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Archivio Febbraio 2015

Pirati!: Genesis pt2

28 Febbraio 2015 Nessun commento

Ecco a voi i miei bootleg dei Genesis del dopo-Gabriel. A dir la verità non è proprio così. Poi vedrete….

1976

L’Arcangelo è uscito dal gruppo ed i quattro superstiti hanno un grosso problema relativo alla stessa “continuità” dei Genesis. Il pubblico cosa avrebbe apprezzato, senza più le drammatizzazioni del cantante? O si poteva tranquillamente parlare di un’epoca finita e, presto, lontana? I Genesis scelgono una via di mezzo. Nulla di troppo traumatico. Iniziano così le selezioni per il nuovo frontman. Ogni volta che qualcuno si presentava per il provino, Phil Collins prendeva il microfono e  faceva ascoltare più o meno come doveva essere cantato il brano. Un giorno fu chiaro a tutti quale percorso seguire. Collins guardò gli altri tre e mise subito in chiaro una cosa: “Però non mi chiedete di truccarmi e travestirmi”. Il disco, “A Trick of a The Tail” non si discosta molto dai precedenti. Una paio di novità in realtà ci sono: prima di tutto le parti strumentali all’interno delle canzoni sono nettamente separate dalla parte cantata. Sembrano quasi scritte a parte e poi integrate nel brano (“Dance on a Volcano”, “Entangled”. Dall’altro spazio a brani sotto forma propriamente di canzone (“Squonk”  o la title-track stessa). Completate le registrazioni partono immediamente in tour forti della collaborazione alla seconda batteria di un mostro come Bill Bruford.

“A Trick of a Stage”, Pittsburgh (USA), 13 aprile 1976

“Cleveland ’76″, Cleveland (USA), 15 aprile 1976 

“Olympiahalle, Munchen ’76″, Monaco di Baviera (GER), 27 giugno 1976

Altri tre bootleg da trattare insieme. Cosa spinge una persona a comprare tre cd (doppi) dello stesso tour? In realtà nulla. Il primo è un regalo, il secondo una scelta perché aveva un ottimo prezzo (3-4 euro, non ricordo esattamente), il terzo gironzolavo dalle parti di Monaco di Baviera. La scaletta è la stessa per tutti e tre. I primi due hanno un’ottima qualità di registrazione, quello inciso in Germania molto meno. La scelta evidente del gruppo, oltre ad incentrare il concerto sui brani del nuovo album, è quella di non suonare i pezzi forti dove Gabriel era protagonista oltre la musica. Nel ripescare vecchio materiale si risale a “White Mountain” da “Trespass”, “I Know What I Like” (sostanzialmente il primo tentativo pop dei Genesis), “Firth of Fifth” ed una fantastica “Cinema Show” da “Selling…”, un estratto molto contenuto da “The Lamb…” e “Supper’s Ready”. I cinque non si risparmiano e si concentrano assolutamente sulla musica. Un grande tour che sicuramente non fa perdere troppi fan al gruppo, facendogliene guadagnare anche parecchi.

1977

“Live at Earls Court”, Londra (UK), 24 giugno 1977: concerto radiofonico, ottima incisione. I Genesis sono a casa. La voce del presentatore dice “Buonasera e benvenuti a Earls Court. Ladies and Gentlemen, la ragione per cui siamo tutti qui: perfavore, diamo un benvenuto ai Genesis!!!!”. Urla del pubblico e si sente bello nitido il “One two three four” che chiama l’attacco di “Squonk”. E’ il tour di “Wind and Wuthering”. Siamo ancora “quasi” nel solco della tradizione. L’album è molto buono, pieno di musica e di belle melodie, di brani costruiti con grazia e maestria. Dal vivo, chiusa la parentesi Bruford (il magnifico aveva dichiarato momentanea la collaborazione con i Genesis fin dal primo momento), è entrato a far parte della line-up Chester Thompson, solido batterista. Come si adatterà al sound del gruppo? Benissimo, perché a sua volta il sound dei Genesis è diventato molto solido. La scaletta è incentrata sugli ultimi due dischi. Del nuovo disco fanno parte della tracklist “One For The Vine”, “In That Quiet Earth” che sfocia, come nell’album, in “Afterglow” e “Eleventh Earl Of Mars”, brano di grandissimo effetto, in particolare l’attacco. Da “A Trick…” vengono mantenute “Squonk”, “Robbery…”, “Dance on a Volcano” e “Los Endos”. Del vecchio materiale, rispetto al tour precedente, vengono giubilate “White Mountain” e “Cinema Show”, ma si possono ascoltare tutte le altre, comprese “Supper’s Ready” e “The Lamb…” che, in coda, tra le urla del pubblico comprende la sezione finale di “Musical Box”. Particolarità 1: nell’ottica di una maggior democrazia interna i brani sono presentati oltre che da Collins anche da Rutherford e Hackett (sono le due voci più cavernose e decisamente “british” nei modi che si possono ascoltare tra un brano e l’altro). Particolarità 2: alla fine c’è una versione senza coda strumentale di “The knife”.

