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Archivio Novembre 2014

The Long and Winding Road

30 Novembre 2014 Commenti chiusi

Perché mi caccio sempre in questi pasticci?

Mi sono dedicato con attenzione all’ascolto di “The Art of McCartney”, un doppio cd-tributo a Paul McCartney uscito da qualche giorno. Non sapevo forse già cosa aspettarmi? Certo. Però voglio comunque raccontarvelo.

Per prima cosa va puntualizzato che il campionario di Big Star chiamate per questo tributo è, come al solito, quanto di più strampalato e facile si potesse realizzare. C’è veramente di tutto con una tremenda tendenza al “pachidermico” ed al “dinosaurico”. E non tutti fanno bella figura.

Ad esempio Billy Joel, con ben due numeri in lista: “Maybe I’m Amazed”, uno dei brani migliori di McCartney solista, e “Live and Let Die”, la colonna sonora di uno 007 qualunque (per me gli 007 sono tutti uguali, più o meno). Delle due non ne fa una buona. La prima pesante, la seconda sguaiata.  Le Heart, che con “Starway To Heaven” recentemente avevano commosso gli anziani Zep, qui rifanno pari pari “Band On The Run” e “Letting Go”. Non è male ma siamo al livello di cover band. E poi a me come Macca canta nella parte finale di “Band on…” piace troppo ed il confronto è difficilmente sopportabile da chiunque.

Un velo pietoso venga presto steso su Sammy Hagar che, per quanto mi riguarda, canta e suona come si mangia nel suo locale al JFK di New York, vale a dire dozzinale, e che distrugge sotto una montagna di muscoli “Birthday”, e su Barry Gibb che uccide miagolando “When I’m 64″: va bene il vaudeville, ma qui si esagera. E lui era pure recidivo per quell’orrore di “Sgt Pepper” uscito qualche anno fa sull’onda della “Febbre del Sabato Sera” e di “Grease”.

Arriva Roger Daltrey e mette quel che resta della sua ugola (ma senza risparmiarsi) su di una versione standard di “Helter Skelter”. Non si scosta dall’originale, ma ci mette molta passione. Steve Miller, anche lui con un doppio numero, fa un buon lavoro sia su “Junior’s Farm” (meglio) sia su “Hey Jude” con semplicità, schiettezza ed un bel piglio rock. Sempre a proposito di “misura” stupiscono Alice Cooper (quasi 70 anni), con una versione molto pulita e misurata di “Eleonor Rigby”, ed i Kiss con il medley “Venus and Mars/Rockshow”. Dico una bestialità, ma i quattro mascherati in realtà hanno sempre pagato grosso dazio ai Beatles: aldilà dei muscoli, delle maschere e dei toni, andate ad ascoltare lo sviluppo melodico ed armonico delle canzoni dei primi album e l’uso dei cori.

Cat Stevens si da da fare con “The Long And Winding Road”. Nulla da dire ma non lascia molto. Brian Wilson fa un piccolo miracolo con una brutta canzone come “Wanderlust” contenuta in “Tug of War”. E qui veniamo ad un altro problema: è chiaro che chi ha scelto i brani del Macca solista ha faticato di più di quelli che hanno lavorato sui brani a firma Lennon-McCartney, spesso tendenti al capolavoro. Wilson ha fatto un bel lavoro giocando con le voci alla Beach Boys, Harry Connick Jr. fa una versione ancor più fiacca di “My Love”, ma arricchendola comunque di un bel solo di pianoforte. Corinne Bailey Rae passa inosservata con “Bluebird”, Jeff Lynne canta la triste “Junk” imitando anche troppo la voce di Paul. Jamie Cullum non brilla su “Every Night”, Paul Rodgers (ex Free, Bad Company, Firm ed il più accreditato sostituto di Freddie Mercury nei Queen) prova con la potenza ad esaltare il quasi blues di “Let Me Roll It”. Comunque tutte queste mantengono in maniera pedissequa l’arrangiamento originale.

Meglio i Def Leppard con il Rock’n'Roll classico di “Helen Wheels” ed il loro cantante Joe Elliott con “Hi Hi Hi”, ma solo perchè trattasi appunto di r’n'r caciaroni e che ben rientrano nelle loro corde. Owl City mettono un po’ del loro synth pop in “Listen To What The Man Said”, ma la versione di Paul aveva tutta un’altra ariosità.


Perry Farrell
, ex Jane’s Addiction, esegue una versione abbastanza scialba di “Got To Get To Into My Life”, Zander e Nielsen dei Cheap Trick lavorano una versione canonica di “Jet”, imitando anche qui il timbro di Macca: bene? male? boh! The Cure, insieme al figlio di Paul, Jesse McCartney, fanno una versione stralunata il giusto (alla Cure, appunto) di “Hello Goodbye”. Da sogno la versione di “Let It Be” di Chrissie Hynde: sentita ed emozionante, anche se l’assolo risulta un po’ scadente. Fantastica la “Yesterday” di Willie Nelson: voce, chitarra e fisarmonica a sostituire la sezione di archi, semplice e diretta.

