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Archivio Marzo 2016

MOTR Speciale: Anteprima “Méséglise”

31 Marzo 2016 Commenti chiusi

Musicalmente parlando, mi ritengo un privilegiato.

I Méséglise da Bologna mi hanno inviato in anteprima il materiale del loro nuovo album dal titolo “Stranamente Sereno”, ormai in fase di stampa.

L’ho ascoltato negli ultimi giorni in maniera “furiosa”, almeno tre volte al giorno.

Come ho già avuto modo di scrivere il  panorama della Musica Italiana al momento è decisamente asfittico, stretto tra Sanremi e talent show sempre più inutili ed uno scarsissimo ricambio nella Musica d’Autore dove i “vecchi” non riescono più ad esprimersi a livelli accettabili e di “giovani”, a parte Mannarino e Brunori, non ce ne sono. Gianmaria Testa ci ha lasciato (e ne parlerò presto e a parte). Al momento riesco a fidarmi di Bersani, Silvestri, Cristiano De André e, parecchio più indietro, Fabi e Gazzè. E parliamo di tutta gente che se non ha 50 anni poco ci manca.

E non parliamo del rock.

In tutto questo i Méséglise per me rappresentano una bellissima realtà. Se dovessi dare una definizione sintetica della loro Musica, direi che si tratta di “Rock Emozionale”. La forma-canzone di base è e resta Musica d’Autore della migliore. Le canzoni si dipanano attraverso immagini cinematografiche (“Il Tempo di un Caffè”, che apre l’album, e “Con il Pallone”) e voli dell’anima (“La Strada Verso la Collina”, “Interno Notte” e  “Trama di Coincidenze”). E, su tutte, narrazione di emozioni allo stato puro in “Caporale Milt”: un valzer acustico fa da cornice ad una storia fatta di amore, sentieri, neve, guerra,  felicità per una liberazione giunta sempre troppo tardi ed una vita che sarebbe potuta anche essere diversa se il destino si fosse degnato di giocare un’altra carta. Un brano da brividi con una melodia capace di scenderti nell’animo a far vibrare corde sopite.

Dal punto di vista musicale le loro poesie sono vestite di solide e dense sonorità con echi progressive innegabili (ascoltare il finale di “Con il Pallone”). Ma quasi tutti i brani presentano ampi spazi strumentali. Quello che colpisce, rispetto a “L’Assenza”, loro prima prova del 2013, è che decisamente in questo album sono più “gruppo”. Il suono è più compatto, e non è merito esclusivamente dei magici studi della Fonoprint di Bologna nei quali l’album è stato inciso. Hanno suonato dal vivo, hanno provato in sala il materiale nuovo da incidere, l’intesa è perfetta e tutto risulta intensamente bilanciato, con pochissimi interventi “esterni” al gruppo: Alberto Celommi regala uno splendido assolo di chitarra acustica in “La Strada Verso la Collina”, mentre Enrico Capalbo suona la ebow guitar (uno strumento elettronico, una specie di archetto elettronico per chitarra) su “Trama di Coincidenze”.

La Melodia la fa da padrona. Non esiste un solo brano di questo album la cui linea melodica non colpisca già al primo ascolto, senza provocare l’antipatico fenomeno del “già sentito” che fa perdere poi interesse. Anzi, esattamente il contrario (da cui il “furioso” riascolto citato nelle prime righe).

Diverse comunque le atmosfere da brano a brano. “Il Tempo di un Caffè” in apertura è un brano che parte in maniera intima pianoforte e voce, per poi allargarsi alla chitarra acustica, alla batteria, al mandolino ed al violino suonati da Maria Robaey, ultima entrata nella line-up del gruppo. “La Strada Verso la Collina” è una splendida ballata con un riff tastiere e violino che si apre in un ritornello arioso. “Con il Pallone” parte con un intro di batteria (Maurizio Lettera) e si muove su un territorio quasi pop (i Méséglise si lanciano nel mercato dei singoli?). Di “Caporale Milt” ho già scritto, “Interno Notte” è un brano “ancien régime” che rimanda alle sonorità Sithonia da cui Paolo Nannetti proviene, ed inizia con un bel ritmo veloce con un bell’intreccio tastiere-violino ed il basso di Maya Seagull a marcare il tempo, anche qui con un bridge arioso cantato benissimo da Marco Giovannini per concludersi con una coda piena di mellotron perfetta per gli amanti del genere.