Il concerto si può ascoltare anche su Youtube a questo indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=TnsoYEQtYII

1978

“Follow You Follow Me”, Chicago (USA), 13 ottobre 1978: in una calda serata estiva Phil Collins, percorrendo in auto Reagent Street, incrocia Steve Hackett. Accosta la macchina. “Dove vai, Steve? Sali, ti do un passaggio” “No, faccio una camminata” “Ok, ci vediamo in studio” e va via. Non sa che poco più di venti minuti prima Hackett era in studio con Rutherford e Banks per comunicargli che aveva appena lasciato i Genesis. Ne rimane molto offeso.

Ma tant’è, si va vanti e i tre producono un album molto discusso: “…and Then There Were Three”. Tale album sancirà definitivamente il confine tra un prima ed un dopo. Eppure il bootleg in questione (regalo di un amico dopo un viaggio in Russia) è fantastico. In squadra, oltre a Chester Thompson, è entrato un chitarrista così così, Deryl Stuermer. Ma nulla di strano, i Genesis hanno ragionato come all’epoca della sostituzione di Phillips: non volevano prendere un nuovo chitarrista che sostituisse semplicemente il membro originario, sarebbe stata solo una copia. Volevano, per dirla alla Monty Phyton “…qualcosa di completamente diverso”. Ma Stuermer è solo modesto. Dopotutto il gruppo lo utilizza solo dal vivo. In studio delle parti di chitarra, ridotte all’osso e senza più neanche mezzo arpeggio, se ne farà carico da quel momento Mike Rutherford. In ogni caso la macchina produttrice di musica è in grandissimo spolvero. La tracklist contiene molte canzoni del nuovo album. Il 90% complessivo è tratto dagli ultimi tre album. Medaglie del passato una spumeggiante “In The Cage”, “Dancing With the Moonlit Knight” che si trasforma nel finale per dare spazio alla sezione finale del carillion, “Cinema Show” e “I Know What I Like”. All’attacco di “Follow You Follow Me” il pubblico sembra un “freddino”.

Di nuovo si parla di un radio show, quindi ottima incisione.

1982

“The Lamb Woke Up Again”, Milton Keynes (GB), 10 febbraio 1982: qualcosa di storico che però non ottiene lo spazio mediatico immaginato. Peter Gabriel ha un grosso problema finanziario a causa di un festival riuscito male. Gli amici di sempre Tony, Mike e Phil decidono di organizzare un concerto per raccogliere fondi a copertura della perdita. Il luogo scelto è Milton Keynes, una cittadina a pochi chilometri da Londra, nel Buckinghamshire. E chi è l’ospite d’onore? Naturalmente Peter Gabriel in persona. E  non solo. Nel bis sale sul palco anche Steve Hackett per quella che, ad oggi (e credo per sempre) rappresenta l’unica reunion del gruppo al completo. In realtà si tratta di un concerto dei “nuovi” Genesis dove Peter Gabriel cerca di adattarsi nelle parti vocali dei vecchi brani suonati oggi con diversa velocità e compattezza (si ascolti l’iniziale “Back in N.Y.C.” e “In The Cage”), dove Stuermer suona l’assolo di “Firth of Fifth” facendo il possibile, e dove in mezzo a grandi classici (ci sono quelle finora citate più “Supper’s Ready”, “Carpet Crawlers”, “The Lamb…”, insomma quelle sulle quali i tre superstiti si sentivano più ferrati) si ascoltano anche “Solsbury Hill” di Gabriel e “Turn It On Again”, singolo vendutissimo del momento. Alla fine, come detto, sale sul palco anche Steve Hackett per i bis: “I Know What I Like” (e sai che sforzo) ed una splendida “The Knife” in versione “short”.

