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Archivio Aprile 2015

In Attesa…

30 Aprile 2015 Commenti chiusi

Roba veramente rapida, poche righe tra dischi in uscita o usciti da poco che, a mio parere, potrebbero riservare all’ascolto qualche piacevole sorpresa.

FabiSilvestriGazzè:   “Il Padrone della Festa Live”   (7 maggio 2015)

Logico che un tour di successo come quello svolto durante l’inverno dal tre cantautori romani avesse un epilogo in un documento live. Dell’album ne ho già parlato ampiamente. Al concerto non sono andato. Qualcosa mi aveva detto che ne sarebbe uscito qualcosa da tramandare ai posteri. Ma che questo “qualcosa” avrebbe assunto la forma di un quasi regalo sinceramente non me l’aspettavo. L’album esce in una lussuosissima confezione con 2 cd e 2 dvd per la modica cifra di 19,99 euro (su Amazon, senza però l’mp3 gratuito con l’acquisto, almeno così pare). Non conosco ancora il contenuto, ma il doppio cd sa tanto di concerto completo, mentre il doppio dvd lascia supporre parecchi contenuti speciali.

John Mayall:   “Live in 1967″   (uscito)

Attenzione! Questo signorino qua il prossimo novembre compirà 82 anni. Ed ancora gira il mondo portando la sua musica, il suo blues, a quanti ancora lo considerano un Mito. E’ fresco fresco di stampa questo live del 1967. Sulla copertina un sottotitolo che urla “concerto mai ascoltato prima”, insomma un inedito. L’album contiene 13 brani ed all’ascolto delle preview sembra avere anche un’ottima incisione. Ma ciò per cui vale assolutamente la pena ascoltarlo (e poi, successivamente, magari anche acquistarlo) è la formazione che accompagna il band leader e le sue tastiere: John McVie al basso, Mick Fleetwood alla batteria e, soprattutto, Peter Green alla chitarra. Praticamente il nucleo base dei futuri Fleetwood Mac. Nooooo, non quelli mosci anche se ricchi di melodia di “Rumours” e “Tusk”. Parlo dei primi, quelli rigidamente blues e con Peter Green alla chitarra. Cose fantastiche. E senza rimpiangere Clapton.

James Taylor:   “Before This World”   (16 giugno 2015)

Ok, lo sapete, difficilmente riesco a resistere a questo cantautore già oltre la sessantina ma con un cuore grandissimo. Con un gusto per la melodia secondo forse solo a quello di Paul McCartney ed un tocco di chitarra leggero e denso al tempo stesso. Insomma, capita certe volte di sentire la mancanza di un Artista. A me in Italia, ad esempio, è mancato molto Cristiano De André nel periodo, piuttosto lungo, in cui era sparito dalla circolazione. Ecco, James Taylor è un altro Artista di cui sento la mancanza. Bene, arriva il suo nuovo album ed io non ho intenzione di perderlo. Tra l’altro il primo vero album da “October Road” (2002). In mezzo canzoni di Natale e cover varie. Sempre di classe, però.

Muse:   “Drones”   (8 giugno 2015)

Paul Weller:   “Saturns Pattern”   (18 maggio 2015)

A questo punto due dischi con punto interrogativo. I Muse sono una band per me assai strana. Non riesco proprio ad ascoltarli. Come dire, c’è qualcosa che non va. Devo avere qualche preconcetto perché il mio giudizio è basato sul nulla, non avendo mai ascoltato neppure una nota da loro prodotta. Eppure hanno un buon seguito anche da noi, visto che il loro recente album/dvd dal vivo è stato registrato al concerto di Roma dell’anno scorso, dove hanno riempito gran parte dello Stadio Olimpico. Inoltre la rivista RockProg, che leggo con una certa attenzione, mette tutti i loro album in testa alla classifica dei migliori album Prog. Quindi devono anche essere Prog! Eppure non li sopporto. Fosse questo l’album buono per avvicinarli? Chissà.

