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Archivio Settembre 2013

Il Disco del Mese: “Shadows And Light” (1980)

26 Settembre 2013 1 commento

Premessa: quel poco che capisco di musica, riguarda il Rock. Non capisco nulla di Classica e tanto meno di Jazz.

Ok?

Fatta questa semplice premessa, per favore i puristi del Jazz mi perdonino eventuali frasi nel testo successivo, tipo “Splendido disco Jazz” e roba del genere. Potrebbe accadere.

Perché? Semplice. Nel 1943 nasce in Canada Roberta Joan Anderson. E’ vero, l’ho presa un tantino alla lontana.

Più tardi (poco più tardi, visto che raggiungerà la notorietà giovanissima) il mondo la conoscerà come Joni Mitchell. I suoi primi album di successo (“Song To A Seagull”, “Clouds” e “Ladies of the Canyon”) rientrano nella fiorente, per quei tempi, corrente della West Coast, piena di artisti ed album fantastici. Ma in lei c’è qualcosa di diverso rispetto agli altri. Ci sono testi molto profondi ed introspettivi, mentre le melodie non sono mai banali. E la sua crescita negli anni successivi è enorme, e sempre su questa strada. Da “Blue” (1971) passando da “For The Roses” (1972) fino a “Court And Spark” (1974) e “The Hissing Of Summer Lawns” (1975), le melodie diventano più complicate, la musica più sfaccettata e gli arrangiamenti progressivamente si liberano della matrice folk per avvicinarsi ad altre atmosfere che spaziano dal blues al pop e al jazz con qualche variegatura etnica.

A questo punto Joni conosce un piccolo grande immenso mostro del basso elettrico: Jaco Pastorius, a quel punto bassista alla corte dei Weather Report con Wayne Shorter e Joe Zewinul. Ed è un ulteriore arricchimento del sound e delle atmosfere della cantautrice canadese, che daranno frutti meravigliosi con i successivi due album: “Hejira” (1976) e “Don Juan’s Reckless Daughter” (1977).

Non è un caso che Charlie Mingus, il grande jazzista, decida di contattarla per chiederle di collaborare ad un suo progetto che, di fatto, rimarrà incompiuto. Ma tale dev’essere la considerazione di cui Joni gode presso di lui, che questi la chiamerà di nuovo dicendole di aver scritto per lei sei temi musicali, sei canzoni, alle quali mancano solo dei testi di livello ed una voce. Quando se ne sarebbe voluta occupare? Joni prende l’aereo e vola a New York ed inizia la collaborazione che sfocerà poco dopo in “Mingus”, album purtroppo postumo per il contrabbassista. L’album viene inciso con musicisti stellari: oltre a Pastorius al basso, sono della partita anche Wayne Shorter ai fiati, Peter Erskine alla batteria e Herbie Hancock alle tastiere. L’album non supera il mezzo milione di copie vendute, caso unico nella discografia della Mitchell fino a quel momento. Forse i fan cominciavano ad avere problemi con la splendida tendenza al cambiamento dell’autrice.

A questo punto segue il tour promozionale per l’album. Da questo viaggio vengono prodotti un disco ed un vhs (recentemente stampato anche in dvd): “Shadows and Light”, appunto.

Le particolarità di questo album “live”? Essenzialmente due.

Innanzitutto il repertorio: Joni Mitchell pesca a piene mani dagli ultimi album: tre brani da “Mingus”, cinque da “Hejira”, tre da “The Hissing…”, uno solo da “Don Juan’s…” e da “Court And Spark”, e recuperando dai primi dischi la sola “Woodstock”. E la tracklist è semplicemente da brividi. Ci sono delle canzoni splendide: “Amelia”, dolce e delicata ma anche decisa come la sua protagonista, “Furry Sings The Blues” con la sua melodia particolare fatta di chiaroscuri e cambi di tonalità, una scatenata “Free Man In Paris”, la sospesa “Shadows and Lights”, la sofisticata “Black Crow”, una fantastica “Dreamland” solo voce e percussioni, “In France They Kiss On Main Street” biglietto di presentazione della band con Pastorius a dettare i tempi.

