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Archivio Febbraio 2013

Il Disco Del Mese – “A Hard Day’s Night” (1964)

28 Febbraio 2013 2 commenti


1964
. Ormai dei Beatles si è praticamente accorto tutto il mondo. C’è bisogno di raccontare la prodigiosa sequenza? Forse si, sono passati parecchi anni. Da aprile 1963, con l’album “Please Please Me” saldamente in testa alla classifica, i Beatles pubblicano una serie di 45 giri semplicemente fantastica: “From Me To You”, “She Loves You” (agosto ’63), “I Want to Hold Your Hand” (ottobre ’63). Tutti numeri uno in mezza Europa. L’ultimo sfonda letteralmente anche negli USA e traina i precedenti in testa alle classifiche.

A novembre dello stesso anno pubblicano il loro secondo album “With The Beatles” che non contiene nessuno di questi brani. Appena il tempo di arrivare nei negozi ed è già n° 1, spodestando “Please Please Me”. Mangiano il pudding natalizio in famiglia ed ai primi di gennaio del 1964 sono a Parigi per uno dei primi tour da star in Europa (e per conoscere Sylvie Vartan, ma questo è gossip).

Hanno un nuovo brano niente male e decidono d’inciderlo lì, negli studi Marconi. Il brano è “Can’t Buy Me Love”, una specie di blues in 12 battute molto molto veloce. Non lo sanno, o forse si, ma proprio in quei giorni stanno gettando le basi per un ulteriore sviluppo del loro brand: il cinema si è accorto di loro e un giovane cineasta inglese, Richard Lester, dirige i quattro in una commedia scanzonata. Si direbbe una situazione a quei tempi comune a molti loro colleghi sulle due sponde dell’Atlantico (ricordate Elvis?), arrivata anche da noi, come al solito con qualche anno di ritardo, con i “Musicarelli” della seconda metà degli anni sessanta (Morandi, Rita Pavone, Al Bano e non solo).

Ma piuttosto che realizzare una sciropposa storia d’amore (ancora Elvis) con qualche canzone di contorno, gli autori del film decidono di realizzare una sorta di finto documentario sulla vita di tutti i giorni del gruppo. L’idea funziona a meraviglia e non snatura affatto i Beatles, impegnati ad interpretare loro stessi e perciò perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa. Il film ci guadagna molto, considerato che nell’intelaiatura vengono poi innestati degli sketch discretamente divertenti. “A Hard Day’s Night”, girato durante il mese di marzo del 1964, sarà un grandissimo successo ed incasserà oltre 6 milioni di dollari. Per l’epoca niente male.

A quel punto c’era da preparare la colonna sonora. Nel film i Beatles utilizzano, di già editato, solamente “She Loves You” e “Can’t Buy Me Love”. E così, in sole cinque sedute tra il 29 gennaio ed il 1° marzo, più qualche seduta per completare alcune tracce ai primi di giugno, viene realizzato l’album, il loro terzo.

Come al solito l’album ha alcune particolarità. Prima di tutto è il primo (e sarà anche l’ultimo) disco dei Beatles dove il materiale è interamente a firma “Lennon-McCartney”. E Lennon è in stato di grazia. Per chi non sapesse che i due firmavano in coppia, ma ognuno scriveva le sue, per la prima ed unica volta il risultato finale è 10 a 3 per Lennon. E tutto materiale di ottima qualità. Harrison canta un solo brano (non suo), Ringo non canta nulla (accadrà poi solo su “Magical Mistery Tour” e “Let It Be”, nulla di indimenticabile).

Poi è interamente suonato dai quattro, ad eccezione dell’assolo di pianoforte nella title-track suonato da George Martin. Il suono è caratterizzato dalla nuova Rickenbacker 12 corde regalata dalla casa americana a George Harrison e che imperversa in lungo e in largo per tutto l’album.

Infine è un album grandiosamente rock, sempre contestualizzato nel periodo in cui è stato prodotto. Tale è la matrice della maggior parte dei brani, meno dolcemente popparoli rispetto ai due album precedenti. E’ un album fresco e di pura energia. Il loro migliore fino a quel momento.

