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Archivio Settembre 2015

Il Disco del Mese: “Alive!” (1975) “Alive II” (1977)

29 Settembre 2015 Commenti chiusi

Premessa: non ci crederete, chi vi scrive è lo stesso titolare di questo blog, la stessa persona che muore per i Beatles, si scioglie per quasi ogni gruppo dei Sixties, si esagita per il progressive e Dave Matthews Band, ed ultimamente ascolta folk, Punch Brothers, Mumford e Phil Ochs.

Detto ciò, il Disco del Mese, visto che ultimamente si è fatto cosa rara, per questo mese raddoppia.

Ben due Dischi del Mese, ovviamente dello stesso gruppo. Sto parlando, come vedete dal titolo, dei primi due album dal vivo dei KISS. Il perché è presto detto. Recentemente ho letto “Nothin’ To Lose”, ponderoso volumone che in appena 500 pagine racconto solo i primi due anni di attività del gruppo. Libro senza fronzoli, scritto sotto forma di lunga intervista ai membri del gruppo e a quanti hanno girato loro intorno in quel periodo: manager, assistenti, truccatori, sarti, dee-jays, crew in genere e semplici amici e conoscenti.

Il fenomeno “KISS”, perché di questo trattasi, ha pochi eguali nella storia della Musica Pop. Pop perché di questo si tratta in fin dei conti. Certo, ammantata di una scorza di durezza, di un heavy metal mai eccessivo, ed usato solo perché necessario ad incanalare l’energia dei quattro, ma sempre strumentale alla loro forma, alla loro concezione, di spettacolo.

Ecco il punto: lo spettacolo, lo “show”. E’ tutto qui.

Gene Simmons e Paul Stanley s’incontrano sul finire del 1970 nell’appartamento di un amico comune. Entrambi senza band si riconoscono dal primo momento. Hanno in comune innanzitutto la passione smisurata per la Musica. Tra Beatles, Who, Kinks e fenomeni più recenti quali Slade e Alice Cooper. Hanno due gran belle voci. Ma  soprattutto, ed è ciò che li unirà indissolubilmente fino ad oggi, hanno in comune l’enorme convinzione di poter sfondare. Il prodotto dei due fattori, moltiplicato dalla determinazione che li domina, si trasforma in energia pura. Accecante.

Dopo un primo periodo di rodaggio con i Wicked Lester, i due “occupano” gli Electric Lady Studios, in piena Manhattan, attratti li dal fascino di uno Studio storico dove aveva, ad esempio, registrato le cose migliori  Jimi Hendrix. In breve il loro bivacco finisce per premiarli ed Gene e Paul vengono utilizzati come turnisti, in particolare per i cori. Scambiano la paga per una sessione di incisione con la quale producono un demo. Sembrerebbe finire li.

Ma i due, come detto, sono determinati come pochi. Così iniziano a ragionare esclusivamente sul come diventare famosi (obiettivo non da poco). Si guardano intorno e focalizzano la loro attenzione su due fenomeni del periodo. Da una parte Alice Cooper proponeva uno spettacolo con una commistione di rock e grand-guignol (grande successo!!!), dall’altra i New York Dolls facevano impazzire la città con un sound alla Stones ed i loro trucchi e costumi appariscenti. Della serie “2+2″! Bingo!!!

Simmons e Stanley decidono di lanciarsi verso un rock duro ricco di costumi, trucchi ed effetti speciali. Meglio se “effettoni”. Scovano così, dopo lunghe audizioni Peter Criss e Ace Frehley, batterista e chitarrista pronti a tutto. Cominciano a realizzare bozzetti di quelle che saranno le maschere che diventeranno vere e proprie icone in capo a poco tempo, e costumi via via più mirabolanti.

