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Archivio Giugno 2016

Il Disco del Mese: “Deuce” (1971)

26 Giugno 2016 Nessun commento

Duemilacinquecento anime.

E’ più o meno la popolazione di Ballyshannon, piccolo paesino tra Donegal e Sligo, nell’Ulster in Irlanda. Repubblica d’Irlanda anche se vicino al confine con l’Irlanda del Nord. Nel centro città c’è una statua, dedicata ad una vera e propria istituzione. Rory Gallagher è nato qui nel 1948. E’ stato un immenso chitarrista ed un ottimo autore e cantante.

Si narra che Jimi Hendrix, appena sceso dal palco di Woodstock, incontrò un giornalista che gli chiese cosa si provasse ad essere il più grande chitarrista del mondo. Ed il buon Jimi, laconicamente, rispose: “Ed io che ne so? Chiedete a Rory Gallagher”.

Così, tanto per dire.

Trasferitosi a Londra per indirizzare in maniera più professionale la sua carriera, formò un power-trio dal nome di Taste. Più che gli album erano le infuocate performance dal vivo ad imporli. Il chitarrista in particolare. Insomma, in breve i Taste erano annoverati tra i grandi gruppi rock-blues, insieme alla Jimy Hendrix Experience ed ai Cream. Gallagher uscì dal gruppo e ne formò uno nuovo di zecca, ma stavolta tutto doveva ruotare intorno a lui.

E così a maggio del 1971 esce “Rory Gallagher” e neanche 6 mesi dopo “Deuce”.

Nella variegata discografia del chitarrista “Deuce” è un album particolare, che rappresenta la summa di tutte le sue influenze, oltre che un chiaro manifesto di una creatività che andava ben oltre la rokkeggiante chitarra hard-boiled che lasciava a bocca parte le platee di tutto il mondo.

Ed è proprio lo spessore e la varietà di stili che caratterizza l’album sin dall’apertura. “I’m Not Awake Yet” è una ballata soprattutto acustica, con una melodia in minore molto bella. Man mano che il brano avanza si sovrappongono altri strati di chitarra ma senza appesantirne l’incedere, oltre ad un grande assolo di acustica. “Used To Be” parte con un gran riff di chitarra e si dipana poi come un classico blues-rock, dove il lavoro di chitarra è strepitoso, molto hendrixiano. La voce un diamante. Ascoltare poi l’arrangiamento chitarra ritmica-basso-batteria sul quale si poggia l’assolo. “Don’t Know Where I’m Going” è un brano acustico country chitarra e armonica, semplice e divertente. “Maybe I Will” è un accattivante pop sincopato con le chitarre pulite  ed un bridge arpeggiato. Anche qui un assolo di grande tecnica. “Whole Lot Of People” chiude la prima parte con un rock-blues leggermente atipico a causa degli stop-and-go che ne caratterizzano lo svolgimento.

“In Your Town” è un torrido rock-blues che presto diventerà uno dei pezzi forti da concerto (si trova su di un numero enorme di registrazioni dal vivo, io ne ho almeno quattro-cinque versioni), 12 battute e via andare. “Should’ve Learnt My Lesson”,  sulla scia di Muddy Waters, è un blues canonico con una grande chitarra. “There’s a Light” è una sorta di funky jazzato. Anche qui stop-and-go a dare movimento al brano. Anche qui il suono della chitarra risulta molto curato e la batteria (Wilger Campbell) fa cose egregie. La forza del brano è nell’incisione decisamente live. “Out of My Mind” sa di Dylan primi tempi. Finger picking e chitarra a tracolla. Grande tecnica. L’album si chiude con “Crest of a Wave”, 6 minuti 6 per una ballata molto rock, incisa anch’essa con il chiaro intento di rappresentare un Artista, ed un gruppo, che del concerto faceva il suo punto di forza.

L’album raggiunse la 39 posizione in Gran Bretagna e ottenne un disco d’oro.

Più o meno 25 anni dopo l’uscita di questo album, era il 14 giugno del 1995, la radio e la televisione nazionale irlandese interrompevano le trasmissioni per dare la triste notizia della morte di Gallagher per le complicazioni di un intervento chirurgico con il quale i medici tentarono un trapianto di fegato. I funerali furono trasmessi in diretta nazionale.

Newstand – n° 4

24 Giugno 2016 Nessun commento

Gli “Hap & Leonard” di Lansdale danno assuefazione, sono come gli “Adamsberg” di Fred Vargas: terminato uno devi avere il successivo a portata di mano, e riprendere immediatamente da dove avevi lasciato.