Circa il Modfather Paul Weller, i suoi dischi più recenti diventano sempre più di nicchia, senza più quei colpi di genio che hanno caratterizzato la sua produzione Jam-Style Council. Eppure, ascolta ascolta, qualcosa salta sempre fuori. Chissà (n° 2).

Per concludere scansatevi da Whitesnake (“The Purple Album”, 18 maggio 2015) e Rolling Stones (“Sticky Fingers” 3 cd + dvd, 8 giugno 2015,  80 sterline!!!). Il primo è dell’attuale band di David Coverdale ed usa un bel trucchetto (da cui il titolo): prendono i migliori brani del periodo Deep Purple con Coverdale alla voce e li risuonano. Mmmmmm, sento già l’acquolina in bocca……Il secondo è un lussuoso cofanetto che contiene parecchio materiale, memorabilia compresi, però alla fine il centro del tutto è l’album originale (per carità, rimasterizzato, ed è comunque un grande album) ma sempre quello è. Unico leggero sussulto al momento è rappresentato dalla promessa di una versione di “Brown Sugar” con Eric Clapton alla chitarra insieme a Keith Richards e Mick Taylor. Chissà (n° 3).

Viceversa non mi farei scappare il “The Marquee: Live in 1971″, per ora in uscita solo in dvd e BlueRay dal 22 giugno (10/12 sterline su Amazon UK), con un concerto degli Stones del periodo d’oro e, soprattutto, con il marchio “From The Vault” che fino ad adesso è stato sinonimo di qualità.

Orfeo Orfeo…..

26 Aprile 2015 Commenti chiusi

L’ufficio, da qualche settimana, mi chiede un po’ di superlavoro. Arrivo a sera che il computer non voglio più vederlo neanche disegnato. E il blog langue…..Per fortuna posso contare su alcuni inviati. E allora, per un Grande Evento, un Grande Inviato……

 

ROMA,  CINEMA AZZURRO SCIPIONI, 23 aprile 2015,

 

Salgo le scalette della Metro A Ottaviano  con un certo anticipo, come mio solito, trovando poco più in là  già un bel gruppetto di persone in fila davanti all’entrata dell’Azzurro Scipioni e da qui capisco che l’evento che si va a rappresentare dentro il glorioso e irriducibile cineclub della Capitale non è il “solito evento “. Certo, abbondano i canuti sovrappeso (tanto per descrivere in due parole anche il sottoscritto), ma non solo.

C’è una certa vibrazione nell’aria ed è impossibile non pensare a tutti noi ragazzi che una bella sera di 40 anni fa eravamo incollati, ad un orario per allora impensabile, davanti alla TV a vedere “quella strana cosa” che poi ci ha rapito e ci ha portato fin qui in questo pomeriggio romano.

Il gran cerimoniere Silvano Agosti, padrone di casa, ci introduce nella sua “Casa Cinema” ed entrato in sala mi guardo intorno e sono immediatamente dentro la pellicola. Vedo con i miei occhi distintamente Orfeo, il Vivandiere, la Narratrice, l’Autostoppista, ma che succede ? E’ come entrare nello schermo (effetto “Rosa Purpurea del Cairo” ? ) ed essere tutti lì insieme a celebrare una bella festa.

Romina impeccabile e gentilissima come sempre ci fa accomodare e riconosco l’altro grande protagonista della serata, Ermanno Manzetti, l’uomo che ha dedicato gli ultimi 10 anni all’ impresa di ridare vita, voce e suono al sogno, il  Fitzcarraldo che ci ha restituito l’opera dentro la foresta delle nostre vite “distratte ed interrotte” come direbbe Claudio Lolli.

