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Archivio Ottobre 2015

Solo Da Noi

28 Ottobre 2015 2 commenti

Ebbene si, per qualche tempo ho suonato nella mia parrocchia, durante la messa della domenica.

Più o meno tra i sedici ed i diciassette anni. Non mi dispiaceva. Si suonava tra amici ed il canzoniere che avevamo a disposizione era diviso in una parte “sacra” ed in una “profana”, approvata dal parroco in persona. Mi divertivo parecchio perché quelle sacre non superavano i tre/quattro accordi (facile!), mentre nella parte “profana” si potevano trovare parole e musica di roba già parecchio interessante: De André, Guccini (“Dio è Morto”, “Per Fare Un Uomo”, “Noi Non Ci Saremo”), De Gregori, Bertoli, ecc. ecc.

Durante la funzione inizialmente suonavamo in due, due chitarre rigidamente classiche. Poi pian piano si aggiunsero altri elementi. Chiunque sapesse suonare qualcosa poteva entrare a far parte del gruppo della domenica. Così, in capo ad un mese, eravamo una decina di persone, cinque o sei chitarre (di cui almeno due elettriche), un organo, qualche percussione assortita. Ed un coro, composto da un’altra decina di persone. Piccolo particolare non secondario: il gruppo si riuniva per suonare il “profano”, ma non il sacro. Perciò si andava alla messa delle 9.30 senza mezza prova.

Tutto finì una domenica in cui da una parte noi musicisti pestavamo come ossessi, mentre il coro non beccava né tonalità né tempi. Il tutto in una chiesa circolare con un soffitto alto 40 metri e dove rimbombavano anche i passi fatti con le superga. Il risultato fu talmente disastroso che band e coro furono invitati, per la settimana successiva, a sedersi tranquillamente tra il pubblico.

Bene, capita la premessa? Il suono che ho ascoltato martedì 20 ottobre al maledetto Palalottomatica di Roma durante il concerto dell’immensa Dave Matthews Band era leggermente peggio di quel frastuono che il parroco ascoltò quella domenica di almeno 35 anni fa.

Lo so, ne ho scritto in altre occasioni. Il Palasport è sempre stato drammatico per la sua resa acustica. Ma negli ultimi anni, in qualche occasione, mi era capitato di ascoltare un suono quasi decente. Eppure l’altra sera non c’è stato nulla da fare, tanto che alla fine ho deciso di rinunciare (incredibile, vero?) dopo essermi massacrato le orecchie per più o meno (l’ho scoperto dopo) due terzi del concerto, bis compresi. Comunque dopo quasi un’ora e trequarti di musica.

Eppure avevo comprato i biglietti a febbraio, poco dopo l’apertura della prevendita. Non ero riuscito ad acquistare la tribuna centralissima (dalla quale un mio amico, grandissimo batterista, sostiene di aver ascoltato abbastanza bene), però i posti erano decisamente buoni, immediatamente alla sua destra (non più di cinque-sei metri) e con vista palco perfetta.

Il concerto è iniziato nel solito modo, per chi ha avuto già la fortuna di assistervi in altre occasioni, con l’antidivo Dave Matthews che ha attraversato il palco con lentezza, come se fosse lì per caso, mentre gli altri componenti del gruppo salivano alla spicciolata. Ha imbracciato la sua acustica ed ha attaccato le prime note di “Seek Up”, uno dei miei pezzi preferiti. La mia prima impressione è stata “La chitarra si sente perfettamente, anzi forse un tantino troppo forte”.  Poi man mano sono entrati gli altri strumenti e tutto si è immediatamente rivelato: la chitarra era alta, ma gli altri strumenti anche di più. E nessun aggiustamento successivo ha sistemato le cose.

Risultato finale: quando il gruppo spingeva alla grande (ad esempio su “Belly Belly Nice” o su “Too Much”) si poteva ascoltare nitidamente solo la batteria di un immenso Carter Beauford, mentre i fiati facevano una specie di suono di cornamusa di sottofondo ed il basso di Stephen Lessard era come il rintocco sordo su di una campana mentre nessuna traccia della chitarra di Tim Reynolds. Figurarsi in tutto ciò quanto potesse spiccare la voce di Dave Matthews.