“L’Attesa” è ancora una splendida ballata molto ben arrangiata, “Trama di Coincidenze” inizia in maniera intima chitarra classica e voce per poi crescere, mentre “Il Gioco delle Parti”, con organino e violino in evidenza, è uno strumentale molto delicato. Tutto si chiude con la ripresa al pianoforte del tema di “La Strada verso…”, preludio si spera ad una nuova avventura dei Méséglise.

Una piccola pecca però c’è e va detta. La presenza nel disco di tre brani vecchi dei Sithonia, facenti comunque parte del repertorio live del gruppo già dalle prime uscite. Si tratta di una pecca per due motivi, nonostante le canzoni (che, per la cronaca, sono “Confusi in Mezzo ai Simboli”, “Festa in Collina” e “Con Altri Occhi”) siano non lontanissime dagli arrangiamenti originari eppure completamente diverse e fresche (e belle).

Primo (e semplice): sarebbe stato bello ascoltare altre tre canzoni nuove dei Méséglise (ok, perdonati, arriverà un altro album, ci conto!).

Secondo (e più complicato e personale): qualche nostalgico del gruppo, da cui oltre a Paolo Nannetti proviene anche Marco Giovannini potrebbe sentirsi come se qualcuno girasse il classico coltello nella piaga. E magari sperare in una reunion (magari un “Live”) dove ascoltare, oltre alle tre citate, “Hotel Brun”, “Cronaca Persa”, “Tornando”, “Il Foglio Bianco”, “Il Sogno di Scindigher”, “Achill Island”, “Piancaldoli” e parecchie altre…….

Keith Emerson (1944 – 2016)

14 Marzo 2016 2 commenti

Periodaccio. Un altro Immenso che se ne va. Un amico mi ha lasciato un commento in bacheca talmente sentito che non potevo che farlo diventare un vero e proprio post di questo blog. E allora spazio ad un nuovo collaboratore (AJ) che sentitamente ringrazio per questo contributo.

Rischio di essere OT, ma la tristezza è tanta lo stesso.

Musicalmente nasco negli anni ’70. Si, ho saltato a piè pari – salvo ritornarci dopo – il R&B, il folk e tutto il rock basso, chitarra e batteria. Per carità ascoltavo come tutti “Michelle”, “Yesterday” e  ”Angie”, ma prima dell’avvento dell’organo Hammond semplicemente non ero dentro la musica.
Diciamolo chiaramente: sono un figlio di Jon Lord. E’ grazie a lui che mi sono avvicinato ed esaltato per il Rock. E’ quel suono, il mix di quei timbri, quella sua capacità unica di connotare l’hard rock, il prog, il rock psichedelico che lo rende per me lo Strumento di eccellenza di un complesso Rock.

Caro Fernando, come te ho avuto una folgorazione davanti “Child in Time”. E la mi sono fermato, adorando solo gruppi dove le tastiere avevano un ruolo chiave e centrale.
Oggi mi fermo di nuovo. Di tutti i maghi delle tastiere considero Keith il più grande: tecnica, istrionicità, genio. La sua scomparsa resa drammatica dal gesto estremo gonfia il cuore di dolore: è stato il compagno di tante serate di air keyboard, colui a cui mi rivolgevo nei momenti di blues, e con cui mi esaltavo dopo un otto in latino (è successo poche volte invero).

Ho lottato per difenderlo da chi lo accusava di inutile pomposità e di barocchismo, e urlato per dimostrare la sua superiorità rispetto a Wakeman, Wright e Banks.
La mia scarsa cultura musicale non mi consente di spiegare la tecnica sopraffina (lascio a Fernando il compito) ma credetemi sulla parola.

C’est la vie, avrebbe detto il suo amico Greg, ma è sempre più dura.

                                                                                                                                                                                           AJ

Simply George…

11 Marzo 2016 2 commenti

Semplicemente George.

