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Archivio Giugno 2014

Il Disco del Mese: “Woodface” (1991)

20 Giugno 2014 Nessun commento

Te Awamutu è una cittadina di diecimila anime nel nord della Nuova Zelanda. Qui nasce nel 1958 Neil Finn. Ha cinque-sei anni quando i Beatles esplodono in tutto il mondo, Australasia compresa. Cresce a pane e Beatles, impara a suonare la chitarra ed ha una voce niente male. Ha un fratello, Tim, di qualche anno più grande lui, che fonda nei primi anni Settanta un buon gruppo dal nome Splint Enz. Il gruppo mantiene il suo successo circoscritto all’isola finché, durante il 1977, Phil Judd, co-fondatore e chitarrista del gruppo non saluta e se ne va. A Tim non pare vero, e chiama in sostituzione il fratello Neil.

Il gruppo riesce ad avere successo anche al di fuori del paese di origine ed i due fratelli ne mantengono le redini fino al 1985, quando si sciolgono.

A questo punto Neil Finn, idee ben chiare, fonda i Crowded House insieme al batterista Paul Hester, come lui transfuga degli Splint, ed al bassista Nick Seymour. E tutto inizia a lento rilascio: La Capitol non li spinge promozionalmente e ci vuole un anno affinché il primo album, omonimo, del gruppo (1986) raggiunga la posizione n° 12 negli USA ed il singolo (epocale) “Don’t Dream It’s Over” arrivi fino al 2° posto. Nel 1988 arriva “Temple Of Low Man”, buon disco, che non riesce però a confermare i numeri del primo album. L’attività live del gruppo è frenetica, sono in classifica praticamente in tutto il mondo. Decidono così di far salire a bordo il polistrumentista Mark Hart.

Segue un periodo di pausa nel quale Neil Finn si riunisce con il fratello Tim per comporre dei brani per un album da pubblicare come “The Finn Brothers”. Ma la casa discografica preme per un nuovo album a marchio Crowded House e così Neil si vede costretto a richiamare in servizio rapidamente Hester e Seymour (Hart ha già mollato) ma non ha tutto il materiale necessario per far partire un nuovo progetto da zero.

Così arriva la grande idea: convince il fratello ad utilizzare il materiale “Brothers” come “Crowded”. Ok, dice Tim, però mi fate entrare a pieno titolo nel gruppo. Occorre considerare che forse negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nel resto del mondo Crowded House erano un gruppo conosciuto, ma come tanti. Ma in casa (Australia e Nuova Zelanda) erano autentiche star con fenomeni da crowdedhousemania.

Ed il gioco è fatto. Il materiale già composto da Neil & Tim è strepitoso, in più Neil piazza alcuni suoi brani tra i più felici mai composti (parlo in assoluto, in tutta la storia della discografia!). Inoltre le session producono un’altra manciata di canzoni che rimarranno escluse dall’album ma faranno la felicità dei collezionisti per almeno tre lustri fino al momento della pubblicazione in alcune raccolte a cavallo del duemila.

L’album verrà pubblicato il 2 luglio 1991: 1° in Nuova Zelanda, 2° in Australia, 6° in Gran Bretagna, nelle “Top 20″ di Canada e di mezza Europa. Non benissimo negli Stati Uniti (max 83°), ma complessivamente 8 volte platino. 5 singoli estratti dall’album e tutti e 5 nelle “Top 50″ in UK, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Olanda.

Complessivamente 14 tracce più una fantasma. Otto a firma Neil & Tim (FB), cinque del solo Neil (NF) e due del batterista Paul Hester (PH).

Premessa essenziale, che colpevolmente andava scritta all’inizio del post: Neil Finn, per quanto mi riguarda, è nel mio personale Pantheon degli Autori Pop. Ed è lì in ottima compagnia: Lennon & McCartney, Paul Weller (meglio ai tempi dei Jam che dopo), Difford & Tilbrook (Squeeze), Partridge & Moulding (XTC), Ray Davies e pochi altri. Questo solo per dire che una disamina completa di tutti e quindici i brani che compongono “Woodface” non è assolutamente necessaria. Sappiate solo che è un album da ascoltare tutto di un fiato, dall’inizio alla fine, senza tempi morti, senza brani fuori posto. Si va dal modern Soul di “Chocolate Cake” (FB) al rock leggero di “It’s Only Natural” (FB), dal mid-tempo delicato e  teso ma al tempo stesso estremamente solare  di “Fall At Your Feet” (NF) al rock scatenato di “Tall Trees” (FB). Seguono due capolavori come “Weather With You” (FB) e “Whispers And Moans” (NF) di fulgida bellezza. “Four Seasons In One Day” (FB) è una delicata ballata, “There Goes God” (FB) è un brano ritmato introdotto dall’armonica,  dove la chitarra suona un po’ alla Smiths,  mentre “Fame Is” (NF) accelera di nuovo.