Tito Schipa Jr (è lui Orfeo ed è lui che “casualmente” ha scritto tutto salvo poi regalarci tutto) introduce i protagonisti vecchi e nuovi. Quelli che c’erano nel film e quelli che verranno, perché poi, parliamoci chiaro, il popolo degli “Orfeomani” reclama a gran voce che questa storia non finisca qui, che l’edizione restaurata del DVD sia solo un  nuovo inizio. Eccoli  tutti insieme, dalla Narratrice  Penny Brown (ancora incantevole) alla bionda autostoppista Chrystel Dane, al simpatico e solare Edoardo Nevola (“porto il pane dalla città”) fino ai nuovi protagonisti tutti bravissimi, Lenni Lippi, Elisa Siragusano, Maurizio Fortini, Luciano Regoli (voce storica della R.R.R.), insomma quelli che forse daranno la voce a Orfeo su nuovi palcoscenici e con loro il nostro Fitzcarraldo Ermanno Manzetti che, non dimentichiamolo,  è anche ottimo cantante e attore, quindi l’ideale allo scopo. Accompagnati al piano prima da Tito poi dal pianista Luis Gabriel Chami (che ha collaborato all’ultima revisione dello spartito per voce e pianoforte che Tito ha realizzato con Mauro Conti) tutti i protagonisti hanno eseguito una carrellata sui temi principali dell’opera e qui l’emozione è salita di una bella spanna.

Mi sono trovato di nuovo a considerare, esattamente come quando avevo ricevuto le partiture, che le musiche (melodie e armonia) dell’Orfeo 9, oltre ad essere assolutamente senza tempo, senza una datazione precisa, come solo i capolavori sanno essere, risultano anche molto più complesse di quanto possano apparire ad un primo ascolto. L’accompagnamento con il solo pianoforte ne rivela inequivocabilmente la complessa trama melodica e la sua derivazione dalla tradizione dell’Opera che l’autore (e non potrebbe essere altrimenti)  ha nel DNA.

Avviso quindi per tutti i cantanti. Non è facile cantare queste canzoni, ma quando ti entrano con veemenza nella porta del cuore rimangono lì, inamovibili per la vita.

Applauso finale. Vado a ritirare le mie copie ordinate in precedenza e, causa la mia proverbiale timidezza, non ho il coraggio né di chiedere una dedica ad Ermanno che me li consegna  né di andare da Tito, che è lì a due passi, con il medesimo scopo. Va beh, mi conosco.  Esco a respirare l’aria serale di questa fresca primavera romana. Davanti al cinema, sul bordo del marciapiede c’è una fontanella. E’ uguale a quella che una volta era situata nella stessa posizione tra il marciapiede e la strada, nel mezzo di due bancarelle di un mercatino rionale nei dintorni di casa mia, a Bologna. In un attimo mi assale l’immagine di quando da ragazzi, di ritorno con gli amici a casa la sera tardi , ci si chinava per bere,  scambiandoci le ultime parole prima dei saluti. Insieme a  questa immagine mi arriva con un fremito la sottile angoscia per un tempo che non tornerà mai più.

Così noi siamo sempre come Orfeo per tutta la vita e tutti i giorni ripeteremo  sempre il suo stesso errore, voltando il nostro volto al passato. Questa è la nostra condanna e per questo Orfeo ci rappresenterà sempre, dall’inquietudine della giovinezza sino alla consapevolezza e all’angoscia dell’età matura.

                                                                                                                                                                                                                       Paolo Nannetti

Oggi….50 Anni Fa…..

20 Aprile 2015 Commenti chiusi

Cosa raccontano le classifiche di qualche anno fa?

Vediamo quella inglese dei 33 giri (e 1/3) della settimana dal giorno 18 al giorno 24 aprile del 1965.

Posizione 10:    ”West Side Story”   (Colonna sonora del film)

Gli inglesi amano le colonne sonore. Lo dimostra il fatto che nella stessa classifica si possono trovare anche “The Sound Of Music” (“Tutti Insieme Appassionatamente”) al 13° posto, “My Fair Lady” al 16° e, soprattutto, “Mary Poppins” al 4° posto. “West Side Story” come musical, con le musiche firmate da Leonard Bernstein, debuttò a New York nel 1957. Nel 1958 fu portato in Gran Bretagna ed ebbe oltre mille repliche. Il film uscì nel 1961. A distanza di quattro anni l’album, che collezionerà oltre 175 settimane nella Top 100 con 13 settimane di N° 1 è lì, con ben 9 posizioni in più della settimana precedente.