Ha avuta una lunga vita. Novanta anni. Ed è stato testimone di grandi, grandissimi cambiamenti.

Ok, solo in ambito musicale, non esageriamo.

Ma non è stato un testimone. Lui ha “prodotto” il cambiamento.

George è stato la persona che un giorno, trentacinquenne giovane producer di una piccola casa discografica affiliata alla EMI, nella quale si occupava solo di musica classica e live show di comici (a quel tempo andava molto registrare dischi “recitati”), ha ricevuto una telefonata dai suoi capi che, con ogni probabilità, gli chiedevano di levargli di torno un giovane manager di una band di ragazzini di Liverpool facendogli fare un provino.

Ed è stato la persona che li ha ascoltati e musicalmente non li ha trovati granché, ma ha percepito qualcosa, un quid in più che derivava dalla loro unione. Una specie di forza Jedi, un’energia, insomma un Potenziale.

E quel Potenziale percepito lo ha portato alla loro guida, alla realizzazione di un hit dopo l’altro, di un album vincente dopo l’altro. All’inizio a budget zero (“non più di qualche ora in studio, non di più”) e via via ad accompagnarli in una crescita neanche troppo lenta, forse neanche troppo costante, fino a far diventare lo studio, e tutto ciò che lo riguardava, la loro casa.

E’ vero, ha avuto per le mani una materia di altissima qualità, ma è riuscito sempre ad intervenire senza snaturarla, lasciandola sempre se stessa.

Ed è stato la persona che non si è mai creato il problema: serviva un pianista? Il piano lo suonava lui, almeno finché Paul non è arrivato ad un buon livello ai fini dell’incisione. C’era da arrangiare una sezione d’archi? Pronto. C’era da farsi venire un’idea, magari geniale? E allora s’incideva il pianoforte e lo si inseriva nella pista a velocità raddoppiata per farlo sembrare quasi un clavincembalo, con tutti gli annessi problemi di tonalità e quadratura.

Ed è stato la persona che pazientemente assecondava i “capricci” musicali dei suoi pupilli. Soprattutto John, che lo faceva impazzire perché metronomicamente non distingueva il battere dal levare, però pretendeva che un suono somigliasse ad un’arancia o che si unissero due parti di un brano inciso con tonalità e velocità diverse. “Sono sicuro che ci riuscirai”, tagliava corto John, e se ne andava, lasciandolo lì con l’ingegnere del suono a cercare la quadratura del cerchio.

Ed era affezionato ai suoi ragazzi. I suoi ragazzi, neanche fossero i figli. Tanto che quando un giornalista in epoca recente gli chiese se fosse mai stato in Italia, lui rivolgendosi alla moglie le domandò “Si, mi sembra, ci abbiamo portato i ragazzi nel 1965 o nel 1966, vero cara?”. Come fossero figli, come quando noi diciamo “Si, abbiamo portato i ragazzi a Disneyland”.

Ed è stato anche la persona capace di mettersi in disparte senza fare storie quando richiesto. Quando i Beatles, ormai un ex gruppo, si cacciarono nel pasticcio del progetto di “Let It Be”, autogestito e poi messo nelle mani di Phil Spector per salvare il salvabile.

Ma non è stato solo Beatles. Ha composto musica per il cinema. Ha prodotto altri artisti. Elton John, Dire Straits, Cheap Trick, Jeff Beck, Kenny Rogers, America e tanti altri. Ha continuato a lavorare su progetti successivi allo scioglimento dei Fab Four (Anthology, BBC, Love).

Particolarità: fu chiamato in causa da Pete Townshend nei primi anni novanta per la riedizione “musical” di “Tommy”, ancora sulle scene. Il leader degli Who voleva che la sua rock-opera tornasse il più possibile ad un’atmosfera “Sixtyes”, dopo il delirio psyco-rock in cui l’aveva trasformata Ken Russel per il film. Sarebbe bastato ripetere gli arrangiamenti originari, ma George Martin riuscì nell’intento anche attualizzando e modernizzando il suono. Dandogli quel “qualcosa” in più.

E questa è stata la costante di buona parte della sua vita professionale: percepire con sensibilità e valorizzare senza snaturare.

Ascoltare per credere.

Joe Jackson Live!!!

