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Archivio Ottobre 2014

Il Disco del Mese: “Agnese Dolce Agnese” (1979)

30 Ottobre 2014 Commenti chiusi

1978. Ivan Graziani di gavetta ne ha fatta anche troppa. E’ dal 1963 che lavora come professionista passando di gruppo in gruppo fino a mettersi in proprio. Poi suona la chitarra talmente bene che ormai è un apprezzato turnista in sala (Battisti, De Gregori, Venditti, solo per dirne qualcuno). Ma ha parecchie cose da dire e dal 1976, al ritmo di uno all’anno, pubblica tre album (“Ballata per Quattro Stagioni”, “I Lupi” e “Pigro”). I primi due passano quasi inosservati.

Con “Pigro” qualcosa si muove. Sono dischi pieni di chitarre suonate splendidamente e caratterizzati da un sound molto diretto e pulito. Poi la sua voce in falsetto così particolare.

Le sue canzoni si fanno già riconoscere per vari motivi. Innanzitutto scrive dei testi che in alcuni casi sono concepiti come piccoli film completi di tutto (“Motocross”, “Monna Lisa”, “Scappo di Casa”, “I Lupi”). Poi disegna dei ritratti femminili talmente nitidi da rendere il personaggio assolutamente reale (“Paolina”, Marta di “Lugano Addio”, “Eva”). Usa la melodia con la stessa semplicità e naturalezza, sia che imbracci l’elettrica in un rombante rock’n'roll (“Fango”, “Il Campo della Fiera”, “Pigro”, “Trench”) che nelle ballate più dolci (“Donna Della Terra”, “Ballata per Quattro Stagioni”, “Il Topo nel Formaggio”). Poi, last but not least, coniuga rock, melodia, cantautorato, folk, motivi da musica popolare e chi più ne ha più ne metta, con una semplicità ed un’onestà che rendono tutto assolutamente vero ed inconfondibile.

Il 1979 è l’anno del successo. “Agnese Dolce Agnese” è il classico “disco perfetto”, quello che ogni autore e/o cantante sogna di aver composto e realizzato.

“Taglia la Testa al Gallo” è proprio l’esempio di commistione di cui parlavo sopra: un brano dalla solida struttura folk, un motivo da festa di piazza, il tutto montato su di una ritmica martellante. Roba che oggi rifanno Mumford & Sons, tanto per dirne una.

“Fame” ha un testo interessante decisamente autobiografico ed un riff blues, con degli stop&go di gran rilievo. “Veleno all’Autogrill” rientra nella tipologia “film”. Un rock blues durante il quale sembra di veder scorrere il video del brano, una piccola sceneggiatura, con cambio di toni ed atmosfere. E che dire del “cuore che mi batte nel cervello”? Ripescatela ed ascoltatela.

“Il Piede di San Raffaele” racconta la storia di una certa signora Sofia che fa fatica ad invecchiare e di Don Isidoro. Su “Dottor Jeckyll e Mister Hyde” ci siamo allenati a quei tempi come “riff da maestro”. Altro standard rock blues dal riff grandioso, che ti entra nel cervello: fosse nato in Inghilterra o negli Stati Uniti sarebbe diventato una star.

Con “Agnese” siamo invece ai “ritratti di signora”. La canzone è delicata, forse non originalissima (all’epoca ci fu qualche polemica), ma solare. “Il Prete di Anghiari” è una curiosa storia sulle inquietanti pratiche notturne di un certo pretozzo di campagna.

Così si entra nel gran finale. “Fuoco sulla Collina” è una grandissima canzone con un assolo spettacolare. Ma non è solo quello. E’ tutto. E’ una canzone perfetta: la melodia, l’arrangiamento, il solo, la voce, il testo. Emozionante. Dal vivo diventava una vampata d’energia.

“Modena Park” è una ballata con un simpatico riff introduttivo alla chitarra acustica. Poi si dipana un bel rock dove continua a comandare l’acustica. Canzone complicata, quasi una mini-suite, ma dalla melodia di gran respiro. Non la solita canzone, decisamente. Il finale è ancora la storia di una ragazza di provincia, “Canzone per Susy”, e della sua relazione con il suo bassista dal cuore già occupato e dall’inevitabile catastrofe che ne segue. Anche qui melodia e classe da vendere.

Un disco imperdibile in qualsiasi collezione ed anche l’occasione per avvicinarsi ad un cantautore che andrebbe riscoperto per la notevole qualità del materiale da lui prodotto.

