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Archivio Marzo 2014

Dieci Album: “Progressive” – pt2

31 Marzo 2014 2 commenti

Provo ad andare un tantino più veloce, ma la terza parte è inevitabile.


Yes   –   “Close To The Edge”   (1972)

Non conoscevo granché degli Yes. In ambito Prog ero un fan monotematico dei Genesis. Poi un giorno ho deciso di comprare un loro album dal vivo, appena uscito. “Yesshow” il titolo. Mi piaceva la copertina e soprattutto mi piacevano tantissimo le quattro foto dell’interno dell’album, scattate durante uno show del gruppo. Un palco girevole che, piazzato al centro dell’arena, permetteva al pubblico di vedere i propri beniamini da varie angolazioni. Una specie di mega giostra. Poi ascoltai la musica. Ebbene si, l’atmosfera generale era quella prog, decisamente. Solo che suonata al quadruplo della velocità dei Genesis. Così ogni passaggio di tastiere che mi sembrava virtuosistico nei Genesis, ascoltato dagli Yes diventava una roba da marziani. E lo stesso dicasi per chitarra e basso.

Yes sono stati, per quanto mi riguarda, i migliori strumentisti del genere. Ad un’ottima capacità di scrittura abbinavano una tecnica stupefacente. Steve Howe e le sue chitarre portavano il fraseggio jazz all’interno del genere, mentre il basso di Chris Squire diventava punto di riferimento per generazioni di bassisti con il suo stile più da chitarrista che da bassista. Per non parlare delle tastiere di Rick Wakeman, un fluire continuo di note, una specie di Mozart del Rock. E poi la voce di Jon Anderson, un’ottava più su, verso il Paradiso.

Scegliere “Close To The Edge” non è stato facile. E’ stato in  ballottaggio fino alla fine con  ”The Yes Album” e “Fragile”. Questi ultimi, alla fine, scartati il primo perché una grandissima raccolta di canzoni, alcune anche organizzate in forma di suite, ma che non reggono il confronto con l’elaborazione spaventosa di “Close…”. Il secondo perché leggermente rovinato dall’idea di inserire i contributi solisti dei membri del gruppo, creando così un’antipatica discontinuità nel tutto.

“Close To The Edge” è la punta estrema e migliore del Prog versione Yes. Mirabolante, tre soli brani divisi in movimenti. L’apertura, e tutta la prima facciata, è per la title-track. Oltre venti minuti difficilissimi ma dove è chiaramente cantabile la melodia in ogni sua parte. Un gioco sfrenato a cantare di nuovo le strofe ritoccando in maniera significativa il ritmo e la scansione della strofa precedente. Particolare non da poco, ed ancora non sottolineato, Yes suonavano in maniera sublime e, in più, cantavano ancora meglio, unendo le voci in maniera polifonica e fondendole al punto da rendere molto difficile la comprensione delle linee dei controcanti. Una voce sola, appunto.

“And You And I” è una delicatissima canzone sostanzialmente acustica dove Steve Howe la fa da padrone, Jon Anderson canta divinamente e tutto il gruppo esplode nella strofa finale.

“Siberian Khantru” chiude l’album. Un attacco di chitarra talmente bello da diventare il brano d’apertura nei loro concerti di quegli anni, una melodia dominata dalle tastiere di Wakeman e dai contrappunti di Howe, dove la velocità è la caratteristica essenziale. L’apertura strumentale a metà brano è portentosa.

Proprio la grandiosità e la pomposità dello stile Yes segnerà, nel breve volgere di un paio di album, la fine del genere come massima espressione della musica di quel tempo, in favore di un genere più povero da tutti i punti di vista ma molto più accessibile come il punk. Dopotutto il prog  aveva rappresentato una novità assoluta per l’epoca in cui era emerso (proprio da questo derivava il nome di musica “progressiva”), ed il ripetersi all’infinito dei giochi musicalmente mastodontici proprio degli Yes aveva portato il genere ad intrecciarsi su stesso in un vuoto inutile barocchismo. Ma come ovviare a questo ne parliamo più avanti.