9 Marzo 2016 Commenti chiusi

Finalmente! Un concerto dove non mi lamenterò della cattiva o pessima amplificazione! Sarà stata l’acustica del Teatro Brancaccio o l’impianto d’amplificazione o la serietà dei tecnici e degli ingegneri del suono dell’inglese residente a Berlino, fatto sta che la resa sonora dello show di Joe Jackson è stata perfetta. Si è sentita nitidamente ogni nota suonata da ogni musicista e le voci sono arrivare pulite alle nostre povere orecchie provate da orrende situazioni da una parte all’altra della Capitale.

Unico appunto alla serata il modo di fare, da me riscontrato solo a Roma, poco simpatico da parte del pubblico di decidersi ad entrare in sala solo in prossimità dell’orario d’inizio dello spettacolo, causando un inutile ritardo sull’inizio del concerto. Si tratta di una specie di quarto d’ora (se va bene) “lasco” che evidentemente tutti conoscono tanto da non preoccuparsene minimamente. A Londra ho visto chiudere le porte di accesso alla sala alle 20:29 con inizio dello spettacolo alle 20:30 precise.

Detto ciò veniamo al concerto.

Joe Jackson entra in scena elegantissimo con il suo fare dinoccolato e si siede al pianoforte. Solo un faro bianco lo illumina dall’alto, in una scena spoglia, con solo gli strumenti sul palco ed un elaborato tendaggio a fare da sfondo e che, nel prosieguo del concerto, assumerà i colori delle luci (porpora, blu, giallo). Saluta con ampio gesto della mano e inizia a suonare le prime note di “It’s Different For Girls”. Parte subito l’applauso di un pubblico di età decisamente non giovanissima. Questa cosa salta subito all’occhio: Joe Jackson non ha creato un ponte fra le generazioni, come altri (Stones, Dylan, Paul McCartney….troppo grandi?). Poco male, noi ci siamo cresciuti. Va più che bene così. Giusto per la cronaca il primo brano è da brividi. Joe sa dosare perfettamente il piano ed il forte, il vuoto ed il pieno, e pur nell’intimità del brano solo voce e pianoforte riesce a dargli una dinamica ed un equilibrio tra voce e note splendida. “Hometown” segue con quella scala cristallina che la contraddistingue e la melodia delicatissima.

“Scusate, non conosco l’italiano per niente, spero però di riuscire ugualmente a farmi capire” e direi che c’è riuscito benissimo visto che sono riuscito a capirlo anch’io con il mio triste inglese. “Sono solo l’opening act del concerto, la band viene tra poco, state tranquilli. Faccio solo qualche pezzo con il piano” e giù applausi e risate. “Vi suono qualche brano dal nuovo album e qualcuno dagli album più vecchi”, ancora applausi. “Be My Number Two” è uno dei brani migliori di “Body And Soul” e non dico altro.

“Suoniamo anche qualche cover, come questa. Non vi dico cosa sia, è troppo famosa” ed inizia un’emozionante e commossa “Life On Mars” di Bowie, sentito omaggio al Duca Bianco. Eseguita benissimo, ma dopo aver parlato di emozione il resto è un dettaglio.

“Il nuovo album si chiama Fast Forward. E’ stato inciso in quattro città diverse….quattro brani per ogni città. Dovevano essere quattro EP. Poi ho pensato che farne un album unico era una trovata commercialmente migliore. Ora vi suono la title-track. E’ come avere una macchina del tempo con il tasto dell’avanzamento veloce. Forse andare nel futuro ci permetterebbe di dare un senso maggiore a quello che vediamo oggi” e la suona sempre da solo con l’ausilio di una batteria elettronica.

Sul suo pianoforte campeggia una sciarpa del Portsmouth, squadra di calcio che campeggia nella “League Two” inglese (la quarta divisione, una specie di serie D). Sul finale entra in scena, nel buio che lo circonda, Graham Maby, il suo bassista storico. Si arma del suo basso e attacca il riff di “Is She Really Going Out With Him” con un arrangiamento molto semplice: basso, pianoforte e voci. Bellissima.