Un accordo a vuoto (il “barrè” del SOL), probabilmente il più famoso della storia del Rock, apre la title-track. Strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-assolo, nella più classica struttura, per una canzone destinata a diventare anche un singolo n° 1. “It’s been a hard day’s night, and I’ve been working like a dog” canta John. Il titolo deriva da una frase tormentone di Ringo, “la sera di una dura giornata di lavoro” e scelta dal regista come titolo del film. Il resto va da se. L’assolo, suonato da Harrison e doppiato dal pianoforte di George Martin, è un piccolo classico. Pochi secondi, essenziale e pulito.

“I Should Have Known Better” è una ballata veloce che parte con una ridente introduzione con l’armonica. Chitarre in evidenza. Struttura essenziale e piccole rifiniture di Harrison con la Rick 12 corde.

“If I Fell” prosegue nella ricerca vocale iniziata qualche mese prima con il singolo “This Boy”, lato B di “I Want to Hold Your Hand”, ed esibito con grazia e maestria anche dal vivo all’Ed Sullivan Show per rapire definitivamente il pubblico statunitense. In questo caso, oltre al preziosissimo gioco delle due voci di Paul e John, è da sottolineare anche la ricercatezza della struttura melodica (in particolare l’introduzione ed i cambi di tonalità), assolutamente inedita fino a quel momento per il quartetto: i prodromi di quella crescita cui si assisterà da “Help!” fino a “Sgt. Pepper”. Ad ascoltarla bene c’è un difettuccio nella parte vocale di Paul (non ci credete? ascoltate a 1:45 dall’inizio).

“I’m Happy Just To Dance With You” potrebbe essere definito il primo brano “dance” della storia della musica moderna. Cantato da George e scritto con grande semplicità da John con l’aiuto di Paul. Coretti e chitarre alla “Chic”.

“And I Love Her” è il primo numero di Paul McCartney. E’ una bella ballata, diventata poi un classico tanto che ancora oggi McCartney la esegue spesso nei concerti. Meglio potrebbe essere definita un “marchio di fabbrica”: è un passo su quel sentiero che da “P.S. I Love You” condurrà poi a “Yesterday”, “Michelle”, “For No One” fino a “The Long And Winding Road”, per rimanere al periodo Beatles. Brano dalla registrazione travagliata: si iniziò con la strumentazione elettrica per poi dirottare, dopo una trentina di nastri buttati, ad una strumentazione acustica e con i bongo al posto della batteria.

“Tell Me Why” inaugura i grandi brani rock dell’album e forse di questi è il peggiore. Un missaggio leggermente cupo e impastato? Troppo caciarona? Comunque è un gran brano, scanzonato e irriverente, con un bel “walking bass” di Paul. Festaiolo pur nella sua drammaticità (trattava di problemi personali di coppia di Lennon), tanto da venir ripreso poi dai Beach Boys in quell’album in cui simulavano una festa tra amici (“The Beach Boys Party”).

Di “Can’t Buy Me Love”, che chiude il lato A e, di fatto, la colonna sonora del film, abbiamo già detto. Forse la cosa in più da sottolineare è che si tratta di un brano “McCartney” fin nel midollo, tanto che anche l’assolo di chitarra è scritto, diretto ed interpretato da Paul. E, a tutt’oggi dopo quasi cinquant’anni, è il ventesimo singolo più venduto in Gran Bretagna di tutti i tempi.

A questo la colonna sonora era completa. Serviva qualche riempitivo. Gli americani (la Capitol Records), sempre strani, decidono di completare l’album per gli Stati Uniti con delle insulse musichette. Ma in Patria e (fortunatamente) nel resto d’Europa i Beatles optano per utilizzare altre composizioni. E che composizioni!

“Any Time At All” è un brano dove Lennon canta il ritornello, che apre il brano, come in “Twist And Shout”, molto molto in alto. Il brano richiama “It Won’t Be Long”. Forse voluto, forse no. Considerato un riempitivo, ma di classe.

In “I’ll Cry Instead” Lennon mischia Dylan, di cui cominciava ad essere cultore, nel suo country veloce, e certe sonorità bluesy alla Rolling Stones. Comunque il brano alla fine più prevedibile dell’album, ma è solo il preludio in tono minore per una delle sequenze più azzeccata dai Fab Four. Con “Things We Said Today”, ultimo brano di McCartney, si torna al marchio di fabbrica sopra citato. Il brano ha un attacco spagnoleggiante  con una chitarra classica ed ha un tono di placida indolenza fino al bridge, dove si anima e diviene più elettrico. Un classico dei Beatles dal vivo.