Bisognerebbe comunque riportarle tutte, perchè sono tutte piccoli grandi gioielli. E allora “Edith And The Kingpin” con la sua atmosfera rarefatta ed il suo improvviso cambio di tempo, “Coyote” molto legata ai suoi primi canoni folk insieme ad “Hejira”, “Goodbye Pork Pie Hat” e “The Dry Cleaner From Des Moines”, frutto del lavoro con Charlie Mingus, difficili e belle con la prima da club fumoso e la seconda scattante, entrambe pienamente in territorio Jazz. Insomma, parliamo di un album che, a conti fatti, risulta un caleidoscopio di ritmi ed atmosfere.

Secondo aspetto (eh si, perso tra le note mi ero scordato di avere altri punti da sottolineare) è l’immensa band che l’accompagna. Inizialmente il piano prevedeva di utilizzare gli stessi membri della band con la quale aveva inciso “Mingus” ma per il tour erano quasi tutti indisponibili. E allora si decide per alcuni giovani musicisti: Pat Metheny alla chitarra, Lyle Mays alle tastiere e Michael Brecker ai fiati. Ottantadue anni in tre, ventisette anni di media, così come Jaco Pastorius. Completa il gruppo Don Alias (Weather Report) promosso alla batteria oltre che alle percussioni già suonate nell’album. L’ensamble è veramente pazzesco e, soprattutto nei brani più marcatamente jazz, ascoltarli risulta veramente emozionante.

Qualcuno si chiederà se con queste premesse l’album non presenti difetti di alcun tipo. E invece qualcosa che non vada c’è. Lo stesso titolo, “Ombre e Luce”, sembra una sorta di dichiarazione d’intenti.

Se avete presente la collaborazione tra De André e la PFM, questi presero i brani del Faber e pur mantenendone inalterato lo spirito e la melodia, vi costruirono sopra dei vestiti nuovi splendenti. O Bob Dylan, che non esegue mai due volte dal vivo un brano senza modificarlo in maniera consistente nell’arrangiamento. Nel caso di Joni Mitchell invece i brani presentati mantengono esattamente l’arrangiamento del disco originale. E’ come se Metheny, Pastorius, Mays e gli altri leggessero (e si attenessero strettamente a) una partitura. Questo a discapito dell’enorme espressività che musicisti di questa grandezza avrebbero potuto mettere nel progetto (per fare un esempio, “Coyote” suona identica alla versione che l’anno precedente era stata eseguita con la Band nel loro “Ultimo Valzer” sul palco del Winterland Arena).

Qualche problema anche, a mio parere, nell’incisione. E vero, il 1980 sembra dietro l’angolo, ma sono in realtà passati trentacinque anni: un’eternità dal punto di vista delle tecniche d’incisione anche, e soprattutto, degli album dal vivo. Però “Shadows and Light” sembra inciso senza amore, con una piccola dose di maldestra sciatteria. Piatto, ma scintillante della luce di brani bellissimi ed esecuzioni mai sfarzose  ma potenti, con la voce duttile di Joni MItchell in primo piano.

 

Strani Libri……

23 Settembre 2013 Commenti chiusi

Qualche tempo fa lessi un buon libro di Enrico Brizzi: “L’Inattesa Piega Degli Eventi”. Raccontava una strana e divertente storia. In breve: Bologna 1960, alla vigilia delle Olimpiadi di Roma Lorenzo Pellegrini, cronista in ascesa di un grande quotidiano sportivo nazionale, è pronto ad essere promosso capo-spedizione ai Giochi Olimpici per il suo giornale. Purtroppo (per lui) ha anche una relazione clandestina con la moglie del suo direttore. Scoperto, viene spedito per direttissima a seguire un torneo marginale al campionato di calcio italiano che si svolge nel Corno d’Africa. Lì viene a scoprire un paese che non conosceva ed una fetta d’Italia, fatta di anarchici, calciatori quasi in pensione, uomini fuggiti per varie ragioni ed emigranti “coatti”. La storia funziona benissimo, è divertente e piena di trovate.

