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Archivio Marzo 2013

Il Disco del Mese: “Raintown” (1987)

30 Marzo 2013 1 commento

Primi anni Ottanta. Il canale televisivo “Videomusic” porta il format “MTV” anche in Italia. Veniamo così investiti da una massa di nuovi volti e nuove voci, soprattutto da Inghilterra e Stati Uniti. fino a quel momento sconosciute che raggiungono un gran successo anche qui da noi. Parecchi di loro hanno fatto capolino per poi sparire, almeno da noi.

Sciolti? Forse. Cambio attività? Qualcuno sicuramente.

In realtà per la maggior parte di loro si è trattato di una pura e semplice questione di marketing. Finchè le vendite (ed il gradimento del pubblico) si mantenevano a certi livelli era giustificato l’impegno della casa discografica in promozione, anche e soprattutto all’estero. Non appena i risultati scendevano al di sotto delle attese, stop agli investimenti e fine dei giochi. E, si sa, nel mondo della Musica le mode vanno e vengono e così anche gli eroi. E poi le maledette case discografiche sono costantemente alla ricerca del Justin Bieber, dei One Direction o dei Modà di turno.

Così la maggior parte di loro si è ritrovata a percorrere la propria onesta carriera discografica nei limiti dei propri confini. Certo, “signori” confini, considerato che il bacino di utenza possibile di un cantante di lingua inglese è bello ampio. Da noi tanti saluti e qualche cartolina agli amici in caso di sporadici tour in piccoli club.

Qualche esempio? Nick Kershaw produce nel 1984 due ottimi album: “Human Raising” e “The Riddle”. Dal 1986 ad oggi solo altri sei album, e ancora oggi artista “cult”, tanto da essere richiesto per alcune parti vocali soliste anche da Steve Hackett nel suo ultimo album di cover dei Genesis.

Howard Jones salì alla ribalta con “Human’s Lib” nel 1984 ed il singolo fantastico “What Is Love”. One-man-band, suonava trecento tastiere diverse e faceva quasi tutto da solo. E’ riuscito ad avere grandi collaboratori come Phil Collins. Ancora un paio di singoli di successo, poi stop. Invece ha pubblicati altro nove album a cadenza di uno ogni tre anni più o meno, e poi colonne sonore, musica per videogiochi e tanto altro.

Poi gli Aztec Camera. I Big Country e The Alarm. E Huey Lewis & The News? I loro ultimo album, “Soulsville” del 2010, è salito al 15° posto nella classifica americana “Indie” e al 18° nella classifica “Soul”. E molti altri.

Oppure i Deacon Blue, gruppo scozzese guidato dal cantante Ricky Ross, giunti al successo internazionale con il loro album d’esordio “Raintown”.

In copertina un panorama di Glasgow sotto un cielo ordinariamente plumbeo. Ci si aspetta un album triste, compreso tra sferzate di pioggia e freddo nelle ossa, in una città dove, all’epoca, disoccupazione e degrado la facevano da padroni.

Eppure l’album è tutt’altro. E’ un raffinato mix di pop di gran classe, soul, northern soul e rock, dai suoni limpidi e dalla varietà di tematiche e ritmi, con un che di miracoloso dalle parti della Melodia. “Born In The Storm” è un breve intro voce e piano, quasi da crooner. Quattro passi sull’asfalto appena battuto dalla pioggia. Il piano inizia un arpeggio sempre più veloce e parte la title-track nervosa. Un ritmo pulsante. Bella la voce di Ross. Sul ritornello entra la voce femminile del gruppo, Lorraine McIntosh, e tutto si dispiega nel Soul.

Ancora un’introduzione di piano e parte “Ragman”. Ci si muove in territorio più rock. Qualche sonorità alla Simple Minds nell’intermezzo strumentale. Le percussioni aprono “He Looks Like Spencer Tracy Now”, praticamente una ballata molto ritmata. Arriva poi uno dei miei brani preferiti: “Loaded”. Sintesi pop perfetta, ritornello perfetto, singolo predestinato. “When Will You (Make My Telephone Ring)” è un brano molto molto soul, molto nero, impreziosito dai cori quasi gospel dei London Beat.

“Chocolate Girl” è un altro piccolo capolavoro dalle mille sfaccettature. “Dignity” è la ciliegina sulla torta in questa sequenza iniziale che rasenta la perfezione. Qui si parla di disoccupazione. Il testo è quasi un “Talkin’” di dylaniana memoria, alla fine della prima strofa entrano basso e hi-hat ed il brano prende ritmo. Dopodichè diviene una marcia trionfale fino alla fine, una macchina a vapore del rock forte e pulsante. Melodicamente la canzone è veramente notevole.

