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Archivio Dicembre 2015

Buon Anno da MusicOnTheRock!!!!!!

31 Dicembre 2015 Commenti chiusi
Categorie:Argomenti vari Tag:

Classifiche: Italia

30 Dicembre 2015 6 commenti

In un paese dove i Modà devono aggiungere una data al concerto di Milano (Stadio Meazza) perché la prima è sold-out e dove classifiche e manifestazioni “di massa” (Sanremo e simili) sono dominate dall’ultimo sgherro uscito da “Amici” o “X Factor” e, soprattutto, dove Riccardo Fogli rientra nei Pooh per un’”Ultima Notte Insieme”, qualcosa che non funziona nella percezione della Musica e, conseguentemente, nella produzione deve esserci per forza. 

Gli ormai vecchi cantautori arrancano o, come Guccini o Fossati, si sono praticamente ritirati. Il primo definitivamente, il secondo per ora solo daì concerti. Mi piacerebbe capire come mai De Gregori per il suo omaggio a Bob Dylan abbia scelto brani così anonimi o abbia deciso di tradurre ed adattare “Desolation Row” quando c’era già la magnifica versione di De André.

Insomma, direi che per la nostra musica è un momento di stasi. Ed allora ecco le mie scelte.

Italia   –   4° posto: “Il Padrone della Festa Live”   (Fabi Silvestri Gazzè – 2015)

Ok, sembro molto ripetitivo. I nostri tre moschettieri raccolgono il successo meritato portando in tour l’album del 2014 pieno di ottime canzoni ed affiancandogli i loro brani migliori. Prendendone quattro-cinque di Fabi ed altrettanti di Gazzè, shackerando il tutto con un Silvestri fino a “Uno-Duè”, tutto riesce molto gradevole anche e soprattutto per la posa dei tre assolutamente da antidivi e per il divertimento reale che traspare ascoltando l’album o guardando il dvd allegato. Esperienza finita? Chi lo sa.

Italia   –   3° posto: “Giro Del Mondo”   (Ligabue – 2015)

Ok, sembro molto ripetitivo. Il Liga non schioda di una virgola e propone dal vivo il suo repertorio più recente insieme ad alcuni grandi classici (tra cui “Ho Messo Via”, “Una Vita da Mediano”, “Vivo o Morto o X”, “Ho Perso le Parole” e “Bambolina e Barracuda”) e quattro inediti di cui uno in particolare, “Non Ho Che Te”, su standard decisamente alti sia musicalmente che per contenuti. In soldoni: chi ama Ligabue, come me, apprezzerà moltissimo l’album; chi non lo sopporta, pazienza.

Italia   –   2° posto: “Sangue e Cenere”   (The Gang – 2015)

Sorpresina…The Gang torna con un disco di inediti a quindici anni dal precedente (“Controverso”). Furono uno dei miei gruppi preferiti dopo averli visti suonare “Socialdemocrazia” (tratta da “Le Radici e Le Ali” del 1991) ad un concertone del 1° maggio a Piazza San Giovanni. Di loro mi colpirono il mix di rock e folk che all’epoca non si sentiva molto in giro, almeno dalle nostre parti. I Modena City Ramblers arriveranno poco dopo. E poi i loro testi, sempre molto impegnati e sul filo rosso della memoria. Dopo “Le Radici…” arrivò “Storie d’Italia” (1993) con Kowalsky, Eurialo e Niso e tante altre storie. Poi non molto altro. Difficoltà varie, di formazione, di produzione e di distribuzione. Tornano con un album che musicalmente non dice nulla di nuovo, ma le canzoni sono di buona qualità, i testi quelli di sempre e la verve dei fratelli Severini spolverata e messa a nuovo. E di nuovo in pista, soprattutto. Poi la produzione di Jono Manson che ha contribuito alla parte più “roots” dell’album e, molto gradita per me, la partecipazione di Garth Hudson di The Band per le parti di fisarmonica. Nel mezzo di tanto piattume, un po’ di emozione e di spessore intellettivo non guasta.