Jethro Tull   –   “Thick As A Brick”   (1972)

Sul finire dei Sessanta Ian Anderson ed i suoi Jethro non si sentivano troppo imparentati con il movimento Prog. Caspita, loro facevano blues, magari venato di folk, però essenzialmente blues. Certo, poi Anderson usava uno strumento poco usuale, il flauto, alternandolo negli assolo alla chitarra elettrica e creando un suono ancora più particolare. Diciamolo, il confine cominciava ad essere molto labile tra la musica suonata dal gruppo ed il prog. Nel 1971 arriva “Aqualung”, il successo è planetario e si grida al capolavoro Prog. Il cantante non ci sta. Eppure la title-track presenta un’incedere tipicamente progressive, a partire dal riff giocato sulle stesse note della nona di Beethoven. Poi un break acustico, la ripresa elettrica per culminare in uno di quei solo di chitarra che hanno caratterizzato l’epoca. E l’introduzione di “Cross-Eyed Mary”? Certo, il brano è un rock-blues molto elettrico. E via di seguito. “Mother Goose” è un brano folk molto divertente, “Wond’ring Aloud” è una ballata acustica splendida, “Locomotive Breath” è di nuovo un blues potente.

“Vogliono Prog? Ebbene, l’avranno!!!” urla Anderson e si chiude in casa a comporre. Inizialmente immagina una specie di parodia del genere. Poi ci si cala sempre più dentro e realizza così un libretto da opera rock, o meglio da concept album, che diventa un super classico del prog, consegnando anche il gruppo in maniera definitiva al Pantheon del genere. La storia ruota attorno ad un bimbetto di otto anni, Gerald “Little Milton” Bostock, che vince un premio di poesia della sua cittadina, St. Clive, e che costituisce il testo dell’album. La confezione è particolarmente “avanti”: il disco è racchiuso all’interno di un giornale, il “St. Clive Chronicle”, fornito integralmente, con notizie, foto e passatempo, ed al centro del quale viene pubblicato proprio il poema. Ironia della sorte, in prima pagina campeggia la notizia straordinaria che al piccolo è stato tolto il premio in quanto una commisisone di psicologi ha verificato un suo atteggiamento “malsano nei confronti della vita, di Dio e della sua Patria”, consigliando un trattamento psichiatrico immediato.

L’album è composto come un unico brano di circa 45 minuti senza soluzione di continuità, interrotto a metà solo dalla limitata capienza degli LP in vinile. Il gruppo che lo suona rappresenta la miglior formazione di sempre dei Jethro Tull e, musicalmente, risulta fantasmagorico, un continuo di fughe e briosi tempi veloci, di arpeggi e ricami tra flauto e chitarra, temi ricorrenti che fidelizzano l’orecchio. Qualcosa che ancora oggi suona, a mio riguardo, entusiasmante. Per la cronaca, nel 2012 Ian Anderson pubblica, a firma “Jethro Tull’s Ian Anderson”, “Thick As A Brick 2″. Il “Chronicle” si è aggiornato in un più moderno “StClive.com” e la notizia che campeggia in copertina è “Che fine ha fatto Gerald Bostock?”. E, dopo anni di prove opache, magicamente il barbuto pifferaio ritrova verve e penna, componendo un disco ispirato al passato ma al tempo stesso molto moderno. E, soprattutto, molto buono.

Emerson, Lake & Palmer   –   “Pictures at an Exhibition”   (1971)

Ok, avevo posto la regola del “Niente dischi dal vivo”. Ma “Pictures…” di EL&P non può essere considerato un semplice disco dal vivo. E’ la rilettura da parte dei tre di “Quadri di un’esposizione”, composizione pianistica di Musorgskij, e racconta le sensazioni di un sensibile visitatore nel passare da un quadro all’altro. A tutti gli effetti è un disco a se, poi poco importa che lo studio di registrazione sia stato il City Hall di Newcastle, davanti al pubblico.

