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Archivio Ottobre 2013

Esortazione…

30 Ottobre 2013 3 commenti

Vorrei dire qualcosa a quel bastardo che, tra sabato e domenica notte, mi ha spaccato il vetro della macchina parcheggiata sotto casa, per rubarmi una trentina di cd (forse qualcosa in più), il caricabatterie del cellulare e, cosa ben più preziosa, un ripetitore bluetooth regalo della mia Dolce Metà per Natale.

Lo so, è roba strettamente personale, però non posso farci niente. So anche che ormai delle mie disavventure ve ne ho raccontate tante, però non posso farci niente lo stesso. Si, capisco anche l’ultima osservazione: vai in giro con trenta (e forse più) cd in macchina? Bhè, è la mia dose personale giornaliera, meno non posso…..

Bene, allora veniamo al bastardo:

1) intanto volevo ringraziarti per il lavoretto pulito: hai sfondato il deflettore o come si chiama la parte più piccola del vetro laterale della mia auto, così abbiamo contenuto anche il danno e la relativa spesa; certo hai lasciato una montagna di schegge dentro e non è bello;

2) ti ringrazio anche di avermi lasciato i documenti che, stupidamente, tenevo riposti ordinatamente nel cruscotto. Non ci hai fatto caso, vero? Credo abbiano un discreto mercato. Probabilmente li hai scambiati per il libretto d’istruzioni della macchina, dentro il quale erano contenuti;

3) infine, a proposito dei dischi, te ne faccio un breve e, necessariamente, sommario elenco (tralasciando i cd masterizzati da me che mi sembra tu abbia apprezzato comunque – che ci farai mai?):

  • “The Beatles”, meglio conosciuto come il “White Album”
  • “Please Please Me”, The Beatles
  • “Under The Table And Dreaming”, Dave Matthews Band
  • “Everyday”, Dave Matthews Band
  • “Back In U.S.A.”, Paul McCartney
  • “Bursting Out”, Jethro Tull
  • “La Soluzione Semplice”, Sithonia
  • “You Have A Chance”, Camelias Garden
  • “Damn The Torpedoes”, Tom Petty and The Heartbreakers
  • “Hard Promises”, Tom Petty and The Heartbreakers + altri 3 dischi di un cofanetto
  • Cofanetto sano sano con 5 cd degli Hot Tuna
  • “Hejira”, Joni Mitchell
  • “Woodface”, Crowded House
  • “Physical Graffiti”, Led Zeppelin, di cui purtroppo per te hai preso solo il cd2, perchè il cd1 era nel lettore
  • e qualche altro che ora mi sfugge.

Ora, vorrei darti un consiglio: non li vendere a peso. Ascoltali! Forse è la tua ultima speranza di elevarti. C’è della roba incredibile.

C’è del torrido rock-blues con gli Hot Tuna, c’è del meraviglioso pop (Beatles e Crowded House). Ci sono la matura certezza e la giovane speranza del Prog italiano (Sithonia e Camelias Garden). E la vecchia guardia del Prog inglese (Jethro). Poi c’è Tom Petty ed allora brividi, emozioni e Rock and Roll. Poi trovi un disco di una cantautrice colta ed emozionante nel quale suonano anche Jaco Pastorius e Larry Carlton (Joni Mitchell). Hai per le mani due degli album migliori della Dave Matthews Band. In uno c’è “The Space Between” e nell’altro ascolta “Satellite”. Gli Zeppelin!!!!!! E poi Paul McCartney a spasso per gli Stati Uniti, che meraviglia!

Il Disco del Mese: “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (2006)

27 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Cominciamo con qualche statistica.

Nei 33 dischi presentati finora in questa rubrichetta quasi tutti (31 su 33) appartengono ai Sessanta-Settanta-Ottanta. Uno solo, il più recente fino ad oggi, è datato 1993.

Stavolta faccio un gran salto ed arrivo ai giorni nostri. Come mai? Perché nel 2006, appena sette anni fa, un gruppetto di quelli che noi a Roma definiamo “pischelli” (età media in quel momento meno di vent’anni) incide e pubblica un album strepitoso.