Corollario al risultato finale: quando il gruppo si lanciava in un brano conosciuto (per me sono praticamente tutti conosciuti) e per me affascinante, come “Lover Lay Down” o “Stay Or Leave” o “So Much To Say”, nel mio cervello la memoria si settava su “automatico” e bene o male riuscivo a godermelo comunque. Poi c’erano i brani conosciuti ma meno immediati (insomma, quelli che mi piacciono di meno, come “Drive In Drive Out” o “Warehouse” o “Don’t Drink The Water”, e li non c’era memoria che funzionasse. Dei due brani nuovi presentati, “Black and Blue Bird” – una delicata canzone quasi acustica – e “Death On The High Seas” – molto toccante, dedicata ai bimbi morti nei viaggi della speranza ed eseguita da Dave al pianoforte, si è capito ben poco.

Detto ciò, e nonostante tutto, Dave Matthews Band è per me oggi la quintessenza della Musica. Un potenziale immenso, una musica che più variopinta non si può, un cantante grandioso e, soprattutto, una penna sopraffina, un batterista galattico. E il tutto con un parco luci contenuto, nessun effetto visivo, solo un maxischermo sul quale venivano proiettate immagini di vario genere o momenti live dal palco.

Che dire, speriamo solo che, vista la presenza di telecamere e di microfoni per riprendere l’ambiente, il buon Dave e la sua band realizzino un bel “Live in Rome” dal suono perfetto.

Per la cronaca, questa la tracklist presentata:

1.    Seek Up

2.    Belly Belly Nice 

3.    Black and Blue Bird

4.    So Much To Say / Anyone Seen the Bridge / Too Much

5.    Death on the High Seas      (Carter, Dave, Stefan, and Tim)

6.   Warehouse 

7.   Drive In, Drive Out 

8.  Lover Lay Down

9.  Stay Or Leave 

10.  Don’t Drink the Water 

11.  Jimi Thing        (qui me ne sono andato) 

12.  What Would You Say

13.  Spaceman / Cornbread 

14.  Crash Into Me 

15.  Ants Marching 

Bis

16.  Sister 

17.  You Might Die Trying 

 

PS: giuro che il Palalottomatica non mi frega più!!!

 

Duo di Due…..

16 Ottobre 2015 Nessun commento

Sto leggendo “Beatles” di Gino Castaldo ed Ernesto Assante (Ed. Laterza, pp. 310, € 18).

Premetto che ho grande stima di entrambi. Con Gino Castaldo siamo quasi parenti. Avete presente quelle situazioni dove le famiglie sono legate da antica amicizia tanto che i figli chiamano “zio” e “zia” gli amici di mamma e papà? Mio padre e suo padre andavano a scuola insieme ed hanno coltivato negli anni la loro amicizia.

Inoltre è stato uno dei primissimi giornalisti seri di musica rock in Italia. E mi ha fatto viaggiare (con la fantasia) per anni dietro di lui che girava il mondo per andare ad assistere, e poi doverosamente commentare, l’apertura del tour mondiale degli U2 a Los Angeles nei primi anni Ottanta o di Bowie chissà dove ed in chissà quale anno.

Inoltre Castaldo&Assante con pochi soldi (anzi, penso pochissimi) e pochi (anche questi pochissimi) mezzi ma con grandissima fantasia realizzano il miglior programma di musica attualmente in circolazione, quel “WebNotte” che è possibile seguire tutti i martedì (e nei giorni successivi) su Repubblica TV. In più su ITunes trovate i podcast delle loro “lezioni” di Musica all’Auditorium: Beatles in abbondanza, ma anche Jefferson Airplane, Pink Floyd, U2, David Bowie, ecc.