“The Very Thing” paga di nuovo un piccolo tributo ai conterranei Simple Minds. Ancora un potenziale hit single. Ancora una ballata con venature black per “Love ‘s Great Fears”, con la chitarra di Chris Rea. “Town To Be Blamed” è forse il brano che più rispecchia, nella cupa disperazione della strofa, l’immagine di copertina. “Riches” conduce alla fine senza particolari emozioni, per lasciare spazio al brano finale “Kings Of The Western World”, un pop-beat gioioso, una festa, una passerella finale.

L’album venderà oltre un milione di copie in Gran Bretagna, rimanendo in classifica per un anno e mezzo. Ne verranno tratti quattro singoli.

Cercatelo su Spotify, ascoltatelo e fatemi sapere.

E Buona Pasqua a tutti!

Da Sbattere Al Muro…

28 Marzo 2013 Commenti chiusi

                   ”Ecco dove inizia tutto. Tutto parte da qui, oggi.”

Non mi era mai capitato finora. Cosa?
Di sbattere un libro per terra prima di averne terminato la lettura.

C’è  un bellissimo libro in giro. Si tratta di “Un Giorno” di David Nicholls, scrittore britannico di cui, recensendo il libro, Nick Hornby (mio punto di riferimento insieme a Roddy Doyle nella scelta di qualsiasi libro proveniente da Oltremanica) ha detto “coinvolgente e irresistibile, un ritratto brillante del tempo che ci siamo lasciati alle spalle”. Sul libro anche Jonathan Coe afferma “..è ancora più raro incontrarne uno in cui i due protagonisti siano raccontati con una solidità, con una dolorosa fedeltà alla vita che davvero quando chiudiamo il libro abbiamo la sensazione di conoscerli quanto i nostri amici più cari”.

Il libro è veramente molto bello. Un ragazzo ed una ragazza, Emma e Dexter, passano una notte di passione dopo aver conseguito la laurea ad Edinburgo. Di estrazione e  carattere (e di testa) completamente differenti: famiglia operaia di Leeds,  piedi ben piantati per terra, impegnata ed ambiziosa lei, aristocratico e vanesio lui, dopo quella notte che qualcosa ha lasciato in entrambi, si ritrovano insieme (mentalmente o fisicamente) esattamente nella stessa data ogni anno per i successivi quindici.

Le vite dei due hanno parabole diametralmente opposte: in breve Dexter riesce a diventare un presentatore televisivo di successo, e quindi fama, gloria e vita sregolata. Ma, presentando programmi giovanili “trash”, diviene obsoleto molto presto. Alle luci della ribalta segue un fallimentare periodo da producer televisivo ed un ancora più fallimentare periodo da marito (della donna sbagliata, sposata più per censo che per altro) e di padre senza entusiasmo.

Emma  invece inizia la sua vita in maniera più che umile facendo la cameriera, per poi diventare professoressa ed approdare, dopo esperienza amorose durature ma sbagliate, alla realizzazione del sogno da sempre coltivato: diventare una scrittrice, ed anche di successo.

Così i due si ritrovano a Parigi, lei scrittrice affermata e lui a rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo la separazione, e ritrovano quell’Amore rimasto latente per tutti quegli anni. Il tutto raccontato in brevi episodi in certi momenti esilaranti, in altri appassionati, in altri commoventi, ma sempre con leggerezza, grande pregio per un libro che descrive sentimenti. Ho visto i due crescere sotto i miei avidi occhi di lettore. Capitolo dopo capitolo, anno dopo anno.

Poi, improvvisamente, accade qualcosa. In maniera inaspettata e terribile. E con ancora cinquanta pagine  per arrivare al termine del libro.  In quel momento ho preso il libro e l’ho sbattuto con forza per terra. Non racconto nulla per non rovinare la sorpresa. Però la mia intenzione era non procedere oltre. Chiusa lì.

Un paio di giorni dopo mi son detto che forse era il caso di finirlo comunque. Così l’ho ripreso e l’ho riaperto.

E sono le cinquanta pagine più belle di tutto il libro.

PS: dal libro è statto tratto anche un film, in questi giorni in onda su SKY Cinema, con Anne Hathaway e Jim Sturgess (quello di “Across The Universe”).