Disraeli Tears

27 Ottobre 2014 Commenti chiusi

Anche Jack Bruce saluta e va via.

Per chi non lo sapesse Jack Bruce ha rivoluzionato il basso elettrico rock, quasi quanto Jaco Pastorious quello jazz. Di formazione classica, iniziò la sua carriera nei primi anni Sessanta con le band dei guru del blues bianco inglese Alexis Korner, John Mayall e Graham Bond. Poi con Manfred Mann prima di legarsi in sodalizio artistico nei “Cream” con due tipi niente male come Eric Clapton (“Clapton is God” si leggeva sui muri di Londra in quegli anni) e Ginger Baker, batterista potente e versatile il cui ego aveva fatto una certa fatica (per usare un eufemismo) ad adattarsi a quello di Jack Bruce ai tempi della band di Graham Bond. Sembra che i due arrivassero a sabotare lo strumento dell’altro pur di fargli rimediare una magra figura “on stage”.

Serviva proprio uno come Jack Bruce per fare da collante a Clapton e Baker, due che tendenzialmente avrebbero trasformato le loro parti nei concerti dei Cream in due assoli lunghi un paio d’ore senza che sul palco ci fosse la necessità di avere altri musicisti.

E Bruce fece da collante in tre modi: innanzitutto componendo gran parte del materiale originale del gruppo, comprese “Sunshine Of Your Love” (insieme a Clapton), “Politician”, “White Room”, “Sleepy Time Time”, “N.S.U.” ed altre.

In secondo luogo cantando parecchio del materiale con la sua voce potente. Infine suonando il basso, vero legame tra batteria e chitarra, in un modo fantasioso ed innovativo anche se di stampo tipicamente blues. Riempiva tutti gli spazi tra gli altri strumenti suonando il suo basso come se fosse la rotaia di un treno sulla quale imbarcare gli altri due, un treno ad altissima velocità piazzato su di un percorso anche troppo difficile.

Poi, finito il “magic moment” dei Cream, una carriera solista onesta e di qualità, collaborando con tanti, praticamente tutti, da Zappa a Lou Reed, ed incidendo album a proprio nome che non sono passati alla storia, ma senza mai svendersi inutilmente e rimanendo fedele a se stesso.

E tutti noi bassisti (eh si, mi considero nella grande famiglia, seppure come ultimissima ruota del carro) che proviamo una sensazione particolare nel rompere le scatole agli altri del gruppo piazzando qua e là note che stanno bene nel contesto, ma avendo l’attenzione di suonargliele all’improvviso, giusto per il gusto di sorprenderli (e gli altri si girano verso di te con l’aria di chi ha appena ascoltato una martellata data su di un microfono piuttosto che una nota di basso), noi che la versione migliore è sempre la successiva, che arrangiamo il brano mentre lo suoniamo, noi che forse aggiungendo un passaggio qui e raddoppiandolo là, noi che “suoniamolo ancora più veloce o più lento”, gli dobbiamo qualcosa. A lui  ed al suo modo d’interpretare lo strumento.

Tanto gli altri poi si adattano e guai a suonare il brano in maniera diversa da quella appena proposta…..

Bye Jack

Pirati! – pt 2

19 Ottobre 2014 Commenti chiusi

1973

“Elvis Has Just Left the Building, UK Tour 1973″:  a gennaio del 1973 i Led Zeppelin partono per un nuovo tour in Inghilterra. Il quarto album era deflagrato ovunque e il quartetto girava senza sosta. Questo bootleg documenta tre date di questo tour (Liverpool, Bradford e Southampton) ed ha una particolarità: oltre ad alcuni grandi classici (“I Can’t Quit You”, “Whole Lotta Love”, “Heartbreaker”, “The Ocean”, “Dazed and Confused”) per la maggior parte contiene una carrellata di standard Rock’n'Roll e Soul. Ci sono “Everybody Needs Somebody”, “Love Me Tender”, “Blue Suede Shoes” ed altre. Il suono è decisamente attutito e confuso, ma la voce di Plant si sente bella nitida. Per amatori.