Presenta però una “stranezza”: proprio alla vigilia dell’inaugurazione dell’Olimpiadi, muore il “padre della patria” Benito Mussolini. Cioè? Si tratta, come spiega lo stesso autore, di una cornice di “fantastoria”. L’Italia non segue più la Germania Nazista dopo le leggi razziali e, allo scoppio della Guerra Mondiale, sceglie la neutralità. Ma, aggredita da Hitler, si difende con l’aiuto di Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica, riuscendo alla fine a sedersi al tavolo dei vincitori. Grazie a questo il pelato regge per altri quindici anni, morendo serenamente di vecchiaia ancora a capo del paese.

Ok, tutto ciò è appena sfiorato nel racconto sopra descritto. E, ripeto, il libro si legge con piacere.

Non contento, Brizzi decide di scrivere il prequel. Anzi, un “pre-prequel” visto che proprio di recente ha dato alle stampe “Lorenzo Pellegrini e le Donne” che copre il periodo tra i due romanzi.

Ed allora mi ritrovo per le mani “La Nostra Guerra”, dove vengono narrate le vicende di Lorenzo Pellegrini tra il 1942 ed il 1945. Stavolta la storia del protagonista è strettamente collegata alla storia del paese. Si parte dall’ultima estate spensierata per poi ritrovarsi sfollati da Bologna verso Sansepolcro, dove l’avanzata nazista si ferma pochi chilometri prima, alle falde dell’Appennino. Le vicende del protagonista vengono intrecciate a quelle che si svolgono nelle stanze del potere, dove il pelato si trova a combattere sia sui campi di battaglia della Pianura Padana che contro il re che vorrebbe chiudere una pace rapida ed indolore con i tedeschi pur di levarlo di mezzo. La vita del protagonista si dipana invece tra la fine dell’infanzia ed un’adolescenza adulta, tra bombardamenti, vita di paese e famiglia che crolla peggio di una casa bombardata. Il tutto in un’Italietta di provincia che sembra quella attuale, con la stessa tendenza alla corruzione ed all’esercizio improprio del potere.

Questo molto in breve.

Due considerazioni. Prima di tutto a cosa serve un libro così? L’autore la definisce “fantastoria”. Sarà, ma proprio dal punto di vista tecnico, a cosa serve raccontare una storia completamente diversa da quel che è successo? La fantascienza è un conto, si parla di futuri lontani o di galassie lontane, ci si può inventare un po’ tutto. Ma scrivere un libro e raccontare, che ne so, di un attentato ad Hitler o a Stalin che riesce e cambia le sorti del mondo. E’ storia troppo vicina. Fatti avvenuti di recente hanno poi dimostrato che eliminando il leader non sono poi mutate di fatto le condizioni. Le dittature avrebbero trovato poi il modo di reiterare la loro esistenza.

E poi l’autore, pur dichiarando di ripudiare “…qualsiasi forma di autoritarismo e limitazione della libertà d’espressione personale”, alla fine, nella pagina dei ringraziamenti, li estende a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di “…questo sogno ad occhi aperti”.

Sogno ad occhi aperti? Ma qual’è il sogno? Una guerra vinta dall’Italia? O il perpetrarsi del fascismo fino ai giorni nostri? Francamente non capisco. Nel libro si parla di un fascismo rivoluzionario, proletario, anticlericale e repubblicano. Mi dispiace, il fascismo è stato una dittatura, ed insieme al nazismo ha portato il mondo sull’orlo del baratro, utilizzando le forme di repressione più bieca sulle libertà personali, producendo ed applicando le leggi razziali, governando nel terrore e confinando, nella migliore delle ipotesi, o eliminando fisicamente gli avversari politici. Per non parlare di quella prova generale dell’Apocalisse che è stata la Seconda Guerra Mondiale. Perciò non riesco a vedere il fascismo “illuminato” raccontato nel libro come un sogno ad occhi aperti. Anzi, lo stiamo vedendo in questi tempi a cosa corrisponda il “sognare”: mi riferisco a quei fenomeni tipo “Alba Dorata” che raccoglie proseliti in Grecia ed utilizza certe tecniche squadriste non certo tipiche di gente avvezza al colloquio aperto e democratico.

O forse non ho capito io…..

Il Fondo Del Barile?