Posizione 9:   “Best of Jim Reeves”   (Jim Reeves)

Un ritorno di fiamma per un esponente del “country pop”, genere musicale che sul finire degli anni Cinquanta si sviluppa negli USA pulendo della matrice folk (banjo, violino, ecc.) il country per tentare di renderlo più appetibile anche al di fuori del Texas. Così con qualche occhiolino alle classifiche e qualche melodia sdolcinata in più il suo massimo esponente riesce a piazzarsi benino anche in UK. Infatti l’album, un Greatest Hits in definitiva, risale dalla posizione 11, ma nelle settimane precedenti aveva toccato anche il terzo gradino del podio rimanendo per ben 10 settimane nella Top 10.

Posizione 8°:   “Sandie”   (Sandie Shaw)

Alla metà degli anni Sessanta arrivò sulla scena come un ciclone Sandie Shaw, che aveva una curiosa tendenza, abbastanza nuova per l’epoca, a scoprire progressivamente svariati centimetri di  pelle e, soprattutto, ad esibirsi scalza, tanto da lanciare una vera e propria moda. Come cantante ebbe parecchio successo, anche dalle nostre parti dove cantò un paio di brani in italiano e partecipò anche ad un Festival di Sanremo. Questo è il suo primo album ed in questo momento è già in fase calante, dopo essere arrivato fino alla posizione n° 3. Dopo questa settimana uscirà dalla Top 10 e a breve scomparirà dalle classifiche.

Posizione 7°:   “Pretty Things”   (The Pretty Things)

In 7^ iniziano i  gruppi che contano. The Pretty Things nascevano dalla separazione di un gruppo molto particolare: The Blue Boys. Questi erano costituiti da tre loschi figuri: Dick Taylor e Keith Richards alle chitarre e Mick Jagger alla voce e armonica. Un giorno gli ultimi due portano a Taylor un altro tipo apparentemente poco raccomandabile: un biondaccio dalla faccia d’angelo di nome Brian Jones. “E’ il nostro nuovo chitarrista, suona molto bene”. Taylor giocoforza passa al basso ma non è il suo strumento. Pochi giorni dopo esce dal gruppo (che sta pensando di cambiare nome in “The Rolling Stones”, che ne dite?) ed incontra un certo Phil May con il quale forma The Pretty Things. Segni particolari: un R’n'B molto sporco e scarno, contaminato dal beat. In questo momento il loro primo album ha già superato l’apice in classifica. Massima posizione la sesta della settimana precedente. Poi l’ottava la successiva e poi ancora quattro settimane di Top 20 per poi finire fuori definitivamente.

Posizione 6°:   “The Times They Are-A-Changin’”   (Bob Dylan)

Posizione 5°:   “The FreeWheelin’ Bob Dylan”   (Bob Dylan)

La Gran Bretagna è in luna di miele con Bob Dylan e con il folk in generale. Basti pensare che nella Top 20 c’è anche “Another Side of Bob Dylan” e che nella settimana precedente si trovava in classifica anche un album dal vivo di Joan Baez. Inoltre nessuno dei tre album di Dylan (rispettivamente il secondo, il terzo ed il quarto della sua discografia) sono l’ultimo uscito (“Bringing It All Back Home”) che negli USA è già nei negozi e in UK arriverà in testa alle classifiche nel prossimo mese di maggio. Che altro dire?

Posizione 4°:   “Mary Poppins”   (Colonna Sonora del Film)

Già detto, di più non so dire, se non che i miei figli me l’hanno fatta ascoltare e riascoltare per anni….

Ed ora la Top 3!!!!