Italia   –   1° posto: “Nero a Metà Live – Il Concerto – Milano 22 dicembre 2014″   (Pino Daniele – 2015)

Questo non è un disco. E’ un Monumento. E’ un ricordo prezioso alla memoria di uno dei più grandi Artisti italiani in assoluto. Per il dettaglio su questo album leggete “Testamento” su questo blog (luglio 2015). Stavolta mi autocito: “…quello che sto tentando di dire è che mancava assolutamente la documentazione di quei primi grandiosi anni della carriera di Pino Daniele. Una mancanza enorme proprio per la qualità della proposta, per la grandiosità delle melodie, per la novità nel sound e per la fantasmagoria prodotta dall’incontro di musicisti così immensi”. Perciò quest’ultimo album copre un vuoto ma, cosa ben più importante, è la documentazione di qualcosa contemporaneamente molto attuale: la band si è riunita al completo e ripropone quel sound nella stessa fluida ed energica maniera del tour originale. Ho visto tempo fa un’intervista a Pino Daniele realizzata per “Arte”, dove insieme a James Senese raccontavano quanto l’identità del loro linguaggio gli avesse permesso di ritrovarsi tanti anni dopo e riprendere da dove si erano fermati, senza neanche bisogno di provare.

Ecco, questa era la Grandezza di Pino!

Classifiche 2015: Estero

29 Dicembre 2015 5 commenti

Come per l’anno scorso, è  giunto il momento delle cose migliori ascoltate durante questo 2015. O per, sempre come regola introdotta per la classifica 2014, mostrare apprezzamento per quanto uscito nel 2014 ed ascoltato meglio durante il 2015. Tanto faccio tutto io, perciò…

Per complicarmi meno le cose, al posto delle quattro (Italia, Estero, Live e Ristampe: 4!!!!) classifiche dell’anno scorso, per il 2015 riduco a due (Italia ed Estero) senza distinguere tra studio, live e ristampe: c’è quel che c’è…

Estero   –   8° posto:   “Cradle To The Grave”   (The Squeeze – 2015)

Due graditi ottimi ritorni per le prime due posizioni esaminate. The Squeeze tornano con una formazione nuova di zecca ed affrontano il primo album con materiale inedito dopo “Domino” del 1998. Mio figlio D, nato proprio nel 1998, oggi ha 17 anni e poco più: per avere un nuovo album degli Squeeze ho dovuto aspettare che mio figlio diventasse praticamente maggiorenne. E’ francamente troppo tempo. Ho comprato l’album a scatola chiusa e poi non ho avuto il coraggio di metterlo nel lettore. Cosa avrei trovato? Sapete come la penso sui dinosauri. Ma poi ho pensato: Tilbrook e Difford (i Lennon-McCartney di fine Settanta-Ottanta) non sono propriamente ancora dei dinosauri (1957 e 1954 rispettivamente gli anni di nascita): mio fratello è del 1953 e considero “giovane” chiunque sia nato dopo di lui. Ed allora ho ascoltato l’album. Bello, bello, bello. Non sale di più in classifica perché ho lasciato le posizioni più alte per leve più fresche. Però il loro spirito new wave-beatlesiano è splendidamente attuale ed intatto, vagamente arrugginito forse, ma intatto. Per ora non vi dico altro, ma è in via di completamento un post dedicato.

Estero   –   7° posto:   “Fast Forward”   (Joe Jackson – 2015)

