Trevor Rabin, dal sound particolare e dalle idee decisamente chiare. E’ proprio lui ad avere un ruolo fondamentale nella preparazione del nuovo materiale, nelle sonorità dell’album che seguirà (90125) e, soprattutto, nella composizione di quello che diventerà l’hit-single di quell’anno, “Owner Of A Lonely Heart” e che li rilancerà ad altissimi livelli.

Ma se la presenza di Rabin rappresenta un punto di forza per l’album, ne rappresenta anche il limite ai fini della mia rubrica: di “90125″ tutto si può dire, tranne che si tratti di un album targato “Yes”. E’ vero, probabilmente senza questo disco la band non sarebbe più esistita (e comunque non si può dire), ma il gioco perde subito mordente, visto che il successivo “Big Generator” ne è solo la brutta copia e da li in poi non si rileverà praticamente più nulla di decente nonostante reunion più o meno complete, a parte la breve parentesi di “Anderson, Wakeman, Bruford & Howe” (1989). Ma questa è un’altra storia.

E allora veniamo agli Asia. Supergruppo a tutti gli effetti, poggia anch’esso su di una matrice “Yes”. Ne fanno parte Steve Howe, leggendario chitarrista, e Geoff Downes, tastierista dei “popparoli” Buggles con Trevor Horn, poi confluiti negli Yes per l’album “Drama”, dove apportarono alcuni brani del loro repertorio (“I Have a Camera”) e buona parte del loro gusto per le canzoncine facili ma intelligenti (ricordate l’hit “Video Killed The Radio Stars”?). Ai due si aggiungono “The Voice” John Wetton al basso, ex King Crimson e UK ma, soprattutto, grandissimo cantante, e Carl Palmer alla batteria (da Emerson, Lake & Palmer).

Quattro mostri, forse tre e mezzo, ma Downes, grande esperto appunto in “pop”, mette grande mano nella stesura del materiale (sua la firma delle musiche di sei dei nove brani dell’album) ed il gruppo, che nel frattempo ha firmato per un’etichetta giovane e scattante, la Geffen, entra in sala ed incide il primo album durante il secondo semestre del 1981, nei ritagli di tempo tra i vari impegni dei componenti.

Il giorno in cui a Roma, festeggiatissimo, compivo diciotto anni, gli Asia pubblicavano il disco negli Stati Uniti. Beninteso, non penso che i due eventi siano in alcun modo collegati……

Il disco è furbo ma grandioso. Non c’è un pezzo sbagliato. E’ bello e gradevole dall’inizio alla fine. Il Progressive applicato al Pop, o viceversa. Probabilmente (il primo e) l’unico esempio ben riuscito. La classe non è acqua ed i quattro sanno suonare. Sanno anche scrivere con semplicità ed inserire quel colpo di classe, ognuno per le sue competenze, senza appesantire il sound complessivo che resta potente ed al tempo stesso fresco e gradevole.

E allora via con “Heat Of The Moment”, l’hit fondamentale per aprire al gruppo le porte di radio e televisioni e permettere così la scalata delle classifiche di mezzo mondo. Brano elementare: un riff di chitarra corposo ed immediatamente identificabile, una melodia essenziale (soprattutto la strofa) ed efficace ed un ritornello stupido ma killer. La voce di Wetton su tutto. Suonato in maniera impeccabile, presenta una piccola trovata: ci si aspetta l’assolo della chitarra a metà brano, invece ci si trova un momento sospeso tra tastiere e chitarra che poi riprende corpo. L’assolo di Howe viene così spostato a fine brano, prima della ripetizione del ritornello.

“Only Time Will Tell” parte in maniera molto pomposa, ricorda un po’ EL&P. Sulle tastiere e la percussione s’innesta una chitarra lancinante. Poi invece inizia una strofa molto dolce che poi cambia ritmo, quasi una marcetta. Il ritornello torna pomposo, ma di una grandissima orecchiabilità. Nell’intermezzo, prima di tornare alla strofa, le tastiere come archi imbizzarriti duettano con la chitarra ancora sulle note altissime. Molto belli anche i cori.