Posizione 3°:   “Kinda Kinks”   (The Kinks)

“Kinda Kinks” è il secondo album dei Kinks. Non riesce a bissare completamente il successo del primo (25 settimane nella Top 20) che però aveva due singoli spettacolari come “Stop Your Sobbing” e, soprattutto, “You Really Got Me”. Qui si tratta di un album più ordinario che, in ogni caso, ha al suo arco frecce come “Tired Of Waiting” e “Dancing in the Street” e che riesce comunque a totalizzare quindici settimane nella Top 20 di cui 9, complessivamente, nella Top 10. Questo terzo posto è il livello più alto raggiunto dall’abum.

Posizione 2°:   “Beatles For Sale”   (The Beatles)

I Beatles secondi in classifica? Ebbene si, è capitato, e molto spesso, anche a loro. Attenzione. I Beatles stanno dominando la classifica inglese almeno da tre anni, lasciando agli altri le briciole. “Beatles For Sale”, il loro album meno convincente fino a quel momento, resterà nella Top 20 per 46 (quarantasei!!!) settimane, di cui undici sul gradino più alto del podio e quattordici tra secondo e terzo posto. In particolare, in questo momento, il disco è già in classifica da venti settimane e nella prossima sarà di nuovo in vetta per altre tre. Come mai questa salita, discesa e di nuovo salita? Semplice, nell’altra classifica, quella dei 45 giri (all’epoca ancora la più importante) c’è un super singolo che spopola letteralmente. Il singolo s’intitola “Ticket To Ride” e si può dire che sia lo spartiacque tra i Beatles pop-idol ed un gruppo che sembra dire “Ora vi facciamo vedere cosa sappiamo fare”.

Posizione 1°:   “Rolling Stones N. 2″   (The Rolling Stones)

Gli Stones sono l’astro nascente del rock inglese. Il loro secondo album vende benissimo. Trentasette settimane nella Top 20, dieci settimane al primo posto. Sono stati loro undici settimane prima a spodestare proprio i Beatles in quella che poi diventerà la “Beatles vs Rolling Stones” di prammatica. I Beatles si sono ripresi lo scettro per una settimana per poi riprenderselo definitivamente proprio la settimana immediatamente successiva a questa classifica. L’album degli Stones non toccherà più il primo posto ma continuerà a stare sul podio insieme ai Fab Four e venderà ancora a lungo, fino al mese di ottobre. Certo, è un disco particolare. Uno dei migliori dei primi Stones. Ci sono delle cover molto appropriate (“Everybody Needs Somebody” in versione molto scarna, “You Can’t Catch Me” da Chuck Berry, “Down Home Girl” con i prodromi del Richards-sound, e “Suzie Q”) oltre ad uno dei loro primi singoli di grandissimo successo: “Time Is On My Side”, praticamente un inno. Un album di blues e R’n'B bianco molto sentito ed una chiara definizione dello stato dell’arte degli Stones in quel momento, con un suono molto diretto, quasi “live”.

Concludendo, cosa dice questa classifica? Che la vecchia e paludata Europa, che i giovani della vecchia e paludata Europa stanno crescendo e da teen-ager al seguito dei loro idoli vogliono cominciare ad ascoltare qualcosa di diverso. Qualcosa che abbia un significato. E iniziare ad ampliare lo spettro della loro sensibilità portando in superficie qualcosa di nascosto. Qualcosa di vivo. Il processo, ormai irreversibile, sarà però ancora molto lungo.

Ovviamente fatta eccezione per “Mary Poppins” in quarta posizione…..

Il Disco del Mese: “The Dream Of The Blue Turtles” (1985)

7 Aprile 2015 Commenti chiusi

Parigi 1985. Teatro Olympia. Un gruppo prende posto su di un palco la cui scenografia è costituita da una lunga scalinata. E’ il primo concerto di un tour speciale. Il batterista attacca un riff abbastanza scatenato e dall’alto di corsa scende un tipo biondo in giacca informale, chitarra al collo, che attacca a cantare “Shadow In The Rain”, un suo vecchio successo. In parecchi lo stanno aspettando e lui sa che si sta giocando un po’ la partita della vita. Il concerto sarà un gran successo e così gli anni successivi, molto produttivi, quanto questi più recenti molto più rarefatti come apparizioni e produzione.