Paul saluta e John prende il comando per gli ultimi tre pezzi, tra i miei preferiti in assoluto del gruppo. “When I Get Home” è un rock’n'roll strepitoso. Forse è “Tell Me Why” ben riuscita: La voce di Lennon è graffiante, il suono del gruppo compatto ed energico. Perfetto. Soprattutto nel bridge, quando si distende in una melodia molto orecchiabile, senza perdere nulla della carica iniziale.

“You Can’t Do That” parte con un riff di poche note di chitarra elettrica. Altro rock’n'roll, altro classico. Altra esecuzione vocale memorabile di Lennon. Altro sfoggio di sapienza vocale e di energia da parte del gruppo. L’assolo è di John.

Per finire “I’ll Be Back”, primo tentativo di comporre un brano di un certo spessore compositivo. La struttura del brano, inizialmente un valzer poi trasformato in un normale 4/4, è caratterizzata da un doppio bridge alternato che presenta una melodia diversa. Esclusivamente acustico costituisce un ulteriore riprova delle abilità vocali di Lennon, McCartney ed Harrison e dell’attenzione posta alle linee vocali.

Un grande album. Ed il pubblico lo premia. Pubblicato il 10 luglio del 1964 raggiunge la prima posizione nella classifica britannica il 25, spodestando gli Stones, e ci rimane per 20 settimane ininterrotte, fino a quando lascerà il posto a “Beatles For Sale”. Ma questa, come immaginate, è un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

Masterchef

22 Febbraio 2013 3 commenti

Ebbene si, normalmente la tv non la guardo mai, se non qualche buon film o partita di calcio “epocale” (la finale di Champions o di FA Cup e roba del genere). Una volta seguivo da fan sfegatato “La Squadra”. Poi il piccolo A è cresciuto ed è diventato il dittatore assoluto della repubblica televisiva casalinga, e allora…

Eppure mi sono lasciato irretire da questo programmaccio di Sky Uno, format frusto in mezzo mondo, da noi giunto alla seconda edizione, mentre è iniziato già il casting per la terza. Sono un patito di cucina e mi diletto ai fornelli con (a detta di qualcuno)  discreti risultati.

Perchè? Mah

Lasciamo perdere lo status di Divi acquisito dai giudici (e conduttori) e da alcuni dei concorrenti. Lasciamo perdere i piatti che, in realtà, non si vedono. Quello che si vede sono gli aspiranti chef che si dannano l’anima intorno ai fornelli e poi presentano qualcosa senza dilungarsi più di tanto sulla preparazione o sugli ingredienti.

E allora cos’è che mi ha tenuto incollato allo schermo per un numero imprecisato di puntate? Non solo, commentando il giorno dopo in ufficio con colleghi altrettanto irretiti quanto me. Forse il divertimento quasi catartico (o forse solo sadico) di vedere dei malcapitati massacrati con disprezzo per aver tentato, poveri loro, di realizzare qualcosa normalmente al di fuori della loro portata? Non credo.

Per quanto mi riguarda quello che mi colpisce è il racconto. Semplicemente il racconto di una gara. Montato in maniera serrata, alternando le immagini in cucina con le interviste, con i dietro le quinte, con il tempo che passa (secondo me il cronometro è accelerato ad arte), i primi piani sudati, i commenti, la tensione prima, durante e dopo l’assaggio, le location delle esterne, le situazioni particolari, il giudizio.

Questo è quello che manca a tutti gli altri programmi (e sono tanti) che imperversano in tv in questo periodo: camera fissa sui fornelli, spiegazione della ricetta e realizzazione. Punto e basta.

Insomma, gli interpreti sono ottimi, ed in più il copione è sceneggiato in maniera perfetta, girato e montato ancora meglio.

Ecco “Spotify”!

16 Febbraio 2013 5 commenti

L’ultima meraviglia in termini di condivisione musicale è “Spotify”, servizio “on-demand” che offre lo streaming di oltre 15 milioni (!!!!) di brani musicali di ogni genere ed autore.

Tutto è iniziato nel 2006 quando una piccola “start-up” svedese, la “Spotify AB” ha iniziato a lavorare ad un software lanciato poi nel 2008, grazie anche all’accordo con alcune tra le case discografiche più importanti. Oggi copre 22 paesi in Europa, America e Australia ed ha più di dieci milioni di utenti.

