Archivio

Archivio Luglio 2015

Il Disco del Mese: “Gaucho” (1980)

31 Luglio 2015 Commenti chiusi

Steely Dan meritano un “Disco del Mese” (che poi MusicOnTheRock” sia qualcosa cui possa ambire chicchessia, questo è un altro paio di maniche).

La scelta è complicata. Potevo andare sul facilissimo e scegliere “Aja”. E’ il loro miglior album, converrete? Bello, solare, elegante, raffinato, denso… in altre parole “strepitoso”. Oppure “Pretzel Logic”: nuovo, crossover, sonorità esaltanti e melodie talmente lontane dalla banalità.

Invece la mia scelta cade su “Gaucho”. Perché è il canto del cigno e non solo. Da “Gaucho” occorrerà aspettare quindici anni per avere un nuovo album del gruppo di qualsivoglia genere (“Alive in America” del 1995) ed altri cinque per avere “Two Against Nature”, nuovo album di studio neanche troppo esaltante.

Perché è un album dove il discorso musicale degli Steely Dan raggiunge il suo compimento, dopo un’evoluzione lenta ma inesorabile del loro stile, sempre molto caratterizzato e riconoscibile (sarà la voce di Fagen?) ma diverso tra album ed album.

Perché è un album molto ragionato, pensato e suonato con attenzione parossistica. Ci vollero quasi due anni per inciderlo, compresi sei mesi in cui Walter Becker rimase bloccato in casa con una gamba rotta ed altre varie complicazioni a seguito di un malaugurato investimento subito da un’auto mentre tornava a casa a notte fonda al termine di una sessione d’incisione. Eppure tutta questa difficoltà di gestazione non si percepisce tra i solchi. L’album suona leggero, rilassato ed in pieno Steely-Style (scusatemi, non ho resistito……).

Perché è un album di grandi canzoni, pur mancandone una. La famosa, suo malgrado, “The Second Arrangement”. Canzone sulla quale il gruppo ha sbattuto letteralmente la testa per giorni e giorni e che fu “bruciata” accidentalmente da un tecnico quando ormai era arrivata alla fase definitiva di lavorazione. Lavorazione talmente complicata che Fagen, Becker ed il produttore Gary Katz decisero di non provarci nemmeno ad inciderla di nuovo, pur essendo una delle loro favorite.

Perché è un album suonato da una montagna di grandi musicisti. Se ne contano quarantadue. Oltre a Fagen (tastiere e voce principale) e Becker (chitarre) s’incontrano tra i solchi Joe Sample (piano elettrico), Rick Marotta, Steve Porcaro e Steve Gadd (batteria), Tom Scott, Dave Tofani, Michael Brecker e David Sanborn (fiati), Michael McDonald e Patti Austin (cori), Anthony Jackson (basso) e tre immensi chitarristi quali Hiram Bullock, Larry Carlton e Mark Knopfler. Ebbene si, il leader dei Dire Straits aveva da poco dato alle stampe “Sultans of Swing” ed era stato chiamato contemporaneamente alla corte di Bob Dylan per “Slow Train Coming” e dagli Steely per partecipare a “Gaucho”. Ma mentre Dylan gli mise in mano la chitarra principale (e si sente), Fagen e Becker lo fecero suonare per ore ed ore per poi limitare la sua partecipazione a poche note su “Time Out of Mind” (peraltro riconoscibili nell’intro e poi spolverate qua e là per il resto del brano fino alla breve spazio strumentale al centro), brano dal quale poi, a mio parere, Fagen ha fatto derivare “New Frontier” nel suo “The Nightfly”.

Perché è un album che gioca con i generi. Si parte con il raggae rarefatto di “Babylon Sisters” per passare alla fusion di “Hey Nineteen”, dal pop d’autore di “Glamour Profession” al blues elegante di “Gaucho” con le sue quattro frasi iniziali che esplodono poi nell’intro su cui impazza il sax di Tom Scott, che cura anche l’arrangiamento dei fiati su questo brano e su buona parte dell’album.

