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Archivio Dicembre 2013

Buon Anno A Tutti!!!!

31 Dicembre 2013 Commenti chiusi

Un immenso Augurio per un ottimo 2014 da parte di MusicOnTheRock a tutti i lettori di questo blog ed anche a chi dovesse esserci capitato solo per caso.

Ci vediamo dopo le feste, spero con qualche succosa novità…

 

Colpo di Mano!

31 Dicembre 2013 3 commenti

IO: “Fanno schifo”

E: “Ti dico di no, sono grandiosi!!!!”

IO: “Ma non dire fesserie, sono pessimi, buoni per le bambinette….”

E: “Sono fantastici!!!!!!”

IO: “Ma come, ti ho allevata a Beatles, Kinks e Genesis….”

E: “Che c’entra?”

IO: “Fino all’anno scorso nel lettore Mp3 avevi Ligabue e Mannarino!”

E: “E con questo? E poi non era l’anno scorso, era moooolto più tempo fa…. Senti papà, questa discussione mi sembra inutile. Stai scrivendo sul blog? Me lo lasci cinque minuti? Tu però non devi intervenire. Promesso?”

IO: (storcendo la bocca) “Ok, ma cinque minuti, non di più. Poi decido io se pubblicarlo…”

E: “Grazie”

Ciao a tutti, sono E, la figlia tredicenne dell’anziano gestore di questo blog. Non riesco a convincerlo della grandiosità dei One Direction. E allora porto una ventata di novità in questo blog che parla solo di roba vecchia (come ha ragione quell’amico di papà, quel Giangi, però a quello piacciono solo i Modà e lasciamo perdere).

Io voglio solo dire che i One Direction sono la boy-band più seguita in questo periodo. Questi cinque ragazzi (giusto per chi non lo sapesse: Zack, Louis, Liam, Harry e Niall) sono seguiti da milioni di ragazze. Anch’io sono una “Directioner”, così vengono chiamate le fan ed il successo dei nostri idoli, come loro stessi riconoscono spesso, è dovuto anche e soprattutto a noi. Ma noi “Directioners” non siamo solo fan, siamo anche una Grande Famiglia che si riunisce durante i concerti per dimostrare tutto l’affetto possibile al gruppo.

Condividiamo tutte lo stesso amore perché i One Direction si possono definire un vero e proprio amore a distanza. Loro ci fanno sorridere e stare bene, e avere la possibilità di incontrarli, vederli ed ascoltarli dal vivo durante i  tour è straordinario. Quando ci vediamo molto spesso scoppiamo a piangere, ma bisogna avvertire i nostri genitori (anche te, retrogrado che non sei altro) che non siamo matte e neanche ossessionate, ma soltanto innamorate di cinque ragazzi che con le loro voci ci hanno fatto sciogliere il cuore!

Ciao a tutti

E

Ok, lo devo pubblicare per forza. Però non mandatemi nulla sui Modà per favore, quelli proprio no!

E: “e, a proposito, le foto le scelgo io!”

IO: “scordatelo”

Categorie:Famiglia, Musica Tag: ,

Il Disco del Mese: “Secret Messages” (1983)

20 Dicembre 2013 Commenti chiusi

Oggetto curioso la Electric Light Orchestra. Grandissimo successo mondiale nella seconda metà degli anni settanta, sull’onda degli ultimi bagliori del Progressive, grazie ad un pop di lusso infarcito di suoni che difficilmente, sull’esplosione del Punk, si sarebbero potuti trovare nella Musica Popolare: della line-up faceva parte una sezione d’archi.

Grazie a questo mix arrivano album di gran successo quali “Face The Music” (1975), “A New World Record” (1976), “Out Of Blue” (1977) e, soprattutto, “Discovery” (1979). Più o meno parliamo di sette milioni di album venduti in mezzo mondo.

Poi, come al solito, il gioco diventa abusato, la gente comincia ad annoiarsi, arriva la disco e una strizzatina d’occhio si prova a dare, e allora arriva una prova più opaca come “Time” (1981) che comunque riesce a vendere il suo milione e duecentomila copie. Il gruppo sembra aver dato tutto. Cambiamenti di organico e tutto il già sentito sulle band “disbanded”.