Tutto l’estro del trio impazza per i 35 minuti dell’album. Pochi, se si considera che gli ultimi 5 sono costituiti dalla loro versione de “Lo Schiaccianoci” tratto da Cajkowskij. Inoltre sono presenti due composizioni inedite ed originali del gruppo: la prima un’acustica ed evocativa “The Gnome” a firma Lake, la seconda “The Curse of Baba Yaga”, ispirata comunque dall’opera originaria. Leit-motiv è costituito dalla “Promenade”, riproposta in più versioni di cui una cantata, durante l’intera esibizione. Emerson fa la parte del leone con i suoi sintetizzatori, ma Lake e Palmer creano una sezione ritmica da brividi, realizzando un tappeto di metronomica bellezza. Lake viene molto spesso ricordato per la sua splendida voce (“The Sheriff” o “The Curse of Baba Yaga”) e/o per la perfezione dei suoi bozzetti chitarristici (“C’est la Vie”, “From The Beginning”, la già citata “The Gnome”). Ma questo album dimostra anche la sua tecnica di bassista attento ad assecondare con gusto le impervie strettoie di una musica complicata come il Progressive.

Questo album sintetizza forse nel migliore dei modi, e nella maniera più sana, senza inutili fronzoli o manierismi, il mix tra Classica e Rock che inizialmente ha caratterizzato il Prog, rendendolo nuovo, originale e scriteriato il giusto. Ascoltare per credere il “Nutrocker” alla fine dell’album, divertissement puro.

Dovrei?

27 Marzo 2014 Nessun commento

Mi sento dire, da qualche lettore fedele, più o meno “Ma in questo blog ogni disco è meraviglioso, incredibile, fantastico, fantasmagorico, ecc. ecc. ecc. Ma qualcosa che non ti piace esiste?”.

Potrei fare il solito discorso dell’Emozione. Questo blog si alimenta di emozioni e difficilmente riesco a scrivere qualcosa se non provo emozione. Normalmente positiva. Qualche volta mi è capitato di scrivere qualcosa indignato o semplicemente deluso.

E allora più che parlare di dischi orrendi, parlo di qualcosa che non mi ha suscitato l’emozione sperata. Qualche disco che ho provato ad ascoltare senza riuscire ad andare oltre il secondo o terzo brano, qualche volta addirittura neanche una nota.

Perché? Come mai?

Premessa necessaria: su Peter Gabriel chiuso l’argomento!

Paul McCartney – “New”   (2013)

In testa a questa speciale classifica non può non esserci Macca. Mi dispiace. Massimo che sono riuscito ad ascoltare: fino al quarto pezzo. Non è per mancanza di fiducia o di volontà, ma non ce la faccio. Ed è Paul McCartney. Suona al solito come un suo disco interamente solista. Vale a dire dove compone, suona, canta, incide, fa l’ingegnere del suono, spegne le luci dello studio… Insomma, fa tutto lui. Suona vuoto. La penna non è più quella, la voce non è più quella e forse anche la verve. Si mette in discussione con 14 brani nuovi di zecca,e non è da tutti,  e, forse, l’apertura di “Save Us” è bella ritmata, ma contiene un sintetizzatore di troppo. “Alligator” è nel suo stile, già ascoltata negli ultimi quattro-cinque album. Ci mette il mestiere ma l’album si spegne nel trito e ritrito dal quarto pezzo. Alla prossima?

Bruce Springsteen – “High Hopes”   (2014)

Siamo alle solite, forse è uno dei classici luoghi comuni del Rock, ma Bruce senza la E Street o se la gioca con i grandi classici (il bellissimo “We Shall Overcome” sulle canzoni di Pete Seeger) oppure stenta. O almeno non emoziona. E’ vero, una “Thunder Road” o una “The River” non le scrive più, ma in questo caso c’è qualche problema. La title-track, scatenata il giusto apre le danze in maniera aggressiva, ma fuori dai territori del Boss. Che ci fanno quei fiati un po’ Stax? Sulle ballate si ragiona meglio e allora “American Skin” strappa un sei stiracchiato ma meritato. “Just Like Fire Would” ritorna su spazi conosciuti, ma troppo e suona scontata, anche se il ritmo e la voce ti prendono. Poi c’è poco da entusiasmarsi. Insomma, un disco che la dice già lunga dalla copertina: sfocato.