Di “Time Out of Mind” ho già detto, “My Rival” è un’ariosa ballata elettrica venata di soul. Da ultimo, ma mai come in questo caso vale il detto “last but not least”, il capolavoro assoluto dell’album (ed a mio parere dell’intera discografia degli Steely Dan): “Third World Man”. Brano su cui dominano la melodia e, soprattutto, la chitarra di Larry Carlton con un fantastico ed elaborato assolo a metà brano. Un incedere lento che si dipana su due strofe ed un ritornello struggenti. Poi, dopo 1.45 dall’inizio, si apre la parte strumentale su cui s’innesta l’assolo di Larry Carlton diviso in due sezioni ben distinte di gran gusto ed atmosfera, un concentrato di tecnica chitarristica. Ed ancora si ripete in maniera più misurata nella lunga coda finale. Brano stellare.

L’album, uscito nei negozi il 21 novembre 1980, andò benissimo. Negli Stati Uniti raggiunse la nona posizione nella classifica principale, vincendo il disco di platino, e la n° 19 nella speciale classifica “Black”. Il singolo “Hey Nineteen” salì fino alla posizione n° 10.

Anteprima

29 Luglio 2015 Commenti chiusi

Novità in arrivo, qualcuna dispendiosa (molto), qualcuna meno…

Grateful Dead

Per tutti gli appassionati della band californiana che proprio in questi giorni si sta celebrando con un tour d’addio a cinquant’anni dalla fondazione (i sopravvissuti con, tra l’altro, Tray Anastasio dei Phish alla chitarra che fu di Jerry Garcia scomparso nel 1995), è previsto a brevissimo in uscita un mega box pazzesco dal titolo “30 Trips Around The Sun”!!! Questo il contenuto: 80 cd, oltre 70 ore di musica, 30 diversi show inediti, uno per ogni anno “d’oro” dal 1966 al 1995, un book di 288 pagine allegato. In vendita dal 18 settembre 2015 anche in versione digitale tramite USB al prezzo esorbitante di circa 700 dollari (699,98 per la precisione). Attenzione, per chi fosse interessato, è prevista anche una versione “highlights” di 4 cd ad un prezzo molto più abbordabile (38 dollari il box, 28,50 la versione in Mp3) contenente 80 brani, uno per ogni cd. Per i veri fan è prevista in ogni caso l’uscita (20 novembre 2015) del cd doppio relativo al tour celebrativo.

Ben Folds
Il prossimo 11 settembre (data curiosa per far uscire un nuovo album) è prevista l’uscita di “So There”, nuovo album di quel geniaccio di pianista e compositore che risponde al nome di Ben Folds. E ancora più curioso è il contenuto dell’album: 8 brani di rock da camera (così da lui definito) oltre al concerto per piano ed orchestra da lui composto nel 2013 in tre movimenti ed eseguito con la Nashville Symphony Orchestra. Mi preoccupo sempre quando sento di rockstars che si danno al classico (vedi il caso di Paul McCartney e Billy Joel), però viste le cose egregie fatte dai Punch Brothers con il loro prog-bluegrass da camera, sinceramente non vedo l’ora di ascoltarlo: l’età varrà qualcosa.

Méséglise

Il glorioso studio della Fonoprint di Bologna (Vasco, Lucio Dalla, Samuele Bersani e tanti altri) è pronto a ricevere i miei amati Méséglise per la realizzazione del secondo album. Si inizia dal 23 settembre per poi completare registrazioni e missaggi nella seconda o terza settimana di ottobre. Titolo dell’album: “Stranamente Sereno”. Il che mi sembra già una bella dichiarazione d’intenti. Per ora qualche concerto (venerdì 31 luglio a Bordighera nell’ambito della rassegna “D’Autore e D’Amore” come “special guest” insieme ad Osanna, Jenny Sorrenti, Eugenio Finardi, Alberto Fortis e Goran Kuzminac). Per Paolo Nannetti e soci, portatori sani di musica d’Autore di classe e qualità, sarebbe ora si schiudessero le porte di un successo necessario proprio allo scopo di dimostrare che l’ottima musica ha ancora spazio qui da noi. Dopotutto, con tutto l’affetto che provo per il Liga, è possibile che il fratello sia così bravo da vincere il Premio Lunezia 2015? Ci sarà qualcosa sotto? Chi ha la stoffa deve necessariamente avere le stesse possibilità d’imporsi rispetto agli altri.

