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Archivio Maggio 2016

NO!!!

27 Maggio 2016 2 commenti

Che sia chiaro, questo blog è per il “NO”, chiaro, forte e netto!!!!

Giovani Vecchi Leoni

25 Maggio 2016 2 commenti

Questo post ed il successivo sono dedicati a due album usciti nel 2016, che ho acquistato e che non riesco più a togliere dal lettore, se non per alternarli. Andiamo con ordine.

Tra le mie “debolezze”, oltre al Rock, al Blues, ai Sixtyes e chi più ne ha più ne metta (però non tutto, dai!), c’è il samba e la bossa nova.

Insomma, la Musica Brasiliana. Non possiedo tantissime cose. Tra quelle che possiedo però, la più evidente è una fortissima invidia per la capacità di suonare la chitarra che hanno gli Artisti brasiliani. Quegli accordi impossibili. Per carità, sugli spartiti si leggono pure, poi ci vuole un “cartografo” per individuare la posizione delle dita sulla tastiera. E non è la cosa più difficile da fare. Il problema è passare dall’uno all’altro velocemente. E ricordarsi le posizioni.

Ho un ricordo vivido di quando la RAI, ad un solo canale (o forse due?), mandava in onda in prima serata concerti di Vinicious De Moraes, con un giovanissimo Toquinho alla chitarra, dal Sistina. Ed io e mio fratello a piazzare il microfono del vecchio registratore Philips “a pizze” per farne un bootleg da riascoltarci a piacimento, anche se devastato da quel ronzio che era tipico dei televisori precedenti all’avvento del colore.

Prima di sembrare troppo Gianni Minà, vengo al disco in questione.

Due grandissimi cantautori brasiliani hanno deciso di unire le loro splendide carriere in un concerto dal titolo “Due Amici, Un Secolo di Musica”. Caetano Veloso e Gilberto Gil sono molto più di due semplici cantautori. La loro storia, le loro vite, le loro canzoni s’intrecciano con la Storia del Brasile.

Esponenti da giovanissimi della miglior musica del loro paese, costretti per le loro idee politiche all’esilio a Londra dalla dittatura brasiliana al potere fino alla metà degli anni Ottanta,  sono riusciti a creare una forma-canzone molto personale, influenzata non solo da un certo desiderio di sperimentare già in loro presente negli anni Sessanta, ma ulteriormente sviluppato proprio dal meltin’ pot nel quale hanno vissuto durante  il loro esilio britannico, lasciandosi influenzare anche da altre musiche e culture. Perciò la loro musica, di matrice assolutamente popolare, si colora di sfumature blues, jazz, beat e soul.

Hanno così scritto brani meravigliosi, di cui solo alcuni sono raccolti in questo album doppio dalla confezione impeccabile e generosa: 28 brani su due cd oltre al dvd contenente tutto il concerto (su Amazon circa 18 euro). Inciso ad agosto 2015 a San Paolo del Brasile, Veloso e Gil giocano in casa, con il pubblico che partecipa ad ogni loro sollecitazione, cantando e battendo le mani.

Il concerto è di quella semplicità che solo la Grande Musica si può permettere. Solo i due Artisti con le loro chitarre classiche e le loro voci. La loro tecnica strepitosa fiume ideale nel quale far scorrere le voci personalissime. Tra i 28 brani si può trovare di tutto. Tutti i generi e tutti i linguaggi, compresa una versione molto romantica dell’italianissima “Come Prima”. Senza mai un momento di pausa, senza mai una caduta nella noia, neanche nei momenti più lenti e sentiti.

Tutto ciò grazie al grande carisma dei due e, soprattutto, ad alcune delle più belle canzoni che io abbia mai ascoltato in assoluto. Tra queste, ma l’elenco è puramente indicativo e non esaustivo (andrebbero citate tutte), “Caraçao Vagabundo”, “Tropicalia”, “E’ Luxo So”, “De Manha”, “Terra”, “Eu Vim Da Bahia”, la trascinante “A Luz De Tieta” che conclude il concerto. E poi due gioielli e capolavori assoluti in quanto ad emozione e classe: “Sampa” di Veloso, una melodia di una bellezza rara, e “Tres Palabras” di Gilberto Gil, un miracolo di tecnica e stile.