Deep Purple – “Now What”   (2013)

Non c’è più Blackmore, non c’è più Lord. Steve Morse è bravo, ma non sono i Deep Purple nonostante la voce di Ian Gillian. Il pubblico ha apprezzato, ottimo riscontro di critiche e vendite. Però suona come i grupponi da arena americani, quelle belle macchinone pompose tutti ritornelli e muscoli. Possibile ascolto distratto, ma neanche troppo. “Perfect Strangers”, tanto per dirne uno al di fuori dei soliti “In Rock”, “Machine Head”, ecc., era tutta un’altra cosa.

Donald Fagen – “Sunken Condos”   (2012)

Per carità, Donald Fagen è un’istituzione. Un Re Mida della musica pop di lusso. Ho amato in maniera sfegatata gli Steely Dan. E, ovviamente, “The Nightfly”, la cui copertina ha generato la mia passione per la radio (che prima o poi riuscirò a realizzare). Ma il suo ultimo album non mi prende. Peccato. Eppure i suoni sono i suoi, così come le atmosfere. Brillanti, di enorme classe. E poi quella voce così particolare e quelle melodie mai scontate. Eppure, sembra assurdo, stavolta è proprio questo che funziona poco. La dove in “The Nightfly” tutto era originale e nuovo, qui tutto è già sentito e freddo. E’ il solito bastardo tempo che passa e che mette in fuorigioco anche inossidabili di gran classe come Donald Fagen. In ogni caso il migliore tra quelli descritti fin qui.

Beady Eye – “BE”   (2013)

Noel Gallagher – “High Flying Birds”   (2011)

Sono stato un tifoso degli Oasis per tutti gli anni Novanta. O almeno fino a “Be Here Now”, il loro terzo album. Mi sono stati anche sempre molto molto antipatici, con quelle arie da perenni “noi siamo noi e voi….”. Eppure, finché ha funzionato, la loro musica si è caratterizzata per una semplicità esagerata. Quattro accordi a canzone, e spesso gli stessi (non ci credete? gli accordi di due loro grandi successi, “Wonderwall” e “D’You Know What I Mean” sono esattamente gli stessi), linea melodica essenziale ma killer, suono povero e senza particolari virtuosismi ma indubbiamente efficace. Poi, finalmente, perchè era notizia un giorno si e l’altro sui giornali, i due fratelli hanno litigato definitivamente. Ma come Oasis non stavano più producendo nulla di decente almeno da quattro album. E allora due gruppi clone: l’odioso Liam ha continuato con il gruppo cambiandogli solo il nome (Beady Eye), il più talentuoso Noel con un suo progetto solista, ovviamente e volutamente dallo stesso suono dell’originario.
Risultati? Due dischi inascoltabili, copie di copie di copie, senza uno sprazzo, senza una luce. Senz’anima. E, per certe cose, l’anima è tutto.
Francesco Guccini – “L’Ultima Thule”   (2012)
Guccini saluta il suo pubblico con un ultimo album e lascia le scene. L’album precedente, “Ritratti”, risaliva al 2004 e, diciamolo, non era stato all’altezza dei precedenti. Il grande affabulatore, il raccontare che mi ha affascinato nei suoi libri “Croniche Epafaniche” e “Vacca d’un Cane”, il divertente battutista che interrompeva un brano per spararne una tra una sorsata di vino ed una erre arrotata, con settantadue primavere sulle spalle decideva di lasciar perdere con la musica con quest’ultimo regalo.
Disincanto, perdita di ideali o molto più semplicemente stanchezza alla base della decisione. E sicuramente, il tempo che passa. Stavolta il caso è diverso. L’album è bellissimo ma non riesco ad andare oltre il terzo brano per la pesante tristezza di cui è intriso e che ti toglie il fiato.