18 Settembre 2013 Commenti chiusi

Sapete come la penso. Sapete che non sopporto quegli artisti che continuano a perpetrare il loro mito attraverso una messinscena di live – greatest hits – live acustico – greatest hits riarrangiati – duetti – live con orchestra – cover di classe – ecc. ecc. ecc.

Ma non ci posso fare nulla. I Beatles ed i loro derivati continuano a prendermi e, immagino, sempre lo faranno. Così è stato anche nelle situazioni che inizialmente avevo affrontato con scetticismo. Ad esempio “Let It Be Naked”, con le tracce di “Let It Be” spogliate di ogni inutile orpello di una produzione di Phil Spector da assassino. Oppure “Love”, la versione rimixata della maggior parte dei grandi classici dei Fab Four, creando certe volte degli ibridi pazzeschi (ascoltare per credere l’aggancio tra “Drive My Car” e “The Word” o fra “Within You Without You” e “Tomorrow Never Knows”) utilizzata come colonna sonora dello spettacolo che il Cirque Du Soleil mette in scena a Las Vegas con gran fortuna da parecchi anni ormai.

E così non aspetto altro che arrivi il 14 ottobre per ascoltare il nuovo album di Paul McCartney (“New” in tutti i sensi) e, soprattutto, non vedo l’ora che arrivi l’undici novembre per potermi accaparrare il secondo volume del “Live At The BBC” dei Beatles, annunciato pochi giorni fa sul sito del gruppo. Come il primo volume, l’album (doppio cd) raccoglie materiale inciso dai Beatles nelle loro frequenti partecipazioni a programmi radiofonici dell’emittente di Stato inglese. All’epoca funzionava così: l’ospite non portava il classico disco da inserire in programmazione tra un’intervista e l’altra, ma, soprattutto nel caso dei Fab Four, questi registravano dal vivo il materiale che sarebbe poi stato utilizzato in trasmissione. E, considerato che del gruppo non si è mai riusciti ad avere del buon materiale dal vivo (a parte forse l’Hollywood Bowl) a causa delle difficoltà dell’epoca ad incidere i concerti a causa delle urla dei fan scatenati, si tratta di materiale live (con o senza pubblico presente) che permette di capire il potenziale dei Beatles, sempre contestualizzato a quegli anni.

Oggi, sempre sul sito dei Beatles, è stata annunciata la scaletta, che qui vi riporto:

CD 1
1. And Here We Are Again (Speech)
2. WORDS OF LOVE
3. How About It, Gorgeous? (Speech)
4. DO YOU WANT TO KNOW A SECRET
5. LUCILLE
6. Hey, Paul… (Speech)
7. ANNA (GO TO HIM)
8. Hello! (Speech)
9. PLEASE PLEASE ME
10. MISERY
11. I’M TALKING ABOUT YOU
12. A Real Treat (Speech)
13. BOYS
14. Absolutely Fab (Speech)
15. CHAINS
16. ASK ME WHY
17. TILL THERE WAS YOU
18. LEND ME YOUR COMB
19. Lower 5E (Speech)
20. THE HIPPY HIPPY SHAKE
21. ROLL OVER BEETHOVEN
22. THERE’S A PLACE
23. Bumper Bundle (Speech)
24. P.S. I LOVE YOU
25. PLEASE MISTER POSTMAN
26. BEAUTIFUL DREAMER
27. DEVIL IN HER HEART
28. The 49 Weeks (Speech)
29. SURE TO FALL (IN LOVE WITH YOU)
30. Never Mind, Eh? (Speech)
31. TWIST AND SHOUT
32. Bye, Bye (speech)
33. John – Pop Profile (Speech)
34. George – Pop Profile (Speech)

