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Archivio Maggio 2015

Recensioni – pt3

30 Maggio 2015 Nessun commento


Mumford & Sons   –   “Wilder Mind”   (2015)

Ho lasciato in coda il nuovo album dei Mumford & Sons. Credo di averlo ascoltato almeno 30 volte negli ultimi dieci giorni. Volevo essere ben certo di quello che avrei scritto.

La sensazione al primo ascolto è stata: ORRIBILE!!!

Si, si, proprio così, scritto maiuscolo e con tre punti esclamativi.

I difetti riscontrati nel primo ascolto? Bhè, mi aspettavo un banjo, una chitarra acustica, un contrabbasso, qualche percussione e grande energia. Nulla di tutto questo. Al primo ascolto.

Un pop leggero, a tratti cupo, ed anche di una certa monotonia. Nessun pezzo distinguibile dagli altri. Al primo ascolto.

Però non mi sono dato per vinto. Troppo semplice. E già al secondo ascolto le cose sono iniziate a cambiare. Poi sempre più in profondità. Insomma, un buon disco. Non un gran disco, ma buono si.

Non vi starò neanche troppo a descrivere i brani. Se riuscirete ad amarlo scoprirete che sono tutti molto belli. Più che altro è il feeling.

Mumford & Sons hanno pubblicato il primo album (“Sigh No More”) nel 2009 ed il secondo (“Babel”) nel 2012. In mezzo un mare di concerti, oltre alla partecipazione a tantissime iniziative  (“The Flowerpot Sessions”, “The New Basament Tapes” o la colonna sonora di “Inside Llewyn Davis”) votate totalmente alla rinascita, o a dare lustro, al neo-neo-folk. E tante collaborazioni, da T-Bone Burnett ai Punch Brothers ad Elvis Costello.

Perché cambiare percorso così repentinamente ed in maniera così totale e netta?

Seguitemi.

M&S live: ieri....

Loro si giustificano dicendo che Mumford & Sons versione “Signorotti di Campagna”, tutto acustico, bucolico e dalle melodie ariose, è stata un po’ una forzatura. Non tanto nello spirito, quanto nella scelta di sperimentare qualcosa di particolare, utilizzando gli strumenti e, conseguentemente, le sonorità ascoltate fino ad oggi. In realtà i quattro venivano dall’elettrico, dal rock. Chitarre, batteria, basso, ecc. ecc.

Dopo sei anni volevano riappropriarsi di tutto questo. La scommessa era trapiantare il gusto e l’emozione, la densità e lo spessore prodotti negli anni precedenti in qualcosa di nuovo. Più moderno? Non lo so, francamente. Ma non abbiamo amato M&S proprio perché all’interno dell’impianto tipicamente folk dei loro brani inserivano una carica, una ritmica ed una dinamica chiaramente di stampo rock?

Ora, semplicemente, al banjo ed alla chitarra acustica hanno sostituito le chitarre elettriche, al contrabbasso il basso elettrico ed alle percussioni la batteria. Più le tastiere a colorare il tutto, senza invadere.

Ora, cosa rende un gruppo, o un artista, “grande”? A mio parere il fatto di riuscire nell’intento di rendersi riconoscibile indipendentemente da cosa suoni. Ovvero è tutta una questione di stile. Anzi, di Stile. con la S maiuscola.

Avete presente gli U2? Possono suonare il combat-rock di “Sunday Bloody Sunday” o il gospel di “I Still Haven’t Found….”, o la dolce “With Or Without You”, sempre loro sono. E così parecchi altri. I Pearl Jam? Gli Stones o i Led Zeppelin. Per non parlare dei Beatles (“Eleonor Rigby” e “She Loves You” sono due cose lontane anni luce).

....ed oggi!

Ok, ho scomodato paragoni impegnativi.

Mumford & Sons devono ancora dimostrare tutto. Ma in “Wilder Mind” sono assolutamente loro, al 100%. Uguale la voce di Marcus Mumford che caratterizza i brani in maniera unica, stessa vena melodica, stessa capacità di rendere l’ascoltare parte integrante dell’album.

