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Archivio Febbraio 2016

Il Disco del Mese: “Rubber Soul” (1965)

29 Febbraio 2016 2 commenti

Il “trittico” formato da “Rubber Soul”, “Revolver” e “Sgt. Pepper” rappresenta una storia a se stante all’interno della storia dei Beatles, degli otto anni che sconvolsero il mondo (della Musica e non solo).

Siamo ad Ottobre del 1965. I Beatles si stanno godendo il meritato riposo dopo aver lavorato senza sosta per mesi. Hanno un film da record nelle sale di tutto il mondo e la colonna sonora in testa a parecchie classifiche. Disco ed album sono usciti nei primi giorni di agosto. Poi, nelle ultime due settimane di agosto, un tour negli Stati Uniti breve ma concentrato: 11 città coast-to-coast (con puntatina a Toronto in Canada) per 16 concerti, tra cui quello famoso allo Shea Stadium. Solita vita: concerto male amplificato, problemi di sicurezza, urla da tutte le parti, intervista, aereo e via di seguito. I momenti liberi passati in albergo. In questo contesto nascono le nuove composizioni.

Ci sono però due grosse novità. Innanzitutto i Beatles sanno di avere finalmente una concorrenza agguerrita. Ci sono i Rolling Stones, i Kinks, The Who, il nuovissimo Dylan elettrico, Byrds e tanti altri. La sfida stimola i Fab Four che non a caso sono considerati a capo del movimento. E sono ben intenzionati a mantenere la posizione.

In seconda analisi i Beatles, dopo aver inciso brani come “Yesterday” e “I Feel Fine”, hanno scoperto un enorme territorio da esplorare: lo studio di registrazione. Hanno compreso perfettamente le potenzialità dello strumento e quanto possa essere interrelato alla nuova musica che hanno in testa: stanno maturando e vogliono far vedere di cosa sono capaci. Sono Musicisti, sono Autori, e non solo quattro faccine che fanno urlare le ragazze. Inoltre la loro casa discografica, la Parlophone, piccola etichetta della EMI che fino a tre anni prima produceva essenzialmente musica classica e show di cabaret, viste le vendite è ben felice di lasciare ai quattro la disponibilità dello studio di Abbey Road per un tempo più lungo dei soliti cinque-sei giorni utilizzati normalmente. E con George Martin in regia, l’uomo che riesce a tradurre in realtà da incidere ogni sensazione che attraversi lo spettro sonoro dei quattro, tutto diventa più semplice.

E così il 12 ottobre John, Paul, George e Ringo entrano in studio ed iniziano a registrare.

Quello che finirà al missaggio finale il 15 novembre è la miglior cosa che hanno prodotto fino a quel momento, con la sola eccezione a mio parere di “A Hard Day’s Night”. Ma, grande differenza rispetto al terzo album della band, molto più completo e maturo, una sorta di antologia di tutto ciò che i Beatles avevano ascoltato ed assorbito in quegli anni di grandi cambiamenti.

Ed allora ascoltiamo “Rubber Soul” nel dettaglio.

L’apertura è fantastica: “Drive My Car” è un pezzo con grandi influenze black, anche nel testo allusivo, scenografico nel suo attacco, uno dei migliori prodotti dal gruppo. Prima la chitarra seguita dal basso, la rullata di batteria e poi Paul e John che si rincorrono con le voci. Basso e chitarra che segnano il tempo per tutta la canzone e la batteria in controtempo prima dell’attacco del ritornello. Assolo perfetto, anche se suonato dallo stesso McCartney. 10 e lode, stop.

“Norwegian Wood” è un’altra canzone del Lennon “Dylaniato”. Un brano acustico dove il testo è assolutamente personale (narra la storia di un tradimento) e le chitarre acustiche sono supportate dal sitar di Harrison sulla strada per la spiritualità. “You Won’t See Me” è McCartney che lascia fluire la sua melodicità in un brano che ha tutto: un walking bass entusiasmante, voci alla Beach Boys, cambi di ritmo, le famose “buffe” rullate di Ringo.