A Volte Ritornano – pt2

18 Maggio 2016 Commenti chiusi

A dicembre del 2015 ho stilato una classifica delle cose migliori ascoltate durante il 2014/2015. Al numero 8 ho piazzato un gruppo che non si faceva più sentire da un po’ di tempo. Per la precisione il loro ultimo album di studio era stato “Domino” del 1998. Per nulla memorabile, così come i precedenti “Ridicolous”, “Play” e “Some Fantastic Place”, tutti targati anni Novanta.

E si che di cose memorabili gli Squeeze ne avevano prodotte tante. “Cool For Cats” (1979), “Argybargy” (1980), il grandissimo “East Side Story” (1981) e gli splendidi “Babylon And On” (1987) e “Frank” (1989).

Perciò una pausa di ben 23 anni, fatta eccezione per un paio di live, varie raccolte e un difficilmente comprensibile “Spot The Difference” (2010), una curiosa raccolta di brani incisi nuovamente, dove s’invitavano i fan a capire le differenze tra le versioni originali e le nuove registrazioni.

Nel frattempo noi vecchi fan degli anni Ottanta abbiamo saputo che gli XTC ed i Jam non si rimetteranno mai più insieme (e bene o male lo sapevamo) e che gli Stranglers non hanno intenzione di suonare più nulla insieme visto che il batterista ha ormai compiuto ottant’anni. Di Police e Dire Straits non ne parliamo proprio.

Ed invece, sul finire del 2015, spunta un album nuovo di zecca degli Squeeze dal titolo “Cradle To Grave”. Visti i precedenti mi ci sono avvicinato con titubanza. Ma poi la simpatia per Tillbrook & Difford ha avuto la meglio.

Già da qualche altra parte in questo blog ho raccontato perché questa coppia di autori sia in cima alle mie classifiche personali (cfr “Il Concerto del Mese: Squeeze” – settembre 2012 – e “Il Disco del Mese” – ottobre 2010). Brevemente: la musica dei Beatles ha permeato la mia vita, regalandomi una “sensibilità” ad un suono e ad uno spirito. Quando qualcosa che ascolto fa vibrare le corde di questa sensibilità, vuol dire che mi trovo difronte alla filiazione diretta, ad eredi di cuore e spirito dei Fab Four. E questo è quanto. Come gli Squeeze ho incontrato anche gli XTC o, per venire ad esempi recenti, The Young Veins (lo so, sono durati poco, però il loro unico album è splendido).

E allora, sempre brevemente, veniamo all’album. Dodici brani. Il gruppo in realtà non esiste più, visto che degli Squeeze originari sono rimasti solo Tillbrook e Difford. Magari ci fossero stati anche Jools Holland o Paul Carrack. Però quello che conta è il songwriting e le voci. Ed in questo album sono entrambe perfettamente intatte, direi rinate.

L’album è, come le loro cose migliori, fuori tempo e perfettamente in stile “Squeeze”: melodie ariose, arrangiamenti vividi e cristallini, scelte armoniche intelligenti e non scontate. E poi cori e chitarre pulite in gran quantità. E le due voci dei nostri, in particolare quella di Tillbrook, identiche a sempre e quindi perfettamente integrate e distinguibili.

Gli Squeeze 2.0 (per quanto poi dureranno, visti che questi tentativi riescono per un paio di dischi e non di più, in genere) non giocano a scimmiottare il gruppo che fu, ma riprendono a pescare a piene mani da quello che hanno sempre saputo fare meglio: ricreare uno stile di beat che sappia coniugare l’ossequio verso i maestri dei Sixtyes con un suono moderno e tipicamente “Squeeze”.