Peccato che la qualità dell’incisione sia bassa, ai limiti dell’ascoltabile. Però va ascoltata e basta! Per me, giusto per la cronaca, fu parte del mio regalo di maturità da parte dei miei genitori.

Da questo momento i miei bootleg s’interrompono, vuoi perché non ero proprio un fan sfegatato di questo”lato” dei Genesis, vuoi perché i tre sono riusciti a documentare ogni tour effettuato da quel momento con dischi ufficiali. Fatta eccezione per il bootleg del concerto di Roma del tour “Over Europe” del 2007. Pur sapendo che sarebbe arrivato prima o poi l’album ufficiale, spesi ben 30 euro per un cd doppio I-N-A-S-C-O-L-T-A-B-I-L-E. Però quella sera c’ero! E non potevo farne a meno. Per fortuna poi è arrivato sia l’album che un bel DVD.

Pirati!: Genesis pt1

25 Febbraio 2015 Nessun commento

Qualche amico, dopo aver letto il post sui bootleg dei Led Zeppelin, mi ha chiesto di bissare nel caso ne avessi avuto qualcuno dei Genesis. Sono o non sono uno dei miei gruppi preferiti? Bene, ne ho parecchi, perciò accomodatevi, rilassatevi e leggete qui di seguito.

Come al solito qualche considerazione. Prima di tutto mi sembra logico dividerli in due gruppi: “era Gabriel” e “dopo Gabriel”. Un classico.

Poi occorre tener presente che i Genesis, molto più degli Zep, avevano delle scalette monolitiche, sempre uguali per tutta la durata del tour. Si contano sulla punta delle dita le eccezioni. Inoltre, ai loro tempi, era molto complicato portare in tour la loro mole di strumenti. Chitarre acustiche ed elettriche, 6 e 12 corde, doppio manico, bassi, pedaliere, batterie e, soprattutto, un mare di tastiere. Tra queste il famigerato Mellotron,  costruito con dei piccoli loop di nastro registrato collegati ai singoli tasti. Un aggeggio infernale, delicatissimo, che al variare di qualsiasi fattore climatico creava problemi a causa dell’allentamento dei nastri. Inoltre non esistevano quei meravigliosi accordatori a led che oggi permettono di tenere gli strumenti a corda sempre accordati semplicemente regolandosi in muto con l’accendersi di piccole luci.

Tutto ciò per dire che spesso i concerti del gruppo (i primi) erano rallentanti da lunghi periodi di vuoto necessari all’accordatura o semplicemente alla risoluzione di problemi tecnici. A quel punto Phil Collins, generalmente restio all’assolo di batteria che tanto andava di moda a quei tempi nei supergruppi, riempiva i vuoti. In qualche bootleg in mio possesso tale prassi è presente. Cercherò di segnalarlo.

Vale la stessa considerazione fatta per gli Zep: quando scrivo “ottima registrazione” mi riferisco a “ottima” per un bootleg.

1970-1972

“BBC Archives 1970-1972″: iniziamo con un bel volume che, come tutte le raccolte targate “BBC” (anche se non ufficiale) non dovrebbe mancare. Si tratta delle registrazioni del gruppo presso il broadcaster statale tra il 22 febbraio del 1970 ed il 25 settembre del 1972. Le incisioni datate 1970 sono l’unica testimonianza “live” di Anthony Phillips, il primo chitarrista dei Genesis. La registrazione di alcuni brani quali “Shep

herd”, “Pacidy”, “Twilight Alehouse” e “Let Us Now Make Love” è stata in parte superata con il primo box-set pubblicato qualche anno fa celebrativo della prima della parte della loro carriera. Imperdibile una delle prime esecuzioni di “The Musical Box” con alcune differenze rispetto a quella che verrà incisa su disco ed eseguita poi dal vivo (in questa versione dura dodici minuti contro i 10.30′ della versione su disco). Poi c’è una versione “speed” di “Harold The Barrel”, altra rarità. Il secondo cd si apre con “In Concert” del tour di “Nursery Crime” con tre brani (“The Fountain of Salmacis”, “The Musical Box” e “The Return of the Giant Hogweed”. Infine da “Sounds of the Seventies” tre brani alla vigilia della pubblicazione di “Foxtrot”. La qualità è sostanzialmente molto buona con uno scadimento decisamente imbarazzante per le registrazioni di gennaio 1971 sempre per “Sounds of….”, con una “The Return of…” inascoltabile.