Beastie Live! (One More Time…)

28 Marzo 2013 Commenti chiusi

Serata divertente.

La mia Dolce Metà e mia figlia E (i maschi son rimasti a casa, uno con la febbre, l’altro avvinto all’IPad) finalmente presenti. Set list nuova di zecca, con molti brani mai eseguiti fino ad oggi dal vivo, ed un’inedita sezione acustica di tutto rispetto. Non c’è niente da fare, suonare per due ore per un pubblico ben disposto a salire sulla nostra macchina rock del tempo e lasciarsi trasportare indietro di quaranta-cinquanta anni da una soddisfazione incredibile.

Trenta canzoni di cui la metà (più o meno) dei Beatles ed il resto tra i nostri gruppi di riferimento: tre dagli Stones e dagli Who, ed altre sparpagliate tra Van Morrison, Bob Marley, i Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Animals, Eddie Cochran, ed altri.

Due ore letteralmente volate, almeno per me. Spero anche per il pubblico. I simpatici amici del Jessly contenti perchè il locale era bello pieno, anche se, va detta la verità, non tutti erano lì per noi. L’importante è che si siano goduta la serata almeno quanto noi e le persone venute ad ascoltarci. Eccezionalmente abbiamo anche i nostri primi fan: una coppia che è rimasta seduta per tutto il concerto di fianco a noi e che alla fine ha voluto sapere la data del prossimo concerto.

Forse per essere sicuri di evitarlo?

A proposito, sulla pagina Facebook di “Music On The Rock” all’indirizzo

http://www.facebook.com/pages/Music-On-The-Rock/384874948247441?notif_t=page_new_likes

potete trovare due video della serata, registrati con un IPhone, e quindi qualità audio e video sono quello che sono. Però magari dateci un’occhiata, buttate giù un commentino (o un “like”) e, eventualmente, fatevi trovare liberi per sabato 1° giugno ore 22.

Si replica!

Categorie:Live, Musica Tag: ,

Hi Folks!

22 Marzo 2013 1 commento

Diciamo che il canale “Blog” non mi sembra fornire risultati eclatanti, però io l’annuncio lo metto lo stesso.

Hi Folks!, per tutti coloro che volessero passare una serata divertente, Beastie Beat di nuovo live sabato prossimo 23 marzo alle ore 22 (o giù di lì) sempre al “Jessly Birreria”, il locale che simpaticamente ci offre il suo palco per le nostre scorribande nella musica rock dei Sessanta e Settanta (i primi, mi raccomando!). L’indirizzo è Via Amatrice 32/34 a Roma, mentre il telefono per prenotazioni (per la cena) è 06 86328027.

Beatles, Rolling Stones, Who, Creedence, Jethro Tull, Led Zeppelin, Animals, Van Morrison e molto molto altro.

Solito show movimentato con una piccola novità rispetto ai precedenti. Dovesse interessarvi conoscerla, ci vediamo lì……

 

Nel lettore… – pt. 2

16 Marzo 2013 Commenti chiusi

Seconda parte. Anche qui qualcosa di nuovo, anzi nuovissimo, e qualcosa del passato.

Ben Harper & Charlie Musselwhite   –   “Get Up!”   (2013)

S’incontrarono qualche anno fa Ben Harper e l’anziano bluesman bianco. E da quel momento il loro incontro su disco divenne inevitabile. “Get Up!” è un disco raro. Il genere può sembrare monotono o non dare più quelle emozioni che avrebbe potuto suscitare un Robert Johnson o un John Lee Hooker. Eppure il blues, suonato ed interpretato così, regala delle emozioni forti tanto la musica esce dai solchi appassionata e tagliente. L’armonica di Musselwhite asseconda, più della chitarra, ogni ansa di quel fiume impetuoso di note che fluisce secondo dopo secondo per tutto l’album. Album acustico e scarno ma allo stesso tempo denso come pochi altri. Splendida l’apertura di “Don’t Look Twice”, echi di gospel in “We Can’t End This Way”, grinta da vendere in “I Don’t Believe A Word You Say”. Oppure la dolce indolenza di sdraiarsi in veranda, una birra vicino, una chitarra ed un’armonica per eseguire una meraviglia come “You Found Another Lover….”. O il blues canonico di “I Ride At Down”.

