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Archivio Settembre 2014

Il Disco del Mese: “Five Live Yardbirds” (1964)

30 Settembre 2014 Nessun commento

Grave mancanza, dopo quattro anni di questa rubrica non avevo ancora dato spazio a The Yardbirds!!!

Salto le motivazioni per le quali The Yardbirds sono considerati un gruppo storico del rock inglese dei Sessanta (si veda “Gruppi Beat” – Agosto 2011 – e “Riff Raff pt2 – Febbraio 2014). Ma una premessa per contestualizzare l’album in questione va fatta.

The Yardbirds hanno sempre avuto un enorme problema: hanno vissuto, intensamente, un periodo in cui i gruppi lavoravano più sui singoli che sugli album. Gli stessi Beatles, arrivati al momento dell’uscita di “Five Live Yardbirds” al quarto album (“Beatles For Sale”) ed il cui successo ormai aveva raggiunto qualsiasi parte del mondo, avevano faticato non poco ad incidere un album di soli brani scritti dai membri del gruppo e a dare una certa unitarietà ai dischi fino a quel momento prodotti (più che altro erano riusciti ad inciderli in un lasso di tempo talmente breve – due, tre giorni, una settimana o poco più). Ma al centro di tutto c’era il 45 giri.

Questo discorso valeva per i Beatles. Loro se lo potevano permettere.

Chi aveva penne meno esperte (Stones e Yardbirds in particolare) dovevano assolutamente concentrarsi sul piccolo formato. E così The Yardbirds, il cui talento era chiarissimo a tutti in quel periodo, incisero una gran quantità di brani, di cui alcuni raggiunsero le vette delle classifiche inglesi ed americane. “For Your Love”(3° UK e 6° US), “Heart Full Of Soul” (2° UK, 9 US), “Evil Hearted You” (3 UK), “Shapes Of Things” (3° UK e 11° US), solo per citarne alcuni, tutti compresi fra marzo 1965 e febbraio 1966. Una vera fabbrica di hit single. Poi i problemi di formazione. Nel giro di pochi mesi via Clapton per Jeff Beck, poi altro cambio per Page. Alla fine gli album principali del gruppo in quegli anni sono stati raccolte di singoli (già incisi), b-sides ed altro materiale sparso non pubblicato precedentemente. Perciò abbastanza disorganici, nei quali, ad esempio, su mezza facciata suonava Clapton anche se ormai uscito dal gruppo da qualche mese. Inoltre, partiti in anticipo sugli altri alla conquista del mercato americano, i primi due album (“For Your Love” e “Having A Rave Up With The Yardbirds”, entrambi del 1965) furono pubblicati solo negli USA, rimanendo nelle classifiche oltre la posizione n° 50.

Ma in patria il loro manager Giorgio Gomelsky, indeciso se avessero o meno le potenzialità per un album a loro nome, ebbe un’idea brillante. Seguendo la regola allora imperante di far incidere album dal vivo in teatro soprattutto ad attori e cabarettisti britannici, ed essendo gestore di uno dei club più in voga in quel momento a Londra, il Marquee, il buon Gomelsky ascoltandoli suonare dal vivo, con il loro blues bianco graffiante ed energico, decide che la cosa migliore per lanciarli sia registrarli “live”, durante un concerto.

In tutto ciò sta la grandezza di questo album. Un’incisione dal vivo che non ha eguali almeno fino alla fine degli anni Sessanta, senza badare a spese e con le migliori apparecchiature per l’epoca. Per fare eventuali confronti, basti pensare a “Got Live If You Want It” degli Stones (1966) o a “Live At the Kelvin Hall” dei Kinks (1968), decisamente inascoltabili. Gli altri non ci hanno mai neanche provato. Un gruppo sfavillante molto compatto con Eric Clapton sugli scudi, la voce di Keith Ralf nera al punto giusto, ed una scaletta favolosa, composta di grandi classici blues e rock’n'roll. Con tanto di annunciatore che li presenta (nome e strumento) per poi lanciarli con il nome dell’album. Tra l’altro, nel presentare Clapton, questi viene chiamato, immagino per la prima volta pubblicamente, con il soprannome che resiste ancora oggi di “Slowhand”.

Ed è proprio “Slowhand” Clapton a far sentire la sua chitarra con un forsennato assolo sull’iniziale “Too Much Monkey Business” da Chuck Berry. In questo brano si può ascoltare un esempio di “rave up”, tecnica attraverso la quale il ritmo degli assolo veniva praticamente accelerato raddoppiando le battute nell’arco del tempo normale del brano, e della quale The Yardbirds facevano il loro marchio di fabbrica. “Got Love If You Want It” da Slim Harpo, armonicista non professionista della Louisiana negli anni Cinquanta, è un blues veloce ed intenso, “Smokestack Lightning” (Howlin Wolf), brano lunghissimo per l’epoca (oltre i cinque minuti) è un blues ripetitivo sulle orme di “Mannish Boy” di Muddy Waters, dove l’armonica suona i solo principali supportata dalla chitarra di Clapton che “infioretta” il riff principale.

Un futuro hit del gruppo, “Good Morning Little Schoolgirl”, è un blues ante-seconda guerra mondiale, trasformato in un beat veloce e facente parte del repertorio degli Yardbirds quando accompagnavano Sonny Boy Williamson. Non si riesce a star fermi. Ancora sui tempi veloci con “She’s So Respectable” dagli Isley Brothers (quelli di “Twist And Shout”) che chiude la prima parte con un lungo finale skiffle che poi man mano accelera (il “rave-up”, appunto) per poi concludersi in perfetto blues.