Bruce Springsteen and The E Street Band

Dal 10 di agosto sarà disponibile il nuovo box di Springsteen dedicato al tour di “Darkness On The Edge Of Town” del 1978. Si sa che il tour fu particolarmente voluto dal Boss che, dopo infinite beghe legali con il suo precedente management, stava riprendendosi dopo una sosta forzata durata parecchi mesi. La tracklist del triplo cd è straordinaria, c’è il meglio di Springsteen fino a quel momento (inutile elencare) e qualcosa di già pronto del prossimo album (“The Ties That Bind” e “Indipendence Day” che faranno la loro gran figura su “The River”). A me non dispiace questa iniziativa di queste piccole case discografiche (Vox Rox o Leitfield Media) che si sono assicurate i nastri di concerti trasmessi alla radio tra il finire degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, trasformandoli in bootleg ufficiali di buona fattura. Mandare in stampa un concerto ha un valore, a mio parere, solo se riesce a catturarne l’energia prodotta sul momento. Ed il materiale live ufficiale del Boss, a dir la verità, ha lasciato finora un po’ a desiderare. Il monumentale “Live 1975-1985″, con quaranta brani e cinque vinili, era una collection raccolta nel corso degli anni. Nulla a che vedere con la potenza di un unico fantastico concerto. Ecco, questi album riportano, soprattutto per quanto riguarda i primi anni, testimonianza proprio di quei concerti che formarono la leggenda del Boss. Perciò ben vengano.

Dolenti Note

In arrivo a giorni i nuovi album solisti di Keith Richards (“Crosseyed Heart”) e di David Gilmour (“Rattle That Lock”). Nel primo caso mi aspetto un prodotto che tenga fede alla fama del pirata, ma non è ho sentito nulla. Nel secondo caso le prime note che si sono potute ascoltare danno la sensazione di un vecchio album di Chris Rea. Si prospetta una gran noia.

Per finire completata la riedizione degli album dei Led Zeppelin con “Presence”, “In Through The Out Door” e “CoDa” tutti previsti in uscita il 31 luglio. Sinceramente mi sono fermato a “III” senza capire la meraviglia dell’operazione. Se non altro le versioni “Deluxe”, tutte da due cd, su Amazon si trovano tra i 18 ed i 20 euro, Ed aspettando qualche giorno, secondo me……

Perseverare E’ Diabolico

25 Luglio 2015 Commenti chiusi

Ebbene si. Pronti per la solita “sparata” sui dischi inutili? Bene, questa volta c’è anche l’aggravante di esserci cascato in pieno. Alla fine vi spiegherò anche il perché.

Andiamo con ordine.

Amazon presenta in catalogo (furbescamente) abbinati quattro cd. Materiale (apparentemente) notevole. Tre titoli a firma YES ed il quarto a firma ASIA. Vi riporto precisamente i titoli, per la vostra incolumità personale:

1) “Like It Is – Yes at the Bristol Hippodrome”

2) “Like It Is – Yes Live at Mesa Arts Center”

3) “Song From Tsongas – The 35th Anniversary Concert”

4) “Axis XXX – Live in San Francisco MMXII”

Le confezioni risultano gradevolmente lussuose: i numeri 1, 2 e 4 sono un doppio cd con integrale del concerto in un DVD allegato, mentre il numero 3 è addirittura triplo cd (ma senza dvd). Bella la confezione in cartoncino, come fossero dei vecchi vinili, e tutti corredati con foto dei singoli avvenimenti.

Inoltre spiccano le scalette. “The Hippodrome” contiene la riproposizione integrale di “Going For The One”, “Mesa” invece contiene altri due immensi classici YES: “Close to the Edge” e “Fragile”, sempre eseguiti in versione integrale rispettando le tracklist dei dischi originari.