Loro sono gli Arctic Monkeys ed in quel momento sono la cosa più nuova ed eccitante che la musica stia producendo. In genere alla fine della storia racconto i risultati dell’album. Questa volta ne parlo subito perché hanno del clamoroso per una band al primo disco e con un battage fino a quel momento basato sul passaparola su Internet ed in tempi in cui ormai di dischi se ne vendeva già la metà della metà.

“Whatever…” brucia qualsiasi record fino a quel momento: maggior numero di copie vendute nella prima settimana in Gran Bretagna (370 mila), un milione duecentomila copie solo in patria, quasi due milioni e mezzo in tutto il mondo. Primo in classifica in Gran Bretagna e Australia, sale fino al posto n° 24 negli Stati Uniti, nelle prime venti nel resto del mondo. E poi “Album dell’Anno” per il New Musical Express e Time Magazine, “Miglior Album” e “Miglior Gruppo” ai Brit Awards dell’anno successivo. Rolling Stone, che in quel momento aveva riaperto la sua mitica classifica dei migliori 500 album di sempre per aggiornarla, li piazza al 371° posto, mentre nella corrispondente del NME finisce addirittura al 9° posto.

Ed ho tralasciato qualcosa.

Fa impressione? Si potrebbe pensare che ormai siamo abituati a questi exploit improvvisi. Niente niente fosse uno di quei fenomeni di abbaglio collettivo per ragazzine tipo i recenti One Direction o, in tempi meno recenti, i Take That o le varie Lady Gaga e sorelle?

Ed invece no. Innanzitutto i quattro ragazzi di Sheffield sono uniti più che mai e sono arrivati al quinto album più lucidi, onesti ed appassionati di prima, mantenendo sempre un understatement lodevole.

E poi “Whatever…” è un grandissimo album. Un album dove ogni brano è un potenziale singolo. Sapete che spesso, in questa rubrica dedicata ai miei dischi preferiti, uso questa frase. E’ giunto, penso, il momento di spiegarla meglio.

Un album contiene normalmente un certo numero di brani. Tra questi è difficile che siano tutti inascoltabili, soprattutto nei primi album di un artista. E’ vero, poi c’è un problema di gusti dell’audience, ma questa è un’altra storia. Qualche brano in cui l’artista crede particolarmente, o almeno la sua casa discografica, dev’esserci per forza. Poi però, nella normalità dei casi, oltre ai cinque-sei brani portanti (in qualche caso, o con l’avanzare dell’età, diventano anche due-tre o solo uno) si riempie l’album con un discreto numero di riempitivi. Con l’avvento del cd la cosa è anche peggiorata.  E’ la qualità e quantità di questi riempitivi perciò, secondo me, che fanno alla fine la differenza tra un album scadente ed un grande album. “Led Zeppelin IV” sarebbe stato un album immenso con la sola “Starway To Heaven”? Senza “Black Dog”, “Rock And Roll”, The Battle of Evermore” e le altre sarebbe stata dura, nonostante “Starway…”.

Bene, l’esordio degli Arctic Monkeys non sbaglia un brano. Si, è vero, fanno man bassa del rock più aggressivo prodotto fino a quel momento. Dentro c’è Punk, New Wave, Indie, Brit Pop anni novanta. Ma mettono molto del loro. Si parte con “The View From The Afternoon”, brano assolutamente originale, con una melodia forte, un curioso riff suonato ad accordi alternati dalle due chitarre. Suppongo non sia semplicissimo da suonare dal vivo. Comunque molto molto originale. Segue “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, il singolone n° 1 in Gran Bretagna.  Un assolo di poche note in apertura, un ritmo incalzante, ed una grande orecchiabilità. Non si riescono a tener fermi i piedi per terra. Non si fa in tempo a riprender fiato che arriva “Fake Tales From San Francisco”, altro riff di stile. Chitarre secche, stoppate. Ti resta in testa al primo ascolto. La voce acerba ma interessante di Alex Turner ci mette l’anima.