Così negli ultimi tempi ne ho letti ben quattro. Siccome vi ho raccontato i precedenti dedico qualche parola anche a questi.

Bad Chili   (1997 – ediz. italiana Einaudi 2003)

Una tranquilla giornata di caccia. Poi spunta uno scoiattolo rabbioso (eh si!) e morde Hap che finisce in ospedale. Qui conosce un’avvenente infermiera, Brett, con la quale l’intesa si manifesta immediatamente. Ma nel frattempo Leonard è sparito dalla circolazione. A complicare il tutto la polizia si mette sulle sue tracce in quanto palesemente implicato nell’omicidio di un tipo, un motociclista tutto casco ed occhialoni da sole, con il quale il suo ex aveva avuto una storia.

E siamo ancora nelle prime battute. La storia si dipana, uno volta sfumate le accuse (si scopre poi che il biker altri non era che un poliziotto in incognito che seguiva un caso) nello sdoppiamento delle piste: da un lato un traffico di olii più che esausti nel quale è implicato un industriale-boss locale, dall’altro nel traffico di snuff video che li condurrà come al solito in una situazione molto pericolosa. Infatti al loro inseguimento  (e di un video molto particolare) pone particolare cura un serial killer tanto feroce e sadico quanto muscoloso.

E nel momento peggiore per Hap fa la sua comparsa Jim Bob, un nuovo personaggio, investigatore privato texano fin nel midollo  con tanto di Stetson, che lo salva all’ultimo momento. Ironia della sorte il killer si becca a sua volta la rabbia da uno scoiattolo (pare ci fosse una sorta di epidemia nella regione) che si rivela fondamentale per dare una mano ai nostri sul finale del libro, oltre fortunatamente alla pistola di Brett.

Come i precedenti il libro si caratterizza per due aspetti essenziali: l’humor a fiumi e la crudezza del linguaggio e delle situazioni. Ed un paesaggio di un’America in tutti i sensi “di confine”, che un uragano torrenziale provvede a purificare nelle ultime pagine. Ma siccome, nonostante Brett, Hap è e resta il re degli sfigati, l’uragano purificatore gli porta via la casa.

Rumble Tumble  (1998 – ediz. italiana Einaudi 2004)

Hap si trasferisce momentaneamente a casa di Leonard, momentaneamente single. La convivenza non è delle migliori. Troppo metodico ed ordinato l’uno, troppo sconclusionato l’altro. Quasi quasi sarebbe ora di tentare la convivenza con Brett ma improvvisamente un paio di improbabili gangster le chiedono soldi per darle informazioni su sua figlia Lillie, che di mestiere fa la prostituta pentita in un bordello d’alto bordo sperduto in provincia.

Neanche bisogno di dirlo. Hap & Leo partono per recuperare la ragazza, insieme a Brett e ad un numero impressionante di armi di varia potenza e forza distruttrice. Ma qui scoprono che Lillie, cui il pentimento non deve essere particolarmente piaciuto ai suoi protettori, è stata portata di peso in una specie di resort per killer e banditi dalle variegate abilità appena al di la del confine con il Messico. E allora il gruppo, arricchito di alcuni nuovi componenti tra cui un ex malvivente divenuto predicatore di una chiesa cadente nel bel mezzo del nulla, noleggia un aereo e va sul posto. Sanno perfettamente che per recuperare la ragazza dovranno fare un grandissimo casino (il “rumble tumble” del titolo), praticamente una carneficina. Buoni e cattivi? Sono tutti cattivi, c’è poco da fare. Solo che i nostri ti strappano una risata ad ogni battibecco e perseguono motivazioni decisamente più nobili rispetto agli avversari.

Capitani Oltraggiosi   (2001 – ediz. italiana Einaudi 2005)