Ma a giugno del 1983, in tempo per l’estate, E.L.O realizza il suo canto del cigno. E lo fa alla grande. “Secret Messages” vende poco o niente. Sarà comunque disco d’oro in Gran Bretagna raggiungendo la 4^ posizione in classifica e la n° 36 su Billboard negli Stati Uniti. E allora, come mai è “Disco Del Mese” su questo modestissimo blog?

Semplice. Perché è uno dei più sinceri, rispettosi e affettuosi omaggi ai Beatles (ed alla musica degli anni Sessanta) che sia mai stato realizzato. E’ assolutamente ispirato dai Fab Four senza necessariamente plagiarli come tanti altri gruppi hanno fatto nel corso della storia del Rock. Non a caso, proprio dopo aver completato la realizzazione di quest’album e dopo aver dismesso la band, il seguito della carriera solista del leader Jeff Lynne sarà nell’entourage, vuoi come produttore vuoi come musicista, di George Harrison e Ringo Starr.

L’omaggio ai Beatles ed ai Sessanta è già palese nella title-track, in quei “Secret Messages” che hanno alimentato le leggende sui messaggi satanici e non nascosti negli album di quegli anni. Ve li immaginate John, Paul, Ringo e George quante risate  in quegli ultimi anni da Beatles pensando a tutte quelle stupidaggini che si dicevano in giro sull’ascoltare i dischi al contrario. Inizia tutto con questa nebbia di voci e suoni inquietanti, poi una voce sospira su di un alito di vento “Secret Messages” e finalmente dopo 35 secondi si ascoltano le prime note. Un giro di basso e la melodia si dispiega. Due chitarre accennano brevi note tra una cassa e l’altra, poi inizia il cantato. In realtà si parla di segreti ascoltati nell’aria, un “…fiume di illusioni che corre confuso….”. Il ritornello e l’attacco della seconda strofa sono memorabili. Belle le voci, bello tutto.

“Loser Gone Wild” inizia lento lento, con un sax sintetico tipico di quei tempi. Si dipano così per tutta la strofa, quando un giro di organo ed un latrato di cane introduce in maniera repentina un ritornello quasi raggae, o forse ska. Insomma, decisamente in levare. Anche qui bei cori, così come la melodia e l’arrangiamento. “Bluebird” è Tom Petty che incontra Paul McCartney. Canzone semplice ed efficace. Anche qui il ritmo cambia nel ritornello per arrivare ad un bridge delicato e con una sezione d’archi (anche questa sintetica) a sostenere il cantato. Le voci si sovrappongono componendosi e scomponendosi su piani infiniti.

“Take Me On And On” è ancora Macca, anche se la voce si direbbe quella di Harrison con inflessioni di Lennon. Insomma, un gran pezzo, un lentone psichedelico che sarebbe stato benissimo sul “White Album” o su “Abbey Road”. “Time After Time” fa un po’ il verso ad un suono “Duran Duran” che andava parecchio a quei tempi, forse il brano meno riuscito dell’album. “Four Little Diamonds” è invece puro ELO-style, sullo slancio dei loro grandi successi, tipo “Last Train To London”. Un Rokkone dalla ritmica pesante ingentilito da un gran bridge e da uno sfavillio nell’arrangiamento decisamente positivo. Anche qui un cane abbaia (altro “messaggio segreto”?).

Un giorno ventoso apre “Stranger”, altro diamantino di melodia. Stavolta gli archi sono veri, anche se il brano è leggermente appesantito da un “wall of sound” di sintetizzatori che potrebbero risultare stucchevoli e finiscono per appiattire il tutto. Anche qui le voci sono troppo belle. “Danger Ahead” è di nuovo rock robusto, 4/4 pieni, molto molto beatlesiano nella melodia. Sotto gli archi a darsi da fare come una novella “Eleonor Rigby”. Gran brano.

