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Archivio Dicembre 2014

Classifiche – pt3: Live

31 Dicembre 2014 1 commento

Nel caso dei “live” inserisco qualche posizione in più, magari chiacchiero di meno e mi limito all’essenziale, ma non distinguo tra “classifica” e “da ascoltare”. Giusto alla fine “le delusioni”.

Live – 10° posto:   “70-80 Ritorno al Futuro”   (Antonello Venditti – 2014)

Probabilmente mi sento abbastanza in colpa con Venditti dopo averne parlato malissimo qualche mese fa dopo una sua partecipazione ad una puntata di “Che Tempo Che Fa” di Fabio Fazio (vedi “Gabriellizzati…” – Gennaio 2014). E allora “Sotto il Segno dei Pesci” è stato Disco del Mese di Maggio 2014. Poi, dopo il tour incriminato, è uscito questo live a documentarlo. E devo dire che si tratta di un ottimo disco. Venditti vanta un canzoniere da far invidia a parecchi suoi colleghi, in particolare fino a “Cuore”. Ed il meglio è tutto in questo doppio album, da “Sora Rosa” a “Roma Capoccia”, da “Campo de’ Fiori” a “Le Cose della Vita”. E poi “Penna a Sfera”, “Notte Prima degli Esami” e “Dimmelo Tu Cos’è”. Oppure l’emozione di riascoltarlo con i suoi Stradaperta, nella sua Roma, in una sequenza unica composta da “Giulia”, “Sotto Il Segno dei Pesci”, “Bomba o non Bomba”, “Sara” e “Modena”. Certo, poi ci sono pure “In Questo Mondo di Ladri” e “Ci Vorrebbe Un Amico”, ma sono un male sopportabile.

Live – 9° posto:   “Perfect Strangers Live ’84″   (Deep Purple – 2013)

Nel 1975 esce “Come Taste The Band” e sembra il canto del cigno dei Deep Purple. Non ci sono più né Gillian, né Glover né Blackmore. Dopodiché, visto il risultato non entusiasmante di critica e pubblico, il gruppo si scioglie. I cinque della formazione più conosciuta del gruppo tornano inaspettatamente e prepotentemente con un grandissimo album, “Perfect Strangers”, nel 1984. Questo live, uscito lo scorso anno, documenta il tour del ritorno. E come dicevo qualche post fa, le reunion in prima battuta sono sempre vincenti. Il disco alla base era un ottimo disco, con brani ispirati ed immediati, senza fronzoli ed essenziali. Ed il live funziona benissimo, con cinque musicisti pieni di una gran voglia di suonare, e che uniscono i grandi successi che tutti i fans avrebbero voluto ascoltare (“Highway Star”, “Strange Kind Of Woman”, “Lazy”, “Child In Time” e, naturalmente, “Smoke On The Water”) alle migliori canzoni del nuovo album (“Perfect Strangers”, “Knocking At Your Back Door” e “Nobody’s Home” – che suonano molto old style e molto purple -, “A Gipsy’s Kiss” e “Under The Gun”). Fantastico.

Live – 8° posto:   “Live – The 50th Anniversary Tour”   (Beach Boys – 2013)

Su questo album veramente una sola parola: Favoloso. I Beach Boys praticamente nella formazione ideale con tanto di Brian Wilson eseguono una montagna di successi, praticamente tutti, per celebrare i 50 anni di carriera. Il cd, doppio, sembra non finire mai e per i cinque sembra che il tempo non si sia mai fermato. Voci pure, incontaminate, canzoni semplici ma efficaci come non mai. Una band di turnisti che suona come se fossero i Beach Boys nei primi anni sessanta. Insomma, vale veramente la pena procurarselo.