 

 

 

 

Il Disco Del Mese: “Songs From Northern Britain” (1997)

26 Marzo 2014 2 commenti

Attenzione!
Stavolta per “IDDM” un disco sconosciuto ai più. Abbastanza recente. Insomma, i suoi diciassette anni comincia ad averli. Però è ancora un gran bel disco e ne scribacchio. Magari qualcuno ne resta incuriosito.

Immaginate il triste grigiore di una città perennemente in crisi negli anni ottanta-novanta come Glasgow. Immaginate due ragazzi con la passione per la musica e pochissime speranze di emergere. E, soprattutto, immaginate le loro idee decisamente poco chiare sul futuro. Norman Blake e Raymond McGinley, studenti, s’incontrano così in un fumoso locale della città, fanno amicizia e decidono di mettere su un gruppo. Ci vuole del tempo ed accade decisamente poco finché i due non danno una rimaneggiata al gruppo cambiandogli nome in Teenage Fanclub. Fanno una musica tra il grunge ed il noise, quando Seattle è solo una città industriale dell’ovest degli Stati Uniti.

Eppure qualcosa si muove ed in capo a due anni, tra il 1990 ed il 1991, pubblicano tre album. Nulla di che, suono sporco ma dal quale emerge l’amore per i R.E.M. e per i loro mentori, Byrds e Beatles. In particolare il terzo album, “Bandwagonesque”, si avvicina alla Top 20 degli album britannici. Iniziano ad essere suonati dalle radio soprattutto dei college, che in Inghilterra e Stati Uniti decidono il successo dei gruppi Indie. Nel Poll che la rivista inglese “Spin” indice ogni anno tra i suoi lettori “Bandwagonesque” vince come miglior album davanti ai due successi mondiali del momento, “Nevermind” dei Nirvana  e nientemeno che  ”Out Of Time” dei R.E.M. (quello con “Losing My Religion” e “Shiny Happy People”).

Un radioso futuro si profila. “Thirteen” (1993) e “Gran Prix” (1995) fanno decisamente breccia nel cuore e nelle tasche degli inglesi, tanto da salire rispettivamente fino al 14° ed al 7° posto nelle charts. Segue tour come gruppo spalla degli Oasis: i fratelli Gallagher sono dei loro fan (“Teenage Fanclub sono la seconda miglior band al mondo, dopo noi ovviamente”, dice Liam Gallagher in un’intervista).

E il tutto continuando ad incidere per una piccolissima label discografica (Creation), perciò senza alcuna possibilità di distribuzione in mercati più grandi sia nel loro paese che negli Stati Uniti.

Nel frattempo il loro sound si era evoluto verso un suono più immediato e più morbido, favorendo melodia ed impasti vocali.

E finalmente arriviamo a “Song From The Northern Britain”, rilasciato a luglio del 1997. Sempre per la Creation. In Gran Bretagna è boom: su su fino al 3° posto nelle classifiche nazionali.

Fino a qui, e per i cinque anni successivi, per me i Teenage non esistono. Mai sentito parlare, neanche per sbaglio. Poi un giorno scopro Nick Hornby. Mi divoro “Febbre al 90°”, “Alta Fedeltà” e “Un Ragazzo”. Poi arriva “31 Canzoni”, un saggio sulle canzoni che hanno caratterizzato la sua vita. Tra queste si possono trovare “Heartbreaker” (Led Zeppelin), “Thunder Road” (Springsteen), “Samba Pa Ti” (Santana), “Smoke” (Ben Folds) e “Caravan” (Van Morrison). E poi ancora Patti Smith, J. Geils Band, Rod Stewart, Ian Dury, Jackson Browne e tanti altri. Ma, in testa a tutti, numero 1, “Your Love Is the Place Where I Came From”. Teenage Fanclub, “Songs From Northern Britain”, appunto.

Il brano, suonato dal gruppo alla presentazione di uno dei libri di Hornby, gli lascia emozioni indelebili, segnando un po’ il suo passaggio dall’onesto professore di liceo allo scrittore professionista. E, su tutto, un appunto molto chiaro: “Questo disco rappresenta, in termini di melodia, la cosa migliore prodotta dopo Rubber Soul dei Beatles”.