“Letter From Spain” si apre con un sintetizzatore ed una voce in un’atmosfera molto rarefatta. Ed il brano va avanti così, in maniera molto suggestiva ed ipnotica, fino alla fine. “Train Of Gold”  ha una bella atmosfera soul. Poi nel ritornello s’incupisce quel tantino che lo degrada a brano minore. “Rock’n'Roll Is King” chiude l’album in stile Eddie Cochran. R’n'R più Cinquanta che Sessanta. Un inspiegabile assolo di sintetizzatore in mezzo lo rende meno fluido, ma poi al sinth si sostituisce una chitarra in stile, molto pulita. Alla fine ancora suoni inquietanti e voci misteriose, tra cui, si distingue bene, quella del band leader che saluta con “Welcome to the Show!”

Il disco originariamente, visto il grande successo dei precedenti, era stato progettato come doppio album. Ma, evidentemente, la casa discografica non volle investire in maniera eccessiva. Dalle session rimasero fuori tre brani, “No Way Out”, “After All” e ”Endless Lies” (cover da Roy Orbison, l’unica veramente inedita delle tre), che furono regolarmente inseriti nella ristampa in cd pubblicata nel 2001.

 

Méséglise – l’Intervista

15 Dicembre 2013 2 commenti

Non era ancora successo. MusicOnTheRock s’allarga decisamente. La prima intervista!

Raggiungo Paolo Nannetti via telefono, dalla sua Bologna. L’occasione è l’uscita del nuovo cd “L’assenza”, presentato dal vivo a Treviso pochi giorni fa e di cui ho già scritto  (“New Records pt. 1″ – novembre 2013)

Partiamo dall’inizio: cos’è esattamente il progetto “Méséglise” e qual’è stata la genesi del disco?

L’idea di Méséglise nasce nei primi anni del 2000. Con Marco Giovannini, cantante dei Sithonia, dopo che nel 1999 avevamo interrotto l’attività del gruppo, avevo registrato una specie di EP intitolato “Un mare di cartone” che comprendeva la canzone omonima e “Così è stato” (che poi ritroveremo nell’”Assenza” praticamente identiche) e altre due canzoni tra le quali una prima versione de “Le stelle di Lefkos”.  Il demo CD uscì come “Giovannini-Nannetti” e circolò solo tra addetti ai lavori ed etichette varie non solo specializzate in progressive , ma anche in musica italiana d’autore. Il riscontro fu pressoché nullo…ma si decise comunque di continuare. Ci si trovava anche con altri musicisti legati direttamente o indirettamente ai Sithonia, in particolare Oriano Dasasso (tastierista dei Sithonia) e Paolo Zuntini (violinista e bassista/chitarrista) che aveva collaborato con noi in “Hotel Brun”. Facevamo (e registravamo) un po’ di tutto, anche un paio di canzoni di Georges Brassens (mia grande passione), ma nella “mucchia” c’erano già alcune canzoni che poi ritroveremo nei Méséglise. Infatti a un certo punto decidemmo di dare un nome a questa “cosa” e di registrare più seriamente. Allo scopo chiamammo altri amici dei Sithonia (Roberto Magni  e Valerio Roda ), il batterista Maurizio Lettera (detto “il settimo Sithonia” nonché insieme a Marco, Valerio e Roberto negli “Opera”) e tentammo anche altre collaborazioni (ad esempio Letizia Viola), cominciando intensamente a registrare praticamente tutte le tracce che oggi sono state raccolte nell’Assenza. Il senso di tutto era per me la necessità, la voglia di tornare alle mie origini collegate alla canzone d’autore . Negli anni ’70, pur giovanissimo, mi presentavo da solo sul palco con la chitarra a 12 corde e in passato ho avuto altri gruppi, come Dieta Folgòre e Piantamusica, incentrati anche sulle mie composizioni. Ma nello stesso tempo la mia passione per il primo progressive, che si era in qualche modo “sublimata” in tanti anni con i Sithonia, mi aveva insegnato a comporre senza dimenticare le libertà espressive che credo siano all’origine di chi ama la musica “progressiva”. Alla fine buona parte delle registrazioni erano pronte.

Nel frattempo ricominciammo le attività con i Sithonia e mi dedicai con loro interamente e a tempo pieno alla realizzazione de “La soluzione semplice” che è stato un iter veramente intenso e sentito da tutti, concluso con un lavoro che mi ha dato molte soddisfazioni.