Per non parlare di “Song From Tsongas”: qui YES, allo scopo di celebrare i 35 anni di carriera, ripropongono una montagna di materiale probabilmente mai eseguito dal vivo, o non più eseguito da chissà quanti anni. In scaletta si possono trovare brani come “Every Little Thing” dei Beatles tratta dal primo album omonimo del gruppo, o “Sweet Dreams” tratta dal secondo. Più altro materiale non troppo conosciuto come “Mind Drive” (da “Keys To Ascension”) o “The Meeting” (da “ABWH”).

Dei quattro album quest’ultimo è l’unico da salvare. La voce di Anderson stenta all’inizio, è più roca che squillante in alcuni passaggi, chiaramente sforza laddove una volta brillava naturalmente. Inoltre la formazione è quella storica degli album migliori: Steve Howe, Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman e Alan White. E, diciamola tutta, il concerto è del 2004: ci son voluti dieci anni per vederlo pubblicato. Eppure, ascoltando soprattutto gli altri, gli anni passati pesano come macigni.

E vengo agli insopportabili difetti degli altri tre album. Sono album suonati in maniera sfilacciata, senza grinta. Sembra di ascoltare una cover band dei Supertramp che improvvisamente abbia dovuto preparare in fretta e furia il repertorio YES (o ASIA, il problema è lo stesso). Tanto per cominciare sono band piene di cloni. Jon Davison, oltre ad assomigliare sinistramente a Povia, è un clone di Jon Anderson peggiore addirittura di Benoit David (lo potete ascoltare in “Live in Lyon”). E lo stesso Geoff Downes, pur essendo il titolare in “Drama” (album che per me resta bellissimo con il suo prog-pop divertentissimo), è un clone se finisce con il confrontarsi (impietosamente) con Rick Wakeman (ma anche con Tony Kaye o Patrick Moraz). Anche l’album degli ASIA risente drammaticamente dell’età dei componenti. I brani, pur trattandosi del solito “greatest hits” più quattro brani tratti da “XXX”, non hanno nerbo e risultano parecchio rallentati. Carl Palmer con la sua batteria ci da dentro nelle parti soliste, per poi rallentare nel momento in cui entrano gli altri. La voce di Wetton è lontana anni luce non solo dalle migliori prestazioni, ma dalle peggiori.

E poi gli errori. Su “Hippodrome” c’è una versione ributtante di “Parallels”. Qualcuno ha presente “Parallels”? Per me rappresenta un brano simbolo YES, un brano di solido impianto rock dove il gruppo ti porta quasi a toccare il cielo con una cascata di note infinite, suonate ad un ritmo vertiginoso, che s’incrociano le une alle altre, con una melodia strepitosa ed interventi di cori spaziali. Per non parlare del solo di tastiera che esplode a metà brano e viene alla fine ricucito al brano con un meraviglioso cesello del basso di Chris Squire. Ecco, dimenticatelo. Quello suonato per questo concerto è veramente inascoltabile. Una quantità di errori terribili da parte di tutti, nessuno escluso, ed in tutte le fasi: solista, accompagnamento, cori, ecc.. Ascoltate il solo di Downes, penso Wakeman lo abbia querelato! E poi suoni smozzicati, un ritmo che ricorda men che pallidamente l’originale.

E allora riprendo la domanda iniziale. Come mai ci sono cascato in pieno?

Innanzitutto sono un fan sfegatato del gruppo e di tutte le sue derivazioni, da “The Six Wife…” agli Squackett, passando per Asia, ABWH e GTR, ed in genere mi bevo più o meno tutto (tranne “Progeny…” – vedi “In Uscita…”, Marzo 2015). Sono sempre in attesa del famoso concerto tratto dal tour di “Drama”. Perciò il fatto che questi album fossero così ben corredati e celebrativi degli album migliori ha rappresentato un’esca troppo ghiotta.

E poi, lo so, è solo un discorso economico, venivano offerti da Amazon (conoscete il giochino degli abbinamenti e degli Mp3 inclusi) a meno di 60 euro complessivi: 9 CD + 3 DVD. Irrinunciabile. Ok, ora sono lì nella mia discoteca. E magari, visto che da qualche giorno il buon Chris non c’è più, non mancherà occasione di riascoltarli, ogni tanto.