“Trentham Gardens, Stoke-On-Trent, UK”:  stavolta la registrazione è tratta da una sola data del tour inglese. E’ il 15 gennaio del 1973 ed il dirigibile fa scalo a Stoke-On-Trent, tra Liverpool e Derby, non distante da Snowdonia dove Page e Plant avevano soggiornato per ricaricarsi. Gli Zep provavano in concerto i brani che stavano preparando per i nuovi album, giusto per saggiarne la presa sul pubblico. In una registrazione “live” stavolta degna di questo nome, si possono ascoltare “Over The Hills and Far Away”, “Dancing Days”, “The Song Remains The Same” e “The Rain Song”, oltre ai grandi classici (“R’n'R”, “Starway…”, “Dazed…”, “Whole Lotta…” ed altre) e ad una divertente e rara “Bron-Yr-Aur Stomp”. Bello e pulito.

“V1/2 – Live At Seattle Center Coliseum”: è il 13 luglio del 1973. Si tratta dello stesso tour da cui è tratto buona parte del materiale di “The Song Remains The Same”, unico album ufficiale dal vivo del gruppo (almeno fino alla pubblicazione della reunion del 2012). Lasciando Page & soci poco spazio al caso, la scaletta è molto simile all’album ufficiale, in particolare alla pubblicazione estesa che si può reperire su Itunes. Storicamente “Houses of the Holy” è uscito da quattro mesi e le composizioni in esso contenute dominano la scaletta. In questo album c’è una “Dazed and Confused” di 36 minuti (dura da mandar giù) oltre alle splendide “No Quarter”, di 12 minuti, e “The Rain Song” di appena 9 e mezzo. Peccato il suono non buonissimo, ma in ogni caso grande documento.

1975

“Flying Circus”: 12 febbraio del 1975. E’ un tour spettacolare, pirotecnico. Il gruppo va negli Stati Uniti e trova un Jumbo personale per gli spostamenti. Fa base a New York, per i concerti sulla costa Est,ed a Los Angeles per quelli sulla costa Ovest. A Los Angeles, vera seconda casa del gruppo, hanno praticamente una vita parallela a quella inglese, con relative fidanzate ed accompagnatori vari. Iniziano il tour senza avere ancora il nuovo album nei negozi (il doppio “Physical Graffiti” uscirà il 24 febbraio). Da “Physical…” si possono ascoltare in scaletta “Trumpled Under Foot”, “Sick Again”, In My Time Of Dying” ed una grandiosa “Kashmir”. Il gruppo è in forma pazzesca ed il cd, triplo, è ottimo da tutti i punti di vista. Incisione ai limiti della perfezione.

“Cospiracy Theory”: 14 marzo 1975, San Diego, California. E’ inutile dilungarmi con questo album. Ancora triplo ed un’ottima alternativa al precedente. Ottima incisione, stessa scaletta a parte “Whole Lotta Love” e “Black Dog” che qui mancano rispetto a “Flying Circus”.

1977

“Bringing The House Down”: il tour del 1977, oltre un anno dopo l’uscita di “Presence” (marzo 1976) presenta una particolarità. Gli Zeppelin invece di spostarsi ogni sera in una città diversa, riducono le location esibendosi però più volte. Così suonano quattro sere nel mese di maggio nel Maryland, al Capitol Centre di Landover. Il concerto del 26 viene registrato dall’impianto voci e si tratta di un’ottima registrazione. Del nuovo album ci sono solo “Nobody’s Fault But Mine” e “Achilles Last Stand”, ma si tratta di un triplo cd per oltre tre ore di musica di grandissimo livello. Unica cosa strana: in alcuni brani improvvisamente c’è come un cambio di atmosfera. La registrazione da pulita diventa sporca, quasi si apre agli effetti di “atmosfera”. Si sente molto bene il pubblico, anche qualcuno che chiacchiera. Come se in quei punti fossero stati utilizzati, forse perché la registrazione originale era saltata, degli spezzoni presi da altre fonti e “giuntati” ad arte.

“Deep Striker – Live at Inglewood Forum”: a giugno il dirigibile si sposta a Los Angeles e suona alcune date al Forum di Inglewood. Stavolta il concerto è racchiuso in un quadruplo cd, stessa scaletta, ma di qualità assolutamente inferiore al precedente. E’ tutto molto ovattato ed ogni volta che Plant arriva dove solo lui sapeva arrivare fischia tutto. Per cui, se doveste scegliere……