The Byrds – “Sweetheart Of The Rodeo”   (1968)

1968. I Byrds si trovano in una fase di stallo. Perse per strada due delle menti del gruppo, Gene Clark e David Crosby, finita l’ondata beat e psych, smessi i capelli a caschetto e, soprattutto, definitivamente surclassati dai Beatles che avevano raggiunto l’apice della loro carriera con la terna “Rubber Soul”-”Revolver”-”Sgt. Pepper”, i due superstiti McGuinn e Hillman sono decisamente a corto di idee. Tanto più che i dischi cominciano a vendere pochino. Insomma, sono praticamente una band in declino. Conservano però il marchio ed il contratto. E allora reclutano un nuovo batterista, Kevin Kelley, ed un giovane cantante di belle speranze ma un pò ai margini della scena rock della Bay Area. Il cantante era Gram Parsons ed era ai margini perchè in realtà amante di un altro genere musicale: il country. Una passione talmente sincera e potente da traviare anche gli altri fino a convincerli che il successivo disco a marchio “Byrds” doveva essere un disco di country, di puro vecchio e classico country. Non solo: un disco country andava inciso per forza a Nashville, la destrorsa e consevatrice patria del genere.

Immaginate la scena: quattro leziosi capelloni della West Coast arrivano in una cittadina piena di camicie a scacchi, stivaloni e idee reazionarie per suonare il “loro” country. Inconcepibile. In città il gruppo non viene ben accolto, quando non apertamente deriso, soprattutto in alcune interviste radiofoniche per radio locali o in brevi e fugaci apparizioni “on stage”.

 Il disco ha scarso successo (77° negli USA mentre non se ne trovano tracce in Gran Bretagna), poco entusiaste anche le critiche. Più o meno è come se Paolo Conte avesse voluto incidere un album di cover di Nino D’Angelo…..

Ok, sarà, come ho già scritto, che in questo periodo sono particolarmente sensibile al country ed al folk, ma per me il disco è bellissimo. E’ una specie di “Pet Sounds” del genere. E’ un disco onesto e sincero. Certo non sono i Byrds dei primi quattro album, quelli del “jingle jangle” per intendersi. Però dentro c’è Dylan, Woody Guthrie, traditional, due bei brani dello stesso Parsons.

Per la cronaca, successivamente l’album è stato rivalutato, tanto che “Rolling Stone” nella sua famosa classifica dei 500 dischi più importanti della storia del Rock l’ha piazzato in posizione n° 117.

Modena City Ramblers – “Niente di Nuovo Sul Fronte Occidentale”   (2013)

Potevano mancare i miei amati? Naturalmente no. Non mi dilungo particolarmente su di loro, ne ho scritto e riscritto. Solo poche e brevi considerazioni sull’album.

1) E’ bello impegnativo: doppio cd per diciotto brani. Ce ne vuole per entrarci dentro. Buon Segno. Ma già al secondo ascolto, come loro costume, ti arrivano dritti al cuore.

2) Il titolo è chiaro: siamo in guerra, nonostante tutto. E allora si susseguono le storie dei piccoli e grandi conflitti che insanguinano fisicamente e/o moralmente il nostro paese ed il mondo intero. Occupy, mafia, la primavera dei paesi arabi, i campagnoli del nord mandati a combattere al sud per unire il Regno, la strage di Bologna e quella di Pizzolungo, la morte di Filippo Aldrovandi, il sud afflitto, i partigiani e via via fino al racconto della finale di Davis vinta dall’Italia nella Santiago di Pinochet indossando maglie rosse.

3) Dopo oltre vent’anni di carriera continuano ad essere fedeli a se stessi. I suoni e le atmosfere sono sempre le stesse.. Un crossover multietnico che mischia folk alle gighe irlandesi, patchanka ai caraibi, tarantella e cantanutori. Musicalmente è quasi interamente ben riuscito. Poi, per carità, qualche momento di nebbia s’avverte, ma sempre diciotto brani sono.

4) Due brani su tutti mi sono arrivati pieni sulle corde della commozione: il brano su Filippo Aldrovandi (“La Luna di Ferrara”) e quello sulla strage di Pizzolungo (“Beppe e Tore”). Il primo è l’immaginario e, soprattutto, toccante discorso del ragazzo alla madre all’indomani dell’omicidio. Uno schiaffo in faccia alle ipocrisie ed un grido di dolore contro il destino bastardo e beffardo. Il secondo brano va ascoltato e basta. E siccome la prossima estate andrò da quelle parti, un fiore sulla stele sarà fondamentale portarlo…….