Live – 7° posto:   “Love For Levon”   (VV.AA. – 2013)

Qui vado ancora più veloce: leggete il post dettagliato “Si Fa Così…” (Giugno – 2013). Un album fantastico in memoria del grandissimo Levon Helm (batterista e cantante della Band, un pezzo di storia della Musica Americana Moderna) con la chicca finale, tra gli altri ospiti, di un leggero Roger Waters alle prese con un repertorio apparentemente lontano mille miglia dalla sua musica quando esegue insieme ai My Morning Jackets “The Night They Drove Old Dixie Down”.

Live – 6° posto:   “Quadrophenia Live in London”   (The Who – 2014)

Operazione interessante questa dei superstiti degli Who di riproporre un’opera come “Quadrophenia”, più complicata musicalmente e decisamente meno immediata di “Tommy” in versione Live ed integrale con, alla fine, una manciata di grandi successi per completare la già corposa scaletta. Occorre dire che tutto regge benissimo, la band suona a mille e la tensione dell’opera non scema mai. Il tempo sembra essersi fermato.

Live – 5° posto:   “Thick As A Brick – Live In Iceland”   (Ian Anderson – 2014)

Giuro che questo è l’ultimo pachiderma di cui vi parlo. Però questo live è imperdibile. Non è solo un celebrare se stesso ed il proprio mito. Ian Anderson propone non solo il primo, unico ed inimitabile “Thick…”, ma anche il sequel datato 2012 e decisamente di buon livello, tanto da non stancare nell’ascolto complessivo. Con una band di  giovani adepti Anderson aggiorna leggermente il suono del primo album, soprattutto nell’approccio delle tastiere. E poi c’è lui con il suo flauto, la sua ironia e, soprattutto, con la sua voce da bardo del nord. Bel lavoro.

Live – 4° posto:   “Live From The City Of Brotherly Love”   (Good Old War – 2013)

Un gruppo di ragazzi, una fama diffusa tramite soprattutto internet ed il passaparola in quel di Boston. Oggi tre album all’attivo e questo live uscito l’anno scorso. Li definirei (anche se capisco che può sembrare un’eresia) i Rush del folk-beat: sono in tre e dal vivo sembrano dieci, suonano di tutto con una chitarra in evidenza che nel fraseggio deve molto a Johnny Marr. E cantano in maniera divina le loro canzoni molto orientate verso un pop semplice ma di sostanza. Un live fresco e spumeggiante, sospeso tra Beatles e Simon & Garfunkel. Tra le mie preferite l’iniziale “Window”, “Weak Man”, “Can’t Go Home”, “Coney Island” e le due hit “Calling Me Names” e “Amazing Eyes”,

Live – 3° posto:   “Live”   (Ben Folds Five – 2013)

Sento dire da anni che Ben Folds è il nuovo Elton John. Non mi sembra, sinceramente, un paragone molto azzeccato. Forse perché non sono un grande estimatore dell’inglese (a parte “Your Song”). Forse Ben Folds potrebbe essere avvicinato ad un Billy Joel, più che altro per la rutilante tecnica pianistica. Poi, certo, non ha scritto e non scriverà mai una “New York State of Mind”, ma al suo arco ha una quantità di materiale di ottima qualità. E dal vivo è travolgente, sia come solista (ascoltate il “Ben Folds Live” del 2002) sia con il gruppo con il quale ha prodotto musica fino al 2000 per poi riunirsi per un nuovo album nel 2012 con tour mondiale a seguire di cui questo “Live” è il prezioso documento. L’album è un concentrato di energia, il gruppo (piano, basso e batteria) suona alla grande e Ben Folds, supportato dalla sezione ritmica, ha spazio per imperversare con il suo piano in ogni brano. Le canzoni tratte dai vecchi album rappresentano ovviamente le cose più succose del disco (“Jackson Cannery”, “Underground”, “Narcolepsy”, “Uncle Walter”, “Selfless, Cold and Composed” e, soprattutto, l’immensa “One Hungry Dwarf and 200 Solemn Faces”), leggermente fuori fuoco il materiale tratto dall’album della reunion. Comunque si tratta di un album dove estro e tecnica realizzano un connubio perfetto.