“The Musical Fox”, Basilea (SVI), gennaio 1972: incisione scarsa per una data del tour per la promozione di “Nursery Crime”. In tracklist i riempitivi di quel tempo (“Happy The Man” e “Twilight Alehouse”) oltre ai già classici “Stagnation”, “The Fountain of Salmacis”, “The Musical Box” e “The Return of the Giant Hogweed”. Tra un brano e l’altro non troppi applausi. Incisione fatta con un qualche registratorino di poche pretese: tutto molto distante e la voce di Gabriel molto attutita. Abbastanza gradevole finché le atmosfere sono quelle bucoliche con arpeggi di chitarra e tastiere. Quando entrano basso e batteria tutto si fa più complicato. Perdibile

“Live in Rome”, Roma (ITA), 18 aprile 1972: sappiamo del rapporto preferenziale dei Genesis con l’Italia, molto più avvezza alle loro trame sofisticate rispetto ad un pubblico meno educato musicalmente in altri paesi. Ma il Palasport di Roma è quello che è e l’incisione rende pochissima giustizia a questo concerto registrato integralmente. Rispetto alla scaletta precedente si trovano anche “The Knife” e “Going Out To Get You”, oltre che, annunciato dalle parole di Gabriel in italiano quasi perfetto “scusate un momento, abbiamo problemi con elettricità”, uno dei famosi assoli di Phil Collins d’intrattenimento. Comunque ascoltabile, la qualità è migliore del precedente ed è un miracolo visto il luogo, ma non pagatelo troppo.

“Reading Festival”, Reading (GB), 11 agosto 1972: sta arrivando nei negozi “Foxtrot”, il materiale è già inciso. Questa performance è incisa al festival di Reading del 1972 ed è oltretutto venduta in confezione lussuosissima con tanto di booklet. Purtroppo ci sono più o meno otto minuti di nulla tra una canzone e l’altra, la scaletta è striminzita (cinque brani, leggasi “non completa”) anche se contiene una delle prime esecuzioni (non granché, soprattutto nei controcanti) di “Watcher of the Skies”, e la qualità di registrazione è bassa, molto bassa. Va da sé.

“Alone Within The Storm”, Genova (ITA), 28 agosto 1972: sono passati solo poco più di quindici giorni dalla performance di Reading, e qui troviamo una band spumeggiante ed assolutamente in palla. Anche la scaletta è cambiata completamente ed è sicuramente la migliore tra i bootleg in mio possesso. Contiene delle rarità imperdibili. Innanzitutto “Watcher…” ha già assunto il suo ruolo di opening dei concerti dei Genesis. Ma ci sono due chicche che rendono superlativo questo bootleg al di la dell’incisione abbastanza scarsa: “Can Utility And The Coastliner” (“la cui traduzione in italiano è praticamente impossibile”, dice Gabriel nella presentazione del brano) e una rarissima esecuzione di “Seven Stones” che valgono qualsiasi prezzo vi venga eventualmente richiesto per questo album.

1973

“Rainbow Theatre”, Londra (GB), 20 ottobre 1973: bootleg di ottima fattura ma quasi azzerato dal box-set degli “Archive 1967-1975″.  Questi contenevano cinque brani tratti da questo concerto (“Dancing With The Moonlit Knight”, “More Fool of Me”, “Supper’s Ready”, “I Know What I Like” e “Firth of Fifth”). In questo bootleg in più sono presenti “Watcher of the Skies” in apertura e “The Battle of Epping Forest”, oltre a rappresentare l’effettiva scaletta della serata. Ottima l’incisione: altrimenti i Genesis non ne avrebbero ricavato materiale pubblicabile.

“Live at The Roxy”, Los Angeles (USA), 19 dicembre 1973: qualità discreta anche se lontana per questo concerto quasi natalizio dei Genesis in California. Rispetto alla tracklist precedente ci sono una fantastica “The Cinema Show”, “The Musical Box” e, udite udite, “Horizon” che precede la presentazione (lunga) di “Supper’s Ready”. Peccato che il soave arpeggio dell’assolo di Hackett, peraltro suonato con la chitarra elettrica con un tantino di flanger, si senta poco, con un bel fruscio a coprirlo.