Perciò cos’è “Spotify”? Nel campo della diffusione e fruizione della Musica è, a mio parere, la “rivoluzione” definitiva, probabilmente l’unico modo realmente efficace per combattere la pirateria. Avere a disposizione un database immenso e poterne usufruire tramite lo strumento che normalmente tutti (o quasi) teniamo acceso almeno quindici ore al giorno e sul quale passiamo buona parte del tempo lavorativo e non, distoglie da qualsiasi idea di scaricare musica illegalmente in barba al diritto degli Autori e dei produttori fonografici.

Come funziona? Che abbiate un PC o un Mac, un tablet qualsiasi o uno smartphone equipaggiati con Windows, Mac OS X, Linux, IOS o Android, basterà scaricare il relativo software (o App). Dopodichè saranno necessarie due cose, anche se una di queste non è indispensabile per chi decida di utilizzare il servizio solo su PC o Mac. Mi riferisco ad un account “Facebook” (fondamentale) e ad una carta di credito.

L’account Fb serve per accedere al servizio ed è la porta attraverso la quale poi si sviluppa tutto il discorso di condivisione con gli amici. Si potrà poi far sapere agli amici cosa si sta ascoltando o sapere in tempo reale cosa ascoltano loro, scambiarsi consigli e recensioni. Dal momento in cui ci si iscrive, l’icona di “Spotify” comparirà nel menu del social network, di modo da potercisi collegare direttamente, oppure sul nostro desktop come software a se.

Accedendo dal PC o dal Mac si può utilizzare il servizio in modalità “Free”, limitato a 10 ore mensili e con qualche breve inserto pubblicitario. Oppure si può scegliere tra i due servizi a pagamento: “Unlimited”, senza pubblicità e senza limite orario mensile (4,99 euro/mese), oppure “Premium”, come il precedente ma con in più la possibilità di modificare in meglio il bit-rate (la qualità audio), accesso anche ”offline” e, attenzione, possibilità anche di accedervi tramite dispositivi mobili (10,99 euro/mese). Ciò vuol dire che connettendosi solo con un dispositivo mobile qualsiasi, si può accedere solo al servizio “Premium”. Ed infatti, in questo caso, è previsto un ulteriore periodo di prova di un mese gratuito, ma non prima di aver inserito i dati della carta di credito.

L’utilizzo del software è assolutamente intuitivo. La ricerca può essere impostata per Artista, Album o Brano. Ogni selezione è accompagnata da suggerimenti su artisti o album similari. Tra le funzioni più divertenti ci sono “Playlist”, che consente di accedere a selezioni di brani da noi impostate o condivise con l’esterno, e “Radio”, praticamente delle playlist già impostate da Spotify e dedicate ad un genere o ad un artista specifico, organizzate come flusso continuo di brani come una radio, appunto.

E veniamo al database, vero punto di forza di “Spotify”. Facciamo un po’ di “Chi c’è”?

Cominciamo. Beatles. Facile. Partiamo male. Gli album ufficiali non ci sono. In compenso ci sono raccolte dei primi brani registrati (Decca Tapes, per intendersi, o il materiale con Tony Sheridan) più dei succosissimi album di interviste. Comunque è qualcosa. Rolling Stones: c’è tutto, da “England’s Newest….” a “Grrrrrrr”. Bob Dylan? Anche qui c’è tutto.

Proviamo qualcosa di più specifico: Genesis. A parte il fatto che vengono accomunati a Billy Joel, Supertramp e Toto, anche nel loro caso c’è tutto. Qualcosa di più recente: The Jam. C’è tutto, tranne la super deluxe di The Gift (che invece io ho!). Addirittura ci sono tutti gli album originali e i due mega box che comprendono tutti gli album. Boomtown Rats? Tutto in edizione remasterd.

Qualcosa di difficile? Deacon Blue? Tutto, singoli compresi. Mumford & Sons va da sé, è il gruppo del momento (Coldplay andatevene a casa!). The New Pornographers, dal Canada. Difficilissimo, di nicchia. Anche qui non manca nulla. Uno dei miei gruppi preferiti, scoperti nell’ultimo paio d’anni, The Decemberists: c’è tutto. Fantastico.