Live – 2° posto:   “Venti”   (Modena City Ramblers – 2014)

I Ramblers suonano da vent’anni con una sola semplice regola alla base: non importa chi faccia parte del gruppo, si va avanti comunque, l’importante è portare avanti un discorso coerente fatto di apertura mentale, di tolleranza, di rispetto e, soprattutto, di memoria. Questo è un live come se ne facevano una volta: esaustivo (31 brani), celebrativo di una carriera fatta di tanti bei dischi e tanti bei brani, suonati con la stessa energia di sempre. Impreziosito inoltre dalla presenza di tanti ospiti tra cui Cisco in persona, ormai titolare di una sua più che credibile carriera solista. Inoltre, cosa che non guasta mai, nel package dell’album (ad un prezzo accessibile) è contenuto anche il dvd del concerto, ben girato ed ulteriore testimonianza della festa in cui si trasforma ogni concerto dei MCR.

Live – 1° posto:   “Men At Work”   (Gianmaria Testa – 2013)

Disco dell’anno (anche se è del 2013). Un bellissimo album. Ricco, pieno d’atmosfera e di emozioni. Un gruppo essenziale (chitarra, basso e batteria) che l’accompagna al meglio sia nelle canzoni più intime ed acustiche (“Le Traiettorie delle Mongolfiere”, “Nuovo”, “Dimestichezze d’Amor”) sia, quando il tema della canzone si fa più drammatico, nell’operare un cambio di pelle verso un’elettricità nervosa ed impaziente (“Acquadub”, “Cordiali Saluti” e “Sottosopra”). Su tutto la sua voce, calda ed emozionante, e soprattutto le sue parole, anche quelle tra un brano e l’altro. In particolare quando dedica un ricordo a Pierpaolo Pasolini (“mi manca la sua lucida preveggenza”) e a Fabrizio De André di cui interpreta fedelmente “Hotel Supramonte”. Imperdibile, soprattutto per chi non dovesse ancora conoscere un Artista della sua statura.

Le delusioni…

Un’unica citazione. Torno sempre sul solito argomento. Si fa tanto parlare del ritorno dei Genesis nella loro formazione classica. Tra l’altro, in questi giorni su Sky Arte va in onda un documentario realizzato dalla BBC con i cinque seduti uno vicino all’altro a raccontare insieme una lunga ed affascinante carriera, intrecciandola con quelle soliste. Ricco soprattutto di immagini di repertorio. Inoltre abbinato a questo va in onda anche un concerto di Peter Gabriel abbastanza recente dove, al di là che Gabriel vestito di nero e seduto al pianoforte fa un effetto tipo Darth Vader quando Luke gli toglie la maschera dopo che questi ha gettato l’Imperatore nel reattore nucleare, la sola esecuzione acustica di “Shock The Monkey” varrebbe l’abbonamento.

E così l’arrivo di un nuovo “Genesis Revisited” da Steve Hackett (vedi “Steve Hackett’s Genesis Cover Band – Novembre 2012) dove il chitarrista, aiutato da ospiti eccellenti, replicava pedissequamente le cose migliori dei Genesis, inizialmente mi aveva entusiasmato per poi lasciarmi un po’ d’amaro in bocca. Così l’uscita nel 2013 e nel 2014 di due album dal vivo “Live At Hammersmith” e “Live At Royal Albert Hall” con due scalette con poche differenze (tra l’uno e l’altro la differenza è di cinque brani, anche se nel secondo si possono trovare “Horizons” e “The Fountain Of Salmacis”, non so se mi spiego…) lascia la stessa spiacevole sensazione di avere a che fare con una cover band. Bravissimi, per carità, ma una cover band, anche se con il chitarrista “autentico”.

