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Archivio Luglio 2014

Billy Bragg, Billy Bragg

31 Luglio 2014 Commenti chiusi

Posso dire che Billy Bragg mi è profondamente simpatico? Penso di si.

Lo vidi per la prima volta nel 1990 o giù di lì  in tv, in quell’isola felice nell’oceano del nulla televisivo che fu “DOC”, programma di Arbore presentato da Gegè Telesforo e Monica Nannini, che aveva la grandiosa particolarità di far suonare dal vivo, e più volte nel corso della settimana, gli artisti invitati in studio.  Su quel palco saliva un ragazzo sulla trentina, chitarra elettrica ed ampli sul quale alternava arpeggi lievi a suoni più aspri, in uno stile che coniugava al meglio il brit pop ed il punk con la protest song americana. Prendeva il meglio da entrambe: armonia, melodia e la forza d’urto della poesia per la comunità.

Ora, io non sono certissimo che la Musica moderna abbia contribuito alla Cultura di un paese, se non in casi particolari (Dylan negli Stati Uniti, De André e Gaber da noi, i grandi Francesi Brassens, Ferrè….), però non ho dubbi sul suo contributo alla rapidità nella circolazione delle idee. Far arrivare al maggior numero di persone possibile un messaggio chiaro, forte, deciso, e che l’energia in esso contenuta si trasferisca di voce in voce. Una piccola grande magia.

Nel corso degli anni Billy Bragg si è schierato sempre con gli ultimi, con quelli che la politica tatcheriana aveva messo alla porta senza tanti complimenti. Billy prendeva chitarra ed ampli, andava sul posto, cercava un locale, un pub o suonava per strada, raccoglieva fondi e li consegnava a chi ne aveva necessità.  Oppure incideva un disco, magari un EP o un singolo, e ne devolveva gli incassi integralmente. Per non parlare di sit-in pacifici con tanto di arresto da parte delle forze dell’ordine. Poi, quando le sue sole forze non erano più sufficienti, era riuscito a convincere altri artisti con le sue stesse idee (Paul Weller, Smiths e gli allora paladini dello ska Madness e Specials) a schierarsi ed a fondare un movimento, il “Red Wedge”, destinato sempre all’appoggio ed all’aiuto delle classi più umili o per combattere democraticamente contro i Conservatori.

Dischi non ne ha mai venduti tantissimi, anche se si è preso le sue soddisfazioni. Un paio di volte è entrato nella Top 10 degli album più venduti in Gran Bretagna, altre tre volte nei primi 20. Il suo ultimo album (“Tooth And Nail”) uscito nel 2013 a cinque anni dal precedente è arrivato su su fino alla tredicesima posizione. Addirittura la sua versione su singolo di “She’s Leaving Home” dei Beatles, incisa per raccogliere fondi, è arrivata in prima posizione nei singoli durante il 1988, mentre “Sexuality”, brano decisamente più leggero del 1991, è riuscito ad arrivare fino alla secondo posto nelle classifiche americane. Qualche disco d’oro, qualcuno d’argento. Insomma, una buona carriera.

Poi esce di scena la Tatcher ed i Laburisti stravincono in Gran Bretagna. Sembra fatta, ma i tempi in realtà sono cambiati. Come dice Cristiano De André “il nero è sempre più nero ed il rosso sempre meno rosso”. Billy capisce che sbattersi non è servito poi più di tanto. E’ vero, la gente sta meglio di prima. Forse anche lui ha fatto il suo tempo.

Ha bisogno di nuovi stimoli.

L’occasione arriva ghiotta ed incredibile. Qualcuno in realtà ricorda perfettamente i suoi trascorsi ed il suo impegno. Gli eredi di Woody Guthrie, l’antesignano dei cantori di protesta di tutto il mondo, offrono a Billy di partecipare ad un progetto molto interessante: alcune poesie inedite di Woody da musicare ed abbozzi di canzoni da completare. A loro Billy sembra il tipo giusto, con la giusta sensibilità, per affrontare il progetto nel rispetto dello spirito di Guthrie.