Ora, per quanto mi riguarda, aspetto con curiosità di vedere il nuovo set dal vivo: come combineranno vecchi e nuovi brani e, soprattutto, vecchie e nuove sonorità? Il 30 giugno, chi vuole, può andare ad ascoltarli all’Ippodromo delle Capannelle nell’ambito della manifestazione “Rock in Roma”.

I Signorotti di Campagna hanno girato il mondo e, prima di trasferirsi (definitivamente?) in città (a proposito, splendida la copertina: una vista di Londra notturna scattata da Hampstead), devono averne visitato anche i lati più oscuri.

Recensioni – pt2

27 Maggio 2015 Nessun commento


Sergio Caputo   –   “Pop, Jazz and Love”   (2015)

Sapete che Caputo lo porto nel cuore. In un post pubblicato parecchio tempo fa (“Quel Genio di Sergio” – luglio 2011) ne ripercorrevo la carriera e gli chiedevo, in chiusura, quando avremmo avuto il piacere di riascoltare un album intero di sue composizioni, possibilmente inedite.

Quasi quattro anni dopo di acqua ne è passata parecchia sotto i ponti. Bisogna dire che il nostro non si è risparmiato. Il progetto celebrativo di “Un Sabato Italiano”, libro + cd con arrangiamenti delle canzoni dell’album tipo “Director’s Cut” + concerti, non deve essergli costato poco tempo e/o energia, ed inoltre, visto il successo, ha sicuramente posto le basi proprio per farlo tornare alla composizione.

Ed il disco prodotto ed uscito relativamente da poco bisogna dire che non è male. E’ un bel mix di generi diversi, sempre quelli cari all’Autore. Si parte con uno scattante swing (“Everybody Looks So Beautiful in Paris”) per passare ad uno swing-bossa nova di una certa classe e con un bell’assolo di chitarra e sax (“Straight For My Heart”), poi ancora una moderna beguine dedicata alla moglie (“Cristina”) ancora con chitarra e sax a farla da padroni. Ancora aria da night per “Like” (con spruzzate di Steely Dan) mentre con “A Bazzicare il Lungomare” si torna tra Cuba e l’America Latina. “Welcome To My Loneliness”, a dispetto del titolo, è un raffinato ed allegro pop, così come “The Way We Were, The Way We Are” dove riecheggiano di nuovo le sonorità del gruppo di Donald Fagen. “Just A Fallen Angel” e “Bachata Que Luna” portano verso il termine l’album senza modificare granché l’atmosfera respirata fino a questo momento, mentre la conclusiva “I Only Wanna Be Myself” è un simpatico raggae  dove a condurre il tutto è l’ukulele.

Attenzione: pro e contro di un album sostanzialmente gradevole.

PRO: le canzoni sono tutte di un buon livello e molto gradevoli negli arrangiamenti (anche se….vedi sotto in “Contro”). Inoltre, vista la buona fattura degli assoli di chitarra, occorre dire che Caputo, unica chitarra accreditata nell’album, è divenuto decisamente padrone dello strumento.

CONTRO: secondo me rilavanti. Credo che noi tutti (mi riferisco a tutti quelli che hanno amato Sergio Caputo soprattutto per i primi quattro album) siamo stati “irretiti” più che dalla sua vena musicale (normalmente intenta a saccheggiare i generi a lui cari: swing, blues, rock, jazz, ecc.) dalla sua capacità di scrivere testi divertenti ed originali, raccontando storie strane e stralunate giocando con le parole. Bhè, non può soddisfare la scelta di scrivere 9 testi su 10 in inglese. E’ come se mancasse una parte dell’album. Inoltre, dopo aver rieditato “Un Sabato Italiano” scrivendo gli arrangiamenti sognati in origine, “Pop, Jazz and Love” segna un deciso arretramento alle sonorità “plasticose” dei primi Ottanta, con la sezione fiati digitalizzata da tastiera. Ma in questo caso, sicuramente, si è trattato solo di un problema di budget.

Recensioni – pt1

26 Maggio 2015 Nessun commento

Obiettivo: 3 post 3 veloci in 3 giorni! Difficile. Però con le prime due, trattandosi di recensioni, me la cavo rapido. La terza sarà più articolata….