E’ la volta di “Sole Survivor”, il primo rokkaccione dell’abum. Cassa in quattro e via andare. Riff di tastiere e sul secondo giro entra un bel tema di chitarra di Howe. Rullata ed entra anche la voce di Wetton. Suoni molto moderni, per l’epoca. Sul ritornello fraseggio di Howe che si aggancia di nuovo al riff d’apertura. Dopo il secondo ritornello uno stop con le tastiere in sottofondo. Pian piano rientrano tutti gli strumenti. Gran lavorone di Howe.

“One Step Closer” parte con un arpeggio di chitarra acustica (ma secondo me è un suono sintetico). Stavolta l’assolo introduttivo, dopo una scala volante, è di Downes. E’ l’unico brano cantato a due voci. Dal vivo sono Wetton e Downes, ma nel disco penso sia il solo Wetton con le sovraincisioni. Gradevolissimo l’assolo finale di Howe nel suo tipico stile, parte sulle note basse e poi continua su quelle alte (tipo “Siberian Khatru”).

“Time Again” sarà uno dei pezzi portanti, ancora oggi, per i concerti del gruppo, in particolare ne costituirà il brano di apertura, così come “Heat…” ne sarà quello finale. Ed effettivamente funziona benissimo. Ad ogni verso si ripete il riff di chitarra e tastiere, poi il ritornello a più voci. A metà brano una scala di pianoforte introduce l’ennesimo bell’assolo della chitarra.

Altro cavallone di battaglia del gruppo sarà il successivo “Wildest Dream”. Inizio frenetico, poi tre note ed il pianoforte accompagna l’ennesima melodia accattivante. La seconda strofa a ritmo più sostenuto si conclude con la ripresa dell’intro, sulla quale Howe si produce in un assolo nel quale il suo stile è riconoscibilissimo ad anni luce di distanza. Nel finale Palmer ci da dentro con la batteria con una serie di fill spumeggianti.

Poi il lentone classico ad effetto. “Without You” è un pezzo splendido, rarefatto e denso, melodico senza essere banale. Ricorda vagamente “Fallen Angel” dei King Crimson. Anche qui funziona il giochetto di spostare l’assolo dove meno te lo aspetti. Una parte strumentale con la chitarra a guidare sembra essere l’assolo, ed invece ne è solo il preludio. L’assolo vero parte subito dopo e si conclude con un arpeggio di chitarra acustica, prima che la voce torni ad emozionarci.

Ancora l’acustica introduce “Cutting It Fine”, e subito dopo lascia spazio all’elettrica. Altra melodia difficilmente indifferente, con un bel bridge su ritmi spezzati. Il finale è per uno dei brani migliori dell’album: “Here Comes The Feeling”. Gran riff di tastiere e tutti in piedi. Finita l’intro, i suoni diventano suadenti ed entra la voce. Il brano prende corpo man mano e sale di ritmo, per poi esplodere nel ritornello giocato sul riff dell’intro. All’interno del brano è contenuto forse l’unico passaggio tipicamente Prog di tutto l’album. O almeno l’unico che duri più di una battuta.

L’album raggiungerà la vetta delle classifiche americane e ci resterà per nove settimane, risultando il disco più venduto nel paese in quell’anno. In Gran Bretagna non andrà oltre l’undicesimo posto, ma rimarrà nelle posizioni alte per quasi quaranta settimane. Nell’arco di un paio d’anni, a testimonianza della qualità dei brani, tutti potenziali hit, verranno sfornati sei  singoli di cui, negli States, “Heat Of The Moment”  raggiungerà la prima posizione, “Only Time….” l’ottava e “Sole Survivor” la decima.

In tutto il mondo venderà oltre dieci milioni di copie.

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Prog Made In Italy

29 Gennaio 2013 Nessun commento

Il movimento Progressive è stato qualcosa di straordinario. I grandi nomi li conosciamo tutti: Genesis, King Crimson, Yes, EL&P, Jethro Tull. E poi, negli anni d’oro, Caravan, Camel, Lindisfarne, Van Der Graaf Generator, ed altri. Ed in Italia tanti gruppi che sono riusciti a raggiungere la ribalta internazionale, tante le capacità di alcuni strepitosi strumentisti delle nostre parti e tanti i legami con le basi profonde di quella musica così immaginifica: Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Orme, e tanti altri.