Classifiche – pt2: Italia

24 Dicembre 2014 Nessun commento

Naturalmente tantissimi Auguri di Buon Natale a tutti da MusicOnTheRock!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Italia   –   4° posto:   “Segnali di Umana Presenza”   (Nino Buonocore – 2013)

Qualcuno si era accorto che uno dei migliori cantautori italiani degli anni ottanta e novanta aveva prodotto un nuovo disco, pubblicato a giugno del 2013, a quasi 10 anni  dal precedente (“Libero Passeggero” – 2004) e 16 dal penultimo (“Alti e Bassi” -1998)? Sinceramente neanch’io. Mi era sfuggito. Capita. Poi un mio grandissimo amico musicista me lo ha proposto. Quando si dice un consiglio che vale oro. E’ un disco bellissimo, che riprende il discorso assurdamente lasciato a metà con i dischi migliori prodotti da Buonocore tra la fine degli ottanta ed i primi novanta. Eppure l’unico problema che presentavano quegli album era il non significativo riscontro di pubblico in epoche in cui vendere un disco in più o in meno cambiava completamente il destino di un artista, per quanto grande fosse. E ad uno grande come lui svendersi per qualche manciata di singoli venduti in più  non interessava affatto. Ed allora ha iniziato un lunghissimo percorso fatto di jazz e di ulteriore affinamento della sua musica e delle atmosfere di cui veste la sua poesia. “Segnali…” è l’esatta summa di tale percorso. Un disco che suona impedibile dal primo all’ultimo secondo. Dodici brani che spaziano dall’iniziale “Millenovecento73″, nel solco dei suoi brani meravigliosi alla “Scrivimi”, al soul de “Il Lessico del Cuore” al jazz di “Da Ora in Poi” e “Tutto Un Altro Film”. Arrangiamenti raffinati, grande gusto, testi di passione ed emozione: da ascoltare assolutamente.

da ascoltare anche… Sergio Caputo “Un Sabato Italiano 30″

Italia   –   3° posto:   “Vol 3 Il Cammino di Santiago in Taxi”   (Brunori Sas – 2014)

Il papà lo voleva contabile nell’azienda di famiglia giù a Cosenza. E allora lui, di tutt’altra idea, ha scelto un nome d’arte adeguato (Brunori Sas, come fosse una società commerciale) ed ha realizzato tre dischi in cinque anni (2009, 2011 e 2014) uno meglio dell’altro. Dario Brunori realizza belle canzoni nelle quali, attraverso l’ironia, riesce a trasmettere contenuti più che seri. Una voce particolare ed un gusto per un suono ed una melodia solo apparentemente banali completano il quadro dando spessore ai suoi album. Questo terzo volume è meno “rivoluzionario” dei primi due, però molto più maturo. Anche il tessuto sonoro risulta più vario, spaziando da brani piano e voce come “Arrivederci Tristezza” in apertura, ode al prevalere del cuore sulla ragione e sull’intelletto (“milioni di libri non servono a niente se servono solo a nutrire una mente che mente”) e l’omaggio a Kurt Cobain nel brano omonimo (conviene poi essere famoso e si riesce a sopportare la responsabilità delle aspettative di chi ti vede attraverso un’immagine che alla fin fine è solo apparenza?), passando per i ritmi latini in “Mambo Reazionario”, sul fluire della vita dagli ideali giovanili all’incasellamento che segue crescendo (“Che Guevara e Pinochet ora cantano felici sulle basi di Beyoncè, non si rincorrono più”). E poi brani di taglio più personale e più cantautorali nell’atmosfera (“Le Quattro Volte” sui passaggi fondamentali della sua vita e “Sol Come Sono Sol” sulla fine di un amore e sulle sue conseguenze) o tendenti al blues (“Nessuno”).

da ascoltare anche… Statuto  ”Un Giorno di Festa”, Modena City Ramblers ”Niente di Nuovo Sul Fronte Occidentale”