Italiani? De Gregori, Pino Daniele, Guccini: completi. Di Paolo Conte manca “Aguaplano”. Possibile? Si, però ci sono tantissime raccolte ed i brani che lo compongono ci sono quasi tutti. Litfiba, tutto ok, Denovo mancano completamente. Ladri di Biciclette un paio di raccolte, ma non hanno fatto più di quello. I miei amati Modena City Ramblers hanno la discografia completa, compreso “Gocce”, Ep di difficile reperibilità. Sergio Caputo tutto. Marco Albani entrambi gli album. PFM c’è tutto ma occorre litigare con i nomi, come quei database nelle aziende senza cultura informatica (qualcosa sotto PFM, qualcosa sotto Premiata Forneria Marconi, “Jet Lag” sotto PFM Premiata Forneria Marconi). Invece tutto ok per il Banco. Sithonia niente, occorre rimediare: ragazzi, dite a Loris di contattare quelli di “Spotify”.

Insomma, c’è veramente tanto. Non tutto, ma tantissimo.

Importantissimo, se non fosse già abbastanza chiaro: a differenza di prodotti simili, per esempio “Itunes Match” di Apple, la musica non bisogna caricarla su. E’ già tutta li, fruibile e godibile.

Punti deboli? Bhè, essenzialmente due e legati in particolare ai dispositivi mobili. Prima di tutto ascoltare musica ad un elevato bit-rate può mandare a pallino qualsiasi piano tariffario con consumi spaventosi (perciò settate almeno su “qualità normale”, quella base).

Secondo aspetto negativo è il costo decisamente elevato, almeno il “Premium”: 11 euro al mese, 132 euro annui sono parecchi se confrontati con i 25 euro all’anno di “Itunes Match” o i 30 dollari annui per “Wolfgang’s Vault”. Certo, per la Volta parliamo di un altro tipo di database, solo musica dal vivo e molto spesso di valore inestimabile.

Insomma, per il momento mi tengo “Wolfgang’s Vault” sullo smartphone e “Spotify” lo piazzo sul PC, versione “Free”. Per ora, almeno.

 

Tanti Auguri!

13 Febbraio 2013 1 commento

Oggi compie sessantatrè anni il Grandissimo, l’Immenso Peter Gabriel.

E’ vero, è il compleanno anche di Peter Tork dei Monkees, di Peter Hook dei Joy Division e New Order (curioso, tutti Peter) e di Robbie Williams (si, quello dei Take That).

Ma Peter Gabriel è Peter Gabriel. E basta. Per tutto quello che ha fatto è uno dei maggiori “Massaggiatori” del mio cervello e delle mie emozioni. Forse negli ultimi tempi non ci ha entusiasmato  più di tanto, ma “The Lamb..” è sempre lì, così come “Watchers of the Skies” e “The Fountain of Salmacis”, ”Red Rain” e “Don’t Give Up”, e tante altre.

E poi, come dice un mio amico: “….è invecchiato bene, non si droga, non va in giro a dir ca..ate, è grassottello ma non troppo, non è un finto rocker. Sarebbe stato eccelso se solo avesse fatto come Fossati”.

Tanti Auguri!

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Live: Da Vivere Adesso!

11 Febbraio 2013 Commenti chiusi

Iniziativa divertente della BBC (un altro livello!).

Parecchi di voi sapranno che il primo album dei Beatles, “Please Please Me”, fu registrato in un’unica sessione di lavoro, durante la giornata del 11 febbraio del 1963. Praticamente cinquanta anni fa giusti giusti.

Questo è il link alla pagina del sito ufficiale dei Fab Four che ieri ha lanciato l’iniziativa, rimbalzata anche attraverso Facebook

http://www.beatles.com/

In pratica durante la giornata di oggi una discreta fetta di musicisti inglesi si alternerà nello stesso studio di Abbey Road dove venne effettuata la sessione d’incisione originaria, riproducendo e incidendo di nuovo le stesse canzoni nell’ordine esatto in cui vennero prodotte in quel giorno di cinquant’anni fa.