In ogni caso, qualora v’interessasse il genere (la replica celebrativa di un vecchio album) consiglio le recenti uscite della PFM, con ancora Franco Mussida alla chitarra, dedicate ai primi album del gruppo: “Un Minuto”, “Un’Isola”, “Un Amico” e “The World”. Ottime le incisioni e le esecuzioni. Ottimi dischi ed anche questi ad un prezzo non esagerato.

Ma perché non ho parlato della PFM? Ok, la prossima volta.

 

Testamento

17 Luglio 2015 2 commenti

Mi sono avvicinato a “Nero A Metà Live – Il Concerto – Milano 22.12.2014″ decisamente prevenuto. E quando sono prevenuto in realtà neanche mi avvicino. Il sospetto che potesse trattarsi del “prodottone” postumo per sfruttare l’onda di commozione che ancora ci stringe la gola a noi passionari di Pino era forte.

Ma Pino è Pino. E allora bando ai sospetti.

L’ho ascoltato. E non una sola volta. E’ li’ nel lettore da un paio di settimane e non mi molla. Ora, non so se fosse già prevista la pubblicazione , almeno a livello generale di progetto come documentazione di questi concerti celebrativi, con lui ancora in vita. Ma devo dire che il prodotto è molto convincente. E per parecchie ragioni.

Ho seguito Pino Daniele dal vivo per i tour di “Nero a Metà”, “Vai Mo’”, “Bella ‘Mbriana” e “Musicante”. Un concerto a tour. Anche in condizioni disagevoli. E sinceramente dal vivo era mancata una documentazione di un certo livello.

Precisiamo. Sui primi album: nulla! Ed il suono dei tour da “Pino Daniele” a “Vai Mo’” era qualcosa di meraviglioso, con Senese, De Piscopo, Rino Zurzolo, Tony Esposito, Joe Amoruso e tanti altri. Un sound  dalle mille sfumature  ma sempre diretto e immediato, e per questo trascinante. Già con il tour di “Bella ‘Mbriana”, vuoi per una maggiore apertura verso un suono “americano” e per l’abbandono di alcuni elementi fondamentali come Senese, Esposito e Zurzolo (pur sostituiti egregiamente, gente del calibro di Gato Barbieri, Wayne Shorter o Alphonso Johnson) quell’immediatezza si era un po’ persa. Larghi spazi strumentali, canzoni rarefatte.

Ed il tour di “Musicante” aveva ulteriormente dilatato tale dimensione. La prova è il primo album dal vivo di Pino, “Sciò”, del 1984. E’ vero, erano altri tempi ed un disco dal vivo andava attentamente meditato. Era un rischio, un grande sforzo produttivo che richiedeva uomini e mezzi e che doveva avere necessariamente un riscontro di vendite, altrimenti erano soldi buttati. Oggi si può incidere un disco dal vivo a concerto.

“Scio” pur essendo un ottimo album, inciso bene e con dentro tutto Pino e la sua Anima, e pur contenendo brani con splendidi arrangiamenti, impreziositi da una sezione di fiati fino a quel momento inedita per l’Artista napoletano che permette al sound complessivo di colorarsi ancora maggiormente di atmosfere latine (ascoltate l’iniziale “Chillo E’ Nu Buono Guaglione” e “Viento ‘e Terra”), tende a perdersi per strada in una certa pesantezza dovuta al ritmo decisamente più lento imposto sui brani con maggiore sprint e ad una scelta nella scaletta non proprio felicissima. Personalmente ho sempre trovato “Tarumbò”,  ”Mo’ Basta” e “Have You Seen My Shoes” come i brani meno felici del primo Pino Daniele.

Poi son venuti album sempre belli ma meno determinanti. Poi sono arrivate le chiacchiere sulla sua salute ed un rallentamento alla sua attività dal vivo. Così si è arrivati a “E Sona Mo’”, del 1993, quasi esclusivamente acustico. Poi la pubblicazione del live alla Tv Svizzera (sempre dai concerti del 1983) e che nulla aggiunge se non un’incisione non certo di qualità. Poi il mezzo passo falso del 2013 con “Tutta n’ata Storia” che prometteva nel titolo anche “Vai Mo’” e con tutta la formazione storica, ma che di quell’album mitico comprendeva alla fine solo due brani (“Yes I Know My Way” e “Ma Che Ho”) e che si perde man mano che si procede nell’ascolto.