Il libro narra la storia dei Beatles attraverso l’evoluzione dei loro album. E non solo la loro di storia, ma anche una storia sociale e di costume, della crescita di un suono e di una generazione, di un’evoluzione parallela tra musica e mondo sulle note e sulla spinta dei Fab Four. Su questa parte il libro è un compendio di Storia Moderna sintetico ed esauriente.

Però….

Però pongo subito una domanda: ma si sentiva il bisogno di un ulteriore libro sui Beatles? Oggi che è stato scritto praticamente tutto su di loro. E questo nonostante a scriverlo siano Autori di tale valore. Diciamo, è un po’ come il trecentesimo libro scritto da Mario Giammetti sui Genesis (me ne vengono in mente almeno 9/10).

Esiste ancora qualcuno che non sappia la storia di “Yesterday”? Che Paul McCartney si svegliò una mattina con la canzone ben chiara e completa in testa (ok, mancavano le parole, ma per il resto….)? Oppure che “Tomorrow Never Knows” è costruita con una serie di loop e con richieste precise da parte di John Lennon di voler far sembrare la sua voce come se provenisse da un coro di monaci tibetani radunati su di un monte?

Oppure l’aneddoto sulla voce di Lennon in “Twist And Shout”? E le conseguenze della frase di John su “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”? Tutto ciò alla fine da una sensazione inevitabile di già letto e toglie appeal al tutto.

E poi si trovano alcune inesattezze. Passi per “In My Life” che diventa “My Life” o “You’ve Got To Hide Your Love Away” che diventa “Hey You’ve Got To……”, sicuramente sono errori di battitura (oggi come oggi il correttore di bozze di una volta è diventato un software che non si pone troppe domande).

Come errore minore può essere definito l’aneddoto secondo il quale i Beatles, in vacanza in California, ricevettero la visita dei Byrds (McGuinn, Crosby e Gram Parsons) nel 1965, quando Parsons entrò nel gruppo solo nel 1968 e per una breve e fugace apparizione finché non scoprì che il Sud Africa, paese dove stavano recandosi in tour, era parecchio più a destra del Texas in materia di diritti civili. Nel periodo citato dal libro il compianto Gram era un misconosciuto cantante country della scena universitaria di Boston.

Oppure confondersi sullo strumento che esegue il meraviglioso assolo di “In My Life”: una spinetta. Qualcuno, in altri libri, racconta  trattasi di clavincembalo. Ma nella realtà, come dichiarato dallo stesso George Martin, il solo era suonato al pianoforte e poi accelerato.

Per finire, la fantasia al potere: il coro di “Rain” (1966) sarebbe stato generato dall’ascolto, durante una vacanza del gruppo in Sardegna, dall’ascolto di Tenores locali. Ora, a parte che l’unica traccia di una visita in Sardegna riguarda il buon Ringo che, non potendone più di litigate e frustrazioni, durante la registrazione del “White Album”, nel 1968, lasciò momentaneamente il gruppo per andarsi a rilassare qualche giorno. E, sceso dallo yacht che lo ospitava, mangiò per la prima volta in vita sua il polipo. Lo trovò un po’ gommoso ma buono, molto simile al pollo. E, collegandolo alle limpide acque sarde, compose (o almeno gli venne l’idea) per “Octopu’s Garden”, che poi apparirà su “Abbey Road”. E, ancora, esiste qualche sedicente fotogramma di una visita di George Harrison nel 1967.

Insomma, siccome il coro di “Rain”, semplicemente uno delle decine di incastri polifonici prodotti dai Beatles, richiama vagamente, ma molto vagamente, quel tipo di sonorità, ci si costruisce su una stupidata del genere. Anche se, va detto, i nostri Autori concludono lasciando il beneficio del dubbio (con un “vero o no…”).

Comunque, imprecisioni o fiction che sia, il libro risulta di lettura gradevole. Solo meno appassionante di quel che mi aspettavo, viste le firme.