Non sono passati che una manciata di minuti dall’inizio dell’album e ti senti già soddisfatto. Ma non basta: “Dancing Shoes” segue nello stesso solco delle prime. Altra gran canzone. Lo speed non rallenta e così arriva “You Probably Couldn’t See For The Lights But You Were Staring Straight At Me”. Al ventesimo riff si potrebbe pensare a qualcosa di già sentito? No, i ragazzi sono freschi e allegri e ci danno dentro. Anche stavolta bel lavoro delle due chitarre. Poi qualche nota di chitarra: forse entra un lento, o almeno una ballata? No. E’ la volta di “Still Take You Home”, nel solco delle precedenti.

Il freno viene tirato sulla successiva “Riot Van” ed i quattro dimostrano di saperci fare con delicatezza se vogliono. Si fa festa con “Red Light Indicates Doors Are Secured” e stavolta è il basso a muovere le danze. Gran dinamica nel brano. “Mardi Bum” si mantiene su tempi più medi, ancora orecchiabilità e melodia alla grande. Le chitarre suonano quasi dance, molto pulite. Ma anche questo improvvisamente sterza verso un rock più serrato. “Perhaps Vampire Is Strong…” ha un cantato distorto ed un riff hard rock.

Il secondo super singolo che esce dall’album è “When The Sun Goes Down”, che parte piano solo chitarra e voce, si cita “Roxanne” dei Police, e poi prende il volo con l’ennesimo riff assassino ed il ritornello troppo divertente. Per la serie “quando anche un brano banale riesce bene”,“From The Ritz To Rubble” sono quattro accordi ripetuti all’infinito. Ascoltatelo: sono deliziosi. Aggressivi il giusto, devoti alla santa melodia. “A Certain Romance” chiude l’album su di un ritmo quasi ska, ed è un bell’arrivederci.

Dei risultati dell’album ne ho già parlato in testa. Forse mancava  che i due singoli sopra citati hanno raggiunto entrambi la posizione n° 1 in Gran Bretagna. I successivi quattro album del gruppo pur non raggiungendo il livello dell’esordio, sono ottimi album, compreso il recentissimo “AM”.

Tito o la Magnifica Avventura

24 Ottobre 2013 2 commenti

Recentemente non ho scribacchiato troppo di Musica. Libri, viaggi, recentemente anche tv, qualche disco del mese e poco più. Funziona così: vivo di Emozioni e obiettivo principale all’atto di intraprendere questo blog (era l’ormai quasi lontano novembre del 2009 – quasi quattro anni fa) era quello di tentare di  trasmetterle a qualche “navigante”.

Se non mi emoziono, c’è poco da fare, non scrivo. “Sarebbe una fortuna” penserà qualcuno di voi. Ok, vado avanti.

Dicevo, non ho trattato troppo di Musica negli ultimi tempi. E sono di nuovo qui a chiacchierare di un libro. Anche in questo caso però, come per l’autobiografia di Brian Epstain qualche post fa, la Musica è strettamente legata alla pagina scritta.

Ho appena terminato la lettura di “ORFEO 9 Il Making”, sottotitolo: “Storia, personaggi, fortune della prima opera rock italiana” (Ed. Zona, 2005, 170 pagine). Autore del libro è Tito Schipa Jr, a sua volta Autore (con la “A” maiuscola) del protagonista assoluto della storia raccontata: “Orfeo 9″.

“Orfeo 9″ è la prima opera rock italiana e, forse, mondiale. Datata 1969, un momento prima che Pete Townsend pubblicasse “Tommy”. Il libro racconta la genesi del progetto e la sua evoluzione, passata attraverso la prima rappresentazione al Sistina (1970) fino alla realizzazione, negli anni successivi, prima del disco doppio contenente l’opera e poi del film di cui l’album costituì la colonna sonora (1973).