La gavetta è dura ma hanno la fortuna di trovare le persone giuste al momento giusto. Così incontrano Bill Aucoin, un’esperienza di regista teatrale e televisivo molto ben sintonizzato sulle onde della loro idea di show, che diventa il loro manager. E poi Neil Bogart, discografico di successo specializzato nello scovare talenti e galline dalle uova d’oro, che decide di mettersi in proprio e fondare la sua etichetta discografica, la Casablanca. I pezzi del puzzle s’incastrano alla perfezione nel giro di pochi mesi. Nel frattempo la band ha iniziato a farsi conoscere nel giro di New York ed in poco tempo il loro spettacolo comincia a diventare più che consistente.

Dicevo della determinazione. Da subito i quattro Kiss stabiliscono che già al livello in cui si trovano il loro show deve essere una cosa grande, grandiosa! E quindi professionale. Sono disposti a tutto, anche a sputare fuoco (vero) ed a vomitare sangue (finto), in nome dello “show”. Non si vede tutti i giorni, almeno non a quei tempi, un gruppo che senza disco e senza nulla comincia a girare per gli U.S.A. con un camion e sei-sette persone di crew. Certo, le attrezzature non sono di primissima mano, scricchiolano qua e la, però l’effetto è coinvolgente al massimo. E la furia delle loro esecuzioni annichilisce gli spettatori.

Nel giro di pochi mesi passano da cantine e piccoli locali periferici a teatri medi e grandi ed infine ad arene da migliaia di posti. Aprono i concerti di tutti i più grandi di quel momento rubandogli la scena. Ancora pochi mesi e nessuno li vuole più come gruppo spalla. E allora, senza problemi, diventano headliner.

E da lì in poi gli spazi diventano sempre più grandi e il tutto esaurito la regola. Inoltre la loro organizzazione pianifica ogni passo della loro carriera, a partire dal suonare in qualsiasi città, piccola media o grande, che avesse un minimo bacino di potenziali fan del gruppo, secondo lo schema del “lancio delle freccette”: i loro concerti, messi di fila, sembravano organizzati lanciando a caso dei dardi su di una carta degli States. Certe volte a centinaia di miglia da percorrere tutte in una notte. Poi il lavoro accurato di marketing e di lobbyng nei confronti delle radio che stentavano a passarli nella programmazione.

New York li adora, Detroit li adotta (ripagata dal brano “Detroit Rock City”), Atlanta non ne parliamo. Ma è nella provincia americana che formano lo zoccolo duro del loro “Kiss Army”, il loro esercito di fans.

Ma, discograficamente parlando, le cose come andavano? Malino. Anzi male, decisamente male. Sottoposti ad un tour de force di concerti, i quattro riuscivano ad incidere un album ogni sei mesi. Risultato: quattro album in due anni. Vendite? Non più di cento/centocinquantamila copie per album. Tutto questo perché i Kiss non riuscivano a riprodurre in studio la potenza del loro spettacolo. Ma, certo, la velocità a cui tutto girava loro intorno doveva essere notevole per dover aspettare quattro album, e soprattutto una casa discografica praticamente sul lastrico per finanziare i loro tour, prima di farsi venire la grande idea: ma se funzionano così bene dal vivo, perché non incidere un album dal vivo?

Detto, fatto. “Alive!” è il risultato delle cose migliori estratte da quattro/cinque concerti in giro per gli States, con poche sovraincisioni. Il disco esplode letteralmente nelle loro mani. Quattro milioni di copie vendute nel giro di pochi mesi! Il risultato è clamoroso, ma è semplicemente il frutto di quanto seminato dal gruppo alla velocità della luce nei due anni precedenti. Ascoltato oggi l’album sta in piedi ancora benissimo. Il primo disco si ascolta tutto di un fiato a partire dall’esplosione di “Deuce”, passando per “Strutter”, “Hotter Than Hell”, “Firehouse” fino a “Parasite”. Un gran suonare, per carità, un suono essenziale e a tratti scarno, inframezzato da botti ed effetti vari, però con un gran sound complessivo, ottimi assoli di chitarra e, soprattutto, un utilizzo “paraculo” (passatemi il termine) della melodia ai fini di creare a tavolino degli anthem killer che non riescono a passare inosservati, tra l’altro supportati da tre ottime voci. Nella seconda parte fanno una gran figura “Watchin’ You”, “Cold Gin”, “Black Diamond” e, soprattutto, l’hit delle hit “Rock And Roll All Nite” che venderà moltissimo anche come singolo. Uno dei pochi singoli “live” di successo.