Poi più nulla. Improvvisamente troppo pomposo e di maniera e troppo nuove e fresche le tendenze nate successivamente. E allora ognuno ha cercato la sua strada, spesso deviando verso forme più pop e semplici, qualcuno un occhio alla classifica, qualcuno preferendo sciogliersi magari solo momentaneamente.

Ma siccome nella musica tutto va e torna a velocità sempre più rapida, il Progressive ha trovato ancora modo di tornare all’attenzione del grande pubblico, prima alla metà degli anni Ottanta grazie ai Neo-Prog (Marillion, Pendragon, Twelfth Night, IQ) sullo slancio di vecchi gruppi redivivi, poi più o meno dalla metà dei Novanta (Porcupine Tree, Spock’s Beard, Pineapple Thief, Mars Volta, Riverside). Più recentemente ancora il blasone del Rock Prog ha luccicato grazie ad alcune splendide prove di cui ho già trattato nei mesi passati. In particolare gli ottimi album di Martin Orford, ex tastierista degli IQ (“The Old Road” – 2008), It Bites (“Map Of The Past” – 2012) e Big Big Train (“English Electric Pt. 1″ – 2012) e all’affermazione definitiva di un grande talento come Steven Wilson, musicista-autore-produttore- e chi più ne ha più ne metta.

Ed in Italia? PFM dispersa nel ripetere pedissequamente il proprio Mito, alternando concerti con i grandi classici a progetti più discutibili (la ripresa dei concerti con De Andrè senza l’Immenso che senso ha?). Il Banco fa capolino ogni tanto in qualche rassegna prog, ma di nuovo materiale non se ne parla. Le Orme? Mah. Diciamolo, non riusciamo più a tenere botta con i gruppi stranieri come un tempo.

Relativamente vero.

Però c’è un gruppo di Bologna, i Sithonia, che ha conosciuto il suo momento più prolifico nella decade compresa tra il 1989, anno dell’uscita del suo primo album “Lungo il Sentiero di Pietra”, ed il 1998, anno di pubblicazione del suo ultimo (anzi penultimo) album “Hotel Brun”.

Un percorso composto da cinque album di cui uno dal vivo, attraverso una via cantautorale al Progressive, con testi spesso intimisti, spesso colti, ed una musicalità perfettamente compresa nel solco del miglior Prog. Di loro “Progarchives.com”, il miglior portale mondiale sul genere, dice “Il risultato è un suono personale, caratterizzato da semplici melodie toccanti e da rapide variazioni heavy e sinfoniche. La Musicalità è molto buona e piena di quelle dinamiche e trovate che caratterizzano la musica italiana”.

Per quanto mi riguarda i loro brani più belli sono “Piancaldoli”, storia di giovani musicisti e dei loro spazi per confrontarsi e per creare ed anche di una natura che si compenetra con i singoli e con la loro musica fino a confondersi tra spazio e luogo, “Il Foglio Bianco”, storia d’amore non corrisposta raccontata in maniera assolutamente non banale, e “Hotel Brun”, suite di venti minuti, che ci porta ad attraversare la storia di una città e di un suo storico edificio con immagini e sensazioni vivide e toccanti.

Nel 2011, tredici anni dopo “Hotel Brun”, i Sithonia sono tornati con un nuovo album e nella formazione migliore.

Attenzione! “La Soluzione Semplice” non è il “Disco del Mese”, rubrica storica di questo blog, nè una delle tante uscite da me commentate. E’ un gran bel disco e basta, fuori dal tempo e dalle mode. Moderno nelle sonorità ma tale da far luccicare gli occhi a chi spera sempre che un giorno o l’altro possa uscire un nuovo “Nursery Crime” o “Foxtrot”.

 “Treni di Passaggio” apre l’album. Alcune note di pianoforte ed una batteria che pian piano prende il ritmo di un treno. Voci sulla banchina. Un synth che crea leggeri effetti speciali. Il treno si lancia nella sua corsa. E’ il momento di riflettere. E allora entra la chitarra con un arpeggio leggero. Poi la voce.