La “Day Side” di “Night and Day” contiene un piccolo immenso gioiello: “Real Men”, sulla quale si compatta la line-up del gruppo. Arrivano Doug Yowell alla batteria ed il corpulento Teddy Kumpel alla chitarra. Il primo sembra un ragno con otto braccia per quanto arriva su ogni singolo pezzo del suo set con facilità e rapidità, variando e riempiendo i tempi in maniera fantastica. Il secondo, per quanto corpulento, viene costretto in uno spazio veramente angusto, tra la batteria e la platea. Si dimostro però chitarrista essenziale e dinamico colorando come solista ogni brano e sostituendo efficacemente violini, sax e quant’altro.

Sul finire di “Real Men” la batteria comincia ad alzare il ritmo ed il suo crescendo sfocia in “You Can’t Get What You Want…”, in pirotecnica versione anche senza i fiati che ne caratterizzavano l’originale su “Body And Soul”. Impossibile rimanere fermi, pezzo veramente trascinante. Di nuovo spazio a brani del nuovo album: “A Little Smile” e “If It Wasn’t For You”, i due possibili hit single se a Joe Jackson interessasse qualcosa di andare in classifica con i 45 giri. In sequenza sono perfetti.

“New York é una città che se ci arrivi dal Wyoming, dall’Idaho o da qualsiasi altro posto dici woooooow!” serve per presentare “King of the City”, brano dalla melodia perfetta. Il ritmo sincopato di “Another World” ci riporta a “Night And Day” (Night Side) e viene riproposta esattamente nella versione del disco.  A questo punto il gruppo tira il fiato con “The Blue Time”: “E’ quel momento in cui ci dovremmo svegliare, il sole entra dalle persiane, e noi cerchiamo di resistere ancora qualche minuto. E’ il Blue Time”. Il gruppo é fantastico, ogni nota perfetta e nitida. Graham Maby con il basso semplicemente perfetto, uno dei miei preferiti.

“Ed ora è il momento della cover dei gggiorno” (unica parola pronunciata in italiano). Prende un cappello nel quale mischia dei foglietti per darci l’impressione di sceglierla a caso. Ne estrae uno, scoppia a ridere e fa “Ok, questa è roba heavy metal” e parte un brano molto simpatico ma sconosciuto. Parecchi tra il pubblico sfoderano (compreso il sottoscritto) “Shazam” o “Soundhound” per cercare di capire di cosa si tratti ma il cellulare non prende. Alla fine mi salvva in corner mia moglie: “Knowing You, Knowing Me” degli Abba”. Ah bhè, comunico la lieta notizia a due ragazzoni seduti davanti a me facendo un figurone. Grazie cara.

Lo show entra nell’ultima fase. “Sunday Papers”, tempi veramente lontani, parte con un riff di chitarra che sembra “Everybody Needs Somebody To Love”, e il gruppo ci da dentro alla grande in pieno stile post-punk con influenze ska. L’ultima sequenza é per la New Orleans che chiude il nuovo album. “Neon Rain”, per me il pezzo più debole di “Fast Forward” e dello stesso concerto, live riesce però a fare la sua figura, tanta è l’intensità con cui il quartetto l’esegue.

Poi due capolavori: “Keep On dreaming” e “Ode To Joy”. Due brani strani, quasi prog nell’incedere e nello sviluppo. Il primo cambia tempo tre-quattro volte, il secondo contiene un chiaro riferimento, oltre che nel titolo, all’Inno alla Gioia di Beethoven. Semplicemente fantastici! Joe saluta tutti (lo sappiamo che tornerà) e chiude con il suo classico tra i classici: “Steppin’ Out”, riproposta qui nella versione rarefatta già ascoltata su qualche live.

I bis, richiesti a gran voce, regalano ancora qualche minuto di splendida musica con una tirata “One More Time” ed una canonica e regale “A Slow Song”. Joe Jackson saluta e ringrazia. Per due ore di grande musica non si è mai alzato dal pianoforte.

Per concludere: concerto bellissimo.

E, a proposito, chi mi aveva detto che era antipatico?