Il secondo tempo si apre ancora con l’annunciatore. Poi è il blues a regnare: “Five Long Years” (da Eddie Boyd) è un classico “twelve bars” con un assolo di armonica nella migliore tradizione. Clapton riempie gli spazi nel cantato e si prende il secondo solo con immensa classe (va sempre contestualizzato il momento). “Pretty Girl” genera, a ragione, un tripudio nel pubblico al solo annunciarlo. Nei credits viene attribuito a Ellas McDaniel, nome con il quale Bo Diddley (cerniera tra blues e rock’n'roll) firmava i suoi brani come autore. Stavolta Clapton si tiene nelle retrovie corroborando la ritmica. Grande invece il lavoro di Paul Samwell-Smith al basso che, altro particolare relativo all’ottima qualità dell’incisione, si sente comunque bello nitido per tutto l’album.

Urla e applausi e The Yardbirds vanno a far visita ad un’altra colonna del blues: John Lee Hooker con la sua “Louise”, altro grande classico, giocata su un mid-tempo. L’armonica di Keith Relf e la chitarra di Clapton fanno “botta e risposta” nella lunga parte solista centrale, da ascoltare in cuffia. Ma è ancora Bo Diddley per i due pezzi finali dell’album: l’immortale “I’m A Man”, con una spettacolare parte strumentale centrale che sale di ritmo pian piano e finalone decisamente hard, e “Here ‘Tis” con coinvolgimento finale del pubblico, ormai ai piedi del gruppo, dopo l’ennesimo assolo di un Clapton probabilmente neanche sudato.

Insomma, un disco fantastico, ricco di energia e feeling, palpitante come pochi.

L’album esce nei negozi a dicembre del 1964. Eppure, nonostante il periodo (è uscito di tutto, dagli Stones ai Kinks, dagli Hollies agli Animals), l’album passerà assolutamente inosservato, tanto da far decidere alla casa discografica di non pubblicare album del gruppo in Gran Bretagna almeno fino a “Roger The Engineer” (cavolo di nome per un album…..) a luglio del 1966.

PS: a dir la verità il nome vero era “Yardbirds” ma, visto che la copertina riportava una caricatura dell’ingegnere del suono con su scritto “Roger…”, l’album è stato sempre conosciuto con quel nome. Ed è stato, finalmente, il primo album con materiale scritto interamente dal gruppo. Ed arriverà alla posizione 20 delle charts inglesi. Ma questo, e tutto il seguito, è un’altra storia.

 

Pirati! – pt1

25 Settembre 2014 Nessun commento

Risulta, da una classifica stilata da “Rolling Stone”, che i Led Zeppelin siano il gruppo maggiormente “piratato” nella storia del Rock, con centinaia di bootleg tratti da registrazioni illegali dei loro concerti.
Da buon accumulatore di materiale, sono in possesso (per varie ragioni) di più di una ventina di questi bootleg e ve ne fornisco una necessariamente sommaria descrizione, giusto per guidarvi nell’eventuale acquisto, visto che spesso si pagano anche a caro prezzo. Ah si, ne faccio un post in due parti (lo so, devo completare quello sui 10 dischi progressive, rimedio presto)

Premessa essenziale: nonostante le apparenze e tutte le leggende che si portano dietro, i Led Zeppelin sono stati anche un gruppo di grandissimi professionisti. La maniacalità e la cura che mettevano nella preparazione dei tour li portava ad impostare una scaletta per così dire “definitiva” e mantenerla pressoché inalterata dal primo all’ultimo concerto. Perciò, tra i bootleg di cui vi racconterò a seguire, più che di contenuti vi parlerò anche della qualità della registrazione e quant’altro. Andiamo per anno. Del concerto, ovviamente; l’anno di uscita dell’album mi è assolutamente sconosciuta.

Seconda premessa essenziale: quando indico “Incisione ottima” mi riferisco a “ottima per un bootleg”. Regolatevi di conseguenza per i giudizi meno che ottimi.

1969

“Birth of the Gods - Live at Fillmore West, San Francisco, Jan 11, 1969″: la nascita degli dei! Un bel documento. “Led Zeppelin I” esce nei negozi negli States il 12 gennaio del 1969. Il giorno prima gli Zep sono a San Francisco, al Fillmore West di Bill Graham prima di litigare (ti credo, ad un certo momento cominciarono a pretendere il 90% dell’incasso dei concerti, e Bill Graham era troppo scaltro per lasciarsi fregare così). Buona l’incisione, voce bene in evidenza, forse troppo breve: cinque brani per più o meno quaranta minuti. Robert Plant chiacchiera, tra un brano e l’altro, con un pubblico abbastanza misurato. Splendide “Dazed and Confused” e la finale “Communication Breakdown”, la prima dilatata, la seconda con un’introduzione eliminata successivamente.

“Smokestack Lightning”: è il 26 aprile, e gli Zep suonano di nuovo a San Francisco. Stavolta il teatro è il Winterland, che qualche anno più tardi diventerà famoso per “The Last Waltz”. Finalmente un bootleg ampio, circa due ore di musica. Ma l’incisione è scarsa. Tutto è sullo sfondo, troppo. Però il disco contiene prima di tutto una rara versione di “Baby I’m Gonna Leave You” e “Black Mountain Side”, oltre ad una serie di medley dove il gruppo, che a quel tempo suonava anche grandi classici r’n'r, esegue “Roll Over Beethoven”, “Fresh Garbage, ecc. Per finire si possono  ascoltare anche “The Lemon Song” e “Whole Lotta Love” che verranno poi incisi sul secondo album.