Serve una buona band con lo stesso feeling, e così insieme ai Wilco, band americana di folk rock e alternative country, nasce un sodalizio che riempie il lavoro di ulteriori contenuti interessanti, vista una certa distanza stilistica. Ne escono ben due album (“Mermaid Avenue” e “Vol II” nel 1998 e nel 2000) che riescono ad entrare nelle classifiche americane del settore.

Nel secondo di questi album Billy incide “All You Fascists”, poesia scritta da Guthrie mentre gli orrori della Seconda Guerra Mondiale insanguinavano il mondo. Il fascismo, inteso come sistema totalitario rivolto all’oppressione ed all’odio razziale o verso qualsiasi tipo di minoranza, ha perso in partenza, è e sarà sempre sconfitto dalla Storia e dall’Umanità. Ed è un concetto da conservare, di questi tempi.

"People of every colour marching side by side
Marching 'cross these fields where a million fascists died
You're bound to lose, you fascists bound to lose"

Che vi devo dire, a me uno che di questi tempi non si vergogna di cantare una verità tanto semplice ma quasi fuori moda fa sempre un immenso piacere. Come i miei cari Modena City Ramblers, con i quali Billy Bragg è, tra l’altro, in ottimi rapporti: una versione proprio di questo brano è stata incisa da BB e MCR per l’album “Appunti Partigiani”.

Per non farsi mancare nulla, in tempi recenti, ha trovato anche il modo di polemizzare con Paolo Di Canio (l’ex laziale dal saluto romano facile) fresco allenatore del Sunderland, squadra di una città operaia, predicendogli la vita difficile che avrebbe incontrato in una piazza non propriamente allineata alle sue idee.

Tutto ciò per consigliarvi l’ultima fatica di Billy Bragg, “Live At The Union Chapel London”, album dal vivo che ripercorre in maniera ampia la sua carriera tramite 19 brani pescati qua e la tra il suo repertorio. Un disco pulito, schietto ed assolutamente godibile, con una preponderanza di suoni acustici.

Per chi fosse ulteriormente interessato, del nostro sono usciti due cofanetti che raccolgono, ad un prezzo decisamente onesto, tutti gli album ufficiali ad esclusione dei due volumi di “Mermaid Avenue”, a loro volta successivamente racchiusi in un unico volume.

Breaking News – n° 2

29 Luglio 2014 2 commenti

BN 4 – Pink Floyd

Si è sparsa in giro la voce che ad ottobre avremo nei negozi (se qualcuno dovesse ancora comprare nei negozi) “il” o “un” nuovo album dei Pink Floyd.

Urca! Chi l’avrebbe mai detto.

Scusate, non voglio riprendere la solita menata. Ma non potevano far uscire che ne so, un bel live inedito con Syd Barrett alla chitarra? Troppo? Calo….. Qualcosa tratta dai tour di “Wish You Were Here” o “Animals”? Niente. Il classico “BBC”? Ok, nulla da fare, ho capito.

Si rimettono in pista sul serio. Poi chi? Gilmour sicuramente (la notizia, per inciso, pare l’abbia diffusa la moglie del chitarrista), Mason alla batteria. E poi? Wright e Barrett sono morti. Waters? Girava con l’ennesimo tour di “The Wall”, poi se ne sono perse le tracce ad Anzio lo scorso inverno.

Insomma, l’operazione è (sarà) abbastanza chiara. Avete presente gli Yes del terribile “Fly From Here”? Si prende qualche pezzo vecchio chiuso in un cassetto da chissà quanto, provato e riprovato, magari anche inciso ma poi impossibile da inserire in un album, neanche a forza. Gli si da una sistemata, si risuona qualche parte, si utilizza il cantante attuale (pare brutto), si aggiungono un tot di riempitivi e poi si va in tour, magari su una nave da crociera (poi ve la spiego…).