In seguito, frenandosi di nuovo l’attività dei Sithonia, con Marco abbiamo deciso di riprendere in mano il discorso “Méséglise” e provare a finire il tutto. Abbiamo passato alcuni mesi analizzando le canzoni una per una, togliendo alcune parti e aggiungendone altre. Nel frattempo abbiamo conosciuto Maya Seagull, che non è solamente una musicista completa, ma anche un’ottima autrice (uscita recentemente con un suo disco solista) e l’abbiamo coinvolta subito in alcune parti vocali e come bassista/chitarrista, in previsione della eventualità di riproporre il tutto anche dal vivo.

Ma una  buona parte del merito per l’uscita de “L’assenza”  è anche di Loris Furlan di Lizard Records che, così come per “La soluzione semplice” dei Sithonia, ci ha dato fiducia, permettendoci di comparire in un catalogo che è conosciuto per la sua selezione di qualità e al di là delle etichette di genere

Non avevi paura che l’utilizzo della voce di Marco e, per alcune parti strumentali, degli altri componenti del gruppo, potesse rimandare in maniera forse eccessiva alle origini, mentre sicuramente tu avevi intenzione di realizzare qualcosa di assolutamente tuo, di molto personale?

No, il mio timore non era (è..) tanto questo, ma casomai il contrario..nel senso che un eccessivo affiancamento dei due gruppi portasse alla convinzione che potesse trattarsi di un lavoro “parallelo” anche come intenzione e questo avrebbe rischiato di portare molte critiche perché chi si aspetta un disco di rock progressivo italiano avrebbe tutte le ragioni per lamentarsi, in quanto le sonorità dei Sithonia si sentono, eccome, ma la forma e la finalità delle canzoni è diversa e non va in direzione del progressive così come viene normalmente inteso

Noto nel disco un alternarsi tra momenti oscuri ed altri più solari (la strofa de “L’Assenza”, oppure proprio l’alternarsi tra la prima e la seconda parte di “Sole in Città”, o ancora “F.T.M.” o “Un Ottimo Atleta”). Ma Paolo ha più rimpianti o esiste sempre una seconda possibilità?

Permettimi una divagazione legata agli astri..sono un cancro ascendente cancro  e come tale intrappolato nella rete della memoria, del rimpianto, delle cose non dette, non fatte e rischio pure di essere un po’ molto piagnone su questo. A volte, non sempre, mi salva una buona dose di autoironia che è sarcasmo leggermente tragico anche quello, ma che perlomeno mi modera un po’ in questa tendenza. Hai centrato perfettamente due canzoni nelle quali esiste questa contrapposizione. “Sole in città” alterna un solare (appunto) ritornello in maggiore a momenti quasi rabbiosi. Come dire..se sperate finalmente in una bella e serena canzone, siete serviti con la solita sfiga che incombe… “Un ottimo atleta” poi è ironica, ma in fondo tragica, anche se poi alla fine prevale un certo tono crepuscolare che io prediligo e che vorrei sempre ottenere

Cos’è o chi è F.T.M.?

Presto detto..significa  Fuori Tempo Massimo in tono con il testo di questa canzone (e non solo questa)

Trovo che “La Risposta” sia un brano molto emozionante. L’emozione traspare dal cantato di Marco in maniera palpabile. Hai dato ordini particolari o è nato tutto in maniera spontanea?

Sai che questa canzone doveva diventare il primo singolo di Marco Giovannini ? C’era venuta questa idea. Io rimango dietro le quinte e tu fai il canta-autore dove tu canti e l’autore sono io :) Abbiamo partecipato anche a un concorso radiofonico con questo pezzo, ovviamente arrivando agli ultimi posti. E poi siamo stati a Londra con la video camera per girare il video. Lui camminava e io filmavo (sempre tutto artigianale e in economia dalle nostre parti..). Anzi pensavo di recuperarlo come video per “L’assenza” .

“Mare di Cartone” è una bellissima canzone d’amore. Questa più che una domanda è una considerazione. Vuoi aggiungere qualcosa?

 Posso dire che questa canzone per me rappresenta la fine di un incubo e in questo senso la trovo molto solare. E’ dedicata a mia figlia sopravvissuta, ad appena due anni, ad una malattia che l’aveva messa seriamente in pericolo di vita.