1979

“Live From Knebworth”: il 15 agosto del 1979 esce in tutto il mondo “In Through The Out Door”, ottavo album di studio del gruppo che ormai, in fatto di vendite, comincia a veleggiare intorno ai 250 milioni di dischi venduti. Come da tradizione, l’album non è ancora nei negozi e loro partono in tour. Ancora nessuno lo sa ma quello sarà sia l’ultimo album. Il 4 ed l’11 agosto i Led Zeppelin suonano al Festival Rock di Knebworth, uno dei più importanti del mondo. Il sacro fuoco divampa meno potente. Sono ormai dei grandi businessman. In questo bootleg è registrato l’intero concerto del 4 agosto. La setlist riprende il tour del 1977 e dell’album in uscita ne fanno parte solo “Hot Dog” e “In The Evening”. La prova del gruppo è grandiosa. Peccato che la qualità del suono sia scadente, sullo sfondo e impastato, e quando Plant chiama in causa il pubblico per accompagnarlo durante il cantato si sente di più qualche ragazza vicina al microfono utilizzato per registrare il concerto che il cantante degli Zep.

1980

“Live in Rotterdam 1980″: durante l’estate del 1980 i Led Zeppelin partono per un breve tour europeo. Quattordici date soprattutto in Germania (10) ed una in Austria, Svizzera, Belgio ed Olanda. Il 21 di giugno sono a Rotterdam, dove viene registrato questo album che contiene solo una parte del concerto (solo nove delle quindici canzoni incluse nella scaletta). Però si può trovare incisa l’unica versione di “All My Love” di cui io sia a conoscenza. Peccato perché il suono è discreto, meglio di parecchi altri. Però resta parziale. Mancano anche “Starway To Heaven” e l’iniziale (e un po’ a sorpresa) “Train Kept a-Rollin’” dai tempi degli Yardbirds. Il tour terminerà a Berlino il 7 luglio 1980 e sarà il canto del cigno del gruppo. “Bonzo” Bonham morirà il 25 settembre mentre i Led Zeppelin erano tutti riuniti in una casa di campagna a far progetti sul futuro. Da lì in poi solo celebrazioni.

2007

“Live in London”: durante l’estate del 2007 si sparge la notizia che i tre Zeppelin superstiti si riuniranno con Jason Bonham, figlio di “Bonzo”, alla batteria per un concerto celebrativo dell’Atlantic, loro casa discografica storica. Per assistere al concerto vengono aperte le prenotazioni via Internet. In poche ore arrivano 20 milioni di prenotazioni da ogni angolo del mondo. Gli spettatori verrarnno poi sorteggiati. Il bootleg, doppio, mi è costato uno sproposito (e senza ascolto preventivo, ovviamente). Ed è una sonora schifezza, praticamente inascoltabile. Fortuna che poi, cinque anni dopo, è arrivato l’ufficiale “Celebration Day” a testimoniare l’evento……

Lorenzo Bartoli (1966-2014)

6 Ottobre 2014 1 commento

Brutta bestia Facebook.

C’è un amico. Con lui hai condiviso una montagna di vita. Vi siete conosciuti nel 1981. Io diciassette anni, lui quindici. Una gran voglia di comunicare, una grande curiosità e, soprattutto, la capacità di cogliere il particolare da qualsiasi cosa. Una sensibilità immensa, di un cuore che si era stratificato in quella breve vita fin li percorsa con esperienze che noi comuni mortali possiamo avere solo immaginato. Ed un altro dono pazzesco: saper giocare con le parole e metterle in fila per costruire storie originali, divertenti, appassionanti, leggere.

Poi grande sintonia: tanti libri e tanta musica. Ognuno ascoltava e leggeva le sue e poi avveniva una sorta di osmosi per cui quelli dell’uno diventavano anche quelli dell’altro. Caputo, Style Council, Fossati, Paolo Conte, Joe Jackson, Pearl Jam (“Te li ho proposti perché ti stavi rilassando un po’ troppo…”), Tuck & Patty, Steelye Dan e Donald Fagen e tantissimi altri. Poi Stephen King, Vonnegut, Andrea De Carlo (“Due di Due” è ancora oggi uno dei miei libri preferiti in assoluto, grazie Ba’) e ancora e ancora. L’estate si facevano le quattro di mattina strimpellando la chitarra ed inventando testi e canzoni improbabili ma dai testi che allora ci sembravano poetici.

Al mare mi piaceva una ragazza, ospite da tre sorelle. Chi fece l’entartainer con tutte e tre? E non gliene piaceva neanche una. E chi mi diede una mano a superare l’inevitabile fine di quella storia (ed anche di altre)?