Ecco il secondo gradito ottimi ritorno. AJ ha giustamente ricordato (andate a leggere il commento al post precedente, quello con la foto del biglietto del prossimo concerto a Roma di Joe) come sia stato lui a ricordarmi che questo immenso autore, cantante e musicista (in ordine di importanza), non andasse dimenticato definitivamente. Bene, e allora sono andato ad ascoltarmi questo nuovo “Fast Forward”, prima di comprare il biglietto per il concerto. Il disco è bellissimo. E’ diviso in quattro parti, una per ogni città nella quale Joe Jackson ha inciso l’album (New York, Amsterdam, Berlino e New Orleans) con quattro gruppi diversi di musicisti. Tra questi spiccano Graham Maby al basso e Bill Frisell alla chitarra (New York), Greg Cohen (basso – Berlino), l’Orchestra Reale di Amsterdam e molti altri. In ogni caso il disco mantiene un’unitarietà compatta, assolutamente ed indissolubilmente legata ai suoni cui Joe Jackson ci ha abituato nei suoi anni migliori. Per quanto mi riguarda ha lo spessore delle sue cose migliori (“Body And Soul” e “Night And Day”) e riesce a non annoiare mai: grande risultato se si pensa che si tratta di sedici canzoni.

Estero   –   6° posto:   “3 Shots”   (Hollis Brown – 2015)

Quattro ragazzi di New York in giro dal 2009. Prendono il nome da una canzone di Bob Dylan (“The Ballad of Hollis Brown”), il che già di per sé rappresenta una dichiarazione d’intenti. Quattro dischi all’attivo. Non incidono per le Major. Le loro case discografiche si chiamano “Vibe Theory” o “Alive”. Per questo quarto album sono passati alla “Jullian Records”: gli servirà ad imporli al grande pubblico? Difficile, però hanno un loro seguito nell’ambito dell’indie rock e ad ascoltarli hanno i numeri giusti. Le canzoni sono di ampio respiro, nel solco della tradizione folk-rock che scende da Dylan passando per i Byrds ed arrivando ai REM. Le canzoni sono gradevoli. La musica c’è, le emozioni pure. Si fa ascoltare molto volentieri.

Estero   –   5° posto:   “Delilah”   (Anderson East – 2015)

Questo giovincello dell’Alabama (classe 1988) piazza a sorpresa un album di Vintage Soul classico, senza fronzoli ma solo con tanto rispetto e passione per il genere. Strumentazione originale, incisione analogica, studi (nel senso sia di preparazione che di luoghi fisici in cui registrare) giusti. Brani azzeccati, in particolare la mia preferita è “Satisfy Me”. Molto bella anche la voce. Certo, si dirà, non ha fatto nulla di particolarmente originale e forse è anche un po’ “ruffianello”. Ok, aspettiamolo alla seconda prova e vediamo se si tratta di un fuoco di paglia o se acquista spessore. Si, lo so, qualche tempo fa ho preso la cantonata di Jake Bugg. Ok, perseverare è diabolico.

Estero   –   4° posto:   “Wilder Mind”   (Mumford & Sons – 2015)

Disco controverso: andatevi a leggere le recensioni del pubblico su Itunes. Ne ho già parlato tempo fa (“Recensioni pt. 3″ – Maggio 2015). Posso “autocitarmi”? Si, posso. E allora recupero esattamente quanto scritto allora: “…cosa rende un gruppo, o un artista, “grande”? A mio parere il fatto di riuscire nell’intento di rendersi riconoscibile indipendentemente da cosa suoni. Ovvero è tutta una questione di stile. Anzi, di Stile. con la S maiuscola…in “Wilder Mind” sono assolutamente loro, al 100%. Uguale la voce di Marcus Mumford che caratterizza i brani in maniera unica, stessa vena melodica, stessa capacità di rendere l’ascoltare parte integrante dell’album.”. Non cambio di una virgola quanto detto dopo aver ascoltato e riascoltato l’album per quasi sette mesi.

Estero   –   3° posto:   “The Last Of The Outlaws”   (Railroad Earth – 2014)

Non solo l’album è del 2014, ma la data di uscita è 14 gennaio. Perciò bello stagionato. Devo dire però che la stagionatura ha fatto il suo dovere, perché si tratta di un grandissimo album di un grandissimo gruppo che ho iniziato a seguire negli ultimi mesi. Da quando? Da quando il mio genere preferito è diventato il “Progressive Bluegrass” (vedi sotto il 1° posto) e da quando il gruppo ha collaborato ad un altro immenso disco di questo 2015 (vedi sotto il 2° posto). Inoltre, il che non guasta, quest’album ha la miglior cover del biennio. Una cover che sa di grandi spazi come solo una certa idea degli Stati Uniti può evocare. E, soprattutto, come la musica dei Railroad Earth riesce a rendere emozione. L’album è splendido, una commistione di generi dove l’acustico predomina e dove troneggia una suite di oltre 20 minuti (“All That’s Dead May Live Again” e “Face With a Hole”), divisa in sette movimenti, dalle sonorità celtiche con violino, flauto e mandolino in evidenza che poi si allarga su spazi più rock. Mi piacerebbe ascoltarli dal vivo.