Italia   –   2° posto:   “L’Assenza”   (Méséglise – 2013)

Ci sono persone che sono musicisti e poeti nell’animo ed in maniera assolutamente profonda. Uno di loro è Paolo Nannetti. E’ difficile essere se stessi e mettersi in musica, e ci vuole una grande forza per arrivare a comunicare le proprie emozioni. “L’Assenza” è uno dei migliori massaggi per il cervello ed il cuore pubblicati in questo biennio. Le canzoni posseggono una forza straordinaria. La musica che veste i brani ti affascina mentre il testo rappresenta una fiamma che arde all’interno. L’intero album è caratterizzato da una grande quantità di influenze: dal rock di “16 Marzo” al lento d’atmosfera de “L’Assenza”, dal finale folk di “Stelle di Lefkos” (una mini-suite dal testo evocativo) alla classicheggiante “Così E’ Stato”. E poi quattro meraviglie come “F.T.M.” (Fuori Tempo Massimo) e la trilogia conclusiva composta da “Trasparenze”, “Un Ottimo Atleta” e “Mare di Cartone”. Insomma, se quello che cercate è qualcosa di vero, di autentico, di emozionante, un’alternanza tra ombra e luce, tra realizzato e desiderato, tra rimpianto e vissuto, questo è il disco che fa per voi. Un solo cruccio: Méséglise (come progetto) meriterebbe di suonare ovunque e portare in giro la propria Arte a quanta più gente possibile. Cosa tremendamente difficile dalle nostre parti.

da ascoltare anche… Camelias Garden  ”You Have A Chance”, Cristiano De André  ”Come in Cielo Così in Guerra”

Italia   –   1° posto:   “Il Padrone della Festa”   (Fabi Silvestri Gazzè – 2014)

Per me 1° posto, Disco dell’Anno e circoletto rosso. Un tripudio. Un disco perfetto. Tre cantautori di ormai consolidato spessore (Silvestri immenso, Max e Fabi una tacca sotto) si uniscono in un progetto nel quale collaborano in maniera talmente stretta da produrre un album unitario  dove le loro caratteristiche, pur emergendo in maniera riconoscibile qua e là, si fondono in un tutt’uno di livello superiore a qualsiasi cosa fin qui da loro realizzata. Un album di collaborazione totale, i tre si dividono le parti in ogni brano, cantano una strofa per uno, si uniscono nei ritornelli. Non c’è una canzone fuori posto. Si percepisce in ogni solco il divertimento e la grande energia che solo quella particolare alchimia chiamata amicizia può generare. Particolare poi la scelta di utilizzare apparecchiature “storiche”: i microfoni usati dai Pink Floyd per “The Wall” ed i preamplificatori usati dai Beatles per “Abbey Road”. Roba di un’altra era, quando però i suoni erano analogici ma veri, senza computer di mezzo. E l’atmosfera generale dell’album è molto calda, come quando entri in quei locali piccoli ma accoglienti, dove predomina il legno e le luci non ti infastidiscono. Insomma, una vera festa. Tra i miei brani preferiti l’iniziale “Alzo le Mani”, molto delicata, il singolo quasi dance “Life Is Sweet” idealmente dedicata al razzismo malpancista dilagante, “Spigolo Tondo” chiaramente silvestriana insieme a “Zona Cesarini”, la rockeggiante “Come Mi Pare”, la gazziana e bellissima “Il Dio delle Piccole Cose”. Un album che ha il grande dono della sintesi e della semplicità, del calore e della bellezza.

da ascoltare anche… Alessandro Mannarino  ”Al Monte”, Samuele Bersani  ”Nuvola Numero Nove”

le delusioni…

Alex Britti “Bene Così”: peccato, un’occasione mancata

Francesco De Gregori “Vivavoce”: venti dischi “live” dove ha riproposto il suo repertorio riletto in mille modi diversi. C’era necessità di un ulteriore album stavolta di studio per rileggere….