PS: le foto che corredano questo post non sono mie, dalla galleria mi sono venute troppo sfocate. In ogni caso, e sperando che gli autori non se ne abbiano a male, rendono perfettamente l’idea dell’aspetto “visivo” della serata

 

A Volte Ritornano – pt1

7 Marzo 2016 Commenti chiusi

Chi legge questo blog si sarà reso conto che la mia musica di riferimento, per quanto ascolti praticamente tutto (o quasi), è quella degli anni Sessanta. Tutto ciò è dovuto, come già raccontato, a mio fratello di undici anni più grande di me.
Perciò a quattro/cinque anni, mentre i miei coetanei ascoltavano  le canzoni dello Zecchino d’Oro, io crescevo a Beatles, Stones, Hendrix, Dylan, Genesis, EL&P, De André, Guccini, Lolli e via di seguito.

Senza la sua presenza, se tutto fosse andato come normalmente accade, avrei cominciato a maturare il mio gusto musicale intorno ai quattordici/quindici anni. Essendo un “robusto” cinquantenne (nel senso che ormai quel “5″ comincia ad accompagnarsi a più di un’unità – a giorni), sto parlando dei fine Settanta.
E così, tutto sommato, è stato. La musica precedente ha rappresentato la base sulla quale ho poi piazzato tutto il resto fino ad oggi. Così ho assistito da testimone diretto all’esplosione del punk, al suo trasformarsi in generi diversi pur se derivati (new wave, tanto per dire). E in quegli anni di roba interessante ce n’è stata parecchia.

Qualcosa di grandioso come i Police, U2 e Dire Straits, oppure REM e Clash, qualcosa  di nicchia come XTC, Jam e Squeeze, qualcosa per pochi adepti come Boomtown Rats, Undertons, Wall of Woodoo e Live Wire.
Fenomeni brevi o lunghi che siano stati, purtroppo anche per loro è seguito un declino e, spesso, la scomparsa. dI quelli citati i soli U2 continuano immarcescibili a sfornare album sempre discreti, anche se con cadenza ormai tri se non quadriennale.

Ed oggi, dopo la riedizione praticamente integrale dei cataloghi degli artisti dei Sessanta/Settanta, spesso in bei cofanetti arricchiti con bonus e booklet curatissimi, stessa sorte comincia sembra toccare anche agli artisti sopra citati, segno inconfondibile del tempo glorioso ormai passato e che non torna più.

Eppure sul finire del 2015 sono usciti due album, da me citati nella classifica di fine anno, che sono riusciti a stupirmi per la loro freschezza, attualità e, soprattutto, Qualità.

Lo scrivo con la Q maiuscola perché tale è.

Comincio dal primo, anche perché ho un appuntamento a giorni che mi permetterà di parlarne ancora. Più avanti affronterò il secondo.
Joe Jackson è stato un grande. Ha prodotto una sequenza di dischi all’inizio della sua carriera la cui crescita e maturazione sono, a mio parere, paragonabili a quella dei Beatles (forse non fino a Sgt Pepper, ma almeno fino a Revolver si).

Non mi voglio dilungare  ma, dovesse capitarvi,  vale veramente la pena riascoltarli nell’ordine di pubblicazione: “Look Sharp!”, “I’m The Man” (1979) e “Beat Crazy” (1980), esempi di pop anfetaminico con grandissime melodie, “Jumpin’ Jive” (1980) molto vintage dedicato al jazz ed allo swing, ed infine “Night And Day” (1982) e “Body And Soul” (1984), album universali e strepitosi (per l’ultimo si veda anche il “Disco del Mese” di febbraio 2011).

Poi, da allora, non certo l’oblio, ma altre cose. Chiamiamolo un ampliamento degli orizzonti: musica classica (Symphony N.1), jazz (The Duke), dischi dal vivo sempre gradevoli e qualche ritorno al vecchio pop ma con ritmi lenti e rilassati, più ogni quattro/cinque anni, passati pero’ abbastanza inosservati, fatta eccezione per “Night And Day II”, album raffinato composto ed inciso con lo stesso spirito del primo volume.

Ed invece, grande sorpresa, a sette anni dal precedente “Rain” arriva nei negozi “Fast Forward”, un grande disco pieno di musica. L’album, composto da sedici brani, si muove da un’idea niente male: incidere canzoni in giro per il mondo, non necessariamente utilizzando solo musicisti locali, ma cercando di dare un taglio espressivamente diverso da una location all’altra.