John è sempre il più introspettivo e “Nowhere Man” è la summa del suo pensiero in quel momento. Un alienato. Musicalmente immensa. Curiosità: apparentemente semplice contiene un gioco di voci complicatissimo. Nei loro racconti il tentativo di suonarla dal vivo con il “disturbo” delle urla del pubblico ha rappresentato la classica goccia che ha fatto propendere i Fab Four verso l’interruzione degli ormai inutili tour in giro per il mondo (oltre alle bizze di Imelda Marcos). “Think For Yourself” è il primo brano di Harrison e contiene una strana novità: il brano è condotto dal basso con l’effetto “fuzz”, uno dei primi effetti di overdrive, usato sicuramente sul basso per la prima volta.

Con “The Word” è ancora miracolo. Lennon canta la voce principale su di un riff di basso e chitarra da pelle d’oca. Il basso di McCartney giganteggia e da’ spina dorsale al brano. “Michelle” segue la strada intrapresa da Paul con “Yesterday”: melodia allo stato puro. Anche qui il basso fa un lavoro grandissimo. Cercate una versione della sola traccia di basso ovunque, da Youtube a GuitarPro e poi mi direte.

“What Goes On” vede per la prima volta la firma di Ringo, insieme a John e Paul. E’ un brano country-rock, atmosfera prediletta dal batterista (si veda anche “Act Naturally” su “Help!”). Perfettamente in tema l’assolo di Harrison. “Girl” è ancora il Lennon acustico, stavolta con un accenno di sirtaki nel finale. L’arrangiamento del brano vale da solo il prezzo del disco.

In “I’m Looking Through You” è McCartney stavolta a raccontare qualcosa di sé. I Beatles, in un tempo in cui i giovani stavano iniziando a prendere coscienza di essere una forza in grado di cambiare le cose, erano un gruppo decisamente integrato nell’establishment, ormai ad un passo dall’onorificenza dell’MBE. Ed erano “integrati” anche nella loro vita privata, senza particolari ostentazioni e decisamente tranquilla. John era sposato praticamente da sempre e Paul faceva coppia fissa con Jane Asher, una giovanissima attrice inglese. I due vivevano insieme ma le cose non andavano benissimo. E Paul, molto direttamente, le scrive una canzone nella quale le dice quanto sia cambiata e quanto la loro vita insieme sia diventata meno soddisfacente, urlandole contro anche (a fine canzone) un “sarebbe meglio tu cambiassi”. E il tutto così, nel giro di poco tempo da “I Love You” “You Love Me” e “I Want To Hold Your Hand”. E’ un’evoluzione? Inoltre il brano, che ha la cadenza di una veloce ballata acustica arricchita da un Hammond esplosivo alla fine dei bridge, ha subito una bella evoluzione. Tutto testimoniato dall’Anthology che contiene una delle prime incisioni del brano, senza il bridge e con un ritmo era molto più simile ad una bossanova.

Il vero capolavoro dell’album arriva a questo punto. “In My Life” è la cosa migliore scritta da Lennon e lo resterà almeno fino a “Strawberry Fields Forever”. Una ballata semplice (la linea melodica, l’arrangiamento) ma al tempo stesso complessa (le voci, l’idea dell’assolo di piano trasformato in clavicembalo agendo sulla velocità, la sensazione che il basso dell’intro sia una sezione di archi a sostenere la frase di chitarra). Il testo racconta di luoghi e persone amati da John in tempi ormai lontani.

“Wait” è un r’n'b essenziale  con le voci in evidenza ed uno dei migliori arrangiamenti per due chitarre dell’album. “If I Needed Someone” (Harrison) è il volo di ritorno dai Byrds (influenzati dai Beatles fino al midollo) ai Beatles. La chitarra portante del brano suona molto jingle-jangle, così come le armonie vocali di grande respiro come McGuinn e soci.

Chiude l’album “Run For Your Life”, branaccio maschilista di Lennon che, per testo, rovina un po’ quanto di buono fatto fino a quel momento. In ogni caso, pur se odiato dallo stesso Lennon e disconosciuto negli anni successivi, il brano è un divertente rock’n'roll e riporta, forse unico, alle atmosfere dei primi album.