Sullo slancio i Kiss continuano ad incidere un album ogni sei mesi, solo che ora vendono più o meno come quello dal vivo. Anzi, il successo di “Alive!” rigenera le vendite anche dei primi quattro album passati quasi inosservati. Il successo comincia a farsi planetario, ed allora per consolidarlo definitivamente, la Casablanca produce, a soli due anni di distanza dal primo (un discreto rischio) “Alive II”.

Di fatto “II” rappresenta la prosecuzione del primo, ma stavolta i brani sono ancora più efficaci. La sequenza delle prime otto canzoni è fantastica. Tornando all’album, stavolta vengono incise tre facciate su quattro dal vivo e con brani tratti solo dagli ultimi tre album di studio, perciò senza ripetizioni rispetto ad “Alive!”, così per avere un compendio enciclopedico live delle cose migliori dei primi sette album dei Kiss. L’ultima facciata invece è incisa in studio, ed è più dimenticabile.

Un piccolo “magheggio” riguarda due-tre brani che vengono incisi si dal vivo, ma durante il soundcheck per poi montargli sopra le urla del pubblico. Ma sempre “live” sono, e non ci si accorge della differenza.

“Alive II” non raggiungerà, come il suo predecessore, la prima posizione della classifica americana. Si fermerà al settimo posto, però raggiungerà buone posizioni anche nel resto del mondo (5° in Canada, 10° in Giappone, 17° in Australia) segno che la fama del gruppo era arrivata ormai anche fuori dagli Stati Uniti. In patria rimarrà in classifica per 33 settimane e tra Usa e Canada venderà comunque 2 milioni e centomila copie. Non male.

Un Omone

26 Settembre 2015 Commenti chiusi

Il miglior disco del 2015?

Forse è presto per dirlo, ma certo “Ashes & Dust” di Warren Haynes si candida in maniera decisa a diventarlo. Uno splendido disco, caldo e avvolgente come pochi.

Chi lo conosce sa che Warren Haynes ad oggi è uno dei migliori chitarristi in circolazione. Se non il migliore. Poliedrico ed eclettico, passa da dischi di rock blues tonante con i suoi Government Mule a collaborazioni di serie A come con Dave Matthews (ascoltate gli spettacolari duetti di “Cortez The Killer” e “Jimi Thing” sul “Live in Central Park”). Per non parlare della sua partecipazione nella line-up degli Allman Brothers Band quasi ininterrottamente a partire dal 1989 ad oggi, coadiuvato poi da Derek Trucks a partire dal 1999. In questo caso ascoltare “Hittin’ The Note” e “One Way Out”, oltre a qualsiasi live relativo al periodo di “doppia reggenza”. E cosa dire della digressione jazz-fusion del doppio “Sco-Mule” uscito in questo anno, nel quale alla formazione base dei Mule si affianca il grande John Scofield.

Per non parlare poi della devozione con la quale affronta i Mostri Sacri (come se lui non lo fosse abbastanza) quando esegue il repertorio dei Pink Floyd (“Dark Side of The Mule”) o dei Rolling Stones (“Stoned Side of The Mule”), in due generosi live usciti nel 2014 anche se relativi a concerti di anni precedenti.

Insomma, un grande. Una capacità di adattarsi a qualsiasi genere, un feeling ed una tecnica non comuni.

Detto tutto ciò, il miracolo il nostro Warren lo compie con un disco assolutamente atipico. Ulteriormente atipico, direi.