Prima del libro due parole sull’opera. Due sole, perché è culturalmente talmente elevata da rendermi impossibile anche solo permettermi di darne un giudizio. E le due parole sono “Semplicemente Bella”. Ha un numero considerevole di pregi. Musicalmente contiene dei passaggi straordinari, delle intuizioni colte e popolari al tempo stesso che la rendono magnifica. Cantabile in qualsiasi suo passo, ancora meglio orecchiabile, ma estremamente complessa nelle partiture e negli sviluppi. Vola letteralmente mischiando e strapazzando i generi, ponendosi come l’antesignana dei cross-over: si passa dal brano pop (“Da Te Per Te”) al brano hard rock (“La Città Fatta a Inferno”), dall’attacco rythm’n'blues (“Invito”) al funk (“Venditore Di Felicità”), dal folk (“Per La Strada”) al quasi soul (“La Chiromante”) al blues (“Una Vecchia Favola”) al free jazz (“La Bomba A”). E poi, su tutto, lo struggente tema delle “Tre Note”.

Il cast è pieno di musicisti e cantanti eccezionali: da Bill Conti, l’arrangiatore e direttore d’orchestra (successivamente tornerà negli Stati Uniti dove raggiungerà fama planetaria con la colonna sonora di Rocky e conquisterà  l’Oscar per la colonna sonora di “Uomini Veri”), a Tullio de Piscopo, giovane batterista napoletano, agli allora sconosciuti (ma non nel giro underground romano) Renato Zero e Loredana Bertè, ad un outsider del cinema italiano come Edoardo Nevola (dal bambino ne “Il Ferroviere” di Germi fino al doppiaggio di importanti attori americani, passando anche per “Giamburrasca” ed esperienze musicali).

La trama stringata stringata: si tratta di una rivisitazione del Mito di Orfeo. Stavolta è la droga a sconvolgere la mente di Orfeo ed a fargli perdere ciò che di bello ha vicino a se (Euridice). Quel momento di gioia slegato dalla realtà diventerà presto irraggiungibile ed a caro prezzo. E così scende all’Inferno, rappresentato da una città buia e angosciante, per cercare Euridice e, nonostante tutto, non riesce neppure a riconoscerla, tanto è sconvolto da quello di cui sente realmente la mancanza. Morale: devi vivere ora, adesso, il presente, perché è la sola realtà che vale la pena di assaporare e di essere vissuta. Il prima è solo un ricordo deformato ed il futuro non si sa bene cosa sia, ma forse rischia di essere una speranza frustrante.

Il libro è molto bello. Innanzitutto è uno spaccato della società dell’epoca ed in particolare del microcosmo della controcultura giovanile di Roma.

E poi, pregio più grande, è una cronaca dettagliata di una straordinaria e pulsante avventura artistica, vissuta attraverso gli occhi e la mente della persona che l’ha plasmata. E di vera e propria avventura si tratta. Per tutto lo svolgersi del libro è un continuo di aneddoti, fatti, fattarelli, peripezie, dietro le quinte, racconti alcune volte esilaranti altri più seri.

Tito, giovanissimo ma già con solide esperienze teatrali di aiuto regista, mette in scena “Then An Halley”, opera la cui trama era costituita dal collage di alcuni brani di Bob Dylan. Dopo poche repliche lo stesso Bob Dylan, attraverso i suoi legali, ne blocca la rappresentazione in quanto l’utilizzo dei suoi brani non era stato preventivamente autorizzato. Ma ciò basta a Tito per fargli intuire la strada da intraprendere. L’idea successiva è un musical basato su di  una riduzione di “Porgy and Bess” dei fratelli Gershwin. Contattato da Garinei e Giovanni, i papà del musical a Roma, che gli propongono di andare a Londra per visionare un musical in gran voga in quel momento (“Hair”, per la cronaca) per poi affidargliene la realizzazione in Italia, propone loro la sua idea per “Porgy and Bess”. I due ne sono entusiasti e così fissano anche la data per la messa in scena: solo pochi mesi dopo, a gennaio del 1970.