Subsonica “Una Nave In Una Foresta”: un disco poco incisivo. Ci avevano abituato molto bene con il loro mix di rock, dance e ritornelli killer. Che il gioco sia diventato un po’ abusato?

Classifiche – pt1: Estero

23 Dicembre 2014 1 commento

Ogni tanto mi capita di rileggermi su questo blog.

Non spesso, ma qualche volta si. Mi accorgo che certe volte chiacchiero di dischi in uscita sulla carta, senza far seguire un commento sull’effettivo ascolto dell’album. In genere il motivo è uno solo: l’attesa delusa. Però in alcuni casi il tempo da dedicare a questo blog è talmente poco che non riesco a raccontare tutto quello che vorrei.

E allora, trovandomi negli ultimi giorni dell’anno, provo a fare un bilancio con i migliori dischi ascoltati. Come al solito qualche considerazione: avendo deciso di dargli la forma di una classifica, tengo a precisare (e non ce ne sarebbe bisogno) che si tratta della MIA classifica, e solo di quello che ho ascoltato. Perciò cari fan di Ramazzotti e Antonacci, i dischi dei vostri preferiti qui non li troverete mai. Così come i patiti di Death-Metal o qualsiasi altra forma di metallo pesante: il genere non mi attrae, non riesco ad ascoltarlo, non mi emoziona.

Seconda considerazione: siccome è difficile che un album colpisca e/o entri in testa al primo ascolto, ho allargato il campo d’azione anche a tutto il 2013.  Magari “Snob” di Paolo Conte, uscito da pochi giorni e che merita un ascolto più attento, sarà in testa alla classifica 2014/2015.

Ho diviso i dischi ascoltati in questi ultimi due anni in quattro categorie: Stranieri, Italiani, Live e Riedizioni. In ogni post (spero di riuscirli a scrivere tutti entro fine anno) troverete anche gli album “da ascoltare anche…” e “le delusioni”.

Buon divertimento.

Estero – 4° posto:   “Going Back Home”   (Johnson / Daltrey – 2014)

Wilko Johnson è stato chitarrista e leader dei Dr. Feelgood, band di culto degli anni settanta e ottanta sulle orme di John Mayall e Bluesbreakers e di Alexis Corner. Insomma, il blues ed il rythm’and’blues degli anni sessanta nella versione “2.0″. Roger Daltrey è Roger Daltrey. Il cantante degli Who, Tommy, che altro vogliamo dire? I due si trovano perché il primo non sta granché bene ed il secondo gli da una mano per realizzare un album che lasci un segno. E così realizzano un disco decisamente “hard-boiled”, trasudante energia allo stato puro, da non riuscire a stare fermi con i piedi. I sessanta ed i settanta si materializzano ed il tempo sembra non essere mai passato. Le undici canzoni attraversano i generi e le età senza tregua. Formazione essenziale: chitarra, basso, batteria, armonica e tastiera. “Keep On Loving You” è un gioiellino, la title-track è trascinante, “Sneakin’ Suspiscion” è black nelle fondamenta, “Keep It Out Of Sight” è uno di quei rock “stop&go” brillanti. Un gran bel disco, vero ed autentico.

da ascoltare anche…The Rides (Stephen Stills) “Can’t Get Enough” (rock), Comedy Of Errors “Comedy Of Errors” (prog)

Estero – 3° posto:   “The Ash And Clay”   (Milk Carton Kids – 2013

Un tripudio di folk acustico americano. Due ragazzotti californiani, Joey Ryan e Kenneth Pettengale, fanno una scelta quasi antistorica, imbracciano le chitarre acustiche e seguono le orme di Simon & Garfunkel, con la differenza che la chitarra la sanno suonare entrambi, e questo disco è bellissimo in tutto: nelle canzoni, negli arrangiamenti (rigorosamente per due chitarre), e nelle voci. In particolare ascoltare attentamente l’iniziale “Hope Of A Lifetime”, e poi “Honey Honey”, “Years Gone By” delicata ed eterea, la title-track molto “simoniana”, “Promised Land” e “The Jewel Of June”. Ma tutte le canzoni che compongono l’album sono ad alto livello ed il disco scorre benissimo dall’inizio alla fine.