Tra i partecipanti Graham Coxon dei Blur, Glenn Tilbrook e Chris Difford degli Squeeze, Joss Stone, Mick Hucknall dei Simply Red (o forse ex). Il tutto in onda attualmente sul sito ufficiale del secondo canale della BBC, tramite un blog aggiornato di continuo e con video in streaming delle varie performance, e poi in diretta dalle 19 alle 22.30 sullo stesso canale per radio (non so se in qualche modo qui si prenda, ma immagino che tramite internet non dovrebbero esserci problemi) per poi terminare con “Twist And Shout” eseguita da tutti gli artisti insieme.

Di seguito il link al sito di BBC2

http://www.bbc.co.uk/programmes/p014q0lb/live

Come al solito in questi casi, collegatevi e buon divertimento.

 

 

 

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News 7 – Febbraio 2013

8 Febbraio 2013 Commenti chiusi

Eric Clapton 21

Esce il 12 marzo  l’album n° 21 di Eric Clapton. Il titolo è “Old Sock” e conterrà 12 brani, di cui due originali e dieci cover e standard. Hanno fatto parte delle registrazioni ospiti di lusso come Steve Winwood e Paul McCartney. Seguirà tour.


Billy Bragg 10

A cinque anni dal precedente, esce il 19 marzo il nuovo album di Billy Bragg, il cantautore inglese politicamente molto impegnato (Red Wedge ed altro). Inciso in soli cinque giorni a Pasadena, negli Stati Uniti, dovrebbe avere un taglio più personale e meno politico. Inoltre seguiranno un paio di mesi di tour, ma nulla dalle nostre parti.


Marco Albani 3

Al concerto dei Beastie Beat del 19 gennaio abbiamo avuto tra gli spettatori Marco Albani. Il grande musicista (di cui mi sono già occupato in questo blog) mi ha raccontato che è più che avviata l’attività per la produzione del terzo album, dopo i bellissimi “Chronos” e “Encuentro”. Conterrà almeno tre brani cantati, tutti da voci femminili.

Blur

Qualche nostalgico della seconda “british invasion” e del dualismo Oasis/Blur (io in particolare) sarà contento invece di sapere che il 28 ed il 29 luglio sono previste due date, rispettivamente a Milano ed a Roma, per il gruppo di Damon Albarn. I biglietti sono in vendita da oggi via web su TicketOne per la data di Milano e da lunedì prossimo 11 febbraio per la data di Roma.

Let It Be

Riprende invece a Londra, al Savoy Theatre di Londra, la seconda stagione del musical “Let It Be” sui Beatles. Grande successo l’anno scorso al teatro Prince Of Wales. In quasi due ore e mezza di spettacolo viene ripercorsa l’intera carriera dei Fab Four attraverso circa quaranta brani, cercando di ricreare l’ambientazione e lo spirito dell’epoca con costumi, colori, grafica e quant’altro. Ebbene, direte? Da noi, come in parecchie altre parti del mondo, siamo abituati ad avere le Tribute Band dei Beatles che fanno più o meno la stessa cosa. E’ vero. Però in questo caso meriterebbe attenzione non fosse altro perché il ruolo di Paul McCartney è sostenuto dal nostro Emanuele Angeletti, membro degli Apple Pies (di cui ho già chiacchierato in questo blog), a mio parere una delle migliori, se non la migliore, Tribute Band al mondo. Un messaggio postato su Facebook da Emanuele diceva che, tra l’altro, aveva utilizzato il tempo delle vacanze per perfezionarsi, lui destro, nel suonare il basso come Sir Paul, vale a dire mancino. Bhè, direi che siamo a livelli di “Actor’s Studio”! Sono in scena fino al 5 ottobre.

Voci di Facebook

Qualche sera fa sono entrato in una chiacchierata Facebook su “Orfeo 9″, la mitica opera pop composta nel 1969 da Tito Schipa Jr. L’Autore chiedeva di condividere i suoi pensieri circa la diffusione e la memoria legate all’opera. Come una specie di conta, per verificare quanto ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua composizione e prima rappresentazione teatrale al Teatro Sistina di Roma (1970) e dalla realizzazione del film (1973), mantenga un seguito di fan non solo costante ed affezionato, ma addirittura in crescita. Bene, per stessa ammissione dell’Autore, abbiamo saputo che è quasi pronta l’edizione in DVD del film, oggi visionabile solo nelle programmazioni alternative di parecchi cineclub di mezza Italia.

Come? Cos’è “Orfeo 9″? Mai sentito nominare? Non ci credo. Ok, qui urge un post riparatore………

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