Ed allora non si riescono a tenere i piedi fermi con l’iniziale “Cradle To The Grave”, un brano sulle orme della Motown, aprono “Nirvana” come fosse “I Don’t Like Mondays” dei Boomtown Rats per poi dipanarsi in un beat leggero con un grande ritornello. “Beautiful Game” è, a mio avviso, il miglior brano dell’album. Chitarre acustiche, Farfisa e controcanti con un bridge che ti entra in testa per non uscirne più. “Happy Days” è una delle cose che somiglia più ai brani degli Ottanta. Beat sostenuto e bei suoni, ancora grande melodia.

“Open” è un mid-tempo che la voce di Glen Tilbrook nobilita, aiutata da cori molto black, praticamente un gospel. “Only 15″ è una ballata che va in minore nel ritornello. Forse la cosa minore dell’album. Piuttosto scontata, va su e giù senza trovare la combinazione, “the knack”. Un tantino confusa anche “Top Of The Form” all’inizia, poi pian piano prende forma in maniera decisamente convincente. “Sunny” sembra scritta da Paul McCartney, voce e sezione di archi. Bella nella struttura, nella melodia e nella confezione. Molto più complicata di quello che si può pensare dalle battute iniziali e tutto in soli 3 minuti (scarsi).

“Haywire” è un lento riflessivo che trova soluzioni melodiche di una gradevolezza esagerata! “Honeytrap” è uno spigliato beat, “Everything” è un lento un po’ di maniera che lascia poco il segno. “Snap, Cracle and Pop” chiude l’album iniziando come fossero gli Steely Dan per poi esplodere di nuovo in una sorta di gospel con echi psichedelici.

Per concludere 12 brani per circa 45 minuti: essenziale, come si facevano i vinili di una volta e non come i ridondanti (spesso) cd di oggi. E nell’essenzialità, semplicità e grande classe ha i suoi punti di forza.

 

 

 

 

Il Disco del Mese: “Men At Work” (2013)

13 Maggio 2016 Commenti chiusi

Gianmaria Testa è andato via in punta di piedi il 30 marzo.

Si conosceva da tempo la sua malattia e l’inevitabilità del suo addio.

E allora, invece del solito saluto che mi capita di scrivere in questi frangenti, gli dedico il DdM di aprile, nonostante possa apparire una ripetizione. Infatti trattai “Men At Work” al momento della sua pubblicazione (cfr. “Best of the Best…pt1 – febbraio 2014) per poi piazzarlo in testa alla classifica della categoria “live” (cfr. “Classifiche – pt3: Live” – dicembre 2014).

Ma non fa niente.

Non fa niente perché “Men At Work” è un disco fantastico. Qualcosa che ascolti e che ti entra nella testa con il fluire naturale delle emozioni. Qualcosa che ascolti a tre anni dalla sua pubblicazione ed ancora ci scopri tesori che non avevi notato prima.

Gianmaria Testa è stato un poeta. Poi ha scelto di vestire le sue poesie di un abito musicale sempre gradevole, mai banale. Anzi,  spesso teso a rinforzare i passaggi emozionali raccontati nelle sue storie.

Perché proprio di questo sto scrivendo. Una grande emozione racchiusa nello svolgersi di pochi versi. Con la sua voce, suadente, dolce e perfettamente rappresentativa del suo carattere, capace di produrre quell’ulteriore passo verso la comprensione della necessità di esprimersi e sull’importanza del suo messaggio.

Raccontare degli ultimi, raccontare le sofferenze di chi perde l’identità, il lavoro, la vita, non è sempre facile. Il rischio di cadere nella facile retorica è dietro l’angolo. Pochi i Grandi in grado di farlo in maniera credibile. Me ne vengono in mente pochi: Gianmaria Testa e Fabrizio De Andrè. Non è facile ascoltare quello che si fa finta di non voler sapere. Aiuta a pensare, a riflettere.