Londra, 1977. Un tipo dall’aspetto gelido sbarca il lunario insegnando inglese. Ma la sua vera passione è la Musica. Suona soprattutto Jazz. Il basso, in particolare. Ma sono gli anni del punk ed il giovane, allora venticinquenne, ha la vaga idea di poter arrivare in alto, molto in alto. Sembrerebbe facile. Dietro le spalle ha un tipo che ha conosciuto da poco. Un americano figlio di un agente della CIA, decisamente scaltro. Segni particolari: una macchina infaticabile del ritmo. Suona qualsiasi tempo nascosto dietro un’enorme batteria, e si che lui è bello alto. Si chiama Stewart ed ha un fratello, Miles, ancora più scaltro di lui (sono figli di un agente della CIA!). Miles diventerà in breve tempo il loro manager. Saggia scelta. La prima grande idea è giubilare il chitarrista di allora, un tipo dal capello riccio di probabili origini italiane, tal Harry Padovani (e invece no, è di origini corse). Non dava molto al sound del gruppo. Ok, si era in periodo punk, ma loro volevano qualcosa di diverso. Viene così scelto il terzo piolo della scala verso il Paradiso. Si chiama Andy, è un turnista di sala decisamente più anziano di loro (quasi dieci anni) però ha una tecnica invidiabile, soprattutto nell’utilizzo di pedali ed aggeggi tecnici con i quali può trasformare la sua chitarra praticamente in un sintetizzatore dai mille suoni.

Il gruppo prende il nome di Police ed esplode in un battito di ciglia: dal primo album (1978) in poi è un successo continuo fino all’ultimo “Synchronicity” (1983), un tour dopo l’altro, mischiando punk, rock, pop e reggae. Un numero enorme di hit di successo. Un numero immenso di dischi venduti.

Il giovane gelido è Sting, se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, ed i tre insieme prendono una decisione importante: mollare all’apice del successo. Da li in poi i tre si riuniranno per un paio di tour, tra l’altro mal sopportandosi e realizzandoli più come scusa per rimpinguare le casse che per vera passione: ascoltare per credere i due live, quello del 1995 che documenta i tour d’oro del gruppo, e “Certifiable: Live in Buenos Aires” tratto dalla reunion del 2008. Due energie completamente diverse.

E comunque nel 1983 Sting ha altre idee. Comincia ad avere parecchio materiale che mal si adatta al trio. Sente il desiderio di tornare al suo primo amore, il Jazz. Ma non vuole buttare via quanto fatto di buono fino a quel momento.

Raduna intorno a se alcuni ottimi musicisti: Omar Hakim (batteria), Darryl Jones (basso), Kenny Kirkland (tastiere) e, soprattutto, Branford Marsalis (fiati), dotato fratellino del più famoso Wynton. Della chitarra si fa carico Sting stesso, ma praticamente sull’album che seguirà non se ne sentirà quasi traccia.

E veniamo all’album. Uso un’espressione che mi capita spesso di usare per gli album che tratto in questa rubrica: un disco perfetto. “The Dream of the Blue Turtles” non contiene nessun riempitivo. Ed è un sunto delle più disparate influenze musicali del suo Autore. Non si può dire che il Jazz la faccia da padrone, ma l’ispirazione è netta. E poi Pop e Rock di gran classe e stile. Musica Soul e Black, ed un accenno di Classica che non guasta mai.