“All I Ask” (FB) viene introdotta da una sezione di archi ed è una canzone quasi da crooner semplicemente geniale. Sembra ridondante, ma ad ascoltarla bene risulta essenziale e piacevole come poche. “As Sure As I Am” (NF) è la canzone perfetta che chiunque vorrebbe poter scrivere almeno una volta nella vita, con un bel passaggio tra il minore della strofa ed il maggiore del ritornello. “Italian Plastic” (PH) cita qualche parolina del nostro idioma (bella bambina) ed è sempre un lui che cerca di convincere una lei che alla fin fine è l’uomo della sua vita, ma non butta benissimo. E nonostante siano passate dodici canzoni dall’inizio, c’è ancora spazio per un piccolo capolavoro come “She Goes On” (NF), dal ritornello di pura melodia. Il finale è per “How Will You Go” (FB), ancora una dolce ballata difficile da togliersi dalla mente. Il brano finisce in 3 minuti. Poi 39 secondi  di vuoto e parte la breve traccia fantasma di “I’m Still Here” (PH), brano sgangherato come pochi: prendere una sequenza ed una melodia di pochi accordi pop e passarli dentro un frullatore psichedelico.

L’album finisce e, decisamente, non è poco. Suonato e cantato meravigliosamente. I suoni delle chitarre, delle tastiere, del basso e della batteria sono molto puliti per non dire scintillanti, mentre le voci si sovrappongono in cori e controcanti che hanno imparato la lezione beatlesiana a meraviglia.

Un disco imperdibile come tutta la prima discografia dei Crowded House.

Post Breve

17 Giugno 2014 2 commenti

La storia della Musica Pop è percorsa da un feroce luogo comune: la difficoltà del terzo disco. Normalmente un Artista (o un gruppo) possiede una spinta straordinaria tra il primo ed il secondo disco. E’ facile notare spesso che i due album suonino abbastanza simili. Tutto ciò perché in genere il materiale è comune e fa parte della prima produzione, quella per la quale si viene notati dal “genio” discografico di turno.

Poi il successo si consolida, arrivano i concerti, i tour, la tv, le interviste. E qui iniziano i problemi. Spesso è la casa discografica a premere per avere il nuovo album, per continuare a vendere sull’onda dei primi due, prima che il pubblico si stanchi. A questo punto può accadere di tutto. In parecchi casi si tratta di un flop: brani scritti in fretta, incisi di corsa, svogliati, non convinti.

I Grandissimi superano il problema senza difficoltà: Pino Daniele si permise “Nerò a Metà” come terzo album e “Vai Mo’” come quarto. Per carità, nessuno è esente: “Bella ‘Mbriana” era già al di sotto e da lì in poi non si è più ripetuto neanche per sbaglio. E così anche “Camera a Sud” per Capossela, “Samuele Bersani” o “No Smoking” per Caputo.

Tutta questa breve premessa (in controtendenza decisa con il titolo del post!) per dire che, ma non è una scoperta, ha splendidamente superato l’esame del “terzo album” Alessandro Mannarino. E’ da pochi giorni nei negozi ed in download digitale il suo nuovo (e bellissimo) album intitolato “Al Monte”.

Diciamo due cose importanti. Prima di tutto Alessandro ce l’ha fatto sospirare: tre anni tra il precedente “Supersantos” ed il nuovo. Buon segno, sicuramente meditato e non tirato via. Solito discorso di incidere solo se si ha qualcosa da dire, altrimenti si diventa Venditti…

Secondo, il disco risulta assolutamente essenziale: nove brani per meno di quaranta minuti complessivi, come ai tempi del vinile. Verrebbe da dire “solo” nove brani. L’effetto complessivo è un po’ quello dei bei libri: si ha sempre la sensazione che finiscano troppo presto e si cerca magari di leggerne poche pagine per volta per farli durare più a lungo.