CD 2
1. I SAW HER STANDING THERE
2. GLAD ALL OVER
3. Lift Lid Again (Speech)
4. I’LL GET YOU
5. SHE LOVES YOU
6. MEMPHIS, TENNESSEE
7. HAPPY BIRTHDAY DEAR SATURDAY CLUB
8. Now Hush, Hush (Speech)
9. FROM ME TO YOU
10. MONEY (THAT’S WHAT I WANT)
11. I WANT TO HOLD YOUR HAND
12. Brian Bathtubes (Speech)
13. THIS BOY
14. If I Wasn’t In America (Speech)
15. I GOT A WOMAN
16. LONG TALL SALLY
17. IF I FELL
18. A Hard Job Writing Them (Speech)
19. AND I LOVE HER
20. Oh, Can’t We? Yes We Can (Speech)
21. YOU CAN’T DO THAT
22. HONEY DON’T
23. I’LL FOLLOW THE SUN
24. Green With Black Shutters (Speech)
25. KANSAS CITY/HEY-HEY-HEY-HEY!
26. That’s What We’re Here For (Speech)
27. I FEEL FINE (STUDIO OUTTAKE)
28. Paul – Pop Profile (Speech)
29. Ringo – Pop Profile (Speech)

Come si può veder, si tratta di una montagna di materiale. C’è qualche ripetizione rispetto al primo volume (“I Got A Woman”, oppure “Glad All Over” o “Lucille”), ma, garantisce “www.theBeatles.com”, prodotte in sessioni diverse da quelle incluse nella raccolta precedente.

Altra differenza importante rispetto al primo volume consiste nelle grande spazio stavolta lasciato al materiale inciso dai Beatles su disco (singoli o LP, non importa). Si va da “She Loves You” a “I Saw Her Standing There”, per arrivare a brani di “Beatles For Sale” quali “Kansas City” e “I’ll Follow The Sun”, o anche materiale  mai ascoltato dal vivo se non in bootleg di pessima qualità (“If I Fell”, “Please Mr Postman”, “This Boy”) o mai compreso nelle tracklist dei concerti del gruppo (una su tutte: “And I Love Her”).

Raschiatura del fondo del barile? Mah, in questo caso non mi sentirei proprio di affermarlo. E’ la restituzione ai fan di un pezzettino di Storia della Musica conservato fino ad oggi gelosamente negli archivi. O almeno, io la vedo così.

Curioso Assai…..

13 Settembre 2013 Commenti chiusi

Nell’ultimo anno questo blog è passato da una media di 3-400 contatti al giorno ad una media di 900-1000 contatti al giorno. All’inizio ho pensato: “Caspita che diffusione! Cominciano a leggermi in parecchi. Chissà quanti commenti. Inizieranno dei veri dibattiti”. Poi, effettivamente, sono iniziati ad arrivare tra i 40 ed i 50 commenti al giorno. Poi, nel periodo tra aprile e giugno 2013, i commenti sono arrivati ad avere picchi di 80/90 al giorno.

Peccato che fossero tutti caratterizzati da una particolarità: solo ed esclusivamente “SPAM”. I veri commenti si possono contare su di una mano: non più di una decina nell’arco degli ultimi dodici mesi. E mi è arrivato di tutto: dalla pubblicità del Viagra (forse per i miei gruppi preferiti qualcuno avrà pensato che debba essere un ottuagenario o giù di li) a gente che vuole darmi consigli su come migliorare il blog o ne vuole da me per migliorare il proprio. Come faccio a riconoscere questi come spam? Semplice, sono sempre ragazze dai nomi “esotici”.

Oppure qualcuno che, non si sa se a pagamento o gratis, vuole darmi consigli su come guadagnare con il blog. Poi non parliamo di fornitori di prodotti di vario genere (e qui non mi dilungo). Insomma, un vero inferno di spam da cancellare più o meno un paio di volte al giorno.

Per farla breve, più o meno dalla fine del mese di agosto i contatti sono scemati. Da 900-1000 si fa una certa fatica a superare i 300. Però anche lo spam è crollato in maniera verticale: non più di 5/6 commenti al giorno. Direi accettabile.

Sembra evidente che fra le due cose ci sia un collegamento. Probabilmente Tiscali, la nostra piattaforma, ha alzato le difese. Meglio così.

Ok, va bene. Forse non avrò mille contatti al giorno, però i 3/400 a questo punto sono tutti veri. Ne sono comunque felice.

Imperdibile!!!