Per i Pink Floyd si utilizzerà del materiale ricavato dalle session di “The Division Bell”, album abbastanza dimenticato del 1994, con Wright presente e senza Roger Waters, ovviamente.

Che operazione sarà? Un’operazione pessima, non ho dubbi. Che poi qualche fan si faccia venire un minimo di palpitazioni lo trovo assolutamente normale. Ricordo che la sera prima della pubblicazione di “Free As A Bird” dei Beatles, in occasione della “Anthology”, non dormii la notte.

Ma si tratterà, nella migliore delle ipotesi, di un disco solista di Gilmour. Niente di più. E non mi sembra essercene uno che sia passato alla storia. Per carità, grandissimo chitarrista, ma i Pink Floyd sono stati sempre, nel bene e nel male, Syd Barrett prima e Roger Waters poi.

Non si poteva fare, come va di moda adesso, un bel “remaster” di “The Division Bell” con un bel cd aggiunto con i “rehersal” di quelle session? Almeno aveva valore musicale prossimo allo “0″, ma valore documentale discreto.

O, in ultima ipotesi, tentare di coinvolgere Waters. No?

Ragazzi, basta, ormai i tempi sono andati. Penso che il modo migliore per noi vecchi fan di mantenere inalterato il ricordo e, soprattutto, l’Arte di questi Mostri Sacri sia quello di ascoltare, quando possibile, un buon vecchio album. Ti tiene su, ti massaggia il cervello, ti fa tornare indietro con la mente a rivivere sensazioni passate ma che la Musica ti permette di richiamare alla memoria in qualsiasi momento.

Il resto si chiama speculazione.

PS: certo che se Gabriel, Banks, Hackett, Collins e Rutherford………(sospirone)

Il Disco del Mese: “Live at the Greek” (2000)

25 Luglio 2014 Commenti chiusi

Come scrivevo qualche mese fa raccontando del (comunque) bel disco di Steve Hackett di rivisitazione pedissequa dei classici Genesis, non sono un fan dell’Artista che si autocelebra (ad esempio eseguendo integralmente dal vivo un album di trent’anni prima) o, peggio, quando diventa cover band di se stesso.

Detto ciò mi smentisco automaticamente (ed in due righe….) eleggendo “Disco del Mese” uno spettacolare e dirompente live del 2000 dal titolo “Live at the Greek”.

Due parole intanto sul luogo: il “Greek” è un teatro all’aperto di Los Angeles (6.000 posti) il cui palco è costruito come un tempio greco. Un’americanata, vero? Ma la pacchianata finisce qui. Per il resto si tratta di un anfiteatro posto in un canyon con una splendida acustica.

Su quel palco durante il 1999 passa una delle date di un curioso tour. O meglio, curioso poi non più di tanto. Ma andiamo con ordine.

C’è un gruppo americano dall’inquietante nome di “The Black Crowes”. E’ a tutt’oggi, insieme ai Pearl Jam, il depositario del Rock’n'Roll sul suolo a stelle e strisce e non solo. Suonano come indiavolati ed in quel periodo, dopo dieci anni sulle scene ad un certo livello (il primo album, “Shake Your Moneymaker” è del 1990), si trovano ad un bivio. Hanno rescisso il contratto con la Universal e si trovano in difficoltà perché la vecchia casa discografica non gli permette di usare le canzoni da loro incise in quegli anni. Brutta storia, soprattutto per un gruppo che fa del live la sua dimensione ideale.

Ma i fratelloni Robinson (Rich alla chitarra e Chris alla voce) non si danno per vinti ed organizzano un tour pazzesco. Decidono di celebrare il Rock nella sua forma più solenne, selvaggia e decisa. A qualcuno viene in mente qualcosa di meglio dei Led Zeppelin per questa celebrazione? (No, gli Stones eventualmente li chiamiamo in causa per celebrare il lato cazzaro del Rock, anche se cazzaro alla grandissima….).

Il Greek Theater di L.A.