Tema centrale dell’album è lo scorrere del tempo e le piccole e grandi battaglie combattute da ognuno di noi nel quotidiano. Sono parole che possono colpire chiunque: “Ho faticato per trovare un ruolo e una mia parte, ho sognato ma sognare mi è costato troppo, ho sempre lottato per non perdermi e dissolvermi, ed ho sempre sbagliato senza accorgermi che il tempo scivolava….”.

La melodia è struggente e tenera. Nella miglior tradizione del Prog il brano prende corpo al termine della prima strofa, con l’entrata della batteria e degli altri strumenti. L’atmosfera è molto bella. Alla fine della secondo strofa arriva la prima apertura strumentale. Un riff di chitarra e tastiere, poi il primo assolo delle tastiere. Intermezzo, poi parte l’assolo della chitarra, molto hackettiano. Ancora botta e risposta tra chitarra e tastiere e poi parte il primo “luccicone”: l’assolo centrale della chitarra suona molto “Anyway”. Ancora cambio di ritmo e di nuovo le tastiere in primo piano su di un ritmo spezzato di batteria. Nuovo assolo con sonorità Hammond con la chitarra a tessere sotto brevi intarsi di note per arrivare al finale di questa ricca parte strumentale. Ed è un fiume che arriva alla sua foce per perdersi nel mare aperto, con una speranza e quando decidi di riprendere il cammino, forse senza tanti rimpianti:Un nuovo giorno, ed è così da sempre…….….Ma è certo che viviamo, non c’è più nulla da inventare, corro in fretta, c’è un treno che aspetta…”.
“Tornando” è uno strumentale che si apre con il riavvolgimento di un nastro e viaggia su di un ritmo sostenuto. Ancora tastiere e chitarra in evidenza. Il lavoro della chitarra, molto presente su tutto l’album, è particolarmente valido. Breve stop a metà brano durante il quale il gruppo si cala di nuovo in atmosfera acustica per poi riprendere la sua corsa fino alla fine, guidato da un grande Hammond. Finalone tutti sugli scudi, molto efficace a mio parere in esecuzione live.

“Cronaca Persa” è il gioiello dell’album. Di nuovo una suite in sei movimenti. Ancora il tempo che passa. Caleidoscopio di ritmi e colori. Melodia, sempre melodia, fortissimamente melodia. Il leit-motiv del brano apre con poche note di organo prima di aprirsi in uno sviluppo quasi heavy sul primo movimento “non ritornerai…”. Si, forse tutto finisce, tutto passa, ma in qualcosa rimarremo in “…un’immagine, un suono, un odore di legna….e sarò sempre sospeso nel vuoto tra i rami di un pino, nascosto nel fieno tagliato, in un prato fiorito…”. Il riff è duro e su questo s’innestano le tastiere per poi distendersi in una melodia condotta da una tastiera che sembra una fisarmonica con sotto chitarra e tastiere che arpeggiano. Poi quasi una melodia rinascimentale riporta al tema iniziale. E’ l’introduzione al secondo movimento: un arpeggio di chitarra ed un synth che riporta indietro nel tempo (secondo luccicone). E il “tema della pioggia”. Dolce e struggente. Un lui e una lei sono insieme “…all’alba di un giorno che vola via, verso un altro destino”. Qui la parte strumentale è semplicemente perfetta. Parte un’assolo di chitarra lievemente distorto, su un tappeto di tastiere e pianoforte. Poi il ritmo si spezza, sempre con la chitarra a guidare. Grande sensibilità, grande tocco. (Steven Rothary, vattene a casa!). E’ una canzone nella canzone. Di nuovo la delicatezza iniziale del movimento e poi tutto sfocia in un ragggae mai sentito nel Prog. E’ il terzo movimento “musica, estate”. E’ l’Estate della Vita, una Musica che va e “vola tra i sentieri di pietra e ruscelli, vola tra i cespugli e vola tra i capelli…”. E il vento stavolta è una tastiera che si produce in un bell’assolo dove il ritmo torna verso un bel rock rotondo.