Raduna intorno a se uno dei migliori gruppi di progressive bluegrass attualmente in circolazione (non il migliore, ovvero i Punch Brothers). Loro sono i Railroad Earth, un nome un programma. Ed al loro melange sonoro fatto di suoni acustici ad alto tasso di espressività si appoggia Warren Haynes con le sue chitarre (le suona praticamente tutte: elettrica, acustica, resofonica),  con delle canzoni da cantautore puro senza le impennate hard cui la sua musica ci ha fino ad oggi abituato e con una voce dalle sfaccettature finora solo immaginate.

Quindi non sono solo le canzoni che funzionano. E’ l’alchimia generale che funziona in maniera spettacolare. Sessanta minuti sessanta che non stancano mai, ad iniziare da “Is It Me Or You” con un’introduzione chitarra e violino, cui poi si aggiunge la band al completo e la chitarra elettrica di Haynes per una ballata dalla melodia perfetta per passare ai 7 minuti di  “Coal Tattoo” dagli  echi cajun. “Blue Maiden’s Tale” è ancora una ballata con un contrabbasso suonato con l’archetto alla base della rarefatta introduzione che si dipana poi nel tema del brano. “Company Man” è un gran brano country, con ancora violino a banjo a dare forma al suono. E ancora tanta melodia. Poi entra la chitarra elettrica ed il capobanda si riprende il centro della scena.

L’intro di “New Year’s Eve” è da manuale di musica americana. La melodia si appoggia su mandolino, violino e resofonica. I suoni sono netti, densi, un puro piacere per l’orecchio. Il ritornello è un killer che ti assale il cervello. “Glory Road” si apre con un arpeggio di acustica su cui si innestano dobro e mandolino. La canzone è un po’ di maniera, ma non mi dispiace. Poi una sorpresa: dal repertorio dei Fleetwood Mac arriva “Gold Dust Woman”, un brano a firma “Gipsy” Stevie Nicks. E, fantastico, ad accompagnarlo sembra esserci la sua voce. Poi vai a leggere le note di copertina e scopri trattarsi di Grace Potter, cantautrice e rocker del Vermont che qui fa la tribute-singer.

“Beat Down The Dust” sembra uscita dal canzoniere di Dave Matthews, mentre “Wanderlust” è l’ennesima grande ballata impreziosita da armonica e violino e con la slide a sottolineare il tutto. “Spots of Time”, la più lunga con una durata superiore agli otto minuti, è uno dei miei brani preferiti, con una gran melodia ed un arrangiamento da brividi con un ritmo molto spezzato dal quale fanno capolino le percussioni che affiancano la batteria. Al centro una lunga parte strumentale accelerata durante la quale sembra che Dave Matthews Band e Grateful Dead si fondano in un’unica band.

Il finale, come spesso accade in questo genere di album che non vorresti finissero mai, è per altre due perle. “Hallelujah Boulevard” è una delicata canzone praticamente solo voce e chitarra, sulla quale pian piano s’innesta il resto della band lasciando però l’aria rarefatta e la tensione comunque alta. “Word On The Wind” chiude l’album in tono rilassato con echi celtici e la chitarra elettrica di Warren Haynes a farsi riconoscere nel lungo solo finale in cui il nostro ci fa capire che tornerà presto alle sue tipiche occupazioni, sui sentieri del blues rock.

Per chi fosse interessato, nella Deluxe Edition è presente un secondo cd con cinque brani dell’album (“Company…”, “New Year…”, “Glory Road”, “Wanderlust” e “Hallelujah…”). I primi quattro in versione demo, il quinto sempre in versione voce e chitarra ma eseguito dal vivo nel 2008).

Domani

22 Settembre 2015 Commenti chiusi

Posso fare un enorme “in bocca al lupo” ad un gruppo di amici che domani entra in sala di registrazione per iniziare le sessioni d’incisione del nuovo album?