Interessanti invece altri due brani. Da Los Angeles arriva una indie-band dal nome The Airborne Toxic Event che eseguono una bella ed originale versione di “No More Lonely Night”, acustica e con una sezione di archi. Poi Toots Hibbert (di Toots and the Maytals), con l’ausilio della sezione ritmica d’oro del raggae Sly & Robbie, rifanno, ovviamente raggae, “Come and Get It”.

Altri cinque vegliardi per concludere: Dion di Mucci (classe 1939) rilegge “Drive My Car” rallentandola e colorendo la voce di sfumature soul; Allen Toussaint (classe 1938) esegue “Lady Madonna” in maniera molto black; Dr. John e Smokey Robinson (classe 1940) non possono fare molto con due brani minori come “Let ‘em in” e “So Bad”; infine B.B. King (90 anni il prossimo anno!!!) rifà da par suo “On The Way”, altro brano a mio parere minore.

Ultima menzione per Bob Dylan. Ebbene si, c’è anche lui. Ed inizialmente la mia curiosità per l’album è stata solleticata proprio da lui, all’opera con “Things We Said Today”. Dopotutto il suo rapporto con i Beatles è noto, soprattutto con Lennon. Poi per anni è stato sodale di George Harrison nell’avventura Traveling Wilburys. Ok, è ora di andare in pensione. La voce è gracchiante, è un gatto con le adenoidi. Non fa onore al brano, tarda l’entrata sulla seconda strofa, male inizia e male finisce.

Considerazioni finali: 1) Paul è Paul e nessuno meglio di lui può interpretare il suo materiale. Tanto che nessuno ha azzardato modifiche sostanziali agli arrangiamenti originali (a parte i Toxic). In parecchi sono arrivati a rispettare anche la timbrica di Macca. 2) Mancano parecchi  ”beatlesiani” o “maccartiani” doc. Dove sonoi vari Tom Petty, Squeeze, Paul Weller, Andy Partridge, Colin Moulding o Elvis Costello? Certo, non sono giovanissimi neanche loro, però a mio parere avrebbero dato versioni più sentite e personali delle composizioni di Macca.

Il Disco del Mese: “Vai Mò” (1981)

28 Novembre 2014 2 commenti

Ancora Italia. Dopo Ivan Graziani il mese scorso penso sia il caso di rendere omaggio ad un altro grandissimo album di un Artista italiano. “Vai Mò” è un piccolo miracolo musicale che arriva come apice di un discorso di coerenza e sentimenti che Pino Daniele aveva intrapreso fin dal primo album “Terra Mia” (1977), molto legato alle sue radici. Poi una crescita sempre più impetuosa e consistente con i successivi “Pino Daniele” (1979) e “Nero a Metà” (1980). Nel primo le sue tante influenze iniziano a mischiarsi: brani come “Je Sto Vicino a Te”  e “Basta ‘Na Jurnata ‘e Sole” sono giocati sui suoni di  una fusion raffinata mentre l’anima latina esplode in “Chille ‘e ‘nu buono guaglione”. Ancora in “Ue Man!” fa una prima apparizione un blues elettrico ed ancora tanta Napoli in “Chi tene ‘o mare”, “Viento” e “Ninnanannaninna…..”. Infine due capolavori assoluti in coda: “Putesse Essere Allero” e “…e Cerca ‘e Me Capì”, melodia allo stato puro. E poi tanta tanta chitarra, ma non solo.

“Nero a Metà” è ancora più elettrico, ma continua in questo melange di ritmi e crossover fra antico e moderno: “Quanno Chiove” avrebbe vinto qualsiasi festival della canzone napoletana degli anni cinquanta e sessanta, “Musica Musica” e “A me Piace ‘O Blues” alzano ritmo e passioni, “Puozze Passà ‘nu Guaio”,  ”Nun Me Scuccià” e “A Testa in Giù” sono tre blues elettrici, “Apocundria” contiene uno dei migliori soli per chitarra acustica della musica italiana. E ancora tanta melodia con “Alleria”,  ”Sotto o’ Sole” e “E So’ Cuntento ‘e Stà”.

A questo punto Pino Daniele è un fenomeno. Tutti lo aspettano al varco per il nuovo album. Lui suona a Piazza Plebiscito a Napoli e si trova sul palco con vecchi e nuovi musicisti del suo giro (Senese, De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso) e scopre che il feeling è perfetto. Sono in duecentomila ad ascoltarli ed in città ancora se ne parla.