“Another White Summer – Live at BBC”: tratto da un concerto del 27 giugno 1969 registrato al Playhouse Theater di Londra. Incisione ottima. Il gruppo in questa fase ha solo un album, il primo, nei negozi. Il repertorio è estratto solo da questo album, del quale restano fuori solo “Good Times Bad Times” (come fa a rimanere fuori un pezzo del genere?), “Baby I’m Gonna Leave You” e “Your Time Is Gonna Come”. Non credo che all’epoca John Paul Jones si portasse le tastiere sul palco. Il disco è un concentrato assoluto di rock e blues. Jimmy Page domina su tutto, ma il gruppo è straordinariamente coeso. Il pubblico resta sullo sfondo, ma in patria gli Zep non sono mai stati particolarmente amati.

“Plays Pure Blues – Texas International Pop Festival”: 31 agosto 1969, ottima incisione (secondo me viene da qualche radio che aveva trasmesso l’evento) per un concerto di cui sono stati tramandati 6 brani, con “Dazed…”, “You Shook Me” e “How Many More Times”  che in tre fanno quasi 50 minuti di musica. Tra l’altro nell’ultima si ascoltano degli accenni di “Whole Lotta Love”. Chicca imperdibile: la prima traccia è “The Train Kept A Rollin’”, standard eseguito dagli Yardbirds, ereditato dai New Yardbirds e, per osmosi, negli Zeppelin. Tutto fa brodo per riempire la scaletta quando si ha un solo album alle spalle.

“Live in London – Lyceum Ballroom”: 10 dicembre 1969, “Led Zeppelin II” è uscito ai primi di ottobre. Il dirigibile gioca in casa. Inizia con un accenno di “Good Times, Bad Times” per attaccarci “Communication Breakdown”. Del secondo album in scaletta ci sono “Heartbreaker”, “What Is And What Should Never Be” e “Whole Lotta Love” a chiudere. Stavolta, nonostante il fuoco vivo di cui brucia l’intera esibizione., l’incisione è pessima, chiaramente presa un microfono volante. Basso lontano, quasi inesistente, e batteria inascoltabile.

1970

“Live at The Royal Albert Hall”: 9 gennaio 1970. In patria gli Zep non sono amati. Vengono considerati alla stregua di plagiatori feroci di classici blues. Qualcuno incide questo concerto in maniera assolutamente perfetta. Potrebbe essere un disco ufficiale tanto è buona la qualità. Il concerto si apre con “We’re Gonna Groove”, torrido rythm’and’blues che, registrato per “II” viene escluso all’ultimo momento. Eppure loro ci aprono i concerti. Più avanti ci sono “Moby Dick” con l’assolo di John Bonham, una spettacolare versione di “C’Mon Everybody”, “Whole Lotta Love”e “Bring It On Home” dal secondo album. Dal passato di Page arriva, targata sempre Yardbirds, “White Summer”. Veramente un gran bootleg.

“Walhalla: I Am Coming”: 23 febbraio 1970. Helsinki. Prima o poi per consolidare il successo internazionale un gruppo inglese doveva fare un tour nei paesi scandinavi. Anche gli Zep, come i Beatles, fanno un breve tour dal quale è tratto questo bootleg. La scaletta è simile al precedente, ma l’audio è pessimo. Tutto decisamente confuso, anche se la chitarra di Page si sente discretamente. Plant è talmente lontano che i brani sembrano strumentali. Alla fine il pubblico viene incitato da qualcuno (penso in finlandese) a richiamare il gruppo sul palco e parte “Whole Lotta Love”. Grande Page, ma bootleg inutile.

1971

“Copenaghen”: 5 marzo 1971. Ad ottobre del 1970 è uscito “Led Zeppelin III” ed il gruppo ha ripreso a girare il mondo in lungo ed in largo. Ormai sono stelle di prima grandezza e cominciano a servire grandi arene per contenere tutto il loro pubblico. Questo negli Stati Uniti. In Europa non ci sono ancora troppi problemi. Non è una grande annata neanche per i bootleg. Anche questo è di pessima qualità. Peccato perché in scaletta non solo ci sono i migliori brani di “III” (“Immigrant Song”, “That’s The Way”, “Since I’ve Been Loving You” e “Gallows Pole”), ma c’è qualche presenza importante anche dal successivo “IV”. E non roba da poco: “Rock And Roll”, “Black Dog”, “Misty Mountain Hop”, “Four Sticks” e nientemeno che “Stairway To Heaven”. Solo per collezionisti.

“Live in Osaka”: 29  settembre 1971. Gli Zep sono in Giappone. Il bootleg ha una discreta resa sonora, stavolta è la chitarra di Page ad essere penalizzata. Comunque passabile, da questo punto di vista. Il problema è che si tratta di un disco malamente messo insieme. Il bello di un bootleg, o almeno quello che mi emozionava come “cercatore” di queste meraviglie, era il fatto di potermi calare, attraverso l’ascolto, nell’atmosfera del concerto. Ed anche la scaletta aveva la sua importanza. Qui si parte da “Stairway to Heaven”; l’assolo di Bonzo, normalmente compreso in “Moby Dick”, inizia come brano a se (e alla fine Plant dice pure: “John Bonham, Moby Dick”). Insomma, non granchè.