Insomma, quello che sto tentando di dire è che mancava assolutamente la documentazione di quei primi grandiosi anni della carriera di Pino Daniele. Una mancanza enorme proprio per la qualità della proposta, per la grandiosità delle melodie, per la novità nel sound e per la fantasmagoria prodotta dall’incontro di musicisti così immensi.

“Nero A Metà” è riproposto integralmente, più o meno con gli arrangiamenti del tempo, con un gustoso contorno costituito dalle cose migliori dei primi album: una spettacolare “A Me Me Piace ‘o Blues”, una breve ed intensa “Sulo Pe’ Parlà”, l’evergreen “Na Tazzulella ‘e Caffè”, “Chi Tene O’ Mare”, “Yes I Know….” e la mia preferita del secondo periodo “Quando”.

Eccomi al punto. “Nero A Metà Live” colma quel vuoto. Non mi interessa cosa Pino abbia lasciato in termini economici. E’ un problema dei suoi familiari più stretti. Mi interessa quello che Pino ha lasciato a noi fan appassionati. Ecco, questo disco è il suo testamento vero e proprio dedicato esclusivamente a noi amici. E’ un semplice cd che contiene in se quel raggio enorme di energia che lui ci ha trasmesso costantemente con ogni disco, con ogni verso della sua poesia e con ogni esecuzione dal vivo cui abbiamo avuto la fortuna di assistere. Qualcosa che ci ha tenuto compagnia per anni e che oggi ci portiamo appresso, come un piccolo Sole personale caldo ed energetico. Più o meno come il sapore dell’ironia che ci ha lasciato il suo grande amico Massimo Troisi.

Riporto allora fedelmente, come un vero testamento, le parole che Pino dice al termine del brano di apertura del cd, “A Testa In Giù”:


“Grazieeeeeee, Grazie. Siamo tornati insieme per raccontarvi una storia, raccontare una storia di un viaggio, un viaggio cominciato tanto tempo fa con delle canzoni che poi sono entrate nella vita delle persone. Abbiamo deciso di riproporre un concerto con le vecchie canzoni, però noi siamo quelli di oggi! Niente, volevamo solo stare bene insieme, OK?”

Un Grande Concerto

13 Luglio 2015 Commenti chiusi

Venerdì 4 luglio. Caldo opprimente alle sette di sera. La Cavea dell’Auditorium di Roma offre un gran bello spettacolo, immersa com’è nel verde. Ci siamo fatti appena “rubare” una ventina di euro da un Happy Hour con un goccio di prosecco ed un piatto di stuzzichini risalenti probabilmente al concerto degli Steely Dan di tre-quattro anni fa ed imbocchiamo la scalinata che ci porta ai nostri posti in tribuna centrale, posizione ottimale per goderci l’imminente concerto di una delle mie band preferite, i Counting Crows, per la prima volta finalmente a Roma.

Devo subito dire l’unica vera nota stonata della serata, proprio perché è la prima cosa che salta agli occhi prima dell’inizio dello spettacolo: inspiegabilmente la Cavea è mezza vuota. Già dalle 20.50 è terminata l’affluenza (ordinata) del pubblico. In tribuna, dove con alcune impalcature sono stati ricavati altri due-trecento posti in alto, risultano completamente vuote le due ali estreme. Anche in platea i vuoti si notano, tanto che quando su “Mr Jones” i ragazzi si lanciano a ballare sotto il palco, oltre la quarta-quinta fila tutto si svuota. Insomma, non c’è quello che si può definire “il pubblico delle grandi occasioni”, ed è un vero peccato perché il gruppo riesce ad appassionare, soprattutto dal vivo.