Ma le beghe legali sono in agguato: stavolta l’autorizzazione agli eredi Gershwin viene chiesta per tempo, ma la risposta è negativa in quanto l’opera può essere proposta solo integralmente. Così, alla vigilia dell’incontro definitivo con G&G, Tito è costretto in una notte (insonne) a buttar giù un progetto nuovo coinvolgente il giusto per mantenere il risultato già acquisito. Nasce così l’embrione di “Orfeo 9″.

Da qui in poi il racconto diventa ancora più palpitante. Nessun aspetto viene tralasciato dall’autore. Si passa attraverso la scrittura del libretto, la composizione delle musiche, la scelta del cast, le prove in un’affollata cantina di Roma nell’anarchia più totale, le prove in teatro, la sera della prima. E poi ancora, esaurita la settimana di rappresentazioni al Sistina, quando il progetto sembrava ormai morto e sepolto, la caparbia decisione di Tito di bussare a tutte le porte possibili e immaginabili per tenerlo vivo.

E così arriva l’accordo con un settore sperimentale della RAI (pensate un po’, la RAI sperimentava!) e da lì nasce prima l’album doppio e, poco dopo, il film girato a basso costo ma con grande vena inventiva ed una delicatezza visionaria da mettere i brividi. Poi le difficoltà tutte italiane di far accettare un prodotto così avanti ma difficile da far digerire agli alti papaveri che contavano all’epoca (e qui la RAI si dimostrava molto meno sperimentale). Poi, piano piano, un certo oblio, pur continuando l’autore un percorso di qualità nel mondo del teatro e del melodramma italiano.

Ma dall’altra parte, il rovescio positivo della medaglia: un seguito di vero e proprio culto (esiste il sito, la pagina Fb) tanto che ancora oggi il film viene proiettato ( a Roma al cinema Azzurro Scipioni in Prati) con cadenza periodica una volta al mese. Una richiesta continua di riprendere il progetto per portarlo di nuovo a teatro (voci ben informate mi avvisano che momentaneamente questa idea è stata nuovamente accantonata per lasciare spazio all’imminente nuova produzione dell’autore).

E poi i riconoscimenti a tutti i livelli del valore dell’album. Ancora oggi è l’unico album italiano a non essere mai uscito di catalogo, ed esiste in tutte le versioni, dal vinile (fresche di stampa ben due nuove versioni) al cd ad Itunes.

Per me, in particolare, rappresenta qualcosa vissuta nell’infanzia, trattenuta in un angolo della memoria accuratamente mimetizzata e riesplosa non molto tempo fa. Molte immagini del film sono state girate in luoghi cari della mia vita e molti personaggi l’hanno incrociata a più riprese.

Django

15 Ottobre 2013 2 commenti

“Ciao dottore, come va?”

“Bene Maestro, e a te?”

“A meraviglia, e tutto grazie alla mia Musica!”

La maiuscola ed il punto esclamativo erano tutti nella sua voce, mentre pronunciava queste parole e mi rivolgeva un gran gesto svolazzante di saluto con l’archetto del suo violino.

Lo chiamerò Django, come Reinhardt. Stesso baffo. Un paio d’anni di incontri dopo aver parcheggiato la macchina ad un paio di chilometri dall’ufficio. Sempre allo stesso incrocio. Lui con il suo violino che scivolava tra una macchina e l’altra, suonando in maniera coloratissima, o almeno così a me sembrava. Mischiando gypsy, sempre come il grande chitarrista, e classica. Era sempre un piccolo raggio di sole, anche nelle mattine più grigie e fredde. Straordinario il potere della Musica (sempre con la maiuscola).

Tutto questo dieci anni fa, più o meno. Poi le strisce blu hanno ingoiato anche quell’angolo di parcheggio libero ed io ho cambiato zona. Niente più Django alla mattina.

Stacco. Esterno giorno. Via del Corso.