Ok, se lo dice lui mi posso fidare. Così, tempo tre giorni, il disco è nelle mie mani, comprato assolutamente a scatola chiusa.

“Songs From Northern Britain” è un grande disco proprio dal punto di vista melodico. Dodici brani, nessuno da scartare. Chitarre elettriche pulite, dodici corde, suoni rilassati, voci che si incrociano. Sarà il nord della Gran Bretagna, ma l’atmosfera è solare. Le nuvole della copertina che passano nel cielo sopra una giostra spenta stanno sicuramente allontanandosi per lasciare spazio ad una bella giornata. E la giostra, quella sera, riprenderà vita per il divertimento di tutti.

Inutile descrivere i brani uno per uno. Sono tutti di ottimo livello. Giusto qualcuno: l’apertura di “Start Again” è un bel manifesto, rilassato ed orecchiabile, “Ain’t That Enough” inaugura i ritornelli-killer dell’album, le belle ballate “Planets”, “Winter” e “Mount Everest”, e poi la già citata “Your Love Is the Place Where I Came From”, canzone solo all’apparenza monotona, mostra un lato di una dolcezza appassionata di cui è difficile scordarsi da quel momento in poi (“quando sono solo sono perso nello spazio“).

Peccato poi che da quel momento i Teenage Fanclub si siano rivelati la grande promessa mancata del Britpop, non riuscendo più ad avvicinarsi con gli album successivi alla perfezione di “Songs From…”, mantenendo comunque un buon numero di fan se è vero che i quattro album incisi successivamente (quattro in dieci anni, da “Howdy!” del 2000 fino a “Shadows” del 2010) sono riusciti comunque a raggiungere i dintorni della posizione 30 nelle classifiche inglesi.

Dieci Album: “Progressive” – pt1

24 Marzo 2014 3 commenti

Allora riprovo a fare un bel gioco. Ma si, quello del “cosa porteresti su di un’isola deserta”, ecco, questo…

Stavolta provo per genere. Cominciamo dal Progressive. Anche stavolta (come a luglio 2012) stabilisco le regole:

1) prima di tutto non è una classifica, perciò l’ordine è puramente casuale.

2) non riporto “outtakes”, magari le aggiungete voi nei commenti.

3) niente album dal vivo, anche se nel genere ci sono poi pro e contro. Normalmente sono dischi tecnicamente (e spesso anche emozionalmente) fantastici. Prendete un “Lamb Lies Down On Broadway” dal vivo a Los Angeles (1975), uno “Yessongs” o anche semplicemente uno dei tanti degli Spock’s Beard. Dall’altro non regalano quai mai novità, visto che i musicisti prog hanno una curiosa tendenza a ripetere le note dei loro brani esattamente come una partitura classica.

4) niente raccolte: ovvio.

5) separo un pre- da un post-… non so bene cosa però, poi si vedrà. Ho la sensazione che ne verranno fuori tre parti.

Genesis   –   “Foxtrot”   (1972)

Ok, per me questo è il Progressive. Avrei potuto utilizzare qualsiasi disco dei Maestri e, se qualcuno mi segue, sapete anche che sono abbastanza ben disposto anche nei confronti di “Genesis” o di “Positive Touch”. Ma “Foxtrot” è la quintessenza del Progressive. 197x. C’è un gruppo in Gran Bretagna che ha qualche difficoltà a farsi apprezzare in patria. Va leggermente meglio dalle nostre parti e in alcuni altri paesi europei che, viceversa, si sono accorti di loro. Hanno realizzato un album molto embrionale (“From Genesis To Revelation”), un ottimo album (“Trespass”) ed un grandissimo album (“Nursery Crime”). Ma è con “Foxtrot” che, a mio parere, realizzano la summa e perfezionano la loro forma musicale al massimo dell’espressività. E niente hanno a che fare con classifiche e robaccia simile. Quella le lasciano a chi è meno, e spesso molto meno, concettuale di loro. Sono Artisti nella forma più chiara del termine.