Eppure qualcuno si pone qualche dubbio. Si, la band è energica, anche possente, ma gli Zep non sembrano proprio nelle loro corde. Gli Stones si, forse anche Faces e Small Faces. Ma gli Zep……sono impegnativi. Ci avranno pensato bene?

I dubbi vengono clamorosamente fugati da un’acquisto straordinario che si aggiunge per quel tour al quintetto base dei Crowes (più un tastierista: si, si devono mettere in sei per tentare di replicare quel sound…): Mr. Jimmy Page in persona.

Page non sta attraversando un grandissimo momento. I fasti del passato si sono stemperati in qualche colonna sonora infarcita di muri di chitarre per film abbastanza scadenti (“Il Giustiziere della Notte”, e neanche il primo, se ricordo bene), che neppure i due album più o meno recenti, in coppia con David Coverdale il primo (1993) e addirittura con l’ex socio Robert Plant (1994) il secondo, sono riusciti a rinverdire. Sull’orlo della sessantina sente di dover qualcosa alla Musica. Sente la necessità di scendere da quel piedistallo sul quale la sua genialità ed il grande successo lo hanno posto negli anni da poco passati.

E allora cosa c’è di meglio di andare a donarsi, in nome delle comuni radici blues e rock’n'roll, a quegli squinternati dei Black Crowes?

E così nasce il breve tour e l’album che inizialmente viene venduto solo per corrispondenza. Solo successivamente viene portato nei negozi, vista la grande domanda.

Che dire dell’album? Semplice: è splendido. Per gli amanti dei due gruppi è assolutamente imperdibile. I Crowes macinano musica alla grande, pompandola con energia e scioltezza. E Jimmy Page suona come difficilmente aveva fatto almeno nei quindici anni precedenti. Emerge palesemente il gran divertimento di tutti. L’energia è immensa e positiva. Chris Robinson, se non fosse stato già chiaro, dimostra grandissima duttilità vocale pescando tutte le note più alte di Robert Plant, mentre il fratello Rich sostiene il Maestro con grande rispetto, prendendosi qualche assolo o combinandoli con la chitarra di Page (in questo caso un ascolto in cuffia dell’album regala passaggi spettacolari).

La Band al completo!!!

La track-list è piena di grandi brani dei Led Zeppelin, ma non solo. Si parte con “Celebration Day” cui seguono “Custard Pie”, “Sick Again” e “What Is and What Should Never Be”. E già qui siamo al tappeto. Qualche standard blues-rock: una divertente “Woke Up This Morning” da B.B. King, “Shape Of Things To Come” dagli Yardbirds (ma non nella versione saltellante molto Sixtyes del gruppo inglese ma in quella hard di Jeff Back solista – pura delizia!).

A chiudere il primo cd (dimenticavo, una meraviglia del genere è anche doppio cd!) arriva un trittico Zep fantastico: “Ten Years Gone”, il bluesaccio “In My Time of Dying” e, introdotta dalle note angeliche dell’hammond, “Your Time Is Gonna Come”.

Nel secondo cd ancora gli Zep protagonisti: “The Lemon Song”,  “Nobody’s Fault But Mine”,  “Heartbreaker” e “Hey Hey What Can I Do”, mentre nel finale possiamo ascoltare un ultimo trittico composto da “You Shook Me”,  ”Out on the Tiles”  e  “Whole Lotta Love” a chiudere i giochi. Nel mezzo del cd troviamo, tra le altre,  ”Shake Your Moneymaker” dal primo album dei Crowes e, curiosamente, “Oh Well” dei Fleetwood Mac  (ma, intendiamoci, quelli del primo periodo, con Peter Green alla chitarra).

Sempre curiosamente manca “Starway To Heaven”. Troppo scontata? Forse, come si può leggere in qualche negozio di chitarre a New York, nella sala prove: “Please, No Starway To Heaven”. Immagino sia così.

Per concludere, un grandissimo disco. L’avevo già detto?

 

Padri & Figli

23 Luglio 2014 Commenti chiusi

Cresci un figlio e cerchi di seguirlo come meglio puoi. Poi succedono un sacco di cose e, nonostante tutto, lui sembra sempre pendere un po’ dalle tue labbra.