E il calcio? ci si vedeva tre volte a settimana solo per quello. Grande giocatore di calcetto e calciotto non aiutato da una stazza notevole ma metteva la palla dove voleva lui con estro e semplicità.

Poi si cresce. Le strade inevitabilmente si dividono, altre scelte, altri interessi. Lui riesce a realizzare il suo sogno: fare della scrittura il suo mestiere. All’inizio scrive come può, dove può. Poi da sfogo alla sua fantasia e riesce ad affermarsi nel mondo  dei fumetti, entrando direttamente dalla porta principale: “L’Eternauta”. E non solo. Inventa personaggi originali, dirige riviste, collabora con chiunque abbia bisogno di un’idea, di un soggetto, di una sceneggiatura. In breve la sua fama sale e diventa l’eroe di ogni festa del fumetto, da Lucca a Roma, fino ad arrivare anche negli Stati Uniti.  La sua allegria, la sua capacità di comunicare e la sua competenza lo portano ad insegnare sceneggiatura in un’importante scuola di fumetto di Roma. Arriva a tre-quattro albi monografici (si chiamano così?): Arthur King, John Doe, Detective Dante. Pieni d’ironia, di pathos, di dramma, ma zeppi anche di citazioni di film, di libri e canzoni.

E poi i suoi libri. I primi due (“Bambole” e “Overminder – il Sognatore” sotto lo pseudonimo di Akira Mishima perchè “…Fernà, l’editore m’ha detto che un romanzo cyberpunk non si vende se l’autore non è giapponese” mi confidò consegnandomi il libro.

Intanto ci si vede sempre più raramente, fino a perdersi di vista per almeno dieci-dodici anni. Poi una sera una telefonata. “Sai, ho aperto un locale, una libreria con bistrot. Vienimi a trovare che chiacchieriamo un po’”. Detto fatto. Contemporaneamente mi iscrivo a Facebook ed a quel punto il contatto diventa giornaliero. Lui leggero, come sempre, con post buffi, divertenti, spesso stimolanti al dibattito. Oppure con i suoi racconti su tipi stralunati, su amori corrisposti o meno ma mai banali e su baci dispari. Insomma, non ci si vede mai lo stesso, ma è meglio di telefonarsi tutti i giorni.

E ancora post con dentro tanta musica. Una decina di giorni fa ne pubblica uno con il link a “What a Wonderful World” di Louis Armstrong nella versione di Joey Ramone e l’accompagna con una frase circa la sua canzone preferita nella sua versione preferita. Mi aggancio subito e gli scrivo: “Ba’, ma sai che è uno dei pezzi forti del mio gruppo? Non mi sei mai venuto a sentire. Quando mi farai l’onore di venire ad un mio concerto?” e lui “Assolutamente la prossima volta”.

Poi una domenica mattina ti svegli che il cielo è azzurro senza una nuvola e ti aspetti una giornata meravigliosa. Di quelle di inizio autunno ancora calde. Accendi il telefono e la prima notifica è un messaggio di un’amica di Lorenzo: “Mi mancherai”. Non ho capito. Un secondo e ne arriva un altro: “Lollo non c’è più”. Non ci credo.

Ed invece è così.

Il dispiacere è immenso. Però ci sono almeno un buon paio di modi per ricordarlo e, magari, per conoscerlo se non si è avuta questa fortuna.

Prima di tutto andando a dare un’occhiata al suo blog “Cuori da Bar”, goloso scrigno nel quale, speriamo per sempre, sono conservati oltre un centinaio di suoi brevi racconti. Non solo per capire come scriveva. Anche per capire Lorenzo stesso: il suo modo di osservare le cose, di capirle e testimoniarle: lui è in ogni parola espressa lì dentro.

http://cuoridabar.blogspot.it/

E poi leggendo il brano che segue. Si trova sul blog (febbraio 2011). Mi permetto di pubblicarlo perché lui avrebbe apprezzato la condivisione. E’ dedicato a sua figlia. Ed è qualcosa di magico:

A MIA FIGLIA     di Lorenzo Bartoli

Io ti ho vista chiaramente per la prima volta quando avevo circa sedici anni.
Mi ero comprato una chitarra acustica e avevo imparato a strimpellarla un po’. Ricordo ancora quel giorno, il giorno in cui sei, in un certo senso, nata. 
Ero seduto sul divano brutto di una casa di vacanze in affitto, in una località di mare a troppi chilometri dal mare, perché io e tua nonna più di quello non potevamo permetterci. Cominciai a scriverti una canzone: sol minore, la maggiore, una sequenza ardita per i miei livelli. 
Voglio che mia figlia abbia gli occhi e belli e riflessi di ghiacciai eterni tra i capelli…
Be’, era tutto vero. Forse non era una gran canzone, ma era per te. La lettera più bella che un uomo potrà mai scriverti. O la seconda più bella, lo spero tanto. Poi ti ho dimenticata, troppo impegnato a cercarti una madre. Ci ho messo diciotto anni a trovarla, ma la canzone lavorava dentro e resisteva a tutto. Ogni tanto, la canticchiavo tra me, o la facevo ascoltare a qualcuno. Lo facevo per non dimenticare che ti dovevo una possibilità di nascere. 
Voglio che quegli occhi le chiariscano il mistero e le facciano distinguere l’amore, quello vero…
L’amore vero. Esplode ogni volta che sospendi l’incredulità, come davanti un film perfetto, come un libro benedetto che ti insegna cose che già sai. Ti innamorerai di chi non ti amerà allo stesso modo e sarai comunque felice, ispirata esploratrice di sentimenti male assortiti. Piangerai e farai piangere, entrerai in camere sbagliate e renderai giusto ogni tuo errore. 
E voglio che quegli occhi le si bagnino di pioggia, di acqua di fiume, di lacrime di gioia. E voglio che la sua immagine, riflessa in uno stagno, non tremi come ora che le sto facendo il bagno…
Avevo in mente quadretti di vita da mulino bianco, ma ci stavo azzeccando. 
Sei nata nel luglio del 2000, ho assistito al parto. Il dottore, dopo averti sciacquato sommariamente, ti ha piazzato in braccio a me. Ti ho impugnato come fossi un aquilone, troppo leggera per appartenere al genere umano, pronta a volare via al primo soffio di vento. Mi hai piantato gli occhi in faccia, quegli occhi strepitosi. E tutto è cambiato per sempre, dentro me.
Sei bellissima, più di qualunque donna io abbia mai visto e osato sognare. 
Voglio che mi dica quando è innamorata, anche se il suo amore sarà la mia vecchiaia…
Ecco fatto. Il solito uomo medio che fa un figlio per sopravviversi e proiettarsi oltre. No. Voglio sapere tutto, di te, senza chiedere niente. Voglio intuire i processi che articoli sotto quella fronte spaziosa, voglio spiare il film che gli occhi proiettano all’indietro, sullo schermo teso della tua immaginazione. 
Hai avuto pochi capelli, per il primo anno e mezzo. Testa di mela rotonda e perfetta, lineamenti dolcissimi, occhi grandi e verdi. Ma pochi capelli, proprio come tuo padre. Hai cominciato a parlare prestissimo, rimavi a due anni, scribacchiavi a tre. La tua prima pipì senza pannolino l’hai fatta in braccio a me, mentre ti dondolavo in un giardinetto di un’altra casa in affitto, stavolta vicinissima al mare. Sei andata a scuola, tornata da scuola, hai pianto per la scuola, sorriso alla fine della scuola. E tuo padre ha una memoria troppo grande per non fare il confronto con le sue esperienze, avvenute in quella stessa scuola, che ha soltanto cambiato nome: Giuseppe Verdi, prima; Gianni Rodari, adesso. Un buon cambio di nome, se ci pensi. 
Voglio che telefoni, se tarda un po’ la sera. Ma voglio che la sera non tardi quasi mai, perché devo baciarla, prima di dormire. Perché devo baciarla e poi dormire…
Sì. Finisce così. Come tutte le storie. Con uno che va a dormire e un altro che veglia sul suo sonno. Con uno che fa tardi, magari in macchina, di notte. E l’altro che conta le ore, aspetta quel messaggio per chiudere gli occhi a sua volta, sentinella innamorata per sempre di un amore che non può far altro che lasciare andare. Perché sono questi gli amori per cui vale la pena vivere. Sono questi gli amori per cui vale la pena piangere. Quelli che ci fanno diventare grandi senza crescere mai veramente. Quelli segreti, che nascondiamo alla gente, che non capirebbe. Sappi che tuo padre ha amato molto, nella vita. Ed è stato amato, anche bene. E che adesso, in questa notte di febbraio, sente con forza e con chiarezza che tu non sei sua. Ma lui è tuo. Io sono tuo. Per sempre.

Ciao Ba’, mi mancherai

 

 

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