Roger Waters ” The Wall”

4 Ottobre 2015 9 commenti

Dei Grandi Gruppi nati sul finire degli anni sessanta e poi esplosi negli anni settanta i Pink Floyd per me sono stati sempre un mezzo gradino al di sotto degli altri. Gli “altri” sono Genesis, Yes, Led Zeppelin, Jethro Tull e Deep Purple. I King Crimson fanno loro buona compagnia.

Insomma, come dall’energia di Led e Deep e dal “fantasy” di Yes e Genesis si passava a cose più intellettuali e concettuali, cominciavo ad avere difficoltà. Infatti dei Pink Floyd adoro il periodo “commerciale”, da “The Dark Side of the Moon” in poi, mentre mi riescono ostici tutti i primi album (“Ummagumma”, “Atom Heart Mother” e “Meddle”). Poi sono pazzo per “Arnold Layne” e quelle prime cose con Syd Barrett, ma questo è un altro discorso.

“The Wall” è un discorso a parte. E’ un’Opera. E’ angosciante, pesante, straniante, purulenta, inquietante (e mi fermo qui). Ma Grandiosa. Tra i migliori brani scritti in assoluto. “Confortably Numb”, “Hey You” e tutta la suite iniziale con il leit motiv di “Brick” (tre parti) non possono lasciare indifferenti. La trama non può lasciare indifferenti. L’immedesimazione è pressoché totale: un muro per difenderci/escluderci prima o poi ce lo siamo costruiti tutti. Le emozioni che si provano ascoltando “Mother” o il canto monocorde dei bambini sono già dentro di noi. Ed il “Muro” è sbagliato per principio. Ce ne sono più oggi di trenta anni fa.

Sul disco c’è poco da discutere.

Dopo “The Wall” i Pink Floyd non saranno più la stessa cosa. Roger Waters se ne andrà nel 1985 mentre gli altri tre ingaggeranno una discreta battaglia legale per poter continuare ad utilizzare il nome. Una volta vinta daranno ancora alle stampe due album (“A Momentary Lapse of Reason” e “The Division Bell”) oltre a vari album dal vivo e, postumo alla morte del tastierista Richard Wright, all’ultimo “qualcosa” uscito quest’anno (“The Endless River”). Dall’altro lato Waters pubblicò l’ultimo vero disco solista (“Amused To Death”) nel 1992, campando di rendita sullo show di “The Wall” (prima esibizione alla caduta del Muro di Berlino sulla Postdamer Platz nel 1992) portato più volte in tour ininterrottamente dal 2010 al 2013. per  219 concerti ed oltre 4 milioni di spettatori per un incasso complessivo di mezzo miliardo di dollari.

E finalmente, eccoci al film, anzi all’Evento. Avete presente questa nuova branca del business dei cinema? Strangolati dai siti che pubblicano i film in contemporanea con le uscite nelle sale e con una qualità più che discreta, con i costi sempre più enormi delle strutture elefantiache dei multisala, oltre a farci pagare 10 euro un popcorn propongono ogni tanto degli Eventi, praticamente esclusivi. La proiezione in contemporanea mondiale e per un solo spettacolo unico e irripetibile di un concerto di una certa rilevanza (ad esempio quello dei Led Zeppelin per la festa dell’Atlantic) è uno degli Eventi tipici. Addetti ai lavori mi dicono che oggi si parla di un 10% del fatturato per un’attività iniziata solo da qualche anno.

Così si paga qualcosa in più ma, e per me era la prima esperienza, hai effettivamente la sensazione di vivere qualcosa di unico. E devo dire che assistere al film in quarta fila (la prima possibile) centrale ha contribuito a rendere l’esperienza avvolgente e profonda.