Quattro-cinque anni dopo mi trovo con mia moglie a passeggio quando, davanti alla Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo, un gruppo musicale suona in maniera talmente variopinta da aver raccolto una piccola folla di un paio di centinaia di persone, tutti li in piedi ad ascoltarli. Mi faccio spazio, cerco un varco, ed alla fine guadagno una delle prime file. Un chitarrista, contrabbasso, fisarmonica, ed un violino. Sembrava il Trio Rosemberg. Al violino, guarda caso, Django, nel ruolo di strumento solista insieme alla fisa. La cosa che mi colpisce più di tutte è la compattezza del gruppo. Non la solita orchestrina da strada. Incredibilmente, nonostante il tempo passato, Django mi riconosce non appena faccio capolino tra la folla e, alla prima pausa della sua performance, al primo momento di riposo, mi rivolge il solito ampio gesto con l’archetto. Poi si ributta nel turbine di note.

“Che strano, sembrava che quel signore con i baffi ti stesse salutando”, mi fa mia moglie. “Non ci crederai, è proprio così”, le rispondo, raccontandole la storia dell’incrocio.

Dissolvenza. Interno di un vagone della metropolitana. Oggi.

Nel frastuono che solo una carrozza della metro B di Roma può regalare ai suoi clienti, un tizio (il sottoscritto) ascolta musica con le cuffiette del cellulare. Led Zeppelin, “The Song Remains The Same”, dal vivo. Ad un signor volume, per poter carpire qualche nota. Sono passati di nuovo più o meno cinque anni dalla passeggiata in Via del Corso. Due fermate prima della mia salgono tre persone. Non ci bado, sono di spalle. Percepisco i loro movimenti come riflesso nel vetro del finestrino che ho davanti.

Si sistemano e solo allora capisco che si tratta di musicisti. Chitarra e contrabbasso sono evidenti, il terzo non so. Poi si scambiano un segno impercettibile ed attaccano la Suite n° 1 per violoncello di J.S. Bach. Ed è magia. Il rumore del treno non esiste più. Il suono è limpido, neanche si fossero portati un impianto di amplificazione. L’arrangiamento è strepitoso. Magia doppia considerando che questo brano lo abbiamo scelto con mia moglie come sottofondo del nostro matrimonio.

Qualcosa mi dice di voltarmi. Lo strumento solista non è il violoncello, ma un violino. E lo suona Django in persona. Mi riconosce di nuovo e mi sorride. Io mi stacco l’auricolare (avevo già spento gli Zep, non era il loro momento) ed ascolto concentrato il brano. La fermata arriva in un momento. Mi giro verso di lui e gli sorrido, lui ammicca come a dire “Hai visto come siamo diventati bravi?”. Il gesto con l’archetto se lo riserva per il momento in cui scendo.

Morale di tutto ciò? Non la so. Il potere immenso della Musica, forse.

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“Under The Dome”: il Serial

4 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Tempo fa (e vi giuro che pensavo ne fosse passato molto ma molto meno: parlo di ottobre 2010) avevo scribacchiato su questo blog di “Under The Dome”, il romanzo con il quale Stephen King si era riconciliato con i suoi fan (tra cui il sottoscritto) dopo un periodo in cui ne aveva imbroccate decisamente pochine.

In questi giorni sta andando in onda il serial realizzato dallo stesso King e da sua Maestà Steven Spielberg in veste di produttori esecutivi, centellinato dalle nostre emittenti satellitari e non (mi sembra vada in onda anche su RAI2). Diciamo che questo aspetto m’interessa poco. In realtà ho un “pusher” di materiale televisivo (le tre edizioni di “Boris”, le prime due serie di “Spazio 1999″ e “X-Files”, vecchia e nuova “Squadra”, tutto Guzzanti, ecc.) che mi fornisce tutto il pacchetto completo, così posso vederle quando mi pare, slegato dalla difficile condizione di titolare del telecomando della televisione casalinga, proprietà esclusiva dei miei tre figli.

Attualmente solo una parte degli episodi sono in italiano, per il resto ho delle puntate in inglese sottotitolate.

Prima di entrare nel vivo, un paio di considerazioni.