Antonello Venditti:   “Tortuga”   (2015)

Niente da fare. Sapete che in post recenti ho dimostrato un certo odio-amore nei confronti del “nostro” Antonello (nostro di noi romani e noi romanisti). E devo dire che qualche illusione me l’ero fatta dopo l’ottimo album doppio dal vivo celebrativo della prima parte della sua carriera (quella che conta, per intendersi). In più questo ritorno al passato con il riferimento al “Tortuga”, il bar davanti al Liceo Giulio Cesare a Roma, liceo già protagonista dell’omonima canzone. Insomma, una sensazione di un voler tentare almeno di ripercorrere quei sentieri prettamente cantautorali, quel leggersi dentro ed analizzare una generazione, quel renderti partecipe di un’esperienza che alla fin fine è anche tua.

Lo so, “Notte Prima degli Esami” non può riscriverla, e neanche “Sotto il Segno dei Pesci” o “Sara”. Però non fa in tempo a partire il lettore ed il primo accordo di pianoforte viene sommerso da quel suono plasticoso che impera già da “Venditti e Segreti” e che ha costituito il lato assolutamente negativo di tutti gli ultimi album. Vai a leggere sul libretto e scopri che è tutta una batteria, programmazione (tastiere o batteria, comunque roba sintetica), tastiere e orchestra. Un “wall of sound” che avrebbe fatto felice Phil Spector, il produttore-omicida che ha massacrato la musica dei sessanta e settanta.

Ed il primo brano, venendo al contenuto, “Cosa Avevi in Mente”, è anche il migliore del disco. Al di là del suono triste ha un bel testo ed uno bella melodia. Cosa sarebbe stata solo pianoforte? Poi si entra in un tunnel di noia che arriva fino all’ultimo solco. “Non So Dirti Quando” è melensa e scontata oltre ogni limite peggiorata da un gorgheggio incomprensibile del nostro sul ritornello. Così come “Tienimi Dentro Te”. In questo caso il pianoforte si sente, ma l’arrangiamento degli archi rende tutto melassa. “Nel Mio Infinito Cielo Di Canzoni” inizia che pare “Ci Vorrebbe Un Amico” (già bella scontata di per se) rallentata, poi si perde in un ritornello ed in un bridge appesantito eccessivamente da un’orchestra invadente. Ancora la drum machine a torturare l’ascolto ne “I Ragazzi del Tortuga”. Ma il peggio si raggiunge nei due brani successivi, “Ti Amo Inutilmente” e “Attento a Lei”. Vi prego di ascoltare attentamente il testo della prima. Pupo avrebbe fatto di meglio. E la melodia è semplicemente urticante. La seconda è sulla stessa falsariga.

Si respira sulle ultime due. Per carità, nulla di straordinario. Ma almeno “L’Ultimo Giorno Rubato” inizia con un arpeggio di piano e poi si perde un po’ per strada. “Tortuga” chiude l’album con un brioso arrangiamento di archi (un tantino “GarageBand”, non so se mi spiego). Stavolta la canzone sembra molto sentita, e questo la rende migliore di quel che potrebbe sembrare.

A conti fatti, se avesse utilizzato un paio di brani, forse tre, come “brani inediti” inclusi in “70-80…” forse….

Ultima considerazione:  dal booklet che accompagna il cd si può notare che complessivamente altri dodici autori hanno collaborato alla scrittura delle canzoni, insieme allo stesso Venditti (che da solo ne firma solo tre, e neanche le migliori). Insomma, tredici persone per un prodotto melodicamente e musicalmente così triste?

Aneddotino (…..oggi accadde)

22 Maggio 2015 Nessun commento

Ragazzi, ho un sacco di idee per svariati post. Ma, ho scoperto da un po’ di tempo a questa parte, tra il pensare e lo scrivere c’è di mezzo un Powerpoint……(questa poi ve la spiego, ma giusto per capire andate a rileggervi  ”Odio il Powerpoint” – novembre 2011 – la situazione in ufficio è leggermente peggiorata rispetto a quel post. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma tu i post li scrivi in ufficio?”. Naturalmente no, li scrivo la sera a casa, ma dopo una giornata passata a fare colonnine del colore giusto, dello spessore giusto, e linee e bandiere  e percentuali, l’ultima cosa che voglio fare a casa è accendere di nuovo il pc.