1972

“Dancing Days: Live at Budokan, Tokyo”: 2 ottobre 1972. Al Budokan hanno suonato tutti. E molti hanno inciso grandiosi album dal vivo. Questo, pur essendo un bootleg, non si smentisce. Si perdono solo i primi versi della voce di Plant su “Rock and Roll” in apertura, poi tutto fila liscio. L’incisione è buona, anche se basso e batteria suonano piuttosto piatti. Ma, in questo caso, il documento è semplicemente favoloso. Il concerto è assolutamente integrale ed è una splendida performance dei Led Zeppelin. C’è anche l’intermezzo acustico di “Bron-Y-Aur- Stomp” e, soprattutto, molti brani da “Houses Of The Holy”, che verrà pubblicato a marzo dell’anno successivo: “Over The Hills And Far Away”, una meravigliosa “The Rain Song”, “The Song Remains The Same” e “Dancing Days”. Insomma, la tracklist rappresenta, da qui in avanti, la solida intelaiatura sulla quale i Led Zeppelin consolideranno il loro immenso successo nel loro periodo da Superstar del Rock. Imperdibile.

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22 Settembre 2014 4 commenti

Vi racconto brevemente (spero) cosa ascolto con più frequenza nel mio lettore mp3 in questo periodo.

Tenterò di mantenermi sulle quattro-cinque righe per disco

Phish   –   “Fuego”   (2014)

Ne avevo annunciato l’uscita qualche tempo fa (vedi “Breaking News n° 1 – giugno 2014). Bello, bello, bello. Cinque anni in giro per gli States, un concerto dopo l’altro. La band aveva parecchio da raccontare. La tecnica di suonare quasi dal vivo in studio premia canzoni essenziali, semplici e ricche di melodia, suonate con energia. Un album che ha la stessa immediatezza di “Farmhouse”, pulito e avvincente. Si parte con la title-track, quasi un brano prog di oltre 9 minuti, con sezioni separate ed un lavoro immenso di chitarra di Trey Anastasio. Poi “The Line” e “Devotion To a Dream” entrambi con la potenza di un hit-single. Ma nessun brano in scaletta è trascurabile. Si riesce ad ascoltare dall’inizio alla fine senza annoiare mai. Per chi fosse poi interessato ai Phish dal vivo, sul loro sito e ad un prezzo accettabile (una decina di dollari l’uno), ci sono i tre concerti del 11, 12 e 13 luglio alla Randall’s Island di New York City, dove l’album è interamente proposto nelle tracklist dei tre concerti.

Counting Crows   –   “Somewhere Under Wonderland”   (2014)

Altro ritorno con un grande album di studio è quello dei Counting Crows, sei anni per loro dal precedente “Saturday Nights And Sunday Mornings”. E’ vero, negli ultimi due-tre anni erano usciti due album di studio oltre ad uno dal vivo, ma si trattava di raccolte di vecchi brani, anche se reinterpretati, o di vere e proprie cover. Ed il precedente era “Hard Candy” del 2002. Perciò tre album in dodici anni. Come per i Phish, l’album prodotto di fresco ha il dono della semplicità, della freschezza e dell’energia. Anche in questo caso (ma quante analogie, si saranno messi d’accordo?) l’album si apre con “Palisades Park” (oltre 8 minuti), ballata di ampio respiro con ritornello killer grintoso ed intermezzi dove Duritz canta un po’ da crooner. “Earthquake Driver” è un brano saltellante che ricorda la vecchia cara “Mr. Jones” degli esordi. “Dislocation” è un rock’n'roll non scontato (si può scrivere oggi un r’n'r non scontato? possibile). “God of Ocean Tides” è uno splendido brano acustico. Con “Scarecrow” si fa visita a Neil Young ed ai suoi Crazy Horse. E via via fino alla fine senza cedere un solo attimo alla noia. C’è poi un brano dal curioso titolo di “John Appleseed’s Lament” (John Appleseed è il nome usato da Apple nei suoi Keynote per presentare le novità dei suoi software ed hardware, fateci caso) con una bella chitarra slide che conduce una gradevole ballata.

Old Crow Medicine Show   –   “Remedy”   (2014)

Attenzione, una new entry assoluta per questo blog. Ringrazio “Buscadero” che ha fatto di questo album il disco del mese di un paio di numeri fa. Un gruppo statunitense nel midollo, con origine ad Harrisonburg in Virginia ed attualmente stanziali a Nashville, Tennessee (e dove altrimenti?). Gruppo folk con strumentazione assolutamente acustica (chitarre acustiche e resofoniche, banjo, violino, contrabbasso, percussioni, armonica). Musicisti di strada scoperti da Doc Watson, cresciuti a pane, Dylan e bluegrass, rientrano nella ormai folta schiera del country e folk revival che ha in Mumford & Sons i suoi rappresentanti più alti. Quel suono acustico intriso di grinta ed energia punk nel caso degli Old Crow, ed in particolare di “Remedy”, è ulteriormente corroborato da brani di splendida musicalità. Si va dal country iniziale di “Brushy Mountain Conjugal Trailer” alle cavalcate di “8 Dogs 8 Banjos” e “Brave Boys”, passando per le ballate “Sweet Amarillo” e la bellissima “Firewater”. E ancora il blues-country di “Doc’s Day” o il blues più marcato di “O Cumberland River” fino alla finale “The Warden”, brano bluegrass lento, polveroso e denso.  L’album, il loro quinto “ufficiale”,  è andato in testa sia alla classifica americana “folk” che “indie”. Un disco da 10 e lode.