Nello specifico, poco cambia rispetto ai due precedenti, se non un’acquisita maturità artistica ed intellettuale. I nove brani spaziano come sempre nel melange folk-latino-gitano assolutamente acustico. I testi continuano ad essere poesia pura. Tra i leit-motiv la razza umana riletta attraverso l’appartenenza alla classe “animale”. E così “Malamor” racconta il passaggio da un’infanzia travagliata alla divisa militare ed alla guerra, ed i danni provocati dalla mancanza d’amore (“la mia testa era più vuota quindi pronta per la guerra”, “l’uomo si fa bestia quando non riceve amore”).

Che Mannarino avesse doti d’interprete ben oltre la (mai) semplice esecuzione di una canzone, ma molto vicine a quelle di un attore, lo dimostra anche in questo album. Su “Deija”, ovvero la necessità per l’uomo di rivolgersi ad una qualche entità sovrannaturale, ascoltate la descrizione del settimo dio: ha qualcosa di magico. E poi l’urlo dell’ubriaco (o forse di un predicatore?): un brivido. “Gli Animali” è il singolo, ti entra subito in testa, ed è una rassegna calzante della varia umanità che ci circonda. Di spessore la chiacchierata finale con il nonno sulla nostra vita di pesci del mare.

E ancora “L’Impero”, pura poesia. Doppio piano di lettura. Lei aspetta il suo amore che prima o poi tornerà. Dall’altra lui combatte da qualche parte, non necessariamente in una guerra. “Scendi Giù” si muove sulle orme di “Bar della Rabbia”, è una specie di talking. Anche qui si parla di piccoli e grandi suprusi. E non è detto che alla fine si vinca noi. In “Gente” lei lo lascia e “credemmo di non morire come i fiori di Aprile ma il giorno che venne la neve lasciammo soltanto impronte leggere”. “Signorina” è sfavillante, un bozzetto su una vita borderline tesa ed emozionante. “Al Monte” è un brano elaborato, parlato, ancora poesia-canzone. Ancora la sua voce a declamare. Ancora un’evoluzione di un lui ed una lei. Un’ascesa verso una vetta. Bellissima.

Infine “Le Stelle”. Stavolta la base è un pianoforte. Sarà per questo, ma si tratta del brano più atipico della sua intera produzione. Provate ad immaginare di ascoltarlo sdraiati su di un prato sotto una volta stellata e limpida, di quelle che si trovano lontane dalle luci della città.

Ok, era chiaro. Non era da Alessandro Mannarino e dal suo “Al Monte” che potevo iniziare la serie dei “post brevi”…….

PS: questo è l’album della consacrazione definitiva di Mannarino. Lo dice la partecipazione ai programmi tv di maggior qualità e l’infinito numero di interviste e recensioni entusiaste sul nuovo album. Non volevo copiare nessuno, nè tantomeno ispirarmi ad alcunchè. Sarebbe stato troppo facile. Ho semplicemente cercato, come al solito in questo blog, di trasmettere le enormi emozioni che l’ascolto dei brani mi ha provocato…..

Breaking News – n°1

11 Giugno 2014 Nessun commento

Se trovo qualche notizia fresca, gironzolando per il web, attinente a questo blog (oppure no, non fa niente) la pubblico… sperando che tra lo scriverla ed il pubblicarla non diventi “vecchia”….

BN 1 – Crosby, Stills, Nash & Young

Esce il 7 luglio in Gran Bretagna e Stati Uniti (dal giorno 8 in Italia, ma solo in digital download, così informa Amazon per ora) “CSNY 1974″, il cofanetto contenente 3 cd ed un dvd relativo al tour negli stadi americani ed europei della superband avvenuto nel 1974 e fino ad oggi non documentato, a parte i soliti bootleg. Due mesi di tour per trentuno concerti in ventiquattro città.

Il cofanetto conterrà 40 brani, di cui 8 rappresentano il contenuto dell’inedito dvd incluso. Il tutto corredato da un libretto di 190 pagine.

Tra i brani “Love The One Your With”, “Helpless”, “Wooden Ships”, “On The Beach”, “The Lee Shore”, “Guinevere”, la spettacolare “Suite: Judy Blue Eyes”, “Deja Vu”, “Blackbird” dei Beatles e tantissime altre assolutamente imperdibili per chiunque ancora senta battere il cuore forte per la West Coast americana.