da ascoltare anche…Anais Mitchell  ”Child Ballads” (folk), VV.AA. “Inside Llewyn Davis” (soundtrack – folk)

Estero – 2° posto:   “Somewhere Under Wonderland”   (Counting Crows – 2014)

Un gruppo comunica di essere giunto al capolinea. Si salutano talmente da buoni amici che qualche anno dopo rientrano in pista prima celebrando il loro album migliore (il primo), poi dedicando un tributo prima alla miglior musica americana degli ultimi quarant’anni (“Underwater Sunshine” – 2012), poi a loro stessi (“Echoes of the Outlaw Roadshow” – 2013) e, nel frattempo, suonando ovunque nel mondo. Finalmente il sole scioglie il ghiaccio della loro vena artistica e così pubblicano il loro album migliore, questo “Somewhere…” pieno di belle canzoni e splendidamente immediato, diretto discendente proprio della grande quantità di concerti suonati negli ultimi anni. Un album che si apre, tanto per dire, con un brano di nove minuti, “Palisades Park”, che scorre fresco e piacevole dandoti la sensazione di avere a che fare con una di quelle deliziose canzoni  ”british invasion” da tre minuti. Poi fino a “Scarecrow” (quinto brano) è tutto un crescendo che ti lascia senza fiato. Quando pensi di aver ascoltato tutto, arriva “Elvis Went To Hollywood”, un r’n'r in minore che esplode nel ritornello. Spettacolare. E via così fino alla fine: il country di “Cover Up The Sun”, il rock di “John Appleseed’s Lament” e la conclusiva “Possibility Days”, costruita su di una bella sequenza di accordi di pianoforte.

da ascoltare anche…Phish  ”Fuego” (rock – crossover), Houndmouth ”From The Hills Below The City” (americana)

Estero – 1° posto:   “Remedy”   (Old Crow Medicine Show – 2014)

Attenzione! Disco dell’anno, per me, senza ombra di dubbio. Gli Old Crow sono una band di Nashville. Vanno messi di diritto in quella nuova ondata (nuova proprio nuova forse no, visto che ormai è qualche anno che vengono apprezzati) di  folk di cui fanno parte anche Mumford And Sons, Carolina Chocolate Drops, Milk Carton Kids, Bellowhead e tanti altri. Suonano un folk assolutamente acustico ed americano nel midollo, con un’impronta ed una dinamica rock nell’animo che emerge  ad ogni brano. Ma quello che conta è il fatto che raramente di questi tempi si riesce ad ascoltare un album con un livello qualitativo delle tracce così elevato. Non c’è una canzone sbagliata in una varietà enorme di tempi ed atmosfere. Chitarre acustiche e resofoniche, contrabbasso, fiddle, armonica, banjo, percussioni varie, una voce solida, cori e controcanti… una vera delizia. Un album che non annoia mai, neppure per 30 secondi con una certa preferenza, a mio giudizio, per le ballate: “Sweet Amarillo”, “Dearly Departed Friend”, “Firewater”,  “O Cumberland River” e soprattutto la conclusiva “The Warden” sono bellissime. Quando il ritmo prende corpo diventa una gran festa. Un disco divertente e pieno di sorprese.

da ascoltare anche…Steve Martin & Edie Brickell  ”Love Has Come For You” (country)

le delusioni…

Asia ”Gravitas” (rock): la reunion funziona un paio di volte, non di più. E’ statistica….