Sono passati tredici minuti dall’inizio del brano e non c’è un minimo di stanchezza. La musica si ferma per lasciare spazio, dopo un colpo di gong, ad un tuono ed allo sgocciolio di una pioggia battente. “Il ponte”, da attraversare ad un certo momento della nostra vita, e “…l’autunno che già chiede di mostrarsi agli alberi, chiuderà per sempre questa età…”. Poi la ripresa di “non ritornerai”, non prima di una nuova parte strumentale guidata da un synth, una chitarra che accompagna molto pulita quasi funky e le tastiere che vicariano una sezione di fiati, mentre “…alzo lo specchio a guardare l’estraneo che ha solo i miei occhi da spegnere…. ma buona sorte ha voluto concedere un foglio, una penna, una giornata di nebbia…. un prato fiorito, in un pomeriggio che non sa e non vuole finire mai”.

Ed infine l’ultimo movimento, “l’ultima volta” che riprende e sviluppa il leit-motiv in un finale struggente e potente al tempo stesso e “…l’ultima carezza sfrontata in faccia a tutto quello che verrà…”.

Piccolo bignamino del Prog è invece lo strumentale successivo, “Il Tram Del Topo”, che in poco più di un minuto passa da un quasi madrigale ad un potente rock , passando per un breve bellissimo tema poggiato sulla chitarra elettrica pulita (un pò alla “Fifth of Firth”).

La title-track inizia con un arpeggio di piano elettrico cui si aggiunge un suono quasi di carillion che ci conduce a spasso per un bosco popolato da Elfi. Poi dal sogno torniamo con i piedi per terra. Il brano si sviluppa come un classico Rock strofa-ritornello-strofa. Riff di chitarra e tastiere incrociate, poi l’introduzione si ripete sul ritmo della base fino ad un pianoforte che interrompe il brano aprendo ad una nuova via strumentale sulla quale si piazza un mandolino. Di nuovo il synth che disegna una melodia tra le migliori dell’album, ed una chitarra che piazza solo l’ennesimo bell’assolo prima di ritornare al refrain ed al finale.

Ancora un breve brano di un minuto e mezzo, “Passeggiata”, anche questo solo strumentale, prima di passare alla conclusione: “Il Vento di Nauders”. Piccola cittadina austriaca, 1.500 abitanti o poco più, a pochi passi dal confine italiano e svizzero, poggiata in una piccola valle incassata tra i monti, è il luogo gelido e ventoso dove si svolge una storia fatta di risvegli “..in un grembo gelido di un letto candido di neve a pochi passi da qui”. Qui la melodia la fa ancora da padrona, sia nella lunga parte strumentale iniziale sia nel cantato, mai assolutamente banale.

Sono passati meno di sessanta minuti, ed il disco si conclude sulle note di pianoforte iniziali. Punto.

Ripeto, per chi ama il Prog è un disco imperdibile. Per chi ama l’ottima musica italiana d’Autore, altrettanto.

Per chi non è indicato? Semplice, per quelli che amano il Fenomeno da Classifica, per chi ascolta RDS, per quelli che  pensano che Zucchero e Vasco siano il meglio che la musica italiana possa offrire, per chi aspetta Sanremo e prova i brividi quando vede i talent show, e via di seguito.

Insomma, per chi non ritiene che la Musica debba entrarti nel cervello in profondità, costringendoti ad aprire alcune porte che normalmente vengono tenute sprangate, non sia mai, ma che una volta aperte ti regalano orizzonti infiniti e la soddisfazione che solo certa Musica può donarti.

 

 

 

 

 

 

Diario di un Concerto

24 Gennaio 2013 2 commenti

Beastie Beat al Jessly

Vi racconto chiacchiere, fatti e fattarelli dell’ultimo concerto dei Beastie Beat. Siamo una Cover Band, è vero, però per noi suonare dal vivo è sempre una specie di Evento e allora che si tramandi….

Stavolta ho operato al contrario: invece di trasferire il post dal blog alla pagina Fb come sempre, ho recuperato tutti i brevi “stati” che ho pubblicato giorno per giorno come un diario e ve li ripropongo con, al termine, una rapida cronaca del concerto.

Inoltre, piccola anticipazione, c’è una discreta possibilità di replica nei prossimi tempi…..