“Men At Work” nasce da un tour in Germania del febbraio 2012 (Colonia, Karlsruhe, Norimberga, Brema, Hannover, Dortmund, Amburgo, Berlino, Dresda e Francoforte) e tre date tra Lussemburgo ed Austria esattamente un anno dopo, a febbraio 2013. Un suono essenziale (chitarre, basso e percussioni) ma sempre denso, con uno spettro timbrico che  va dal brano arpeggiato solo chitarra (“Hotel Supramonte”) alla ballad delicata (“Nuovo”) o più marcata (“Polvere di Gesso”) alle atmosfere latineggianti (“Dimestichezze d’Amor”) fino alle sferzate ben più sostenute (quasi rock….sssssshhhhhhh)  di “Cordiali Saluti” o elettronicheggianti di “Sottosopra”.

Della tracklist fanno parte 9 brani tratti da “Vitamia”, il suo ultimo album. I rimanenti 15 sono stati scelti da tutti gli altri album.

Ogni brano una storia a sè.

La filosofica “Le Traiettorie delle Mongolfiere”, dal primo album, apre il concerto, seguita da quasi tutti i nuovi brani: dalla delicatezza di “Nuovo” e “Dimestichezze d’Amor” alla semplicità nello scavare nell’anima di “Lele” alla trilogia del Lavoro composta da “Cordiali Saluti”, “Aquadub” e “Sottosopra”.

“18.000 Giorni”, praticamente 50 anni. Un bilancio della vita, delle sue delusioni e disillusioni, di una poesia così cristallina da lasciarti senza fiato. Una “Polvere di Gesso” dalle sfumature blues a cui segue “Preferisco Così” nella tradizione della canzone francese. Il primo tempo viene chiuso dalla leggerezza de “La Giostra”, la storia di un sogno “strampalato e veritiero” con un letto che si trasforma in veliero.

La seconda parte si apre con il sentito ricordo di Pier Paolo Pasolini e di Fabrizio De André, cui Gianmaria Testa dedica “Hotel Supramonte”, unico brano non a firma sua del concerto, cantata con una partecipazione ed un’intensità quasi superiore a quella del Faber che pure aveva vissuto il rapimento sulla sua pelle.

Una breve presentazione precede “Lasciami Andare”: andando avanti con l’età uno dei fenomeni tipici è perdere per strada amici che vanno via. I saluti sono inutili. Quello che conta è ciò che resta nei ricordi per sempre dell’amicizia vissuta. Il valzer-blues di “3/4″ è un capolavoro assoluto, una canzone d’amore di una bellezza sfolgorante. Il tema dei migranti e di quanti vengono sradicati dalla loro terra per sopravvivere è uno dei più cari a Gianmaria Testa. Qui è rappresentato da due canzoni straordinarie: “Seminatori di Grano” e “Ritals”. “Gli Italiani per anni sono dovuti emigrare… ma il problema è che in Italia una buona parte della gente, e soprattutto i potenti, hanno dimenticato quanto fosse difficile per gli italiani partire”.

“Come Le Onde del Mare” sembra Paolo Conte, invece è tra le cose migliori prodotte da Testa, qui proposta con uno splendido arrangiamento acustico ma al tempo stesso nervoso. “Le Donne nelle Stazioni” ha l’incedere indolente di un vecchio treno e le considerazioni di un ex capostazione di una stazioncina di provincia con lo sguardo acuto, soprattutto nel leggere occhi ed anima. Poi una di queste si ferma e dalla nebbia ne viene fuori un bluesaccio (“Voce da Combattimento”) perché non sono mai, o non sono solo, rose e fiori. Grandissimo l’assolo di chitarra di Giancarlo Bianchetti. Gli altri Musicisti, altrettanto bravi, sono Nicola Negrini (basso) e Philippe Garcia (batteria e percussioni).

Ancora un Amore raccontato con leggerezza in “Nient’Altro Che Fiori” mentre “Al Mercato di Porta Palazzo” si svolge una storia a metà del secolo e tra il rurale ed il cittadino, dove un piccolo colpo di scena sconvolge il passeggio tra uomini e donne in cerca della propria metà.