In “Un Ottimo Atleta” dici: “…nella prossima vita sarò meno distratto”. Costa distrarsi? Potessi tornare indietro?

 La distrazione secondo me ha un ruolo importante nei problemi e nelle nostre scelte sbagliate. Sul dizionario significa “Allontanamento del pensiero dalla realtà, come fatto episodico o come dato della personalità” E’ esattamente quello che ci succede (che almeno a me è successo e lo posso dire a buona ragione vista la mia età..) . Non riuscire cioè a perseguire i propri obiettivi non riconoscendoli con esattezza e scialandosi  in mille rivoli che non portano da nessuna parte. Mi capita ogni tanto di venire a conoscenza di fatti o di incontrare persone con le quali 40 anni fa magari avevo un rapporto superficiale e mi raccontano cose di me che non ricordo o che per me erano insignificanti e che invece avevano avuto importanza per loro o che comunque rappresentavano qualcosa. Quindi la mia percezione era altrove mentre avrei dovuto raccogliere ed alimentare ciò che realmente ero di fronte agli altri. Io poi sono anche profondamente distratto in senso molto meno metaforico. Perdo letteralmente tutto e dappertutto…


Raccontami la prima uscita Méséglise “live”. Sembravi preoccupato, com’è andata alla fine?

Ero Molto Preoccupato. Prima volta che suonavo dal vivo delle mie canzoni con un gruppo che non fosse i Sithonia da almeno 30 anni, l’incognita su come potevano essere accolte. Sono sempre pieno di dubbi e titubanze su quello che faccio. Temo di essere ridicolo, di non essere all’altezza. Alla fine però, grazie soprattutto a tutti noi e al clima meraviglioso che abbiamo instaurato all’interno della band, ho colto che siamo riusciti a trasmettere qualcosa alla gente che era venuta a sentirci ed è la più bella soddisfazione che puoi avere quando suoni dal vivo, anche se ci fosse stata una sola persona

Che scaletta avete suonato? Tutto l’album? Qualche altra sorpresa?

 Tranne un paio di pezzi abbiamo suonato tutto l’album e anche tre canzoni dei Sithonia, così come erano nate. Inoltre volevo evidenziare il fatto che con Davide Camerin abbiamo suonato insieme una sua canzone. Davide è un autore straordinario (della scuderia Lizard/La luna e i falò) che meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato. Fare la serata con lui è stato un onore e vorrei anzi farti conoscere qualcosa della sua produzione. Ti stupirà !

Non vedo l’ora.  Avete in programma di continuare l’esperienza dal vivo

 Magari..anzi approfitto per fare un appello..chiamateci a suonare..veniamo ovunque (soprattutto se riusciamo a farci prestare ancora il furgoncino da un collega di Marco). Sì, ci piacerebbe molto provarci e riprovarci su un palco

Cosa provi quando le tue canzoni vengono cantate da qualcun altro? E’ un filtro fra te ed il pubblico

 Le mie canzoni non sono state cantate da molti. Sicuramente Marco è la persona che più mi interpreta e mi ha interpretato e anzi ultimamente sono anche diventato più bravo e mi spingo a spiegargli il significato dei testi uscendo spesso dal criptico nel quale lo lasciavo…il fatto è che a me piacerebbe che ognuno ritrovasse qualcosa di sé nei miei testi perché a quel punto quello diventa l’unico vero significato della canzone. Quello che pensavo mentre io scrivevo diventa ininfluente e mi piace sia così. C’era un mio amico da ragazzo che cantava i testi dei gruppi inglesi senza conoscere un gran che l’inglese (era perennemente rimandato..) però si creava un mondo intorno a quelle canzoni e per lui il significato diventava quello. E la cosa straordinaria era proprio che, pur prendendo strafalcioni su strafalcioni nelle presunte traduzioni che faceva, in realtà andava molto vicino al senso delle canzoni e magari anche oltre. Permettere ad altri di raggiungere questo tipo di sensibilità dalle cose che faccio rappresenta per me un sogno

Feedback sull’album?