Lunedì 10 dicembre 2012

Stasera “Power Trio”, però finalizzato al concerto, perciò belli tirati. Provate alcune papabili per la scaletta finale. Solo tre prove al grande giorno, ma il materiale è ben rodato. Fatta scoperta agghiacciante: la sera del concerto potrebbe esserci Roma-Inter. Nell’eventualità tifosi di entrambe le squadre, venite ugualmente: al locale c’è il maxi-schermo!

Lunedì 17 dicembre 2012

Stasera gruppo al gran completo. Scaletta ancora allo stato magmatico. Ancora indecisioni:

“Questa si fa?”  “Si”  “No” “Forse”

“Perchè?”   ”Non piace”  “A me si”

“E’ troppo lenta”  “è troppo veloce”  “non ha dinamica”

“Si sente troppo il basso!”  “si sente poco la voce!!!”  “Qui la chitarra è troppo alta!”  “Qui è troppa bassa”   “Si può eliminare quest’effetto…”

“Certo che voi al lavoro vi divertite proprio!”   “basta, allora me ne vado”

“Uso le spazzole?”  “Il raggae mi viene male”   “Noooo, ti viene benissimo”   “Ragazzi, stiamo facendo una cosa alla Gallo Cedrone”

ecc. ecc. ecc.

Per il 19 saremo pronti!

Lunedì 7 gennaio 2013

Mancano due prove al concerto! Stasera prova tiratissima. Una ventina di brani provati, qualche ruggine rimossa, qualche assolo da riprovare, qualche tensione di quelle positive, segnale che tutti sono motivati e tesi. Attacchi e finali, attacchi e finali. Più veloce, non correte, rallentate, ma che avete cambiato ritmo?

Ma nel disco era diversa! Ma quale disco hai ascoltato? Quello dei ….! Ma stai scherzando?

Vorrei che accordassimo il LA a 432 Khz, però lo so che è una mia fissazione!    Bhè, allora….

Inseriamo in scaletta più lenti che la gente vuole ballare.  No, se la gente vuole ballare ci vogliono i brani veloci. Aggiungiamo canzoni dei Beatles. “Jumpin’ Jack Flash” va assolutamente inserita in scaletta, è un nostro cavallo di battaglia. Vero. Vero. Vero. Ok, scusate, in che tonalità la facciamo?

E via così…….

Venerdì 11 gennaio

Una settimana al concerto! Fioccano le scuse di chi comincia a defilarsi. Vi aggiornerò su quelle più fantasiose.

Lunedì 14 gennaio 2013

Aggiunta prova generale per giovedì! Perciò penultima prova. Ci siamo quasi. Stasera prima assemblata alla scaletta. Diciamo che il 120 per cento è scelto. Taglieremo qualcosa, anche se sarà dura. Primi tasselli incastrati (i primi due brani): ci si gioca tutto lì.

Comunque mettetevi l’anima in pace: sarà una cosa lunga. Buon Divertimento!

Tema “scuse”: per ora in testa ci sono:

- non posso fare tardi perchè domenica mattina devo andare in macchina a ……: mi consegnano un pezzo di ricambio

e

- sabato sera probabilmente nevica (questa francamente la trovo difficilmente battibile!)

Martedì 15 gennaio 2013

L’influenza bastarda sta decimando la mia famiglia. Se la sono beccata il mio piccolo e la mia Dolce Metà, mentre io non ho dormito per la gran tosse. Tutto tornerà magicamente a posto per sabato sera?

Mercoledi 16 gennaio 2013

Aggiornamento scuse:

- Oggi ho la febbre

- è il compleanno di un mio parente (dai, queste ultime due sono ammissibili)

- sono all’estero

In più diamo il benvenuto ad una nuova categoria: i “Vaghi”. Quelli che un mese fa chiedevano anticipazioni sulla scaletta tutti interessati ed oggi sviano l’argomento, sperando che tu non gli faccia la tanto temuta domanda diretta: “Tu vieni al concerto?”.

Giovedì 17 gennaio 2013

Ultima prova: due ore pulite pulite per provare tutta la scaletta.

Accelera, Rallenta, pensate alla Dinamica, salite, scendete, devi usare il pedale…

Ma ‘sto finale non v’entra in testa, ma siete sicuri che “……” la vogliamo proprio fare?