Awa Ly   –   “Awa Ly”   (2014)

Da un genere all’altro, con un volo mosso da una sola costante: il bello, l’emozione, la passione. E così dopo due gruppi rock ed uno country, arriva il momento del jazz. Awa Ly è una ragazza di Parigi che da anni lavora soprattutto in Italia come cantante ed attrice (ha lavorato su “Nessuno Mi Può Giudicare” con la Cortellesi e in “La Nostra Vita” di Luchetti, a teatro con Paola Minaccioni). Come cantante ha accompagnato Pino Daniele nel suo tour mondiale del 2013. Qualche tempo fa l’ho vista alla televisione francese. Era un telegiornale che si occupava d’arte, in prima serata. Notizia d’apertura: il nuovo album, con relativa intervista, di Awa. Una voce fantastica. Poi, a seguire, Neil Young e The Who. Direi non male. Il disco, un EP con quattro brani arricchito di “alternative version”,  è bellissimo. L’album è composto di grandi brani d’atmosfera con la voce di Awa ad intessere emozioni con una gamma vocale di splendida profondità su di un tappeto sonoro di gran classe, che si tratti di “Doum Doum Doum”, quasi un fado (presente nell’album anche in versione acustica), o della scattante “Jungle”, della lenta “Start to Walk” (con Claudio Domestico), da pelle d’oca o della più jazzata “Great Blue Sky” con accenni etnici.

Stefano Rosso   –   “Live at Jailbreak 20.11.2003″   (?)

Fin qui gli album di questi primi otto mesi del 2014. Ed ora un salto indietro. C’è un cantautore che ho riscoperto di recente. “Una Storia Disonesta” caratterizzò un periodo della mia adolescenza. Avevo tredici anni e, sinceramente, non capivo troppo bene (beata ingenuità) il senso di questa storia ironica su gente che discute in una casa sulla liberalizzazione delle droghe leggere con il padrone di casa un po’ moralista che cerca di smussare gli angoli di posizioni troppo permissive, per poi sbattere tutti fuori casa e godersi il suo spino accuratamente nascosto in una credenza. Poi Stefano Rosso ha conosciuto alterne fortune. Personalmente ricordo una disastrosa partecipazione ad un Sanremo nel quale dimenticò il testo della canzone la sera della finale. Eppure, lontano dai fasti dei primi anni, ha realizzato bei dischi, pieni di belle canzoni con testi attenti alla realtà sociale ed al tempo stesso ironici (una su tutte “Valentina”). Per qualche strana ragione, sono in possesso di questo album neanche accreditato ufficialmente. E’ una registrazione fatta ad un locale romano cinque anni prima della sua morte, avvenuta nel 2008. Il disco è molto bello. Oltre alle sue migliori canzoni, Stefano esegue anche tre classici come “Blowing in the Wind” (Dylan) e “Everybody’s Talking” (Harry Nilsson) e “I Wanna Be Your Man” (Beatles), oltre a dare piccoli saggi di maestria chitarristica (“Deep River Blues”, “Galopeira” e “Blind Lemon Blues”). Ma la cosa più bella dell’album è il carico di ironia, scioltezza ed estrema rilassatezza che pervade tutto il disco: sembra di partecipare ad una festa tra amici. Battute, scherzi e risate con il pubblico, interrompendo i brani e riprendendoli subito dopo.

 

Newstand

18 Settembre 2014 Nessun commento

Leggere mi annoia parecchio.

In realtà, dopo la musica è il mio passatempo preferito. Ma non esiste un libro, per quanto piacevole, che riesca a tenermi impegnato per più di quattro-cinque pagine per volta. A dir la verità, se trovo il libro veramente bello allora sono io stesso, ad arte, a rallentarne la lettura, per non farlo terminare troppo presto.

Un buon rimedio contro questo controsenso è leggerne tre-quattro contemporaneamente. Problemi di confusione non ce ne sono, basta scegliere generi diversi. Così ad una buona biografia (o autobiografia) di un grande artista rock posso unire un libro di narrativa senza problemi (a meno che non siano “I Commitments” di Roddy Doyle).

E allora ecco a voi le mie letture “contemporanee” di questo periodo…

Lars Berge   –   “Ninja in ufficio”   (ed. Bompiani – ebook – pp. 434)

Parto dalle “dolenti note”. Larse Berge è un giornalista e scrittore svedese, classe 1974, che racconta la grottesca storia di Jens Jensen, marketing manager di una società di Stoccolma che progetta e vende caschi da bicicletta in tutto il mondo. Personaggio decisamente scazzato, estremizza il concetto di lavorare il meno possibile in ufficio non limitandosi ai semplici trucchetti per dare l’impressione di lavorare mentre si fa tutt’altro, arrivando a decidere di sparire nel vero senso della parola. Per farlo, quale luogo migliore di nascondersi proprio in ufficio? Infatti Lars scopre un’area nascosta negli archivi e l’attrezza di tutto punto per viverci, confidando nella complicità di un addetto alle pulizie, unica persona a conoscenza del nascondiglio. Sistemare in giro pochi ma fondamentali indizi che facciano pensare al proprio suicidio ed il gioco è fatto. Ma un padre lontano e molto distratto ed un’ex-fidanzata ancora decisamente affezionata coinvolgono la polizia e le cose iniziano a complicarsi. Particolare non di poco conto, Lars rimette in funzione un vecchio centralino dell’azienda tramite il quale passa la giornata nel suo nascondiglio facendosi gli affari di tutti e scoprendo vizi privati e pubbliche virtù di colleghi e superiori. Fin qui il tutto reggerebbe, benché lontani dal “morirete dal ridere” strombazzato in copertina da apposita “pecetta”. Dove il libro crolla, dando la chiara sensazione di aver perso il proprio tempo, è nel momento in cui Lars scopre una specie di organizzazione parallela di centinaia di persone che hanno intrapreso il suo stesso percorso e che, associandosi e mettendo a fattor comune le proprie esperienze, hanno deciso di fare qualcosa per cambiare il mondo (avete presente gli hacker?) creando danni informatici (e non solo) che si riverberano sulla tranquillità dei cittadini nella speranza, attraverso l’instabilità, di farli svegliare ed uscire dal guscio. Insomma, una via di mezzo tra Matrix e Il Piccolo Principe. Deludente