BN 2 – The Who

Pete Townshend, chitarrista e leader degli Who, ha composto due strepitose opere rock: “Tommy” (1969) e “Quadrophenia” (1973). Entrambe celebrate in due film. Ma se in “Tommy” Ken Russel ha dato una sua interpretazione visionaria dell’intero album (ovviamente in accordo con il gruppo), ripercorrendone fedelmente il libretto e la musica, “Quadrophenia” è stato solamente tratto dall’opera, svolgendo sostanzialmente la trama dell’opera ma lasciando la musica sullo sfondo. Anche dal vivo le due opere hanno subito storie diverse: mentre “Tommy”, decisamente più immediata, è stata da sempre suonata live dagli Who, per la seconda il live non è stato mai la dimensione ottimale. Gli Who ci hanno provato qualche volta, in particolare all’uscita dell’album, ma l’utilizzo di nastri preregistrati per alcuni effetti ha come ingabbiato la band in una dimensione che non gli era assolutamente congeniale. Ma dal 1996 la situazione è cambiata e “Quadrophenia” è stata portata dagli Who, ormai protesi a celebrare se stessi (non a caso Pete Townshend ha affermato che l’opera rappresenta l’ultimo album “pensato” dal gruppo) in tour più o meno lo stesso numero di volte di “Tommy”. Perciò “Quadrophenia – Live in London” è il documento che riprende integralmente quanto avvenuto a Londra l’otto luglio del 2013 quando, accompagnati da Zak Starkey (batteria), Pino Paladino (basso) e Simon Townshend (chitarra), Roger Daltrey e Pete Townshend hanno eseguito di nuovo l’opera integrale. Il tutto si può trovare, da qualche ora, in tutti i negozi e, soprattutto, in tutti i formati. Si va dalla versione mp3 (13 euro su Amazon) al doppio cd (16 euro), dalla versione DVD (sui 18 euro) alla Blu Ray (sui 23 euro), alla “Deluxe Edition” che contiene il tutto oltre al classico libretto e ad un Blu Ray solo audio che contiene un nuovo missaggio dell’opera originale (circa 87 euro scontatissima sempre su Amazon). Da segnalare che, in coda all’esecuzione dell’opera, The Who eseguono anche cinque grandi classici (“Who Are You”, “Pinball Wizard”, “Baba O’Riley”, “Won’t Get Fooled Again” e “You Better You Bet”, oltre ad un brano minore tratto dal loro ultimo album “Tea & Theatre”).

Magari ne riparliamo appena riesco ad ascoltarlo.

BN 3 – Phish

La band americana, che ripercorre i sentieri tortuosi ma certe volte entusiasmanti del cross-over, ha in uscita il nuovo album dal titolo “Fuego” a cinque anni dal precedente “Joy” e dopo essersi separati e poi riuniti. E, soprattutto, dopo aver continuato a percorrere in lungo ed in largo gli Stati Uniti per portare la loro musica praticamente ovunque. L’uscita dell’album è stata da loro stessi comunicata sulla pagina Facebook del gruppo. La data prevista per la pubblicazione è il 24 giugno. Anche qui svariati formati, tra cui una singolarissima versione in doppio vinile arancione da 180 grammi. A chi preordina sul sito dei Phish anche gadget vari come magliette, canotte ed altro.

Grande Famiglia Again!!!

9 Giugno 2014 Nessun commento

Evviva, la Grande Famiglia dei Beastie Beat è cresciuta: da pochissime ore è nata I, la splendida bimba del mio amico D, chitarrista e seconda, terza, quarta e quinta voce del Gruppo. Auguri alla sicuramente futura musicista ed ai fortunatissimi genitori!

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….mi manca molto….

5 Giugno 2014 2 commenti

….un link per un video (ed un bellissimo brano) che lo ricordano….
http://www.youtube.com/watch?v=I5DzSfAiDUc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venti!!!

4 Giugno 2014 Nessun commento

Finalmente è arrivato.

Il disco da me più atteso (al pari di una novità di Dave Matthews e delle nuove uscite in qualche modo attinenti ai Beatles) è da qualche giorno nei negozi. “Venti” è il titolo del nuovo album doppio cd + dvd prodotto dai Modena City Ramblers.

Mossa molto particolare. All’Estragon di Bologna, prima data del nuovo tour celebrativo dei vent’anni di musica e scorribande in lungo e largo per l’Italia e per il Mondo, il gruppo ha inciso il tutto per farlo uscire a tempo di record mentre il tour è ancora in corso.

Ho acquistato l’album il giorno stesso dell’uscita. La mia prima idea è stata quella di mostrarlo in un post e scribacchiarne qualche breve nota sulla fiducia. Poi mi sono detto: “Che fretta ho?”. Ed allora, approfittando del lungo weekend, l’ho ascoltato a ripetizione.