1974-1975

“Live at Gusman Hall”, Miami (USA), 9 marzo 1974: tour di “Selling England…”, versione “bianca”. I Genesis fecero due tour per questo album, detti “nero” e “bianco” a secondo del colore dominante in scena: abiti, strumenti, amplificatori, scena, ecc. Fu anche il famoso tour dove il gruppo eseguiva sia “Battle of…” che “Supper’s…”, di seguito, per un totale di circa 40 minuti di musica arrivando cotto alla fine dell’esibizione che, tra le proteste generali, si chiudeva senza bis. Questo cd doppio comprende la scaletta integrale del tour ma non gode di un’incisione valida. Comunque come documento ha la sua importanza.


“Live in Providence”, Providence (USA), 8 dicembre 1974

“Swelled and Spent”, Birmingham (GB), 5 febbraio 1975

“The Real Last Time”, Torino (ITA), 24 marzo 1975

“The Light Goes Down On Empire”, Londra (GB), 4 aprile 1975:

Questi quattro li tratto insieme. Dopo il tour precedente i Genesis si sono concentrati nella composizione e nella registrazione molto molto complicata di “The Lamb Lies Down On Broadway”. Peter Gabriel ha dato fondo a tutti i suoi malesseri nei confronti della band, dello show business e del mondo intero, e ne ha riempito un’intera opera rock. Poi, oltre alla corsa per completare il libretto e la composizione, (una parte del materiale è stato composto durante le sessioni di registrazione dell’album), ulteriore corsa per approntare il tour (102 concerti!) soprattutto dal punto di vista della resa drammaturgica dell’opera. Costumi, trucchi, effetti, luci, botole che si aprivano nei punti più impensabili del palco per nascondere e far riapparire il cantante. E’ un disco strano, Genesis nel midollo ma diverso da tutti i precedenti. Ultimo problema, non di poco conto, la pubblicazione dell’album nei negozi in contemporanea con l’inizio del tour: come avrebbe reagito il pubblico? Non si trattava di eseguire tre-quattro brani del nuovo album, ma l’intera opera (oltre 90 minuti tutti d’un fiato).

Ah, last but not least, Peter Gabriel stava maturando la decisione di uscire dal gruppo, e anche qui non si scherza.

Questi quattro bootleg sono tutti relativi al tour di “The Lamb…” e testimoniano quattro momenti diversi. Il primo è inciso in una delle prime date (la prima fu a Chicago il 20 novembre). L’incisione è decisamente discreta e con una dinamica accettabile, con il solo pubblico forse troppo in evidenza rispetto agli strumenti,  ed il concerto è integrale.

Il secondo, a Birmingham, lato europeo del tour, è inciso malissimo, molto “impastato”. Il tutto nonostante la veste grafica discretamente curata ed una scritta che riporta: “Recorded in the miracle of stereophonic”: ecco, è un trucchetto di bassa lega per attrarre il malcapitato acquirente.

Il valore documentale del concerto di Torino, a due mesi dalla fine dell’era Gabriel e con la decisione ormai irrevocabilmente comunicata al resto del gruppo, consiste nella presentazione in italiano quasi perfetto del cantante: “Veniamo da lontano perché vogliamo suonare in Italia per voi e avere una bella festa. Abbiamo scritto una lunga storia e stasera desideriamo raccontarvela tutta”. L’incisione è discreta, troppo sugli alti e con pochi bassi. In certi momenti sembra che Gabriel canti attraverso un megafono. Troppe voci esterne (pubblico che chiacchiera vicino al microfono). Comunque ascoltabile. In tutti e tre questi cd la scaletta è completata, al termine di “It”, da “Watcher Of The Skies” e “The Musical Box”.

Curioso invece l’album di Londra. Si tratta probabilmente dell’incisione di un radio-show. La qualità è semplicemente perfetta, da disco ufficiale. Se non si tratta di roba targata “BBC” poco ci manca. Ma quello che stona è che la scaletta è assolutamente incompleta. Si apre con “Watcher…” e l’opera parte subito dopo da “Cuckoo Cocoon”. Tutto liscio fino a “Carpet Crawlers”, poi salta “The Chambers….” e via così. Per gli appassionati, manca “The Lamia” e tutto finisce con “Riding The Scree”. Peccato.