 Per ora buono, almeno fino a quando non capiterà tra le grinfie dei progster più incalliti..Scherzo, io spero che, proprio perché non alimentiamo nessuna aspettativa di ascolto, possa risultare almeno gradito. Poi mi interessa molto la risposta da parte degli abituali ascoltatori della canzone d’autore e i primi riscontri sono stati buoni. Speriamo di continuare così…

Ultima domanda, da incallito fan dei Sithonia: c’è qualche possibilità di ascoltare ancora materiale nuovo dei “Sithonia”?

 Ehm, domanda di riserva ?  In questo momento sia io che Marco siamo molto assorbiti dai Méséglise, ci divertiamo proprio e stiamo vivendo bene questa esperienza. Con i Sithonia non si può dire mai, però gli anni anche per me cominciano un po’ a pesare e per dei dilettanti della musica quali noi continuiamo ad essere portare avanti troppe cose sta diventando un po’ difficile.

Grazie Fernando e un caro saluto a tutti i tuoi lettori.

Grazie anche a te, Paolo, ed in bocca al lupo per tutto.

Anteprima!

14 Dicembre 2013 Commenti chiusi

Ogni tanto mi dedico al Cinema. Molto raramente. Come al solito non ne ho le competenze per parlarne in maniera sensata. Allora racconto qualcosa che mi ha colpito. Così, giusto per diffondere…

Sabato scorso il mio piccolino A (5 anni) è stato invitato ad una festa di compleanno di una suo compagna di classe. Una festa molto originale. In un cinema di Roma è stata organizzata una visione privata in anteprima assoluta di “Frozen”, il film d’animazione Disney per il Natale 2013. Il film è in uscita nelle sale il giorno 19 di questo mese.

E allora ne parlo brevemente in virtù di due fatti: innanzitutto una volta tanto ho una notizia in anteprima e allora la pubblico. Secondo, grazie ai miei tre figli (15, 13 e 5 anni) sono almeno dieci anni che il 90% dei film visti al cinema sono film per ragazzi. Durante la crescita dei miei “grandi” siamo passati dal cartone animato al “Signore degli Anelli” ai Supereroi. Ora il mio grande predilige gli sparatutto e quelli horror/thriller, per cui sono praticamente tagliato fuori. Ok, cresce.

Insomma, sui film del genere sono decisamente un’autorità.

E allora qualche brevissima nota. “Frozen” è il classico film Disney di ultima generazione: rivolto ai piccoli e piccolissimi ma indirizzato in maniera chiara anche ai genitori. Battutine incomprensibili per i bambini riscuotono invece un discreto successo nei grandi. Il disegno è quello dei classici Disney (da “La Bella Addormentata” a “Cenerentola”) ma aggiornato grazie alle impressionanti meraviglie della tecnologia. Le canzoni danno la sensazione di essere parecchio ingombranti, tanto che, almeno nella prima parte, sembra di assistere ad un musical.

State vicini ai bimbi, perché nei primi venti minuti succede il peggio di tutto e, in alcuni momenti, la trama riesce persino straziante (non anticipo nulla): qualche singulto si sentiva per la sala, non so se proveniente dai bambini o dai genitori.

La trama in brevissimo: due sorelle, figlie del re e della regina di un regno sperduto in un fiordo di un qualche paese nordico, vengono divise da piccole a causa del potere di evocare il ghiaccio di una delle due. All’ascesa al trono di questa, accade qualcosa di drammatico e la neo regina è costretta a fuggire dopo aver scatenato il suo potere nella forma più pericolosa. Il seguito del film è l’avventura della sorella minore impegnata non solo nella ricerca della maggiore, ma anche nel tentativo di eliminare gli effetti causati dall’esplosione del suo potere. In questo sarà aiutata da tre simpatici amici e osteggiata da avversari politici e non.

La storia si caratterizza per la creazione di un nuovo tipo di personaggio: il cattivo non cattivo. La regina esercita il suo spaventoso potere solo a causa della paura e dell’incomprensione che l’hanno tenuta segregata per anni.

Insomma, per farla breve, se siete patiti del genere (e di Disney in particolare) il film non vi deluderà.