Il concerto termina con due bis. “Come Al Cielo Gli Aeroplani” è ancora sentimenti ed emozioni. “La Ca Sla Colin-a”, voce e chitarra, è invece un piccolo gioiello di folk italiano che nulla avrebbe in meno degli eroici tempi di Bob Dylan e Dave Van Ronk. Ok, quelli erano americani, vivevano a New York ed il Greenwich Village era il loro regno, ma la potenza dell’espressione e del racconto è la stessa.

Un disco imperdibile, come qualsiasi disco prodotto da Gianmaria Testa.

Per finire due considerazioni non mie, ovviamente. Però importanti da riportare. Fanno parte del libretto allegato al box di “Men At Work” (che contiene, oltre ai due cd del concerto, anche un dvd che rende il tutto ancora più prezioso).

La prima è una frase di Richard Robert, critico musicale, che dice: “Il canto non è solo suono: è anche profumo, leggero e avvolgente talvolta persino ossessivo. La sua alchimia poetica si fonda innanzitutto sulla verità intima di chi lo emette; poi si arricchisce entrando in vibrazione con l’aria, infiammandosi al contatto con il fuori, nutrendosi dell’energia di coloro che lo ascoltano. Le grandi voci, quelle che ci entrano dentro e non ci lasciano più, non sono quelle che assalgono con le loro prodezze tecniche; sono piuttosto quelle che, portate al loro più giusto grado di umanità, testimoniano di quel cammino segreto tra l’anima profonda che le ha viste nascere e il vasto mondo che le riceve……(La voce di Gianmaria Testa, insieme ad altre – Leonard Cohen, Leo Ferré, Joao Gilberto -, ci ha convinto…) che non c’è dono più generoso e atteggiamento migliore che quello di essere irriducibilmente e semplicemente se stessi“.

La seconda è dello stesso Gianmaria: “Tutto questo girare ci ha regalato un linguaggio strano e condiviso che è già musica prima di suonare. Passiamo….senza sosta di dogana. Ognuno portandosi dentro, aperta, la sua frontiera“.

 

Aprile: “Zero Tituli”!!!!!

10 Maggio 2016 Commenti chiusi

Amici miei,

MOTR è diventato di una pigrizia sconsolante. Lo so. Giuro che non è colpa mia. E’ accaduto in altre occasioni che il lavoro abbia avuto il sopravvento sul mio tempo libero tanto da non consentirmi di scribacchiare nulla. Così imparo a non aver tentato dall’inizio d’intraprendere questa “carriera” per dedicarmi a freddi ed inutili numeri.

Dopotutto sapete anche che ogni singolo post qui pubblicato è prodotto con un unico ingrediente D.O.P.: la Passione! Per poterlo fare devo calarmici integralmente e metterci tutto me stesso e se sono distratto da altro mi riesce difficile.

Però, giusto per dirvi e non annoiarvi oltre con le mie questionacce personali, sono pieno di articoli impostati e da completare man mano che butto giù qualche idea ed i tempi ormai sono quasi maturi per affrontarli e pubblicarli.

Ed allora ecco a voi un brevissimo “prossimamente”:

1) un ricordo di un Immenso Artista scomparso ormai da più di un mese

2) la seconda parte di “A Volte Ritornano” dedicata ad uno dei miei gruppi preferiti della New Wave (e non solo) inglese degli anni Ottanta

3) due post sui due migliori album in assoluto ascoltati negli ultimi due mesi

4) un paio di libri interessanti che ho letto di recente

5) l’aggiornamento delle avventure di Hap & Leonard

6) dopo aver tanto scribacchiato dei Sessanta in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, un viaggio in quei tempi (ormai) lontani a caccia dei migliori 45 giri prodotti in Italia

7) Una personale classifica estratta dalle condivisioni di un famigerato motore di ricerca

….ed altro ancora.

A presto e scusate ancora l’assenza

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