Invece com’è che manca “……”? Basta, taglio netto con il passato…   Ma come? Allora la scaletta falla tu.

Chi passa sabato mattina a prendere le casse?  (seguono fischiettii vaghissimi) Ok, ci vado io!

Sabato 19 gennaio 2013   ore 13.00

Data una limatina alla scaletta. Pochi dettagli. Non si potevano lasciare come bis tre pezzi forti di uno dei nostri gruppi preferiti.

Primo: perchè non possono essere suonate di seguito, vanno intervallate ed inserite al punto giusto. Secondo: non si può lasciare, come detto, nei bis tre canzoni dello stesso gruppo. E, soprattutto, terzo: ci faranno arrivare ai bis? Bella domanda…..

Il lettore Mp3 è caricato a dovere con tutti i brani (originali) secondo l’ordine previsto in scaletta. Non potendo ripassare con lo strumento, li ripasso a mente seguendo il brano (avete presente Allevi?). Intanto si va a far la spesa, si prendono i ragazzi a scuola, ecc. ecc. ecc.

Aggiornamento scuse:

- ho amici di mia moglie a cena ed ho anche litigato con lei. Però forse veniamo tutti dopo cena

e

- ho dei lavori in Toscana da andare a seguire

Evviva, ci siamo!

Sabato 19 gennaio   ore 22.45

Un centinaio di persone nel locale, forse qualcuno in più. Il locale non è grande e questo da una gradevole sensazione di “tutto esaurito”. Lo spazio ha una buona acustica. Scaletta lunga, calcolate un paio d’ore di musica. Alla fine saranno trenta i brani, compresi i bis (due). Molto spazio al Rock’n'Roll, ma anche qualche momento più tranquillo. Come nostro solito, si percorrono i Sessanta senza necessariamente soffermarsi sui Grandi Classici. Perciò niente “My Generation” o “She Loves You”, nè “You Really Got Me” o “Satisfaction”, troppo scontati. Spazio invece a quei brani sensazionali pescati tra i 45 ed i 33 immortali di quel tempo, anche se magari non sono necessariamente passati per le classifiche inglesi ed americane. Inizio ad effetto con un bel trittico: “C’mon Everybody” di Eddie Cochran, “I Can’t Explain” degli Who e “Get Off of My Cloud” degli Stones. Tre riff splendidi da suonare e da ascoltare. E via via tutte le altre: “Birthday”, “Dizzy Missy Lizzy”, “Back in USSR” ed altre dei Beatles, “Jumpin Jack Flash”, “Heart Of Stone” e “Let’s Spend The Night Together” degli Stones, “The Kids Are Alright”, “Substitute” ed altre degli Who. E tante altre ancora. Oltre alla “Redemption Song” di Bob Marley, l’unico suo brano acustico, da noi arrangiata di nuovo raggae, ed unica digressione dal nostro repertorio solito. Ma è una canzone troppo bella. Il finale scatenato con “Sunshine Of Your Love” dei Cream. Piacevoli sensazioni per la richiesta di bis e allora “Let’s spend….” e “I Shall Be Released” di Dylan a chiudere definitivamente la serata.

Tutto è stato molto bello. Il pubblico ha dato l’impressione di divertirsi, ha battuto le mani a tempo ed urlacchiato alla fine dei brani. Insomma, in una sola parola, ha partecipato.

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Beastie Beat In Pista!

16 Gennaio 2013 7 commenti

Ci siamo. Mancano pochi giorni all’evento. Sabato 19 ore 22.00 alla birreria Jessly, Via Amatrice 32 Roma (tel  0686328027), tornano in scena i Beastie Beat per il primo concerto del 2013.

Per chi segue questo blog e si trovasse a passare da quelle parti, o si ritrovasse la sera libera senza particolari impegni, mi piacerebbe fosse l’occasione per conoscerci e salutarci.

Noi siamo la, a rokkare & rollare per un paio d’ore. Per chi avesse voglia di ascoltare il solito nostro pastiche del miglior beat degli anni sessanta e di alcuni pezzi forti dei settanta, ingresso libero e birra a volontà.

Vi aspetto!

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