Nick Hornby (a cura di…)   –   “Il mio anno preferito – Storie di calcio”   (ed. Guanda – ebook – pp. 215)

Nick Hornby, mio scrittore preferito e grandissimo appassionato di calcio, cura questa divertente antologia di racconti, o meglio, di piccoli diari scritti da giovani e titolati (più o meno) autori inglesi ed irlandesi, aventi come tema comune il calcio e la sana passione che spesso è legata a questo sport. La cosa più simpatica del libro è che la squadra protagonista di ogni singolo racconto, e delle esperienze ad essa legate, è spesso lontana dalle vette delle classifiche o, addirittura, fuori dalla massima divisione. Si racconta sempre di squadre e squadrette di provincia lontane dai titoloni dei giornali. Le gesta dell’Oxford e del Cambridge United, del Middlesbrough degli anni ’90, del Raith Rovers (sconosciuta squadra scozzese) o del St. Albans City, del Watford della metà dei Settanta, del Norwich, dello Swansea o della nazionale Irlandese (la più provinciale delle nazionali), vengono trattate con ironia tutta britannica. Squadre che, nella migliore delle ipotesi, hanno sfiorato una clamorosa promozione dalle serie minori e che, nonostante tutto, sono capaci di regalare emozioni immense ai propri tifosi. Magari anche nel caso di una pessima retrocessione. Imperdibile per chi ama il calcio senza prenderlo troppo sul serio.

Francesco Guccini   –   “Cittanova Blues”   (ed. Mondadori – pp. 215)

Terzo volume della trilogia dall’infanzia alla maturità del Francesco Nazionale, dopo “Cronache Epifaniche” e “Vacca d’un Cane”. Nel primo, con una scrittura molto vicina al dialetto, Guccini racconta la sua infanzia dopo la fine della guerra sull’Appennino Tosco-Emiliano. Nel secondo, con una scrittura molto più semplice, narra dell’adolescenza a Modena. In questo terzo volume ci si trasferisce a Bologna, per vivere i primi anni Sessanta, dalla fine della scuola al militare e poi l’università, passando per le prime esperienze musicali. E dentro tutto il mondo di una piccola grande città sonnolenta e viva al tempo stesso. Come vivo è anche il racconto, rutilante in un misto di italiano e dialetto parlato, che tiene incollato il lettore (si, anche quello delle quattro-cinque pagine enondipiù) e lo fa immedesimare in quello che voleva dire avere vent’anni in quei tempi. Si legge con enorme piacere ma sappiate, per chi conosce bene Guccini, che è impossibile non arrotare le “r”

Ivano Fossati   –   “335″   (ed. Einaudi – pp. 410)

Dato l’addio alle scene durante il 2012, Fossati si da alla letteratura. Nel 2014 esce il suo primo romanzo. Inizia come “Hanno tutti ragione” di Sorrentino.

Il Tony Pagoda della situazione è anziano e vive negli Stati Uniti. E’ un musicista italiano, ed in qualche momento della sua vita, dalla provincia italiana, si è trasferito a vivere da quelle parti. E questo è il prologo. Il nome “335″ viene dal modello mitico della Gibson, per intendersi quella imbracciata da Keith Richards nella pubblicità di una famosa marca di borse. E dallo stesso Ivano Fossati in parecchi suoi concerti. Vado avanti, poi ne riparliamo

Clinton Heylin   –   “E Street Shuffle – I Giorni di gloria di Bruce Springsteen”   (ed. Arcana – pp. 412)

La storia dei primi anni del Boss in un pedante e voluminoso saggio che analizza ogni fatto attraverso il suo riflesso nei versi delle canzoni di Springsteen. Ed in certi momenti non ne esce neanche un’immagine troppo edificante.

Vado avanti con grandissima fatica. Pesante

Paul Auster   –   “Follie di Brooklyn”   (ed. Einaudi – pp. 265)

E’ l’ultimo arrivato. Ed è il primo romanzo di Paul Auster a cui mi avvicino. Forse il recente viaggio a New York mi ha stimolato alla lettura. Un uomo sulla sessantina cerca un luogo dove morire. Così torna alla natia Brooklyn lasciata durante l’infanzia. Malato di tumore, anche se in regressione, si è lasciato tutto alle spalle: moglie, diventata “ex”, una figlia, un lavoro di successo come assicuratore.

Non ha nulla da fare tutto il giorno ma non si lascia andare. Inizialmente pensa di impegnarsi in un progetto di scrittura, raccontando strafalcioni più o meno comici propri o di altri. Poi il fortuito incontro con un nipote perso di vista da anni apre ad una girandola di eventi… La prima parte, nonostante il tema iniziale, scorre leggera e divertente. Sono a pagina 60 ma ho la sensazione che questo libro sarà tra quelli “rallentati ad arte”

Federico Tocci   –   “Il Lato Negativo”   (indipendente – pp. 110)

Un libro che mi ha incuriosito e nel quale mi sono imbattuto casualmente su Amazon. L’autore è giovanissimo, appena 15 anni. Ed ha voglia di raccontare, di esprimersi, di scrivere. Che esperienze può avere un adolescente della generazione tendenzialmente “sottovuoto spinto” cresciuta a tv e Playstation e con pochi valori e punti di riferimento? E allora ben venga un ragazzo pur dallo stile acerbo e che sicuramente dovrà lavorare sodo per crescere ulteriormente (magari una correzione di bozze prima di pubblicare). Ma, intanto, si merita un “bravo” per la voglia di esprimersi e mettere a nudo una parte di sé, forte e al tempo stesso insicura. Federico  usa un espediente narrativo mutuato dal cinema (di cui sembra essere grande appassionato – sempre 15 anni!): un ragazzo al primo giorno di scuola, vive il contatto con la nuova realtà mentre, attraverso una serie di flash-back, rivive le esperienze non sempre piacevoli che ne hanno segnato il percorso fino a quel momento. Non perdere l’entusiasmo, il resto arriverà con l’esperienza