Qualcuno magari arriva in ritardo. Un paio di ragazze sono entrate a concerto iniziato almeno da quaranta minuti (ma che ci vieni a fare? Perché hai preso il biglietto?). Inoltre, altra caratteristica della serata, il cantante Adam Duritz dialoga per tutto il concerto in inglese senza dire neanche un “grazie” in italiano, eppure la gente gli risponde e ride alle battute. Ora, delle due l’una: o il mio inglese è ormai a livelli prossimi allo zero assoluta (cosa non improbabile, visto lo scarso esercizio) ed il livello medio dei giovani (e meno giovani) romani è aumentato a livello di nazione del nord europa, oppure il pubblico aveva una componente anglo-americana notevole. Comunque davanti a me c’erano due coppie americane che sono andate avanti a birre doppie e sigarette tutta la sera. Alla fine credo abbiano totalizzato oltre una ventina di birre.

Basta con il colore ora, veniamo al concerto. O meglio, alla festa.

A dare un’occhiata al palco, appena entrati, si capisce subito che la musica la farà da protagonista, senza orpelli inutili. Non c’è nessuna scenografia, il palco è completamente spoglio, la strumentazione dei musicisti è piazzata su due linee, le chitarre davanti, batteria, basso e tastiere dietro appena rialzate rispetto a terra. La batteria ha un set essenziale, quasi fosse quella di Ringo o di Max Weinberg. Tecnici sul palco a vista, pronti ad intervenire in qualsiasi momento e, soprattutto, a fornire della chitarra giusta (o del mandolino o di qualsivoglia altro strumento a corda) il chitarrista di turno. Ma di questo ne parlerò tra poco.

Alle 21 in punto (forse un paio di minuti di ritardo ma non di più) si spengono le luci ed il gruppo entra in scena. Direttamente dal primo album (vedi “Il Disco del Mese” – dicembre 2012) arriva “Sullivan Street”, lenta, densa, maestosa. Introduzione di piano e chitarra. Suoni puliti. Adam Duritz fino a quel momento ha ascoltato l’intro seduto sulla piattaforma del bassista. Si alza mostrando una bella maglietta con su David Bowie e si avvicina al microfono. E si capisce subito, nonostante i soliti problemi iniziali di assestamento di qualsiasi concerto romano, che la sua voce è  fuori del comune. Intensa, forte, duttile, capace di riempire spazi in cui la musica limita il volume al minimo e rimane sospesa. Una voce che è strumento a sè. Il riff di pianoforte di  “Mrs. Potter’s Lullaby” introduce il secondo pezzo, una delle migliori ballate del gruppo. Sul brano i tre chitarristi  si presentano con tre assoli semplici, misurati ma assolutamentte efficaci. Il tempo accelera ed il finale lascia spazio al riff di chitarra del loro hit “Mr. Jones” sul quale il pubblico della platea si lancia in una festosa danza. Entra in scena il servizio d’ordine che tenta di rimandarli al loro posto: quelli delle prime file hanno pagato il loro posto a sedere profumatamente. Ma Adam Duritz, salutando il pubblico al termine del brano, dice “Stay Here”, state qui, ed allora tutti tornano indietro e non c’è servizio d’ordine che tenga.

Però, si sa, Counting Crows non suonano su ritmi forsennati. Anzi, l’alternanza in uno stesso brano di una parte veloce ed una più lenta spesso impedisce agli scalmanati, quelli del “al concerto si va per ballare”, di muoversi per più di poche battute. Così gli scalmanati si danno una calmata e si può tornare a godersi tranquillamente il concerto seduti al proprio posto.

“Spiegatemi come funziona: se vi mettete sotto il palco a ballare non potete stare, ma seduti sì!” chiede il cantante….eh si Adam, funziona così. Ed allora il concerto riparte con il bel blues-rock di “John Appleseed’s Lament”, primo brano dall’ultimo grande album “Somewhere Under Wonderland”. I brani suonati fino a questo momento forniscono una misura chiarissima: Counting Crows suonano benissimo. Basso e batteria sono compatti, le tastiere forniscono la coloritura necessaria, ma sono le tre chitarre che colpiscono in maniera molto particolare. Avere tre chitarristi spesso è un limite, nel loro caso è un punto di forza. Le tre chitarre sono arrangiate splendidamente, senza lasciare una sola nota al caso. Poi alternano gli strumenti, passando dall’elettrica all’acustica al banjo al mandolino continuamente e colorendo così in maniera sempre diversa, assumendo a seconda del caso toni più aggressivi o più delicati. Immaginate quale tavolozza di colori abbia a disposizione questo gruppo.