In “Foxtrot” c’è di tutto. Sei brani. Si comincia dalla futuristica “Watcher Of The Skies” con una meravigliosa introduzione sinfonica di Tony Banks (per anni aprirà i concerti del gruppo), su degli alieni che osservano dal loro cielo la nostra Terra ormai disabitata. La storia alla base è che Banks e Rutherford, dalla terrazza del loro hotel a Napoli, non vedevano passare nessuno per strada, immaginando così un mondo disabitato. Si passa poi a “Time Table”, storia di un tavolo che racconta le generazioni passate con occhio nostalgico, fino a ricoprirsi di polvere. Il tutto condotto dal pianoforte di Banks e la voce di Gabriel al massimo della sua espressività. Poi c’è il secondo capolavoro dell’album, “Get ‘Em Out By Friday”. Una mini opera rock di 8 minuti e 40 secondi. Con tanto di personaggi (il venditore, il buttafuori, vari inquilini, il presentatore del telegionale, ecc.) ed una morale che oggi come oggi risulta più che mai attuale: il dio denaro pretende che i poveri si spostino più in là, non importa dove, ma non rompano le scatole. “Can-Utility And The Coastliners”, la cui traduzione è, a detta dello stesso Peter Gabriel nel suo incerto ma discreto italiano durante un concerto di quel tour, “praticamente impossibile” è un altro brano grandioso. Racconta di un re che pretendeva di dominare il mare semplicemente a comando. E così si fa condurre sulla spiaggia e si siede sul suo trono in riva al mare in tempesta. Non finisce bene. Il brano si apre con una di quelle melodie arpeggiate splendide e la voce di Gabriel perfetta. Al secondo ritornello entra tutto il gruppo ed è grande rock. I suoni sono compatti e profondi. Un coro da l’avvio alla parte strumentale. Per chi non l’avesse mai ascoltata, questo è il momento. E’ semplicemente imperdibile. E siamo solo alla fine della prima facciata. La seconda si apre con un brano delicato solo di chitarra di Steve Hackett, “Horizons”. E per finire, Signori e Signore, lei, la Magnifica: “Supper’s Ready”. Ventitrè minuti di purezza progressive, tra melodia, squarci musicali complessi ed in tempi assurdi (9/8) e crescendo sinfonici. Una lunga suite in sette movimenti. E, per tutta la sua durata, un testo spesso criptico che tratta di temi religiosi e conduce verso una nuova Gerusalemme, partendo da due innamorati che subiscono una mutazione del corpo, per poi addentrarsi in un viaggio che li fa passare da un contadino, da un custode del santuario (il Cristo e l’Anticristo), da due generali di quest’ultimo fino a Winston Churchill travestito. Il tutto attraverso giochi di parole e versi molto ispirati. Insomma, ci vorrebbe un post solo per “Supper’s Ready”!

King Crimson   –   “In The Court Of The Crimson King”   (1969)

Attenzione, non ho nessuna intenzione di annoiarvi sugli altri quattro dischi di questa pt1 come ho fatto sopra. Vado più veloce. Eppure il Prog è così. Non si può non trattarlo ampiamente, con tutta l’immensa tavolozza di sensazioni, colori, passioni che scatena.

Nel secondo semestre del 1969 la fremente scena musicale londinese, composta di musicisti ed addetti ai lavori a vario titolo, si riuniva al Marquee, locale di Covent Garden, almeno una volta alla settimana per ascoltare un gruppo che faceva faville: i King Crimson. Capitanati da un chitarrista genialoide che rispondeva al nome di Robert Fripp, annoveravano tra le loro fila anche giovincelli di buone speranze come un certo Greg Lake, ottimo bassista e soprattutto cantante, Ian MacDonald, polistrumentista, e Mike Giles (batteria e percussioni). Un certo Pete Sinfield, poeta, contribuiva con le sue liriche a dare maggiore spessore ad una musica già sfrenatamente concettuale. L’album d’esordio del gruppo è semplicemente meraviglioso. A partire dal brano d’apertura, “21st Century Schizoid Man”, che inizia come un nervoso rock, con un riff di quelli che ti porti dentro. Poi distorta arriva la voce di Lake che urla contro l’imperialismo americano. Al centro si apre uno strumentale mozzafiato con tutti gli strumenti in evidenza. Il tutto registrato con un otto piste in una sola take e poco più. Pazzesco.