Giulio Verne   –   “Il Giro del Mondo in 80 giorni”   (ed. DeA – pp. 318)

Dimenticavo. Il mio piccolo A (che compirà 6 anni il prossimo mese) è molto contento se la sera gli si legge una storia prima di dormire. Dalle semplici favolette siamo passati da qualche tempo a veri e propri libri. “Il Giro…” l’abbiamo iniziato una quindicina di giorni fa. Normalmente la voce narrante è di mia moglie. Certo, qualche semplificazione sul testo è necessaria: ad esempio abbiamo tagliato la noiosa descrizione delle pianure indiane. Però ogni tanto io ed A ci mettiamo, cartina alla mano, a verificare il percorso di Fogg e Passpartù. E la sera mi sistemo vicino a loro ed ascolto con la stessa attenzione di A. Vale come libro letto, giusto?

Benvenuti in Cantina

11 Settembre 2014 Nessun commento

Come faccio a conoscere con discreto anticipo l’uscita di un nuovo album di un mio beniamino? A parte la stampa specializzata (nazionale ed estera) alla quale mi dedico con discreta frequenza, un’altra preziosa fonte d’informazioni è rappresentata dalla pagina delle novità di Amazon. Nell’ultima visita al sito sono venuto a scoprire due belle novità in un colpo solo, per le quali occorrerà però aspettare qualche tempo visto che sono previste in uscita per il mese di novembre 2014.

Tutti i grandi artisti del rock si portano appresso, vuoi per l’età vuoi per il vecchio sistema di diffusione delle notizie, ben diverso dalla “connessione” costante di questi ultimi anni,  un mistero. Di vario genere.

Si va dalla grande sòla della morte di Paul McCartney (con sostituzione di un sosia con il volto contraffatto ma con voce identica e, soprattutto, con lo stesso estro fantastico – pensate un po’) al fatto che Elvis e Jim Morrison siano vivi e vegeti e girino per le strade del mondo indisturbati e lontani ormai dal business a godersi la vita (questa rispunta fuori con una certa costanza, anche se i due oggi dovrebbero avere oggi rispettivamente 80 e 70 anni e beato chi li dovesse riconoscere). Per non parlare dei vari patti con il diavolo, dei brani riascoltati al contrario e delle leggende (vere? false?) sui Led Zeppelin e Jimi Hendrix.

Anche Bob Dylan non sfugge a tutto questo. Nel suo caso il fatto risale al 1966. Luglio del 1966. Bob Dylan sale sulla sua moto, una Triumph Tiger, e se ne va in giro per le sue zone. Si trova dalle parti di Woodstock, molto prima che il luogo divenga un’icona dei nostri tempi. Ad un tratto perde il controllo della moto.

La notizia che si sparge improvvisamente è che sia morto. Poi pian piano arrivano delle rettifiche. E’ ferito in maniera gravissima, molto grave, grave, se la caverà, sta abbastanza bene,, non gli è successo granché. Insomma, non ci si capisce molto. La cosa fondamentale è che nessun poliziotto è intervenuto sul luogo dell’incidente, nessuna ambulanza è stata chiamata, nessun Pronto Soccorso ha registrato l’accettazione del signor Robert Zimmerman.

la cover dell'album originale

Cosa successe? Probabilmente nulla di più di un semplice rifiuto di tutto quello che aveva intorno. Stiamo parlando di un tipo che da menestrello a spasso per gli States sulle orme di Woody Guthrie tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, in capo a tre-quattro anni era diventato un leader musicale e di pensiero offrendo canzoni semplici e dai contenuti importanti ad un pubblico giovanile che cominciava a chiedere, e soprattutto ad ottenere, sempre di più. Tra il 1965 ed il 1966 Dylan piazza tre capolavori: “Bringing It All Back Home” dove avvia la svolta elettrica completata nel successivo “Highway 61″. Poi nel 1966 la grande trilogia si conclude con il doppio splendido “Blonde on Blonde”. Dylan è all’apice. E’ diventato d’ispirazione persino per chi in quel momento è in testa alle classifiche ed ha in corso carriere di tutto rispetto: John Lennon ha sempre sostenuto quanto Dylan abbia ispirato la sua vita e la composizione di alcuni brani come “I’m a Loser”. Poi c’è quella storia del primo spinello della sua vita… vabbè, questa c’interessa di meno.

Da qui tutte le pressioni del caso: un tour dopo l’altro (come trasformare un cantante folk in una rockstar), un album dopo l’altro, le critiche, spesso non tenere, per la svolta elettrica. E poi la stampa e le istituzioni, e le pressioni sui contenuti spesso scomodi delle sue liriche.

In un libro uscito qualche anno fa, “Dylan On Dylan”, e che raccoglie anni ed anni di sue interviste, lo stesso Dylan commenta il suo incidente raccontando: «Quando ebbi l’incidente motociclistico… mi rialzai per riprendere i sensi, realizzai che stavo solo lavorando per tutte quelle sanguisughe. Non volevo farlo».

Insomma, Dylan sparisce dalla circolazione per diciotto mesi. Riprende a respirare.