Un ragazzo dal pubblico urla “Colorblind!!!!” per provare a richiamare un brano. Adam guarda verso di lui, poi dice “è la prima volta che un brano venga richiesto dal pubblico proprio nel punto giusto in cui abbiamo previsto di suonarlo”. Così “Colorblind” arriva a tutti con la sua delicatezza e meraviglia. Poi “Mercy” da “Underwater Sunshine” del 2012, e sempre dal primo album “Omaha”, uno dei miei pezzi preferiti. Tripudio, tutti a cantare. Che brividi, nonostante il caldo asfissiante. “Ragazzi, mi sto squagliando” dice il cantante. Appunto.

E allora è il momento di un bel brano country and western, “Cover Up The Sun” dall’ultimo album. Il bel rock squadrato di “Hard Candy” fa battere ancora il cuore dei ballerini, ma dura poco. Le chitarre stavolta accompagnano riffando a destra e sinistra, ma il pianoforte la fa da padrone con un lavoro di tessitura meraviglioso.

Siccome “Underwater…” è sostanzialmente un album di cover, da questo viene estratta “Like Teenage Gravity” di Kasey Anderson, country singer americano che attualmente sta scontando una condanna a quattro anni di prigione negli Stati Uniti per un tentativo di frode (aveva chiesto di finanziare un album per la raccolta di fondi esibendo delle mail di accettazione di partecipazione – false – di Springsteen ed altra gente importante). Il brano è comunque una lenta ballata con la voce di Adam Duritz che ci regala bellissime sensazioni. Alla fine un grande assolo di David Bryson.

Adam Duritz ne approfitta per prendersi trenta secondi di pausa. Quando rientra indossa una maglietta con la “Apple” dei Beatles. Mi riesce sempre più simpatico. “When I Dream Of Michelangelo” è una ballata acustica chiaramente dedicata a Roma. Seguono altre due cover: “Friend Of The Devil” dei Grateful Dead e una divertentissima “Big Yellow Taxi” da Joni Mitchell. Per me questo vuol dire rendere omaggio ai propri maestri.

Ahiahiahi…qualcosa mi dice che il concerto si sta avviando alla conclusione. Ma il finale è fantastico. “Earthquake Driver” apre le danze, con una saltereccia ballata acustica, seguita da un altro dei miei brani preferiti, “A Long December”, con il suo ritornello cantato in coro da tutto il pubblico. Sarebbe stato da accendini con le loro fiammelle gialle, ma oggi tutti usano i telefonini e le luci che costellano il pubblico sono più sull’azzurro che sul giallo. Chiude il concerto (aspettate i bis) “Rain King” nell’arrangiamento acustico, non in quello rock del disco originale. Zitti e seduti, al massimo cantate….

A proposito dei bis, è la prima volta che un gruppo uscendo di scena al termine del concerto “regolare”, saluta dicendo “a fra poco”. E sono anche rapidissimi, Un paio di minuti, poi parte l’introduzione registrata di “Palisades Park”: totale tre minuti e mezzo più o meno. Ed il brano, favolosa apertura di “Somewhere…”, è semplicemente fantastico con i quasi dieci minuti di esecuzione. Neanche il tempo di riprendere fiato e parte il riff grintoso di “Hanginaround” da “This Desert Life”, altro mio brano preferito. La festa si conclude con “Holiday in Spain”, non a caso tappa successiva del tour (Barcellona la sera successiva). Durante il brano Adam ringrazia tutti e fa una promessa: non erano mai stati in Italia se non a Milano pochi mesi prima e le tre date di questo mini tour. Ma hanno già richiesto al loro manager di prevedere più spazio per l’Italia per il prossimo tour. “Oltre che per voi, per come si mangia qui!”. Non avevo dubbi.

E allora avremo sicuramente occasione di rivederci, carissimi Counting Crows. E grazie di cuore per questa festa meravigliosa.

Locations of visitors to this page