IL Disco del Mese (di Novembre): “Blues Breakers” (1966)

5 Dicembre 2013 1 commento

Macclesfield è una cittadina di più o meno 50.000 abitanti ai confini con il Galles, nel centro dell’Inghilterra. Qui nasce nel 1933 John Mayall, il papà di quello che viene definito il “blues bianco”. Oggi questo signore, che pochissimi giorni fa ha compiuto 80 anni, è poco ricordato nonostante sia ancora in attività. Il suo ultimo album di studio, “Though” risale ad appena quattro anni fa. Dalle nostre parti poi, probabilmente, risulterà sconosciuto ai più.

Eppure, oltre ad aver traghettato il blues dal “blues-revival” del finire degli anni cinquanta all’esplosione del “rock-blues”, che ha poi segnato la storia della musica rock tra la metà dei sessanta si può dire fino ai giorni nostri, è famoso per aver incrociato la sua strada con musicisti talentuosi e giovanissimi allora e, successivamente, grandissime stelle del rock e del blues.

Qualche nome? Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, Jack Bruce, Dr. John, Paul Butterfield, John McVie e Mick Fleetwood, solo per citarne alcuni. Rolling Stones e Yardbirds, quando suonavano blues canonico, si sono “formati” ai suoi concerti.

John Mayall, dopo anni di gavetta ed una solida reputazione acquisita, aveva esordito per la Decca (si, sempre loro, quelli che si erano fatti scappare i Beatles da sotto il naso) con un album dal vivo che, nel 1965, vendette poco o nulla. Bhè, si, un flop. Quelli della Decca, sempre con l’occhio bello lungo, chiusero immediatamente il contratto.

John Mayall si riorganizza, cambia ancora formazione un paio di volte e, magicamente, incrocia un chitarrista che aveva da poco lasciato un gruppo lanciato verso le vette della classifica (The Yardbirds con “For Your Love”) perché avevano tradito le radici blues poste alle fondamenta della loro esperienza. Non gli andava la piega “Pop” che il gruppo aveva preso. E lui voleva suonare blues e basta. Chi meglio di John Mayall? La Decca fiuta qualcosa, una volta tanto, e rimette tutti sotto contratto.

Nasce così “Blue Breakers”, ufficialmente attribuito a “John Mayall with Eric Clapton”. Questo album è veramente molto bello. Può essere ascoltato non solo da chi desideri approcciarsi a John Mayall, o dai puristi del blues, ma va bene per tutti gli appassionati di musica “Sixtyes”: è bello il suono complessivo e l’aria che vi si respira dentro.

E’ assolutamente indicato poi per chi non sapesse esattamente cosa abbia fatto Eric Clapton nel passaggio tra Yardbirds, dov’era incapsulato nella dinamica di un gruppo dove la chitarra era comunque al servizio del tutto) ed i Cream, la sua formazione immediatamente successiva, dove la sua chitarra diventava strumento portante all’interno di un supergruppo formato da tre mostri. In questo album Clapton suona tutte le parti di chitarra in maniera generosa e personalissima, uno stile per l’epoca fresco ed innovativo, ma al tempo stesso puro e tradizionale come se si fosse trovato sul delta del Mississippi. E’ fantastico ascoltare in cuffia la versione dell’album stereo rimasterizzata nel 1998: da una parte l’hammond di Mayall a fare da tappeto e poi, nei due canali di destra e sinistra, Clapton sdoppiarsi nel ruolo di ritmica e di cesello sul brano e delle emozionanti fughe per gli assolo.

Formazione essenziale: chitarra (Eric Clapton), tastiere (John Mayall, oltre che alla voce principale e all’armonica), basso (John McVie) e batteria (Hughie Flint). Tre brani a sola firma Mayall, un brano in coppia con Clapton, uno di Ray Charles, uno di Robert Johnson ed il resto grandi autori blues (Dixon, Frazier, Jacobs).

Un colpo di rullante, una scivolata sul manico della chitarra e tutto inizia con “All Your Love”, blues rarefatto con la ritmica di Clapton che disegna un bel riff e la solista a riempire gli spazi lasciati liberi dal cantato. Al termine del primo assolo il brano aumenta di ritmo e “Slowhand” si scatena in un altro breve solo. “Hideway” è un solido R’n'B con la chitarra di Clapton sugli scudi ed un gran lavoro di John Mayall all’Hammond. Anche qui si cambia ritmo spesso durante il brano.