Senza perdere tempo i sei si radunano in sala e nasce “Vai Mò”, album perfetto. Cosa lo rende perfetto rispetto ai precedenti che, obiettivamente, sono sullo stesso piano? Per quanto mi riguarda è il disco della sintesi ideale di tutto quello che fino a quel momento aveva realizzato. Non c’è un brano fuori posto, il suono è semplicemente fantastico e, grazie al feeling con i musicisti appena citati, compatto ed unitario. Sembra un album dal vivo fatto in studio. Da notare anche la foto interna dell’album, molto Boss & the E Street Band.

La chitarra è meno presente in favore dell’ensemble e delle “good vibrations”.

“Ma Che Ho” apre le danze con una scansione funky ed una chitarra pulita pulita che detta la linea. “Yes I Know My Way” parte su un ritmo disco per poi animarsi delle tinte del soul e del funky. Bellisimo lavoro del pianoforte e della sezione ritmica, poi parte l’assolo di Pino ed è poesia allo stato puro (ascoltate il rientro della chitarra dopo qualche battuta).

“Notte Che Se Ne Va” è un brano dove suonano tutti acustico. Contrabbasso (o basso fretless) e le percussioni di Tony Esposito su tutti. Poi parte l’assolo di James Senese e scatta l’ovazione. Pino Daniele canta con tutta l’anima un testo bellissimo. Poi arriva l’apoteosi di “Viento ‘e Terra”: brano pulsante introdotto da un grande tema di chitarra elettrica. Stavolta è Tullio De Piscopo che regala brividi con una parte di batteria misurata ma presente e scattante. Ancora la Grande Canzone d’Autore: “Nun Ce Sta Piacere” ha una grande melodia, l’introduzione di basso e pianoforte è delicatissima ed al tempo stesso incisiva. La prima facciata (ricordiamoci sempre che si trattava di un LP) si chiude con “Sulo Pe’ Parlà”: un brano struggente con un grande testo (“Stringimi più forte e fammi andar via la paura di chi si è reso conto che non vuole nessuno….”) solo voce e tastiera.

“Puortame ‘a Casa Mia” ha echi fusion vagamente jazzati dove i fraseggi di  sax,  batteria, tastiere e  chitarra rimandano a George Benson e Steely Dan. Il funk torna su “Ma Che Ho” con una chitarra che fa da tappeto mentre nel bridge il gruppo si distende in un’apertura con una grande melodia. Ascoltare in cuffia le percussioni di Tony Esposito è un bignamino su come arricchire un brano di colori e sfumature.

“Un Giorno Che Non Va” ci porta in un club fumoso dove il gruppo è impegnato a suonare quello che potrebbe essere uno standard. Fabio Forte al trombone regala emozioni e suonainsieme al basso di Rino Zurzolo  un breve ma denso assolo. “Have You Seen My Shoes” riprende il concetto di Blues Napoletano già espresso in “Uè Man” e “Num Me Scoccià”, e forse è l’unico brano melodicamente debole dell’album. Chiude tutto “E’ Sempe Sera”, un miracolo acustico di poco più di un minuto con un assolo di melodica che mi fa tornare bambino.

“Vai Mò” otterrà un disco d’oro ma non raggiungerà la prima posizione nelle nostre classifiche, fermandosi solo un gradino sotto alla vetta del podio. Ma, giusto per dire, risulterà il 14° album più venduto in assoluto in Italia nel 1981 ed 8° tra quelli di artisti italiani (“Nero a Metà” era arrivato al 16° posto assoluto, 9° tra gli italiani fermandosi all’ottavo posto delle chart). Davanti a lui robetta tipo John Lennon, Police, Genesis e Dire Straits.

Nuove Uscite

21 Novembre 2014 Commenti chiusi


Ogni tanto vi lancio qualche (disinteressato) consiglio per gli acquisti. Ogni tanto non ce la faccio e vi devo mettere in guardia. Natale si avvicina, perciò….

Considerazione fondamentale: sono tutti a scatola chiusa (e non potrebbe essere diversamente), perciò funziona “a simpatia” e viceversa.

AC DC   –   “Rock or Burst”

Vecchi Leoni? Non so. Certo dal precedente “Black Ice” sono passati sei anni. Loro non sono stati con le mani in mano, continuando a fare tour mondiali ed a portare la loro musica a quanta più gente possibile. Poi certo, se si ripresentano gli Stones fanno notizia…

Angus Young con la divisa da scolaro e le rughe comincia ad essere un po’ patetico e gli australiani hanno attraversato parecchie vicissitudini, soprattutto in questi ultimi tempi (Malcom Young, seconda chitarra e vero leader del gruppo ha problemi di demenza, Phil Rudd, il batterista, problemi proprio in questi giorni con la giustizia), ed ho la sensazione che l’album non potrà dire molto. Ma spesso macinare chilometri e chilometri qualcosa dentro ti lascia.