Loro sono i Méséglise e, attualmente, sono il mio gruppo italiano preferito. “Stranamente  Sereno” è il titolo dell’album, per il quale i ragazzi hanno già abbondantemente provato il materiale. Piccola indiscrezione? Il brano d’apertura s’intitolerà “Il Tempo di un Caffè”. Luogo deputato: la loro Bologna (what else?).

Mi aspetto il diluvio di emozioni a cui mi hanno abituato. Forse mi hanno coccolato e viziato troppo.

Mi aspetto che stavolta sia talmente potente da arrivare a chi desidera ardentemente farsi “massaggiare” il cervello ed il cuore. A chi non sente più un brano decente dai tempi delle migliori cose di De André o di De Gregori, o l’irriverenza di un Gaetano o di uno Stefano Rosso.

A chi abbia voglia di ascoltare e provare qualcosa che non sia già sentito. A chi abbia voglia di ascoltare e provare qualcosa e basta.

A chi se ne frega dei talent (a parte Masterchef), a chi non ce la fa più a vedere Elio immerso in quella melma. A chi soffre di orticaria solo nei giorni in sui arriva Sanremo a reti unificate.

A chi si perde per Parigi seguendo il suono di una fisarmonica e a chi si ferma sulla costa Bretone a guardare il mare con una buona bottiglia come amica. A chi, ascoltando un brano acustico, riesce a percepire il sudore, la passione ed il respiro dei musicisti.

A chi, tra le note di un pianoforte e di un violino, sogna l’Irlanda o qualsiasi altro posto meraviglioso abbia visitato, o sogni di visitare.

Insomma, ragazzi, so che sarà un gran disco.

In bocca al lupo e buon lavoro.

Sono Tornato…..

15 Settembre 2015 2 commenti

In realtà le ferie sono terminate da parecchio, ma recentemente sono stato “ostaggio” dell’Azienda per la quale lavoro, impegnato nella realizzazione di una di quelle belle presentazioni per i CdA di cui già vi parlai nel mio “Odio il Powerpoint” di qualche tempo fa (Novembre 2011). Diciamo che la situazione non è cambiata poi tanto, però forse non il caso di lamentarsi più di tanto, visto i tempi che corrono (e, soprattutto, l’età del sottoscritto che comincia a veleggiare decisa oltre i 50).

In ogni caso eccomi qui, Music On The Rock riapre i battenti per la stagione 2015/2016.

Qualche statistica?

Per ora il blog ha superato i 300 post (per la precisione 323, compreso questo che state leggendo) e nella famosa (per modo di dire) classifica di Blogbabel (autorevole?) si trova in 8.200esima posizione su quasi 40 mila blog censiti. Un anno fa mi trovavo dalle parti della 12.000esima posizione. In realtà ho perso quasi 1.200 posizioni in un colpo solo, però se non scrivo….

I circa 740 mila contatti li leggete nella colonnina a destra, mentre secondo HeatSync (e cos’è? Mah, mi hanno scritto ed ho aderito, vai a capire) sarei 36° blog in Italia (di che? Mah), primo blog ad Acquafredda, a Curtatone ed a Sant’Angelo dei Lombardi, mentre sarei 2° ad Orvieto, Sestu e La Maddalena (ringrazio sentitamente i relativi abitanti per la preferenza qualora fosse vero), 35° a Roma, 500° a Losanna, 600° a Copenaghen, 2.277° a Calgary e 20.300° a Londra (e perché poi?).

Insomma, questi freddi dati contano ben poco.

Music On The Rock è qui ed i primi post del dopo ferie sono già in lavorazione.

A presto

PS: non parliamo per niente di Musica? Un paio di consigli buttati lì (ne parlerò in maniera approfondita più avanti).

Senza ombra di dubbio il nuovo album di Warren Haynes “Ashes and Dust” mentre una gradevole riscoperta è stato l’album dei Notting Hillibillies (un side project di Mark Knopfler del 1990, quando i Dire Straits erano vivi e vegeti) “Missing…Presumed Having A Good Time” con quel gioiellino di “Your Own Sweet Way”.

 

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