Estero   –   2° posto:   “Ashes And Dust”   (Warren Haynes – 2015)

Stavolta non mi autocito (che esagerazione) però andatevi a leggere “Un Omone” (settembre 2015). Gran disco di un chitarristaccio blues dalle mille sfaccettature che, scopriamo, sa essere intimo songwriter di classe. Neanche una canzone fuori luogo. Ed il sound sporco e graffiante dei suoi Gov’t Mule sostituito dal calore e dalla profondità dei Railroad Earth che, insieme alla chitarra di Haynes, creano un melange che ti arriva dritto al cuore. Disco perfetto in ogni suo passaggio, destinato al primo gradino del mio podio ideale se, sulla sua strada, non avesse trovato….

Estero   –   1° posto:   “The Phosphorescent Blues”   (Punch Brothers – 2015)

…questo miracolo della discografia universale (vedi “Un Pugno Che Non Fa Male” – Marzo 2015). Punch Brothers sono, per me, gruppo dell’anno 2015. Un disco unico che amplia il discorso del Progressive Bluegrass integrando ampi richiami di musica classica, blues, rock e quant’altro. La suite iniziale “Familiarity” di oltre 10 minuti, il riff di “Magnet” (cosa farebbe Jimmy Page se avesse per le mani un mandolino?), la meravigliosa vena gospel di “My Oh My”. I cambi di atmosfera repentini, scambiare tra loro Debussy e Clapton, lasciare spazi vuoti che grondano della loro mancanza di suono (avete presente il tempo, a volte lungo, che passa tra il lampo ed il tuono che lo segue? credo renda bene l’idea), suonare un mezzo funk per poi chiuderlo con un’aria di contrabbasso che riconduce alla strofa (“Between 1st and A”), sono solo alcune delle tante sorprese che riempiono l’album. Un album che mi rende felice di saperlo tra le possibilità di ascolto in una giornata qualsiasi. Un album che mi rende più felice.

AJ, Invidia?

24 Dicembre 2015 2 commenti

Mi sono fatto un regalo di Natale….

 

Che La Forza Sia Con Noi

22 Dicembre 2015 Commenti chiusi

Sempre da non addetto ai lavori, ma come fan “sfegatato” della Saga di Star Wars, una serie di piccole e brevi considerazioni senza importanza…

1) Ci sono stato e, devo dire la verità, pensavo una ressa maggiore. Evidentemente la prevendita ha tenuto lontani quelli che ambivano ad acquistare il biglietto al botteghino. Però anche la sala non era piena, anzi parecchi posti risultavano invenduti. Il tutto in un cinema in zona popolare di domenica pomeriggio al primo spettacolo. E’ vero, c’era la Roma in campo, comunque……

2) Punto di partenza: un qualsiasi minuto dell’episodio VII vale più di episodio I e II messi insieme. Il III potrebbe strappare un pareggio, ma in quella trilogia il punto debole era il plot basato sul Cattivo. C’è poco da fare, paga poco.

3) Non male la commistione tra cast vecchio e nuovo, anche se Leila sembra mia zia (difficile immaginare mia zia Generale della Ribellione) e Luke appare per 4/5 secondi nell’ultima sequenza e sembra Alan Parsons. Harrison Ford è invecchiato, ma in stile Sean Connery, e si mangia cast vecchio e nuovo per colazione. Il film s’illumina nel momento in cui entra in scena insieme a Chewbecca e brilla finché resta in scena.