11 Settembre 2013 Commenti chiusi

Avete presente l’iTunes Festival? E’ una manifestazione nata nel 2007 e che riunisce alla Roundhouse di Londra (mitico teatro che nei Sixties ha visto esibirsi praticamente tutti!) una variegata schiera di artisti di nome e non, con un occhio sia al colpaccio che alla qualità. Nel corso degli anni i diversi generi musicali si sono incrociati in maniera variopinta. Sul palco si sono dati il cambio Ludovico Einaudi e Paul Weller, Crowded House e Amy Winehouse, Chaka Khan e Placebo, Mumford & Sons ed Elisa, Lang Lang, Moby ed i One Direction. Insomma, di tutto!

Poi c’è la sponsorizzazione di Apple, e questo rende le cose fruibili in maniera fantastica. Esiste un’app, “iTunes Live”, che si scarica, è gratuita, e permette di staccare ogni sera il biglietto in prima fila e con audio perfetto per ognuna delle 30 (più o meno) serate in cui si articola il festival. GRATIS! Non solo.

I concerti, trasmessi in diretta streaming, vengono poi conservati nell’archivio della app per poterli riascoltare nei giorni successivi. Il programma da qui a fine mese prevede ancora una succulenta serie di artisti: domani sera Elton John (anche se non mi aspetto troppo da lui), domenica 15 da New York arriveranno i Vampire Weekend, il 16 Jack Johnson, il 17 Ludovico Einaudi, il 20 i Primal Scream, il 25 i Pixies. Per fermarmi a quelli che m’interessano. Poi, ancora disponibili, ci sono The Lumineers, i Sigur Ros, Queens Of The Stone Age, Bastille e Jake Bugg (interessante, ne riparliamo più avanti).

Tutto ciò per raccontarvi l’ultimo che ho visto e dal quale non riesco al momento a separarmi: Arctic Monkeys. Lo so, ho un debole per questo gruppo di Sheffield uscito alla ribalta imberbe nel 2006, e tra i primi esempi del potere della Rete e del suo passaparola. Gruppo di Rocker assolutamente istintivi pubblicarono il grandissimo “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (aspettatevelo come “Disco del Mese” prima o poi) per poi proseguire con il loro “Favourite Worst Nightmare” l’anno successivo, ancora un album ottimo. Dal mio punto di vista hanno rappresentato da subito quel vuoto di energia pura e grandi riff che mi mancava dai tempi dei Jam. Poi sono maturati, ma i successivi “Humbug” (2009) e “Suck It And See” (2011), pur rimanendo discreti dischi, hanno perso quell’immediatezza e quel feeling che aveva contraddistinto i primi.

Il nuovo, appena uscito, s’intitola “AM” e, ad un primo ascolto, sembra decisamente migliore, al livello dei primi due. Soprattutto i nuovi brani, proposti (ed ascoltati) dal vivo, fanno veramente un’ottima impressione. Il set dei Monkeys all’iTunes Festival dura quasi un’ora e mezza, durante la quale snocciolano venti brani. L’inizio è semplicemente divino. Si apre con “Do I Wanna Know?”, brano rarefatto, elettronico ed ipnotico con un bel riff suonato dalle due chitarre, con Alex Turner che suona un vecchio modello di elettrica 12 corde. E’ la melodia del brano che colpisce, minimale e perfettamente integrata nel riff. Poi due grandi successi: “Brianstorm” e “Dancing Shoes”. Ora, per me che li ho visti dal vivo proprio nei primi concerti appena raggiunta una certa notorietà, la loro grinta ed un discreto feeling non mi stupiscono. Eppure sono nettamente migliorati, molto più compatti e con una presenza scenica notevole, fredda ed essenziale, ma notevole. Ed anche molto eleganti (a parte il batterista)

I brani presentati sono equamente ripartiti tra i primi quattro album (tredici su venti), mentre i restanti sette rappresentano il nuovo album al meglio. Dai primi due album vengono riproposte la notevole “Teddy Picker”,  l’hit “I Bet You Look Good on the Dancefloor” e “Fluorescent Adolescent”. In due brani vengono aiutati da Bill Ryder-Jones (su “Fireside”) e da Miles Kane (su “505″), vale a dire gli ex leader di Coral e Rascals ed oggi due delle voci giovani inglesi più interessanti (e stiamo parlando di tutta gente non uscita da “X Factor”!)

Insomma, se vi dovesse interessare, fateci un salto “digitale” alla Roundhouse e godetevi questo concerto.

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