Grazie Ramblers

Nel lettore….. – pt. 1

13 Marzo 2013 2 commenti

Giuro, non mi dilungo! Pochissime note sulle cose migliori che sto ascoltando in questo periodo. E lo spezzo in due parti (Gianluca, può andare?, ok, ne parliamo alla fine…)

The Decemberists   -   ”The King Is Dead”   (2011)

Iniziamo con un disco uscito a gennaio 2011, quindi più di due anni fa. Però ho avuto modo di apprezzarlo di recente, soprattutto dopo l’uscita del successivo “We All Raise Our Voices To The Air: Live Songs”, dal vivo uscito l’anno scorso e, a mio parere, uno dei migliori dischi dal vivo degli ultimi dieci anni. “The King Is Dead” è un bellissimo disco. Lo so, in questo periodo mi trovo ad apprezzare soprattutto musica folk e country, quasi una necessità di ritorno alle origini, una voglia di acustico e di vero. E’ così che sto riempiendo le pagine di questo blog con Mumford & Sons, Bellowhead, Carolina Chocolate Drops, Hayseed Dixie, ecc.

L’album è molto acustico, una via di mezzo tra il Neil Young più ispirato (quello di “Harvest”, per intendersi – ascoltare “Don’t Carry It All”, il brano d’apertura), R.E.M. (soprattutto quelli più psichedelici e meno popparoli dei primi album – ascoltare “Down By The River”) ed il meglio della melodia del rock americano (Tom Petty, Paul Simon ed altri). Un trionfo di chitarre acustiche, armoniche e fisarmoniche, violini, banjos. Ogni brano è assolutamente diretto. Le melodie ti prendono decisamente al cuore. Le canzoni sono tutte, o quasi, potenziali hit.

Anais Mitchell   -   ”Child Ballads”   (2013)

Anais Mitchell è una cantautrice americana molto interessante. Classe 1981, ha iniziato a pubblicare nel 2002 e dopo quattro dischi in otto anni (buon segno) nel 2010 pubblica “Hadestown”, opera rock di bei contenuti. Una ragazza molto sensibile che, dopo un ulteriore ottimo disco (“Young Man In America” – 2012) decide di pubblicare un album essenziale (solo sette brani, ma avrebbe potuto scegliere almeno altri 3-4 brani ed il risultato sarebbe stato ugualmente brillante) in coppia con il suo chitarrista Jefferson Hamer. Particolarità dell’album? Si tratta di “Child Ballads”, vale a dire circa trecento ballate tradizionali inglesi e scozzesi raccolte sul finire dell’Ottocento dallo studioso Francis Child, da cui il nome, ed i cui contenuti spaziano da Re Artù a Robin Hood ad altri personaggi popolari, come ad eventi storici o più semplicemente locali, senza disdegnare un che di sovrannaturale e leggendario. Grazie ad alcuni cantautori italiani, qualcuna è stata pubblicata anche qui da noi (“Geordie” da De André, o “Ninna-Nanna” e “Il Ciliegio” da Branduardi).

Il disco è di una dolcezza impossibile. Bello, acustico, cantato spesso a due voci, solo chitarra e poco più. Intenso e vivo come pochi. E’ il calore di un fuoco. E molte altre cose.

Tame Impala   -   ”Lonerism”   (2012)

Con cadenza assolutamente regolare l’Australia (e la Nuova Zelanda in società) sforna giovani talenti e bestiacce da classifica. Qualcuno? AC/DC, Splint Enz, Crowded House, Men At Work, INXS, Tommy Emmanuel, Nick Cave, fino al recente e triste Gotye. I Tame Impala sono gli ultimi arrivati. “Lonerism” è il loro secondo album dopo “Innerspeaker” del 2010. Quartetto decisamente Psichedelico, e della miglior acqua.

Il sound richiama molto le atmosfere della seconda metà degli anni sessanta, pur mantenendo una loro originalità. Tutto frullato e riletto in modo eclettico, divertito e divertente. C’è di tutto: Paul McCartney, John Lennon, Magical Mistery Tour, Jefferson Airplane, Syd Barrett, Cream, XTC del periodo Dukes of Stratosphear, rock spaziale. Belle le voci, bello il sound complessivo, leggermente più orientato all’elettronica rispetto ai vecchi modelli. Si va avanti per 12 canzoni tra sperimentazioni e cori alla L&McC, tra pop colto e freschezza al servizio del rock. Uno dei migliori album del 2012.

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