4) Il nuovo cast è un po’ “Hunger Games” (l’eroina), un po’ “Politically Correct” (l’assaltatore che si ribella), un po’ “paraculo” (il pilota Dameron che la scampa sempre, anche nella situazione più complicata, tra l’altro interpretato brillantemente da Oscar Isaac, il Llewyn Davis dei Coen – ecco un esempio di giovane attore poliedrico).

5) Una cosa che qualcuno potrebbe spiegarmi: alla fine dell’episodio VI muoiono Darth Vader e l’Imperatore, e tutti i mondi festeggiano con parate e fuochi d’artificio. I Buoni trionfano ed i Cattivi fanno una brutta fine, come nel più classico dei film d’avventura. E allora, se la storia si svolge 30 anni dopo, com’è che la Ribellione è sempre Ribelle? E’ vero, i nuovi cattivi del Primo Ordine (chiaramente fascisti nell’animo, quando si parla di Ordine lì si va a finire) parlano spesso di combattere la Repubblica, perciò qualcosa è cambiato ma non come evidentemente speravano i nostri Eroi della seconda trilogia.

6) La trama è avvincente, ma….. alla fine appare come una scopiazzatura dell’episodio IV: c’è (stavolta) una ragazza che vive quasi d’espedienti su di un pianeta deserto, un droide che contiene un segreto fondamentale e che deve essere urgentemente restituito alla sua padrona, voli nello spazio, rapimenti stellari, peripezie e liberazioni spettacolari per riportare il segreto a casa, una nuova Morte Nera più grande e terribile della precedente ma incautamente più debole e facilmente attaccabile.

7) Il film è ricco d’ironia, il che lo rende molto più godibile di una pesante storia di fantascienza (ad esempio “Dune”, tanto per dirne una). Si ridacchia parecchio, soprattutto grazie alle battute di Han e di Dameron. In qualche caso l’ironia è anche non voluta, come nel momento in cui il Cattivo di turno Kylo Ren, apparentemente molto potente, decide di togliersi la maschera. Il volto che appare (labbroni alla Mick Jagger e nasone da combattimento del bravissimo Adam Driver – tra l’altro anche lui nel cast di “A Proposito di Davis”, era quello che faceva le voci strane su “Please Mr. Kennedy” e che per un po’ ospita lo spiantatissimo protagonista) fa pensare più al “rimettiti la maschera” da cinema di 2^ o 3^ visione che al terrore che dovrebbe generare.

’8) Il film è realizzato meravigliosamente. Gli effetti speciali sono fantastici, e questo sarebbe il minimo visti i mezzi oggi a disposizione. Ma la cosa più bella sono le ambientazioni. Il cimitero delle enormi navi da guerra sul pianeta della protagonista è grandioso, e così tutto il resto.

9) La Forza, la Vera Forza che aleggia su tutto il film e ne permea ogni secondo di pellicola ed ogni battuta è quella della Disney. Il Gigante dell’intrattenimento ha preso in mano la situazione e, se da una parte, da garanzie a noi cultori sulla riuscita e soprattutto sulla regolarità dei prossimi episodi (sono previsti gli episodi VIII e IX nel 2017 e nel 2019 e ben tre spin-off con ambientazione “Star Wars”), dall’altra crea delle semplificazioni meno digeribili, dai personaggi leggermente stereotipati alla stessa trama: la protagonista fino ad un attimo prima non aveva alcun sentore della Forza, il tempo di accompagnare ai servizi mio figlio (trenta secondi?) ed al ritorno tutto le si è svelato e combatte con la spada laser come un veterano Jedi. Troppo facile….

Categorie:Cinema, Spettacoli Tag:

Il Disco del Mese: “London Calling” (1979)

20 Dicembre 2015 Commenti chiusi

1979. Il Punk è costretto a crescere. La Grande Truffa del Rock’n'Roll, “The Great Rock’n'Roll Swindle”, così ben immortalata da Julian Temple nel suo film-documentario, è stata già scoperta da tempo. E la scoperta è stata fatta dagli americani, il che è tutto dire.