Allora, qualora foste veramente interessati, su “Wolfgang’s Vault” si può reperire l’integrale del concerto di Los Angeles dello stesso tour, contenuto anche negli “Archive 1967-1975″, ma senza le sovraincisioni di voce e chitarra che funestano quella versione e con un’ottima incisione.

 

Il Disco del Mese: “Help!” (1965)

15 Febbraio 2015 Nessun commento

cover dell'album

Febbraio è il mese dei Beatles. In questa rubrica ho cercato (quasi) tutti i mesi di commentare un bel disco, rispettando il principio di un disco a cranio. Magari quello più rappresentativo. Ma i Beatles sono un’altra cosa, ed anche quando il disco rappresenta un mezzo passo falso (i Beatles, al massimo, hanno fatto “mezzi” passi falsi), per me vale sempre la pena chiacchierarne.

E allora, per chi fosse interessato, un saltino a “Beatles For Sale” (febbraio 2014) giusto per contestualizzare la situazione. Riassumendo.

1964. Il 6 luglio esce nei cinema “A Hard Day’s Night”. I primi mesi dell’anno hanno visto i Beatles impegnati nelle riprese del film. Poi, tanto per gradire, Australia in tour. Poi le registrazioni dell’album successivo ed un tour di più di un mese tra agosto e settembre in Nord America: Atlantic City, Philadelphia, Cincinnati, Denver, Indianapolis, Milwaukee, Chicago, Detroit, Toronto, Montreal, Pittsburgh, Baltimora, Boston, Cleveland, New Orleans, Kansas City, Dallas e, infine, New York. Appena rientrati fine registrazioni di “Beatles For Sale” ed inizio di un tour in Gran Bretagna fatto di piccole, medie e grandi città: Hull, Edimburgo, Dundee, Glasgow, Leeds, Brighton, Exeter, Plymouth, Bournemouth, Ipswich e via di seguito fino a fine anno tra show televisivi, radiofonici ed altro ancora.

Finisce l’anno ed i Beatles possono tirare il fiato. Ma solo momentaneamente. I primi sei mesi del 1965 saranno dedicati al nuovo progetto discografico-cinematografico voluto caparbiamente da Brian Epstain, ma non disdegnato dai ragazzi. Il manager era fermamente convinto, ed i fatti gli davano ragione, che il cinema fosse uno dei possibili sviluppi in cui incanalare il successo dei Fab Four. Teniamo sempre ben presente che fino a quel momento, e nonostante il successo ormai planetario, i Beatles erano solo un gruppo pop con navigazione a vista. Oggi grande successo, domani chissà. Roba di moda, la musica.

I Beatles sul set

Invece “A Hard Day’s Night”, il primo film, era stato un grandissimo successo. Girato in pochissimo tempo (sette settimane), quasi tutto in interni, con un budget di appena 500 mila dollari ne aveva incassati quasi 12,3 milioni! E allora, con il film ancora nelle sale, parte il nuovo progetto. Stavolta le cose si fanno in grande stile: 1,5 milioni di dollari per due mesi di riprese, con location tra Londra, le Bahamas, l’Austria e la campagna inglese dalle parti di Salisbury.

E allora soffermiamoci qualche riga su questo film. La trama: una setta indiana dedita al sacrificio umano scopre, nel bel mezzo di una funzione, di non poter offrire nulla alla sua divinità perché la vittima designata non indossa l’anello sacrificale. Chi è il fortunato possessore di questo anello? Ovviamente Ringo. E allora la setta, con il gran sacerdote a capo, si trasferisce a Londra per recuperarlo. Ahilui, al povero Ringo l’anello non esce più. Perciò cambio di programma ed il batterista diviene, su due piedi, il sacrificando. Il film regge per i primi 20 minuti, finché i quattro, abbastanza inconsapevolmente, respingono gli attacchi degli adepti che tentano di sradicare l’anello dal dito di Ringo. Alcune scene, diciamo alcune gag, sono molto divertenti. Poi si perde in un guazzabuglio tra la commediola e 007, dal quale si salvano solo le canzoni.

Un errore colossale per il gruppo. Ma la gente non se ne accorge ed il film esce nelle sale con premiere a Londra il 29 luglio del 1965. Incasserà altri 12 milioni di dollari. Ed i Beatles ne resteranno talmente schifati da chiudere con il cinema per parecchio tempo (fino a “Magical Mistery Tour”) e solo a patto di avere il controllo totale sull’opera.