Per la cronaca, nelle session i Beatles incideranno altri due capolavori: “We Can Work It Out” di Paul e “Day Tripper” di John, anche se i confini non erano poi così netti per nessuno dei due brani. Dei due brani, non inclusi in “Rubber Soul”, verrà edito successivamente un singolo di grandissimo successo. Tanto per cambiare.

Per chiudere qualche statistica. L’album esce il 3 dicembre del 1965 e arriva al primo posto in classifica in GB e USA nella settimana del 18 dicembre. In Gran Bretagna sarà in classifica per 42 settimane di seguito, con otto settimane al n° 1, trenta settimane nella Top 10 e 36 nella Top 20. Complessivamente venderà oltre sette milioni di copie in tutto il mondo con tredici dischi di platino e due d’oro. Rolling Stone lo colloca al 5° posto nella classifica dei migliori 500 album di tutti i tempi.

Spezzo Una Lancia?

26 Febbraio 2016 5 commenti

Premesso che il vero “snob” sono io che non guardo neanche un minuto di Sanremo cascasse il mondo credo almeno dal 1998, ospiti compresi canori e non, mi sento di spezzare una lancia nei confronti degli Stadio, vincitori di questa edizione conclusa da pochi giorni (in tempi di budget e bilancio il tempo dalle mie parti è un concetto ancora più relativo del solito).

E voglio spezzare una lancia nei loro confronti anche senza avere ascoltato una nota del loro brano presentato in Riviera.

Quale scintilla provoca tutto ciò? Presto detto.

Ho notato sui Social Network, che oggi costituiscono una discreta fetta dell’informazione cui una persona normalmente connessa riesce ad accedere,  commenti tipo “…un gruppo di miracolati che senza Dalla o Carboni non sarebbe andato da nessuna parte”.

Gli Stadio, a mio parere, sono il miglior gruppo Pop italiano. Pop nell’accezione più elevata del termine. Un gruppo che è riuscito a bilanciare qualità e semplicità nel modo migliore, senza cadere in clamorosi autogol più o meno per tutta la loro carriera. Certo, cominciano ad essere belli stagionati anche loro. E, dopotutto, troviamo meno in palla De Gregori, Venditti, Fossati e tanti altri, non vedo perché loro dovrebbero esserne esenti di questi tempi.

Gli Stadio hanno inciso, sempre a mio parere, splendide canzoni, con ottimi testi senza necessariamente essere impegnati e senza sprofondare nella banalità. Certamente i testi sono poco impegnati, però vogliamo parlare di qualcuno degli Autori che hanno scritto per loro (almeno fino a “Di Volpi, di Vizi e di Virtù” del 1995)?

Lucio Dalla, Luca Carboni (e fin qui ci siamo con l’assunto iniziale, anche se un “miracolato” da Luca Carboni non riesco proprio ad immaginarlo), Vasco Rossi (da cui il testo incriminato sempre in uno dei commenti di cui sopra in “Acqua e Sapone”, brano scritto però su misura sul personaggio interpretato da Natasha Hovey nel film di Verdone), Freak Antoni, Ivano Fossati, Claudio Lolli, Roberto Roversi, Francesco Guccini, Alessandro Bergonzoni, Roberto Vecchioni, Andrea Mingardi.

Musicalmente poi nulla da ridire. I brani sono sempre gradevolmente melodici, orecchiabili, Pop appunto, dagli arrangiamenti godibili, rotondi, grintosi il giusto. Ascoltate la versione “live” di “Acqua e Sapone” con i fiati e “Scandalosa Gilda” tra le incisioni di studio. Non dimentichiamo che il “sound” di Lucio Dalla  almeno fino ai ’90 era il loro. L’immenso Lucio scriveva il brano, ma l’arrangiamento, il “vestito”, era il loro. In squadra hanno avuto gente del calibro di Ricky Portera, uno dei migliori chitarristi rock italiani, e Fabio Liberatori, ottimo arrangiatore ed autore di premiate colonne sonore.

E poi, sempre personalmente, considero la voce di Gaetano Curreri una delle migliori e tra le più espressive.

Per completare, ed annoiare il meno possibile, segue breve elenco delle cose migliore (seeeeeempre a mio parere) pubblicate dal gruppo e che sono tranquillamente disponibili su Spotify, qualora a qualcuno fossero sfuggite….

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