Il Punk è morto, viva il Punk. I gruppi nati sull’ondata devastante dei Sex Pistols si trovano ad un bivio: dimostrare di essere qualcosa di diverso o soccombere allo show business ed al pubblico che ormai hanno abbondantemente voltato le spalle al fenomeno. Però, ripensandoci oggi, che sferzata!

Alcuni gruppi sopravvivono perché formati da signori musicisti (Stranglers), altri perché dotati di grandi penne (Police e The Jam –  ok, i Jam erano Mod, ma inizialmente catalogati come Punk: non si dice in giro che gli Who sono stati i primi punk della storia?), qualcuno perché aveva un’immagine che colpiva (Ramones, Siouxie and The Banshees o The Damned), altri perché profondamente rock nell’animo e devoti ai maestri dei Sixties (Pretenders, e ancora Jam, su tutti).

Poi c’era un gruppo che univa tutte e quattro queste categorie senza eccellere particolarmente in nessuna, ma formando attraverso di esse il giusto mix per imporsi. Loro erano The Clash, e nessuno degli altri è riuscito ad arrivare dove sono arrivati loro.

Nella Londra del 1976 Mick Jones, appena ventenne, mette su un gruppo con l’orrido nome di “London SS” insieme a gente che poi si farà un nome in gruppi come Damned o Generation X. Ma gli SS non vanno lontano e si separano molto presto. Nel frattempo Mick conosce Bernie Rhodes, tipo dalle idee chiare in tema di management musicale.

Mick comincia i provini per un nuovo gruppo e trova Paul Simonon, non un mostro di bravura (gli affida subito il basso) ma dotato di un certo carisma. Occorre un cantante ed il manager pesca un certo Joe Strummer, un tipo energico e con una voce molto caratteristica. Nell’attesa di una risposta, Mick e Paul vanno in giro a perdere tempo. incrociano un ragazzotto per strada. Sanno che, a differenza di loro che se la passano abbastanza male e sono di estrazione operaia, il ragazzotto è benestante e figlio di un diplomatico. Lo trattano malissimo ma non sanno che si tratta proprio di Joe Strummer il quale, colpito dalla loro “visceralità” chiama subito il manager per accettare la proposta di entrare nel gruppo. I Clash debuttano appena Terry Chimes si unirà come batterista.

Il primo album, “The Clash” del 1977, è un robusto album arrabbiato nel pieno del fenomeno punk. Pochi accordi, pochi suoni, discrete melodie e via andare. Poi il gruppo effettua un ulteriore salto di qualità: Terry Chimes, di fatto solo un turnista, saluta ed al suo posto si piazza dietro i tamburi Nick Headon, detto “Topper”. Segni particolari: gran bevitore ma da sobrio un metronomo perfetto. Inoltre ha una predisposizione per una gran varietà di ritmi ma i suoi amori sono il Soul ed il Jazz. Non a caso nel 1986, ormai fuori dai Clash, realizzerà il suo unico disco solista con tanto di Big Band “Waking Up”.

“Give ‘Em Enough  Rope”, il secondo album, esce a fine 1978 ed esplode direttamente al n° 2 della classifica inglese. I Clash partono in tour e raggiungono anche gli Stati Uniti. La CBS è molto interessata al lancio sul mercato americano. Gli chiede un suono più “levigato”, più commerciale insomma. Niente da fare. I quattro mantengono il loro sound grezzo, però cominciano ad aprire anche ad altri genere (il raggae, in particolare).

Instancabili, al termine del tour si chiudono di nuovo in studio. Hanno litigato con il manager e devono trovarsi anche un nuovo produttore. Però il tempo passato insieme ha cementato il gruppo che ora marcia compatto con le idee molto chiare. Il nuovo produttore è Guy Stevens. Conosce molto bene i Clash ed ha una precisa idea: la loro forza è nel “live”, così decide di registrare tutto il nuovo album praticamente dal vivo. I quattro suonano insieme ogni brano, poi viene estrattta e salvata la traccia del basso e della batteria. Eventualmente si rifà qualcosa delle parti di chitarra e si incidono gli assoli e le voci definitive. E il pezzo è pronto.