Si salvano, appunto, solo le canzoni.

"Ticket To Ride": il singolo

I Beatles iniziano ad inciderle il 15 febbraio del 1965, pochi giorni prima di trasferirsi alle Bahamas per iniziare le riprese. Ed anticipano l’uscita del film con un 45 giri fondamentale. “Ticket To Ride / Yes It Is” contiene due canzoni memorabili, scritte da Lennon con (pochi) contributi di McCartney. La prima, dalla quale i critici “quelli veri” fanno scaturire l’hard rock è uno dei brani migliori prodotti dai quattro fino a quel momento. “Yes It Is” riprende la tradizione iniziata con “This Boy”: il brano alla “Everly Brothers” dove la vocalità straordinaria di John, Paul e George da il suo meglio. Inutile dirlo: n° 1 nella classifica inglese ed americana dei singoli.

Poi incidono due brani che non verranno mai pubblicati, se non in maniera piratesca su alcuni bootleg e poi definitivamente sul secondo volume dell’”Anthology”: “That Means A Lot”, brano piuttosto sfilacciato di Paul e “If You’ve Got Trouble”, scritta da Paul e John, come ipotesi di numero di Ringo per l’album.

L’incisione dei brani della colonna sonora del film continua sfruttando le pause delle riprese. Per i missaggi finali si completa il lavoro tra maggio e giugno del 1965. L’uscita dell’album avviene la settimana successiva all’uscita del film nelle sale.

“Help!”, la title track, è il primo dei due brani scritti “alla Dylan” da Lennon per questo album. E’ notorio quanto John fosse ispirato da Dylan in quei tempi. “I’m A Loser”, su “Beatles For Sale”, era il primo tentativo di scrittura di ballata folk-country. Così anche “Help!” era stata impostata come una ballata. Ma quelli dei Piani Alti (anche i Beatles ne avevano) avevano deciso che il brano principale dell’album e che avrebbe dato anche il nome al film non poteva per nessun motivo essere un brano lento. Così inviarono George Martin a dire ai ragazzi che la canzone andava sveltita. “Suvvia ragazzi, un po’ di ritmo!!!” deve aver detto Sir George ai quattro. Detto, fatto! “Help!” è uno straordinario brano rock, costruito magistralmente. Dall’intro a botta e risposta alla strofa con il coro in anticipo sui versi del cantato al ritornello all’arpeggio di George tra una strofa e l’altra e al cambio di atmosfera sui primi versi della terza strofa, dove probabilmente si riprende lo spirito proposto inizialmente da Lennon. La canzone, nonostante l’andamento giocoso, è un grido d’aiuto lanciato da Lennon, in quel momento in piena crisi esistenziale tra una notorietà che lo strangolava ed il rapporto con la moglie giunto ormai al capolinea.“The Night Before” è un bel rock rotondo e poco convenzionale (non è costruito sui soliti tre accordi) di Paul. Curiosità: l’assolo di chitarra è suonato dallo stesso McCartney.

la locandina del film

A mio avviso “You’ve Got To Hide Your Love Away” è il vero capolavoro dell’album. Molto dylaniana, acustica nel midollo, ha una melodia favolosa ed è impreziosita dall’assolo finale di flauto. Grande (e semplice) arrangiamento, con la voce graffiante di John su tutto.

Fino a quel momento Harrison si era provato nella scrittura solo con “Don’t Bother Me”, su “With The Beatles”. “I Need You” è scritta da George per Pattie Boyd, la ragazza conosciuta sul set del film precedente e che poi sposerà nel 1966. Anche questa canzone è molto semplice, ma ha una sua melodia di gran respiro. Diciamo una “Here Comes The Sun” in anticipo sui tempi. “Another Girl” è un twelve-bars sulla scia di “Cant’t Buy Me Love”, ma non con la stessa incisività.

I Beatles erano ancora nella fase in cui Lennon scriveva canzoni di gran lunga migliori di quelle di McCartney. E “You’re Going To Lose That Girl” è una di queste: semplice, tutta giocata sul botta e risposta e con un incedere soul che è una delizia. Unico neo il passaggio tra la strofa ed il ritornello piuttosto sgraziato. Di “Ticket To Ride” ho già parlato. La risposta di Lennon alle nuove sonorità più decisamente rock e aggressive proposte dai gruppi che cominciavano a farsi avanti, Animals, Stones e Yardbirds su tutti.