Non so se avete presente le edizioni filmate dei libri di Stephen King. Attenzione, non parlo dell’immenso “Shining” di Kubrick, del quale, tra l’altro, King non era affatto soddisfatto. “Shining” è una storia sulla dipendenza dall’alcool, Kubrick ne ha fatto un bellissimo thriller su fantasmi e presenze. Oppure di “Misery”: in questo caso il romanzo (breve) era perfettamente riportato nel film, tra l’altro con ottimi attori.

Sto parlando delle riduzioni televisive dei romanzi lunghi. In particolare “It”, “L’Ombra dello Scorpione”, “Tommyknocker” e “Shining”. Serie televisive da 10/12 ore in cui il romanzo veniva riportato fedelmente, senza lesinare in mezzi produttivi. Le avete presente? Bene, tenetele lì.

Il serial invece è un genere ben diverso. Non impegna, è facilmente sposabile a qualsiasi genere (ormai ce n’è di tutti i tipi, si va dai classici polizieschi agli zombie, dai serial killer ai trattati psicologici, ecc.), ha un format di 48/50 minuti che si adatta perfettamente al caricamento pubblicitario (ogni 12 minuti uno spot da 3), è agile e rapido e crea facilmente dipendenza (la serialità ha proprio questa caratteristica, ha funzionato anche con Harry Potter…).

Entriamo nel vivo. Che cosa hanno in comune, nel caso di “Under The Dome”, il telefilm con il libro? E quali le principali differenze?

Cominciamo dalle similitudini. Essenzialmente il plot. Una cupola impenetrabile cala su di una piccola cittadina rurale statunitense. Non c’è verso di liberarsene. Al di sotto (o meglio, dentro) tutti cambiano. Le reazione della piccola comunità si fanno incontrollabili ed ingestibili. Tra l’altro tutto va in totale emergenza. Poliziotti pochi, pompieri (con relativi mezzi) fuori zona, altrettanto i medici. Cibo sufficiente ma comunque in calo, acqua idem.

Altra similitudine è rappresentata dai nomi dei personaggi. C’è “Big” Jim Rennie, venditore d’auto e consigliere comunale, suo figlio Junior, Dale Barbie, eroe pratico e senza paura, Julia Shumway direttrice del giornale locale, c’è il giovane Joe McAlister teenager dal cervello niente male, c’è Rose con il suo diner, c’è la scriteriata Angie, e parecchi altri.

Ma tutto finisce qui.

Gli stessi personaggi mantengono una flebile aderenza con il loro gemello su carta. La prima cosa che salta agli occhi dall’inizio della prima puntata è la scomparsa delle categorie assolute “Buoni” e “Cattivi”. Nel libro era chiaro fin dalle prime pagine, e le due squadre si fronteggiavano spesso in maniera cruenta per tutta la durata del libro. Un po’ il solito Bene contro il Male.

Qui invece no. I contorni sono molto più sfumati. Così Big Jim non è il consigliere talmente assetato di potere da preferire, pur di conservare lo status quo, che la cupola rimanga per sempre. E’ una via di mezzo. Ha si, come nel libro, dei traffici oscuri di produttore e distributore di droga, ma cerca di lavorare anche per la comunità, anche se non sempre con mezzi ortodossi. Barbie non è il buono per antonomasia, ma parte con qualche macchia. E’ arrivato in zona per sistemare un problema con un debitore del suo capo poco propenso a saldare debiti di gioco (che molto presto si scopre essere il marito di Julia). I due lottano e parte un colpo neanche troppo accidentale. Nell’emergenza mette la sua esperienza di ex militare dei corpi scelti al servizio della polizia locale, ma anche nel tentativo di risolvere il problema alla radice. Junior è strano forte, ha dei problemi non risolti con la figura paterna, ma non è lo psicopatico descritto nel libro. Angie non muore nelle prime tre pagine. Unisce almeno un paio di personaggi del libro. Phil Bushey non è il cocainomane all’ultimo stadio che preserva la fabbrica della droga di Big Jim (nascosta nella radio locale che trasmette musica cristiana 24 ore al giorno). E’ più semplicemente il DJ dell’emittente locale, anche lui con un passato di affari con Barbie.