Il resto dell’album si muove invece su atmosfere più rarefatte e delicate. “I Talk To The Wind” è melodia pura, sospesa, bellissima, con degli interventi di flauto perfettamente integrati. “Epitaph” segue la stessa linea, ma con una maggiore presenza di tastiere. Anche qui la voce di Lake è perfetta e, senza la distorsione del primo brano, si dispiega in tutta la sua potenza. “Moonchild” inizia con una nuova melodia carica di attese. Tastiere e poche percussioni accompagnano il canto. Poi il brano, molto lungo (più di dodici minuti), si perde un po’ in un eccessivo sperimentalismo, ai limiti della musica dodecafonica. Ma tutto viene perdonato con l’arrivo della title-track a chiudere l’album. Stavolta sono quasi dieci minuti ben spesi. Dalla pomposa introduzione all’arpeggio di chitarra acustica che accompagna la strofa cantata da Lake e, possiamo dirlo, melodicamente indimenticabile. Anche qui una parte strumentale centrale molto bella, classicheggiante.

L’album diventa un gran successo in Gran Bretagna (arriva fino alla posizione n° 5), negli Stati Uniti (27°) ed in Giappone (1°!!!).

Caravan   –   “In The Land Of Grey And Pink”   (1971)

Richard Sinclair nasce in un paesino ad una decina di miglia da Canterbury, sulla costa del Kent. Talento musicale già in giovane età, passerà alla storia del Prog per aver fondato, insieme al cugino Dave (tastiere), Pye Hastings (chitarra e voce) e Richard Coughlan (batteria), il gruppo dei Caravan, tra i migliori esponenti di quella che è stata definita “Scuola di Canterbury” del Prog. La scena della cittadina della sonnolenta provincia a due passi da Londra è caratterizzata per un approccio più solare e leggero al Prog, fino a quel momento contaminato dalla musica sinfonica e dal blues, pur mantenendo una notevole concettualità, soprattutto nei testi, ed un riferimento alla contaminazione tra i generi, con riferimento particolare anche al Jazz ed alla Psichedelia.

Occorre dire anche che i Caravan non avranno una vita felicissima come gruppo. Continui abbandoni e riunioni ne caratterizzeranno l’attività per parecchi anni, non permettendogli più di toccare le vette dei primi album ma mantenendo una dignitosa vita almeno fino alla prima decade degli anni duemila.

In ogni caso “in The Land….” è il loro capolavoro. Si parte con “Golf Girl” introdotta da una trombone. La particolare voce di Richard Sinclair, autore di quasi tutto il materiale dell’album, conduce un brano brioso dal suono molto acustico. “Winter Wine” inizia come una delicata ballata acustica che pesca dai canti popolari della tradizione anglosassone, con una linea melodica molto originale, per poi prendere subito ritmo e trasformarsi in un brano dai riflessi psichedelici. Molto bella la parte strumentale, giocata tra tastiera e chitarra elettrica con un gran lavoro ritmico del basso in sottofondo. Un finale sospeso di tastiera apre al riff di chitarra e batteria di “Love To Love You (And Tonight Pigs Will Fly)”, possibile hit (supera di pochi secondi i tre minuti). Atmosfera rilassata e suoni semplici per un brano dal divertente testo d’amore, fra il sognante ed il sarcastico. La title-track inizia con un arpeggio di chitarra acustica per poi dipanarsi nella strofa, molto melodica ma non scontata. Anche in questo caso la parte centrale del brano è dedicata alle abilità del gruppo, con un assolo stavolta giocato tra pianoforte e chitarra elettrica.

Pezzo forte dell’album è la suite  finale in otto movimenti, “Nine Feet Underground”: quasi 23 minuti, perlopiù strumentali, di contaminazioni tra pop e jazz, nata dalla fusione tra tre brani diversi che non riuscivano a completarsi. Un brano che riesce a non annoiare neanche per dieci secondi.

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