“If You Love Somebody Set Them Free” è il brano che apre l’album,  di chiara impronta R’n'B con il sax di Marsalis a caratterizzare gli spazi lasciati liberi dal falsetto del cantante ed un suono di Hammond a rendere il tutto molto Sixtyes. “Love Is The Seventh Wave” è il 45 giri ruffiano il giusto, che piace a grandi e piccini, tra l’altro aiutato da un video molto simpatico. Melodia ed arrangiamento elementari, ma di grande efficacia (avete presente “OB-LA-DI-OB-LA-DA”? Insomma,  quei brani che vorresti bruciare in un altoforno ma che poi, inspiegabilmente, ti ritrovi a canticchiare mentre vai a prendere la metro o mentre ti fai la barba?). Piccola autocitazione finale, con breve accenno a “Every Breath You Take” nell’ultimo ritornello.

Poi iniziano i brani seri. “Russians” nasce in un periodo in cui la Guerra Fredda era roba di tutti i giorni (non come adesso che abbiamo due-trecento guerre locali che potrebbero divampare in qualcosa di molto più grande di noi). Il nostro, nel confronto drammatico tra le ideologie e gli armamenti, sostiene sostanzialmente che nulla accadrà perché anche i russi amano i loro bambini.  Al di la del messaggio semplice semplice, il brano è molto bello ed evocativo. Un andamento classicheggiante basato anche sulle note di Prokofiev che caratterizzano il tema del brano (accreditato anche tra gli autori). “Children’s Crusade” è il primo capolavoro assoluto dell’album. Una melodia stellare ed un intermezzo strumentale fantastico sono gli aspetti essenziali del brano. Ancora Marsalis sugli scudi, ma tutto il gruppo mostra la sua capacità di cambiare atmosfera e sonorità in qualsiasi momento, modificando il mood del brano in una frazione di secondo.

Una scatenata versione di “Shadows in the Rain” rialza il ritmo dell’album, come se Sting volesse mostrare che di fatto non rinnega nulla di quanto fatto fino a quel momento (ascoltare il “Cha” finale che sembra uscito da “Reggatta de Blanc”), ma ha la necessità di dare forma diversa al suo “sentire” musicale. In “Shadows…” oltre alla batteria leggera e pesante al tempo stesso di Omar Hakim, si possono ascoltare due grandi assoli di Kirkland e del solito Marsalis.

La seconda parte dell’album è quella meno commerciale e, perciò, più bella. Dato sfogo ai brani da hit ed al recupero dei Police, la seconda parte è caratterizzata da brani di pura anima. “We Work The Black Seam” e “Consider Me Gone” si muovono su ritmi ipnotici, più rarefatta la prima e costruita su di un riff di tre note senza orpelli di alcun genere, più jazzata e raffinata la seconda. “The Dream Of The Blue Turtles” è un breve strumentale, manifesto decisamente condensato di tutto il lavoro contenuto nell’album.

Infine due brani strepitosi, i migliori a mio parere dell’intera produzione solista di Sting. “Moon Over Bourbon Street” è una dolente canzone notturna basata su di un arrangiamento a metà strada tra jazz e classico, con la spina dorsale costituita dal basso fretless suonato dal band leader stesso. “Fortress Around Your Heart”, melodia di grande respiro che si avvolge a spirale fino ad esplodere in un bellissimo ritornello, è il brano più alla Police dell’album (l’atmosfera generale ricalca “Wrapped Around Your Finger” dall’ultimo album del trio) e contribuisce a non far allontanare troppo i nostalgici.

L’album è un grandissimo successo. Tempi in cui non era difficile far andare di pari passo qualità e vendite. Complessivamente nel mondo vengono vendute oltre 5 milioni di copie, primo in classifica in Italia, Olanda e Australia, 2° negli Stati Uniti, 3° in Gran Bretagna. Dall’album vengono estratti ben sei singoli (che non andranno benissimo in UK:  il migliore risulterà “Russians” che non andrà oltre il 12° posto, gli altri ben oltre la Top Twenty) tra i quali brillerà “If You Love…” che negli Stati Uniti si piazzerà in ben tre classifiche: 3° nella classifica “Hot 100″ di Bilboard, la classifica principale; 1° nella speciale classifica “Mainstream” (quella che conta le messe in onda sulle principali stazioni radio rock degli States); infine 17° nella classifica “R’n'B”.

 

 

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