John Mayall viveva con una ragazza, Christine, e come da lui stesso scritto nelle note di copertina dell’album “…la solita situazione di un affare che non sta andando esattamente per il verso giusto…”, tanto da dedicarle non una, non due, ma ben tre canzoni su questo album. Praticamente le tre canzoni a firma sua: se non è ispirazione questa! “Little Girl” è un classico, e nel fraseggio di Clapton  ci sono i prodromi del suono “Cream”. Nell’assolo il basso martella in accompagnamento alla chitarra.

“Another Man” è favolosa: solo voce, armonica e battito di mani, eppure pulsante come se il gruppo suonasse al completo. “Double Crossing Time”, a firma Mayall-Clapton, inizia con un’introduzione di pianoforte su cui s’innesta il resto del gruppo. E’ un canonico “Twelve Bars”. La chitarra suona in maniera lancinante, come farà qualche anno dopo su “While My Guitar Gently Weeps” di Harrison nel “White Album” dei Beatles. La prima facciata termina con un super classico di Ray Charles: “What’d I Say” (si, quella usata da Teocoli nella famosa gag al pianoforte). Diciamo che questo brano potrebbe essere studiato da chi suona la chitarra ritmica in un gruppo e pensa che voglia dire fare semplicemente gli accordi del brano (magari “a sciacquone”, come diciamo da queste parti). Ecco, la ritmica si suona in questo modo (altra sessione di studio è la chitarra di David Knopfler nei primi due album dei Dire Straits, ma questa è un’altra storia). Al termine c’è una citazione da “Day Tripper” dei Beatles.

“Key To Love” è il secondo brano dedicato a Christine. Stavolta entra in gioco anche una sezione di fiati, ed il brano è decisamente più “hot”. “Parchman Farm” è ancora R’n'B, sembra di vedere Jake & Elwood che si danno da fare al centro di un palco, con Jake che fa i suoi salti più buffi e Elwood che ci da dentro con l’armonica mentre muove i piedi a tempo con quel suo fare dinoccolato. “Have You Heard” completa la trilogia su Christine. Stavolta è un blues canonico con influenze jazz, con un sax che si produce in un grande assolo in apertura.

A questo punto John Mayall si siede al piano e dice ad Eric: “Fai tu, il microfono è tutto tuo”. Così la voce di Eric Clapton viene impressa in un microfono per la prima volta. Il brano è “Ramblin’ On My Mind”, grande classico di Robert Johnson, eseguito solo per voce, piano e chitarra. Ancora un grande assolo.

In chiusura dell’album altri due grandi numeri: “Steppin’ Out”, ancora con un grande Clapton che domina con la sua chitarra per tutto il brano (ed è uno strumentale) su di una sezione di fiati scatenata. Spazio anche per un breve solo di Hammond di Mayall. Per finire arriva “It Ain’t Right”, boogie scatenato con l’armonica a sostituire la sezione di fiati e lanciata poi in bello e lungo assolo al centro del brano.

L’album esce il 22 luglio del 1966 ed inizia una lenta ascesa nella classifica inglese fino a raggiungere il sesto posto, la posizione più alta, la settimana del 24 settembre 1966. In quella settimana la classifica era la seguente: 1°) The Beatles, “Revolver”; 4°) The Beach Boys, “Pet Sounds”; 5°) Bob Dylan, “Blonde On Blonde”. In posizioni più basse ci sono lo Spencer Davies Group (8), Mamas And Papas (9), ancora Beach Boys (10 e 24), Small Faces (12), Kinks (15), Rolling Stones (17), Roy Orbison (21), Elvis Presley (22) ed ancora i Beatles con “Rubber Soul” al 27°. Insomma, roba non da ridere per l’epoca.

Per finire, nella solita mitica classifica dei 500 album più importanti della storia del Rock pubblicata da “Rolling Stone”, “Blues Breakers” viene collocato in 195 posizione: non male per un outsider.

 

 

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