“London Calling”, che uscirà il 14 dicembre del 1979, ha perciò tre punti di forza: il gruppo è molto unito, è l’unione di quattro personalità ben distinte e dai gusti musicali sani e vari (Jones predilige Who e Beatles, Strummer reggae e punk, Headon Jazz e Soul, Simonon….mah!) ed hanno nel “live” la loro dimensione ideale tanto da cercare di trasferirla nella realizzazione del nuovo album.

Logico che “London Calling” contenga un’energica enciclopedia della Musica Popolare. Le citazioni iniziano dalla cover, ispirata dal primo album di Elvis Presley, di cui riprende il logo e la grafica. La foto ritrae Paul Simonon che spacca il basso durante un concerto, esattamente l’attimo prima di far piombare lo strumento sulle assi del palco. Un’immagine che in sé rappresenta una chiara dichiarazione d’intenti, un legare passato, presente e futuro.

I 19 brani che compongono il doppio vinile sono per la maggior parte a firma Strummer-Jones (16 su 19) mentre uno è a firma Simonon (“The Guns Of Brixton) e due cover (“Brand New Cadillac” e “Revolution Rock”).

L’Enciclopedia inizia dal combat rock di “London Calling”, seguito dal rock’n'roll ruvido delle origini di “Brand New Cadillac” e dalla jazzata “Jimmy Jazz”con tanto di fiati. “Hateful” è il punk levigato che la casa discografica chiedeva, “Rudie Can’t Fail” è un energico ska. “Spanish Bombs” e “Lost in the Supermarket” sono due brani pop ed il secondo nel bridge vira improvvisamente sulla disco. “Clampdown” è un rock potente riffatissimo. La citata “The Guns…”, dal testo molto politicizzato, è un raggamuffin, prodromo della produzione successiva che vedrà la luce sul prossimo “Sandinista”. “Death Or Glory” è pura energia punk ormai dispersa nella nascente new-wave. L’ultima parte è spettacolare: “Lover’s Rock” è il pop che non ti aspetti, “Four Horseman” e “I’m Not Down” non te le scordi più, “Revolution Rock” rende omaggio al reggae. Infine la ghost-track di “Train in Vain”, rock fuori dagli schemi (mi fate sapere se riuscite ad individuare il ritornello o il bridge?).

 ”London Calling” è un album doppio e ciò lo penalizza nelle vendite. Ma un nono posto nella classifica inglese ed un 27° in quella americana non sono niente male, soprattutto perché negli Stati Uniti erano praticamente sconosciuti. E poi disco d’oro in Inghilterra e Canada e di platino negli USA.

Infine il riconoscimento nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi di Rolling Stone al numero 8 ed al numero 1 per gli album degli anni Ottanta.

Weekend In Sala

18 Dicembre 2015 Commenti chiusi

Curioso il mio ultimo fine settimana: per parecchio tempo mi sono tenuto alla larga da teatri e/o cinema. Poi, recentemente, ho scoperto in E (mia figlia quindicenne) un’ottima baby-sitter per il piccolo A, perciò ci siamo concessi con la mia dolce metà qualche piccola “fuga”.

Questo per quanto riguarda il caso B). Per gli altri due casi abbiamo approfittato della splendida idea di alcuni genitori della classe del piccolo A che hanno deciso di organizzare la festa di compleanno dei figli al cinema o al teatro.

Ed allora ecco a voi la cronaca (da non addetto ai lavori) di un weekend inusuale e molto divertente.