Parto da una premessa: è inutile che racconti cosa sono per me i MCR. Ne ho parlato tantissimo. Per chi fosse interessato, rimando ai post “Ramblers” (aprile 2010) e “MCR Live” (aprile 2011).

E allora qualche breve notazione su questo album. Inizio con il dire che un disco dal vivo dei MCR mancava proprio. Mancava da parecchio. Il precedente, “Raccolti”, acustico ed inciso al Sisten Irish Pub di Novellara in una bella atmosfera intima ed al tempo stesso di festa, risaliva ormai al 1998, ed era stato una scelta decisamente controcorrente. Quando la forza del gruppo risiedeva chiaramente proprio nella dimensione “live” del concerto elettro-acustico trasformato sempre in evento con migliaia di persone, i MCR sceglievano di incidere un concerto esclusivamente acustico, con una rilettura dei brani attraverso arrangiamenti più morbidi e la scelta di alcuni brani dialettali o non pubblicati precedentemente.

I MCR, a mio parere, hanno il potenziale per incidere un album dal vivo per tour, come fanno ormai quasi tutti (comunque in parecchi). O, ancora meglio, di procedere come Dave Matthews Band: aprire gli archivi e pubblicare a cadenza trimestrale una serie di “Live Trax”. Io personalmente ne possiedo tre: una registrazione di un vecchio concerto con la partecipazione di Paolo Rossi, del 1996-97 dopo “La Grande Famiglia”, la registrazione di uno show radiofonico su “Lifegate Radio” del 2006 (quando ancora si ascoltava a Roma) ed un concerto a Villa Ada del 2000.

“Venti” colma questa lacuna. E la colma nel migliore dei modi. Il concerto, come al solito generoso, dura quasi 140 minuti.

Minuti, ore, dove il repertorio e la storia del gruppo viene riproposta attraverso 31 brani, senza medley, che spaziano tra tutti gli album dei MCR. L’album suona in maniera fantastica sia quando accelera verso territori più combat-rock (“Cent’Anni di Solitudine”, “Occupy World Street”) sia quando rallenta verso momenti più acustici (“Al Dievel”, “Remedios la Bella” o “Notturno, Camden Lock”), passando per tutta la gamma di quel caleidoscopio del folk mondiale che contamina la loro musica, dall’Irlanda (“In Un Giorno di Pioggia”, “Ninnananna”) ai paesi latini (“El Presidente”, “Una Perfecta Excusa”).

I MCR hanno cambiato formazione, nel corso di questi vent’anni,  mantenendo la loro connotazione e la loro identità molto ben definita. Anche quando il cambiamento è stato radicale. Quale gruppo sarebbe potuto sopravvivere all’uscita del cantante, front-man ed immagine di un certo peso (in tutti i sensi, via!)? Eppure dopo l’uscita di Cisco i Ramblers hanno continuato per la loro strada senza perdere colpi con la loro filosofia essenziale (vedi “La Strada”).

Questo album è anche l’occasione per rivedere e riascoltare alcuni dei membri storici e meno storici. Oltre al mitico Cisco (“Figli dell’Officina”, dove sbaglia qualche nota e si schernisce dicendo che erano passati troppi anni e non la ricordava più benissimo, e “Una Perfecta…”) salgono sul palco anche Kaba Cavazzuti, Luciano Gaetani,  Giovanni Rubbiani, Vanja Buzzini e Daniele Contardo. Ospite  Jason McNiff, cantautore inglese che da parecchio ormai incrocia il cammino dei Ramblers. Peccato, in questa splendida festa, non essere riusciti a coinvolgere anche Alberto Morselli, prima grandissima voce dei MCR che tanto aveva dato su “Riportando Tutto a Casa”.

Ultima nota sul DVD: girato molto bene, pulito, sfavillante. E’ come essere sul palco con loro.

Per finire, e per quanto mi riguarda, ascoltare ancora oggi “I Cento Passi”, “Al Dievel” (con la sua dedica ai giovani che durante la guerra fecero una precisa scelta di campo per regalarci la Democrazia), “La Banda del Sogno Interrotto”, “Transamerika” e “Bella Ciao” mi riempie di Emozione. Pensare che qualcuno abbia tranquillamente il coraggio di esporre certe sue idee quando si preferisce cercare di farle passare come una mania da gente che vive nel passato ha un valore inestimabile: vuol dire se ne può parlare, ci si può credere, ci si può aspirare al di là della retorica e dei meschini luoghi comuni.

Grazie MCR per questo gioiello.

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