E allora vado con un post della serie “Almanacco del Giorno Dopo”….

Sapevate che The Who hanno rischiato di sciogliersi prima del tempo? Chissene, direte.

Tutto accade in una notte di maggio del 1966. In quel momento gli Who sono già in grande ascesa grazie ad un album fantastico (il primo, quello con “My Generation”) uscito pochi mesi prima e ad una serie strepitosa di singoli di cui l’ultimo, “Substitute” è sugli scaffali dei negozi da un paio di mesi.

Ma ciò che li impone al mondo giovanile ed ai primi vagiti di quel fermento che esploderà di li a poco sono soprattutto i loro live act, energia pura, potenza, forza, roba che nessun altro gruppo del momento può permettersi. Il tour del 1966 poi è decisamente massacrante: 208 concerti in 12 mesi, di cui circa 180 nella sola Gran Bretagna. Praticamente ovunque.

E così la sera del 20 maggio The Who sono di scena a Newbury, nel Berkshire, ad una sessantina di miglia da Londra, direzione Swindon. Hanno fatto una settimana di pausa, più o meno, al rientro da tre concerti tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Ok, ci si vede direttamente lì, al Corn Exchange. Teatro dall’aspetto serioso all’esterno, e con 5/600 posti all’interno, per l’occasione stipato all’inverosimile. Per una piccola cittadina va più che bene.

Si fa l’ora del concerto e si presentano solo Roger Daltrey e Pete Townshend. Intanto suona il gruppo locale di spalla. Fortunatamente sono dei patiti degli Who. Terminano la loro esibizione e di Keith Moon e John Entwistle nessuna traccia. Passano i minuti ed il pubblico inizia a rumoreggiare. I Mod locali non vanno tanto per il sottile e l’atmosfera inizia a diventare parecchio calda, tanto che Pete e Roger corrono rapidamente ai ripari: “Basso e batteria, conoscete i nostri brani? Suoniamo “Can’t Explain” all’inizio, poi “Substitute”, poi andiamo avanti con….”. La sezione ritmica del gruppo spalla non crede alle proprie orecchie. Pronti! (e quando ci ricapita!!!)

E per la prima, e probabilmente ultima volta da li a parecchi anni più tardi, The Who iniziano a suonare con una formazione totalmente inedita. Ma le cose sembrano funzionare ugualmente ed il pubblico esplode in un boato accogliendo con entusiasmo i brani proposti.

Finalmente, più o meno a metà concerto, arrivano i due ritardatari. E, devo dire, da una parte la strafottenza di Keith Moon era abbastanza conosciuta, dall’altra la propensione di Pete Townshend a spaccar chitarre altrettanto, non poteva finire che in un modo: invece di spaccare la chitarra per terra come al solito a fine show, Pete pensò bene di spaccarla immediatamente sulla testa del suo batterista, anzi ex-batterista, visto che la sua reazione fu quella di abbandonare il gruppo seduta stante.

Ma, fortunatamente per noi, Keith Moon tornò sui suoi passi pochi giorni dopo.

(Lo so, è per veri amatori…. accontentatevi: per qualcosa di meglio vi rimando a dopo il cda)

Ultimi Acquisti

13 Maggio 2015 Nessun commento

Per la cronaca:

1) Il “Billy Bragg” è fallato: l’album doppio (uno dei quattro, oltre al dvd incluso) contiene due “cd1″ e risulta mancante del “cd2″….medito il “reso.

2) L’”Orfeo9″ mi è stato consegnato direttamente da Ermanno Manzetti, cui viene attribuito interamente il “concept” e la realizzazione dello splendido cofanetto. Quando si dice “dal produttore al consumatore”.

3) Invece un “errata-corrige” circa il cofanetto di FabiSilvestriGazzè: diversamente da quanto riportato nel post precedente, la versione in mp3 gratuita è assolutamente compresa. Mi scuso per l’imprecisione.

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