Ti distrai qualche minuto e ti ritrovi di fianco ad un tizio dieci centimetri più alto di te e con una voce completamente diversa. Sostanzialmente è uno sconosciuto. Fatichi a trovare in lui qualcosa di quel bambino che ricordi. Com’è possibile? Cambiate le abitudini, gli sguardi, niente di quello che hai tentato di fargli capire (per carità, insegnare no, non ho quella statura) per permettergli di formarsi una scala di priorità, magari utile poi per il prosieguo della sua vita, è entrato a far parte del suo bagaglio.

Sei sempre lì, combattuto fra la delusione e l’infinita tenerezza che ti fa questo tipo ancora troppo ragazzo, pieno di egoismo ma anche di enormi paure, percepibili nei suoi sguardi e malcelate dal finto disinteresse per tutto ciò che sia diverso da quei pochi stimoli (videogiochi, film d’azione, musica “tum-ciaff” o peggio “unz-unz” e, ahinoi, televisione) che sembra percepire. E tu provi a spiegargli che non deve aver paura, o meglio che solo affrontando le sue paure con forza potrà riuscire nella vita, potrà crescere, potrà realizzarsi.

Ma come, non ti fidi di me? Credimi: papà ti vuole un bene dell’anima….

Bene amici, per chi si trovasse o si riconoscesse in questa situazione, finalmente è in libreria la Bibbia sull’argomento. E non è un trattato di psicologia.

E’ un libro di splendida narrativa che racconta poche e necessarie verità.

Mi riferisco a “Gli Sdraiati” di Michele Serra, forse il migliore umorista in circolazione (insieme a Stefano Benni, che ormai centellina le sue uscite). Colui che con la sua rubrichetta settimanale e con la sua “Amaca” mi rende meno indigesti “L’Espresso” e “Repubblica” da quando sono completamente proni alla triade “Monti-Letta-Renzusconi”.

Il libro è stato pubblicato nel mese di novembre del 2013. Ci ho messo parecchio a comprarlo ed ancora più a leggerlo. Avevo capito l’argomento e non trovavo il coraggio di affrontarlo. Come mai?

“Gli Sdraiati” racconta cosa voglia dire essere padre di un quindicenne di questi tempi. Con leggerezza, nello stile dell’Autore, ma anche con lucida attenzione e soprattutto con il Cuore. Da una parte viene descritta in maniera semiseria la tipologia del soggetto e quanto sia lontano anni luce da tutto quello che un padre possa desiderare. Particolarmente efficace la descrizione della vita “multitasking” fatta di connessioni audio-video-telefoniche. Irresistibile poi la parodia del negozio-griffe simbolo di questa generazione (il nome è nascosto, ma basta avere un figlio dell’età, o conoscere qualcuno che ne abbia per riconoscere immediatamente il marchio in questione).

Dall’altra ci mette tutti davanti alla domanda del Secolo: avessi sbagliato qualcosa? La figura utilizzata è quella del “relativista etico”. Cos’è? Presto detto. Citando l’Autore “sta ad indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità di pronunciare certi No e certi Si belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice”.

Ok, ho sbagliato qualcosa.

In mezzo tra queste due visioni, dove perciò non si fanno sconti né ai figli né ai padri, c’è un “leit-motiv”, rappresentato dalla disperata, comica e a volte commovente richiesta del genitore di trovarsi su di un terreno comune. Nel libro la figura retorica è rappresentata da una passeggiata in montagna, di quelle epiche, di quelle che parti all’alba e rientri che quasi fa buio dopo aver camminato per decine di chilometri e raggiunto vette inenarrabili. Qualcosa che tempri i muscoli e lo spirito.

Ma potrebbe essere qualsiasi cosa. Andare a vedere un film od un concerto, o anche solo una mezz’ora di footing. Oppure, perché no, una chiacchierata con il cuore in mano?

D, che ne pensi?

 

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