Le registrazioni sono avvenute a New York, Amsterdam, Berlino e New Orleans. La prima sezione (New York) è la più brillante, raffinata e pulsante. Del gruppo fanno parte Bill Frisell alla chitarra, Regina Carter al violino e quel folletto di Graham Maby da sempre bassista del nostro. Maby per Jackson è come Pino Palladino per i primi album di Paul Young (scusate il paragone, ma in qualche modo calza): ne rende il suono sempre riconoscibile, qualunque genere venga suonato. l’apertura di “Fast Forward” è una ballata con una rotolante di accordi di pianoforte. “If It Wasn’t For You” è il possibile hit-single, grande canzone pop sempre condotta dal piano con un grande assolo di Frisell ed un giro di basso strepitoso nel ritornello (a sua volta strepitoso).

“See No Evil” era il brano di apertura di un disco mitico: “Marquee Moon” dei newyorkesissimi Television di Tom Verlaine. Il brano viene riproposto con un arrangiamento più serrato dell’originale, ma abbastanza simile, senza snaturare la canzone. “King Of The City” non avrebbe sfigurato sul Day-Side di “Night and Day”, insieme a “RTeal Man” e “Breaking Us In Two”.

Nelle session di Amsterdam partecipano due musicisti di un gruppo locale (Stefan Kruger, batteria, e Stefan Schmid, tastiere) e l’orchestra sinfonica reale. “A Little Smile” è ancora un brano di delizioso pop grintoso ed arioso. In “Far Away”, tesa ed evocativa, la prima parte viene cantata da Mitchell Sink, quattordicenne texana già impegnata nei musical di Broadway. “So You Say” sembra scritta da Paul McCartney, e penso sia un complimento (per entrambi) su di un ritmo di bossanova. “Poor Thing” chiude il lato con una melodia splendida ed un arrangiamento nel quale s’innestano membri dell’orchestra sinfonica che danno al tutto un sapore particolare. E’ uno dei brani più “suonati” dell’intero album.

Greg Cohen, bassista che vanta collaborazioni importanti quali Ornette Coleman e Tom Waits, e Earl Halvin alla batteria accompagnano Joe Jackson nelle session di Berlino. “Junkie Diva” parte da un bel riff di piano elettrico, con un sound molto rock. Altra bella melodia con splendida apertura al ritornello. “If I Could See Your Face” tratta un drammatico fatto di cronaca avvenuto nel 2008 nella comunità afgana di Amburgo e si muove su sinuosi ritmi orientaleggianti, con un gran tema suonato da una sezione di fiati. “The Blue Time” continua sul tema delle canzoni intime su di un ritmo di beguine con uno spazio strumentale tra tromba e chitarra degno di nota, mentre con “Goodbye Johnny” si accende uno spot bianco su di un palco nero e per magia ci troviamo in un cabaret berlinese degli anni ’30. Non un bel periodo.

Ultima tappa del viaggio è New Orleans. Nella città natale del Jazz Joe Jackson scrittura tre musicisti di un gruppo jazz-funk locale (Galactic) e si lancia nelle ultime quattro composizioni. “Neon Rain” è un brano decisamente rock, forse il meno incisivo dell’album. Ma è un momento molto breve. Con il successivo “Satellite” sembra di ascoltare gli Steely Dan di Donald Fagen. Con “Keep On Dreaming” ci si avvia alla conclusione dell’album con una melodia sincopata più complicata delle altre. Chiare le influenze jazz, ma grandissimi i cambi repentini di atmosfera e di ritmo. “Ode to Joy” chiude l’album alla grande. All’interno del brano, come da titolo, un breve estratto dell’Inno alla Gioia dalla Nona Sinfonia di Beethoven che da un sapore curiosamente prog al tutto.

Insomma, un album strabordante!!!

E stasera, lunedì 7 marzo, per me l’appuntamento è con un vecchio amico che pensavo avesse già dato il meglio. Mi aspetto un grande concerto al Brancaccio dalle 21.

Ovviamente restate sintonizzati per saperne di più.

 

 

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