Poi ci sono dei personaggi nuovi: la poliziotta che improvvisamente si ritrova sceriffo senza la necessaria esperienza ma ce la mette tutta, la giovane ingegnere della stazione radio che tenta di individuare una spiegazione fisica alla cupola, la coppia gay femminile che di questi tempi serve sempre.

Risulta invece inspiegabile l’assenza di personaggi strategici del libro: la reverenda della seconda chiesa della città, quella per intendersi attorno alla quale si raccolgono i Buoni del libro, ed il secondo ed il terzo membro del consiglio comunale (non mi voglio dilungare ma vi garantisco che nel libro hanno due ruoli fondamentali).

Il risultato è che la trama dei singoli episodi si discosta parecchio da quella del libro. Ogni tanto accade qualcosa di già conosciuto al lettore (ad esempio l’assalto al supermercato), ma molto più spesso accadono cose che non hanno nulla a che vedere con la trama originaria (ad esempio l’epidemia di meningite).

Lo ha dovuto ammettere lo stesso Stephen King, in una lettera ai  fan pubblicata sul suo sito (stephenking.com) a giugno di quest’anno: “Molti cambiamenti scritti da Brian Vaughan e dal suo team di sceneggiatori sono dovuti alla necessità, ed io li ho approvati volentieri. Alcuni sono dovuti al fatto di aver deciso che la Cupola sarebbe stata sopra la città per mesi, anzichè per poco più di una settimana, come nel libro” (più o meno).

Tutto ciò perché? Le parole di King, nel caso ce ne fosse stato bisogno, chiariscono tutto. A questo punto recuperate le riduzioni televisive dei romanzi di cui vi parlavo all’inizio. Quelle erano prodotte nel rispetto assoluto del libro. Non avrebbero mai raccontato altro.

Ma il serial ha altre caratteristiche: va avanti finché ci sono gli ascolti e, di conseguenza, la pubblicità. Perciò tutto è impostato a questo fine. Avete presente “Un Posto al Sole” o una soap qualsiasi? Bene, lo spirito è proprio questo. I personaggi vengono tenuti sul vago, almeno all’inizio, perchè sarà poi il pubblico a decidere chi preferire o meno, a chi affezionarsi nel bene e nel male (certi cattivi vengono venerati dal pubblico). La storia viene diluita perché dev’esserci sempre spazio per una puntata successiva. E quindi buoni e cattivi non contano più. Il mezzo colpo di scena deve sempre chiudere la puntata per mantenere costante l’interesse per la successiva. Le trame si spezzettano: ad una storia di base si collegano tre o quattro trame secondarie da riproporre anche nelle puntate successive.

Però la tensione è assolutamente artificiale, non reale e palpabile come quella del libro. Insomma, non è il libro.

E’ comunque un buon telefilm. La serie, trasmessa negli Stati Uniti dalla CBS, è partita bene, con ottimi ascolti (13 milioni e mezzo di spettatori). Ma già all’ottava puntata questi erano calati di quasi tre milioni e mezzo. Nonostante questo è stata commissionata una seconda serie per la prossima stagione.

Tanto, qualora non funzionasse, non c’è problema: il finale è già scritto, lo si chiama “Epilogo” e si chiude li.

PS: ragazzi, perdonatemi. Lo so che in questi giorni ne stanno succedendo tante, ma proprio tante. Dal nostro paese schiavo di un omuncolo e blablabla, ad un governo comico che non risolve problemi a nessuno, a quella povera gente morta nei viaggi della speranza. Io mi porto una gran rabbia dentro e mi piacerebbe tradurla in qualcosa che magari potrebbe essere utile per partecipare e dare un contributo a questo schifo che abbiamo intorno. Ma di questo non so scrivere. Non so scrivere in generale, ma qualcosa riesco a fare solo con questi argomenti frivoli, diciamolo…con queste cazzate. Scusatemi ancora.

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