“Roger Waters – The Wall” unisce l’Opera integrale, ripresa da quattro concerti (Quebec City, Londra, Atene e Buenos Aires), ad una piccola fiction. Anzi, più che una fiction direi un “reality”: il viaggio del protagonista (non Pink, ma proprio Roger Waters) dalla sua casa nella tranquilla, è un po’ tetra, campagna inglese, alla ricerca dei luoghi dove morirono il nonno (in Francia durante la I Guerra Mondiale) ed il padre (ad Anzio, durante la II). Il viaggio rappresenta per Waters l’occasione per una riflessione sul tempo che passa, sul disastro di qualsiasi guerra e sui danni che provoca ancora a decine di anni di distanza. Ma l’atteggiamento, in generale drammatico e toccante (in particolare nella visita dei cimiteri di guerra e nel racconto della morte del padre che Waters fa ad uno spaesato barista francese che non capisce una sola parola) è contrappuntato da piccole isole di humor tipicamente inglese.

E poi sono spettacolari i rientri sul concerto. Come l’iniziale, con Waters che suona la tromba davanti ad un monumento mentre dietro di lui l’ombra di un bombardiere incombe sempre più, e quando il motore romba in maniera assordante esplode l’attacco dell’Opera sul palco. Fantastico!!! Oppure il ritorno sul palco passa attraverso il passaggio per i corridoi, anch’essi un po’ tetri) di una casa vittoriana.

Sul palco poi è vero spettacolo. Coinvolgente ed entusiasmante. Anche la seconda parte dell’Opera, più baroccheggiante della prima, riesce a non pesare più di tanto nel crescendo parossistico che porta poi al crollo del Muro finale. Anzi, con le immense possibilità della tecnologia attuale, che permette di usare tutta la superficie del muro per proiettare immagini, queste esaltano ulteriormente lo show e la sua godibilità cinematografica. E poi i costumi, i pupazzoni, le luci ed i fuochi artificiali, i bombardieri che aprono le loro pance e scaricano sul mondo svastiche, stelle&strisce, falci&martelli, stelle di David, mezzelune, simboli della Mercedes ed altre armi di distruzione di massa.

Inoltre, e questa è la più grande sorpresa, Roger Waters smette finalmente i panni del P.I.P.S.N.I.M. (“Palloso Ipocondriaco Perennemente Scazzato Nonché Interiormente Macerato) per trasformarsi in un settantenne animale da palcoscenico. Salta e zompetta da tutte le parti, ridacchia, saluta il pubblico (che prima odiava), balla con i bambini durante “Brick Pt. 1″, scambia sorrisi e sguardi d’intesa con i suoi intabarrati musicisti, cambia costume, canta, suona basso e chitarra, urla, insomma da l’impressione di godersela un mondo. E lo trasmette anche via pellicola.

Tecnicamente un concerto molto molto ben girato. Non c’è assolo che non sia ripreso in primo piano, così come qualsiasi altro passaggio musicalmente degno di nota.

E poi, dulcis in fundo, al termine del film una vera e inaspettata “chicca”. A dir la verità la mia idea era quella di uscire, come al solito, sui titoli di coda. Ma gli altri amici mi hanno invitato ad aspettare. E devo dire che ne è valsa la pena. “The Naked Truth”, proiettato in coda, è una chiacchierata tra due vecchi amici, Roger Waters e Nick Mason (batterista dei Pink Floyd) che, usando domande fatte dai fan via Internet, ne approfittano per raccontare, in maniera molto “british” e con grande humor, alcune storiche verità. Tra queste:

1) i Pink Floyd non si rimetteranno mai più insieme, almeno gli attuali sopravvissuti. Waters non ne ha nessuna intenzione e non ha rimpianti. “Dammi una ragione per cui dovrei farlo” fa Waters e  Mason, di rimando, “Almeno per farmi uscire ogni tanto di casa”.

2) con David Gilmour non hanno litigato. Si sono semplicemente allontanati.

3) “Confortably Numb” è stata creata in studio per esigenze di trama.

4) C’era competizione con gli altri gruppi degli anni settanta? La risposta è “frase dell’anno”: “E perché? come potevi metterti in competizione con quelli che sapevano suonare veramente?”

Qualche ultimo commentino sui bei tempi con Syd Barrett, e poi tutto termina dopo due ore e mezza abbondanti passate in un attimo.

Insomma, attendo con ansia l’uscita del DVD.

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