A) “Il Viaggio di Arlo” di Peter Sohn   (Walt Disney/Pixar, sabato 12 dicembre mattina)

Disney è Disney, c’è poco da fare. Film per bambini moderno (vale a dire alla fin fine è anche per grandi). Plot essenziale: l’ipotesi di base è che il famigerato meteorite, cui gli scienziati attribuiscono la scomparsa dei dinosauri, modifichi la sua corsa ed i grandi rettili lo vedono passare sulle loro teste. Niente più estinzione. Qualche migliaio di anni dopo i dinosauri sono la specie imperante sulla Terra e si sono evoluti, tanto da costruirsi rifugi, coltivare il grano, conservarlo e riuscire ad affrontare anche gli inverni più rigidi. Arlo è il terzogenito di una simpatica famiglia di apatosauri. e soffre la vicinanza dei fratelli più grandi. Ne accadono di tutti i colori finché il piccoletto si trova sbalzato a centinaia di chilometri di distanza da casa e deve intraprendere un pericoloso ed avventuroso viaggio di ritorno a casa durante il quale troverà come alleato un piccolo umano con il quale stringerà un forte rapporto di amicizia.

Il bello del film? E’ un Pixar e la resa cinematografica è strepitosa come al solito. Non riesco a capire più perché continuino a chiamarli “Cartoni”. L’immagine digitale è definita all’inverosimile e la dove lo schermo riproduce un paesaggio, questi risulta assolutamente indistinguibile dalla realtà. Poi la storia è sicuramente piacevole, ben girata e con la giusta dose di ironia e avventura.

Il brutto del film? Più di ogni altro Disney, il film è un pout-pourri delle tristezze in cartone animato: muore un genitore (come nel “Re Leone” o in “Bambi”, in “Frozen” morivano tutti e due), durante la sequenza della separazione tra i due protagonisti, lucciconi a perdita d’occhio tra il pubblico, per non parlare della mamma distrutta dal carico di lavoro che grava quasi completamente sulle sue spalle.

B) “Slurp” di e con Marco Travaglio (Teatro Vittoria, sabato 12 dicembre, sera)

Il nuovo lavoro di Marco Travaglio, in scena insieme alla bravissima Giorgia Salari, racconta le nefandezze dell’informazione tutta (tv e giornali) troppo spesso intenta a servire ed omaggiare il potente di turno, senza distinzione di schieramento politico, vuoi per garantirsi un posto al sole o qualsivoglia tipo di tornaconto o anche semplicemente per la “pagnotta”.

Il quadro che ne esce è assolutamente desolante. Ma il direttore de “Il Fatto Quotidiano” gestisce il tema in toni spesso gustosamente farseschi, con una scelta di tempi e di ritmo narrativo veramente divertente: dalla lettura parallela degli articoli sugli sport praticati da Mussolini e da Renzi ai “tormentoni” su Ferrara e Vespa. Meno serioso (e pesante) che in precedenti produzioni, Travaglio riesce a tenere la scena per quasi tre ore di spettacolo senza annoiare neanche un minuto.

C) “Bubbles” di e con Marco Zoppi (Teatro Vascello, domenica 13 dicembre) 

Domanda: è possibile lavorare settanta minuti su di un palco facendo esclusivamente bolle di sapone? Risposta: assolutamente si. Marco Zoppi, coadiuvato da Rolanda Sabaliauskaite, giovanissima illusionista lituana, presenta uno spettacolo frizzante, divertente, coinvolgente e dal grande ritmo con il solo ausilio di acqua saponata e gas colorato per dare spessore, profondità e forma al gioco che ha coinvolto sicuramente tutti, bambini di ieri e di oggi.

Con grande mimica facciale e tanta esperienza sul palco nonostante la giovane età, Zoppi ha realizzato una serie di numeri a tema accompagnati da un’ottima colonna sonora (tra cui un’appropriata e affascinante “Mercy Street” di Peter Gabriel), tutti con lo stesso canovaccio: alla prima bolla di sapone prodotta lo spettatore (parlo per me) fa “bhè, questo lo so fare anch’io”. Da quella successiva si va invece su di un altro pianeta e tutto diventa complicato e magico al tempo stesso. Ma come fa? Quelle si muovono, sono instabili assolutamente, eppure lui le tiene in piedi per una quantità enorme di secondi. Ci gioca a ping-pong, ci avvolge le persone, ne fa simpatici lumi, le sovrappone e le scompone. Insomma, mirabolante!

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