Neill Finn ”Dizzy Heights” (rock): troppo cervellotico e psichedelico da parte di chi ha fatto dell’armonia il suo credo

Neil Young ”A Letter Home” (country): bella l’idea di registrare l’album con un’apparecchiatura che più strana non si può (voice-o-graph) però troppo spiazzante

Paul McCartney ”New” (rock): passa inosservato, un incidente di percorso

Yes ”Heaven and Earth” (prog): basta!

Fargo? Boh….

19 Dicembre 2014 Nessun commento

Qui da noi siamo abbastanza abituati. Abbiamo visto un paio di casi recenti dove a due bei libri (“Gomorra”  e “Romanzo Criminale”) sono seguiti due ottimi film e, per l’intraprendenza dell’unica televisione da noi che cerca di rompere un minimo gli schemi (anche se poi taglia le gambe inspiegabilmente a chi fa contenuti in maniera seria da tanti anni – ma questa è un’altra storia), due ottime serie tv.

Dagli Stati Uniti sono arrivate ottime serie, soprattutto da libri di Stephen King (“Shining”, “L’Ombra dello Scorpione”, “Tommyknockers”, “It” e l’ultima “The Dome”, anche se con qualche ombra – vedi su questo blog “Under The Dome: il Serial”, ottobre 2013) che ben si prestano vista l’abilità “cinematografica” del loro autore.

E poi dicono che oggi la vera sperimentazione sono proprio le serie televisive, quelli che una volta chiamavamo telefilm e che, per mantenerti sveglio, dovevano essere polizieschi.

Insomma, tutto ciò per commentare la nuova produzione proposta in questi giorni da Sky Atlantic in prima assoluta e di cui si fa un gran parlare da parecchio tempo. Si tratta di “Fargo”, prodotta dagli autori del film originale (1996), i fratelli Coen, che gli valse, tra l’altro, il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 1997.

Personalmente sono un loro fan. Ho amato tantissimo questo film, per me una storia pazzesca sulla stupidità umana e sulle conseguenze assurde cui certe azioni conducono, così come “Il Grande Lebowski” (un must). E poi “Arizona Junior”, “Barton Fink”, “Mister Hula Hoop”, “Fratello Dove Sei?”. E poi l’ultimo bellissimo “A Proposito di Davis”, ricco di fascino e tanta tanta splendida musica.

Non mi sono appassionato per niente invece all’altro loro film premio Oscar, “Non E’ Un Paese Per Vecchi”: troppo violento e senza scampo.

Bene, visto il primo episodio, mi domando: perché? Non lo so, forse migliorerà lungo il percorso, forse il primo episodio doveva essere scioccante, ma perché tutto ciò?

Mi spiego. D’accordo, la serie dilata i tempi, la storia può essere sviscerata in maniera più completa e seguendone tutti i rami primari e secondari. Ma perché modificarla così profondamente? Nel film tutto era incentrato sull’arguzia di una poliziotta normale sulle tracce del criminale più stupido del mondo. Che questi si fosse accordato, per riparare ai suoi guai finanziari, con due balordi di cui, per inciso, uno virato decisamente sullo psicopatico, era parte essenziale della trama principale.

Nel telefilm invece lo psicopatico assume ruolo assolutamente centrale. Si muove in giro come il diavolo di “Cose Preziose” di Stephen King, ad incrociare destini tra di loro in maniera deflagrante ed a goderne le conseguenze. Ed uccide con freddezza e ferocia. Ma è tutto il telefilm, e per me questa è la cosa peggiore (pollice verso), che si muove su sentieri di ferocia ai limiti dello splatter (l’omicidio della moglie del cretino, quello del camionista, ecc.). L’indugiare su particolari orripilanti o sull’agonia (del capo della polizia), il fratello che picchia selvaggiamente l’altro fratello con una mazza da hockey, e poi tutto quel sangue.

Ma negli Stati Uniti a che ora lo mandano in onda?

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