The Decemberists   –   “What A Terrible World, What A Beautiful World”

Questi cinque ragazzi dal Montana hanno sfondato nel 2011 con il meraviglioso “The King Is Dead”, ed era il sesto album della loro discografia. Dopodiché hanno sfruttato il successo per tre anni (molto bello anche il doppio dal vivo “We All Raise Our Voices to the Air” a testimonianza proprio del tour di “The King…”) ed ora tornano con il nuovo album nei negozi dal 20 gennaio del nuovo anno. Vabbè, per Natale magari un “buono”.

Gov’t Mule   –   “Dark Side Of The Mule”

Il mitico gruppo del mitico Warren Haynes pubblica il 9 dicembre un album di cover dai Pink Floyd. Si tratta di un monumentale triplo cd relativo ad una performance del gruppo svoltasi a Boston nel 2008. Il primo cd contiene brani dei Mule, nel secondo e nel terzo si scatenano con il materiale di Waters e soci (o meglio, ex-soci), a parte gli ultimi due brani. Nella tracklist ci sono tutti i brani migliori del quartetto inglese e vale la pena riportarla, giusto per completezza:

CD1
Brighter Days
Bad Little Doggie
Brand New Angel
Gameface
Trane / Eternity’s Breath / St. Stephen Jam
Monkey Hill
Child Of The Earth
Kind Of Bird

CD2
One Of These Days
Fearless
Pigs On The Wing, Pt. 2
Shine On You Crazy Diamond, Pts. 1 – 5
Have A Cigar
Speak To Me
Breathe (In The Air)
On The Run
Time
The Great Gig In The Sky
Money
Comfortably Numb

CD3
Shine On You Crazy Diamond, Pts. 6 – 9
Wish You Were Here
Million Miles From Yesterday
Blind Man In The Dark

Che la decisione di pubblicarlo sia stata mossa dal pessimo “The Endless River”, strombazzato da tutti i media mondiali ed inutilmente a firma Pink Floyd?

Belle and Sebastian   –   “Girls in Peacetime Wants to Dance”

Anche gli scozzesi mancavano dai negozi dal 2010 (“Write About Love”). Devo dire che si sono fatti più rari nelle uscite, più o meno ogni quattro anni, ma la qualità almeno degli ultimi due album è stata decisamente al livello di “If You’re Feeling Sinister”, a mio parere il loro miglior risultato (1996). Per loro occorre aspettare il 20 gennaio del prossimo anno.

Suzanne Vega   –   “Live at the Speakeasy”

Sono tendenzialmente un grande fan della cantautrice californiana (ma trapiantata a New York dall’età di un anno). Ho praticamente tutto il suo materiale, comprese le ultime raccolte a tema dal titolo “Close-Up” che in quattro volumi raccolgono, con differenti versioni, le sue canzoni per argomento: “Love Songs”, “People & Places”, “States of Being” e “Songs of Family”. Francamente inutili, se non fosse che da poco sono state raccolte in un bel cofanetto (“The Close-Up Series”) a cui è stato aggregato anche un DVD live ad un prezzo abbastanza accessibile. Soprattutto sono un fan di Suzanne Vega dal vivo. Mi piace molto il suo modo di proporsi al pubblico, in estrema semplicità e con grande grazia. Per cui comprerò a scatola chiusa questo “Live at the Speakeasy” in uscita il prossimo 13 gennaio.

 

Cinque Anni….

14 Novembre 2014 Commenti chiusi

Autocelebrarsi, perché no?

In questi giorni “Music On The Rock” compie 5 anni. Tutto iniziò a novembre del 2009 per un mio desiderio di raccontare qualcosa, di avere una finestra che mi permettesse di proporre le mie emozioni a chi avesse le antenne per percepirle.

Qualche numero? 286 post (compreso questo). Oltre 400 commenti (non credo siano tanti, in realtà). Quasi 580 mila contatti: tre anni per arrivare ai primi 100.000, due anni per i seguenti 480.000. Una decina di volte “Blog del Giorno” per Tiscali che mi ospita, anche se più spesso per post turistici che per i musicali.

Con alcuni artisti “underground” (termine improprio: dalle nostre parti se tenti di emergere – cosa quasi impossibile – sei comunque “underground”) di cui ho parlato tra questi post si è allacciata anche una bella amicizia. Tutte emozioni che si rimettono in circolo.

E poi la “quasi” radio, Music On The Rock Radio, o meglio “Web Radio”. Sogno nel cassetto che prima o poi si realizzerà. Ed intanto, in quegli otto mesi in cui aveva funzionato su “Spreaker” (buuuuuuuuuuuu), aveva collezionato quasi 2.000 contatti, non male per dei podcast di 30 minuti l’uno di un esordiente.

Insomma, grazie per la partecipazione e spero di non deludervi.

A presto

Fernando

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