Qui terminerebbe la colonna sonora del film. Gli americani, più quadrati, fanno uscire il disco come la vera colonna sonora del film: alle sette canzoni vengono aggiunte altre tracce orchestrali che si ascoltano durante il film. Ma in Europa, e soprattutto nel Regno Unito, vogliono un altro album dei Beatles vero e proprio. E allora spazio ai “riempitivi”.

Per carità, alcuni decisamente di lusso. “Yesterday”, capolavoro assoluto, la leggenda vuole che Macca si sia svegliato una mattina con tutto il brano in testa. Ovviamente la melodia, ma completa. Ed il brano era talmente bello che gli altri tre lo ascoltarono in silenzio solo voce e chitarra. E così gli proposero d’inciderla. Poi fu George Martin a consigliare il quartetto d’archi. Scrissero l’arrangiamento a quattro mani ed in due sessioni di registrazioni il brano fu confezionato. Poi c’è “I’ve Just Seen A Face”, sempre di Paul, un brano country&western veloce, dalla bella melodia e dal grande arrangiamento acustico.

il nuovo look

Ma il resto è piuttosto scadente. “Act Naturally”, il numero di Ringo (che verrà anche utilizzato dal vivo nel successivo tour negli States), è una cover di un banalissimo brano country, resa un po’ più briosa dell’originale dai Beatles. “Dizzy Miss Lizzy” è un classico R’n'R anni Cinquanta di Larry Williams, che costituirà uno dei numeri più scatenati dal vivo, ma che sul disco è piuttosto pesante nell’arrangiamento, anche se John la canta alla grandissima. “It’s Only Love” di John è un brano piuttosto scontato, così come “You Like Me Too Much” di George e “Tell Me What You See” di Paul. Riempitivi, appunto.

Insomma, un album decisamente di transizione. I Beatles in quel momento sono un gruppo all’alba di un grande cambiamento. Dalle piccole cose: cambiano look! Sono stufi di giacca e cravatta. I nuovi abiti di scena sono delle curiose giacche di taglio militare color vinaccia senza risvolti, da indossare sopra una maglia nera. Ma, estendendo l’orizzonte, sentono che i panni della pop star cominciano ad andargli stretti. Sentono chiaramente che, al di la delle pretese del loro manager, vogliono essere Musicisti. Il 45 giri comincia ad essere un formato troppo riduttivo per le loro ambizioni. Ed anche musicalmente cominciano a sperimentare nuove idee, nuove sonorità. George, durante le riprese, si trova tra le mani un sitar. Da lì inizia il suo lavoro alla scoperta dell’India e della spiritualità. E così anche il quartetto d’archi per “Yesterday” apre nuovi orizzonti per Paul mentre John vuole dire nuove cose.

Per concludere qualche dato statistico: “Help!” vende oltre 3 milioni e mezzo di copie per fermarsi solo a Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, per 6 dischi di platino ed uno d’oro. Ovviamente n° 1 in tutte le classifiche. Oltre “Ticket…”, anche “Help!” e “Yesterday” usciranno come singoli (la posizione serve?) d’oro.

“Help!” uscirà il 6 di agosto del 1965 ed il 14 raggiunge subito il n° 1 in classifica, con “Beatles For Sale” al decimo posto. In mezzo c’è Dylan con “Bringing It All Back Home”, due album di Joan Baez (un terzo era al 18° posto, i tempi stavano per cambiare) e gli Animals. Dietro di loro (undicesimi) gli Stones. Rimarrà in vetta fino al 9 ottobre per nove settimane consecutive, superato da una colonna sonora. Fino al 13 novembre occuperà la posizione n° 2, tenendosi dietro gli Stones di “Out Of Our Heads”  (quello di “Satisfaction”) mentre arriva “Highway 61″ di Dylan. Continuerà a stazionare tra il 2° ed il 3° posto fino al 18 dicembre, quando verrà superato dal nuovissimo “Rubber Soul”. E quando quest’ultimo andrà in vetta nella classifica di Natale del 1965, i Beatles avranno due album nei primi quattro della classifica.

E da “Rubber Soul” sarà veramente un’altra storia.

 

 

 

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