The Big Pink

Riprende anche a fare musica per il gusto di farlo. L’occasione gli viene fornita da alcuni amici che hanno da poco recuperato una specie di casolare degradato in mezzo ad un bosco. Il luogo si chiama West Saugerties e si trova ad una ventina di chilometri da Woodstock e ad un paio d’ore di macchina da New York. Al casolare, giusto per caratterizzarlo, è stata data una vigorosa mano di vernice rosa ed è stato ribattezzato “The Big Pink”. Nella cantina è stata attrezzata una sala prove dotata di discrete attrezzature.

“Bob, che fai, ci raggiungi?” devono avergli detto un bel giorno al telefono, e lui non se l’è fatto ripetere due volte. Probabilmente facendo a meno di utilizzare la Triumph si reca a Big Pink. Il Dylan che intravede la casetta rosa tra le querce del bosco è decisamente diverso dal personaggio pubblico. Qualcosa è cambiato. Tra l’altro risente anche di un “blocco del compositore”: da quel momento le vette degli album precedenti non le raggiungerà più fatta eccezione, a mio parere, per “Blood on the Tracks” ed i due singoli “Knockin’ on Heaven’s Door” e l’immenso e potente “Hurricane”. Da quel momento in poi ricordo Dylan solo per la “scoperta” di Mark Knopfler che gli impreziosisce  i solchi di “Slow Train Coming” a pochi mesi dall’uscita del primo album dei Dire Straits.

Chi sono gli “amici” che lo invitano alla Big Pink? Altri non sono che quei simpaticoni che arrivano dall’Ontario, Canada. In quei giorni non lo sanno ancora, ma stanno per diventare un’enciclopedia vivente della musica americana, rileggendola e reinterpretandola  dal blues del delta del Mississippi al gospel di Harlem, dal rock’n'roll di St. Louis e Tupelo al folk del Midwest ed al country di Nashville. Loro sono The Band, anche se nella primitiva forma di gruppo accompagnatore di Bob Dylan.

"Genuine..."

I sei si chiudono in cantina e cominciano a suonare. Sicuramente si divertono molto. E allora accendono anche il registratore, che non si sa mai. Suonano per giorni. Suonano di tutto. Alla fine sui nastri rimangono impresse più di un centinaio di canzoni. Qualche nuovo (e minore) brano di Dylan, qualcosa della Band, qualche classico, qualche traditional. Una montagna di blues, di country e di folk. In giro c’è parecchia psichedelia e loro si rifugiano in qualcosa che sicuramente sentono più come proprio.

I nastri vengono archiviati e la vita riprende il suo corso. Succede di tutto, praticamente cambia il mondo e ritorna al punto di partenza in capo a pochi anni. Nel 1975 la Columbia, casa discografica di Dylan, pubblica ufficialmente il materiale, ma limitatamente alle sole canzoni di Dylan di cui possiede i diritti, oltre ad alcuni brani di The Band che, nel frattempo, è diventata a sua volta stella di prima grandezza. Anzi, già che si trovano, Robbie Robertson porta i suoi in sala d’incisione e gli fa rimettere mano al loro materiale, giusto per perfezionarlo. Esce così “The Basement Tapes”, doppio album, che diviene disco d’oro negli Stati Uniti e nel Regno Unito raggiungendo rispettivamente la settima e l’ottava posizione nelle classifiche dei due paesi.

"Complete..."!!!

E, finalmente, arrivo almeno alla prima delle due novità di cui parlavo all’inizio del post. Per chi sia arrivato fin qui, grazie per la pazienza. Il 4 novembre prossimo è in arrivo l’undicesimo volume delle “Bootleg Series” di Bob Dylan e si tratta delle registrazioni complete tratte dai nastri originali incisi a Big Pink, senza alcun maquillage, raccolte in sei cd. Prezzo sui 150 dollari, ma ridotto ad un terzo (per gli USA, poi vedremo per l’Italia) per il formato digitale. Poi, va da se, in genere questi cofanetti in capo a cinque-sei mesi scendono almeno alla metà del prezzo iniziale. Questione di attendere. In ogni caso è previsto anche un cd “highlights” contenente una ventina di brani.

“The Complete Basement Tapes” rappresenta la pubblicazione ufficiale delle registrazioni, finora contenute in un “vero” bootleg, vale a dire “The Genuine Basement Tapes” (cinque cd). Mi son preso la briga di mettere a confronto le due track-list e, più o meno, sono simili. Certo, nella versione in uscita c’è “Blowing In The Wind” che non era contenuto nel vecchio cofanetto. Già questo….

La band di "Lost..."

Ma, parallelo a questo prodotto, va segnalata la pubblicazione di un’altra chicca. Solo sette giorni, e l’11 novembre sarà disponibile “Lost On The River: The New Basement Tapes”. Di che si tratta? Bob Dylan ha trovato un vecchio block notes contenente liriche complete o più o meno abbozzate risalente al periodo nel quale si trovava ospite a Big Pink. L’ha consegnato al suo amico T-Bone Burnett, famoso musicista e produttore, e gli ha detto “Cerca qualcuno che scriva delle belle musiche ispirate, e vediamo cosa succede”.

T-Bone non se lo fa ripetere e coinvolge Elvis Costello, Marcus Mumford (artista di riferimento del nuovo folk con i Mumford & Sons), Rhiannon Giddens (Carolina Chocolate Drops)  e Jim James (My Morning Jackets). Il gruppo si è chiuso in uno studio californiano ed in due settimane ha composto, arrangiato e prodotto qualche dozzina di canzoni di cui le prime venti vengono pubblicate in questo primo album. Certo il sequel.

 

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