Finalmente un po’ di relax. Hap & Leo hanno finalmente un lavoro. Fanno parte della Security di una fabbrica locale, sostanzialmente i guardiani notturni, ma il posto è stabile e la paga discreta. Sempre meglio di raccogliere le rose nei campi. Una notte Hap prima da solo (quando c’è da prendersi gli schiaffi lui è in prima linea) e poi con l’aiuto di Leonard salvano la figlia del titolare da un tentativo di violenza. Questi, riconoscente, gli regala tempo e denaro ed i due decidono,  con una piccola fetta dei soldi ricevuti, di concedersi una crociera nei mari tropicali. Ma riescono ad avere un battibecco con uno dei maitre della nave e questi, carogna, gli da un’informazione sbagliata. E i due restano a terra a guardare la nave che si allontana senza di loro. Niente soldi, niente bagaglio, niente di niente. Come se non bastasse H&L attirano l’attenzione di una banda di malviventi che li assale sulla spiaggia, ferendo Leonardo in maniera grave. Vengono salvati da un vecchietto dalla grande agilità che riesce da solo a mettere in fuga la banda. Non solo, riesce con mezzi di fortuna anche a rattoppare Leonard. Tutto sembra andare per il meglio. I due vengono spediti a casa del vecchio dove fanno la conoscenza di Beatrice, sua figlia. Donna la cui bellezza non lascia indifferente Hap, nonostante luci ed ombre. Tra i due inizia una storia destinata a concludersi tragicamente. Il resto del libro è il tentativo di Hap di soddisfare la sete di vendetta, fino ad arrivare a farsi giustizia da solo.

Libro corale. Ormai i due si muovono in squadra. Il loro senso di giustizia e di onestà e la loro determinazione gli permette di ottenere la fedeltà di cui godrebbe un Cavaliere della Tavola Rotonda. Una sorta di “uno per tutti, tutti per uno” traslato negli anni duemila, dove i fioretti dei Moschettieri sono sostituiti da armi non registrate.

Sotto Un Cielo Cremisi   (2009 – ediz. italiana Fanucci Editore 2009)

Marvin Hanson ritorna in grande stile. L’incorruttibile poliziotto dalla schiena dritta, unico poliziotto di colore a districarsi in un corpo di polizia locale decisamente limitrofo al Ku Klux Klan, ritorna dal coma e cerca di svolgere attività in privato. Assume perciò nel libro la funzione di “guru”, di guida (non tanto spirituale), di coscienza laddove H&L difettano.

Il plot. H&L vanno a sistemare una questione da cinque minuti: una nipote di Hanson è finita in un giro non limpido. I due vanno sul posto e riempiono tutti di botte. Dulcis in fundo prendono una quantità industriale di droga è la distruggono nello scarico del bagno. Guaio grosso: innanzitutto fanno saltare la copertura (ed il naso) di un poliziotto che lavorava al caso da mesi, poi si inimicano i vertici della temutissima “Dixie Mafia” che gli scatena addosso la squadra punitiva locale. I tre (H&L&Brett), per nulla spaventati, schivano le pallottole e ne fanno fuori una mezza dozzina sotto gli occhi di decine di testimoni. Insomma, roba da chiuderli in galera e buttare via la chiave. Ed invece la polizia decide di chiudere un occhio (hanno sempre eliminato la feccia della città) in cambio di un piccolo favore: per accaparrarsi le rivelazioni di un pentito devono recuperare sano e salvo il figlio, la fidanzata nonché una valigia contenente svariate centinaia di migliaia di dollari. Piccolo particolare: la “Dixie Mafia” ha alzato il livello dello scontro, mandadogli appresso una squadra di cazzutissimi mercenari. No problem. H&L stavolta hanno in squadra non solo Jim Bob ma anche un tizio che doveva sdebitarsi con Hanson, tale Tonto, un perfetto concentrato di muscoli, cervello e agilità. Perciò partita ad una porta sola, anche se H&L riescono ad uscirne malconci. Però trovano il ragazzo, la ragazza e la valigia. Quando tutto sembra andare per il meglio, il gruppo cerca di passare una serata di relax in un locale karaoke.

E qui farà la conoscenza di un nuovo personaggio, Vanilla Red, il più temibile dei killer prodotti nella storia della letteratura noir, che sconvolgerà completamente i già precari equilibri della trama. Da quel momento Lansdale scrive le migliori pagine dedicate a H&L prodotte fino a “Sotto Un Cielo….”.

Ok, siamo al settimo libro della serie ed i meccanismi sono ampiamente rodati. Qualcuno direbbe ormai scontati. Eppure la fluidità di scrittura e la carica di umorismo restano intatte e la trovata rappresentata dall’entrata in scena di Vanilla Red, oltre a dare una sferzata di originalità al libro lascia anche ben sperare per i volumi futuri.

Novità dal Mondo Prog

20 Giugno 2016 2 commenti

Pochi giorni fa un amico, da questo momento nominato “Segugio Ufficiale” di questo blog, mi ha inviato il link ad un video su YouTube commentando “Cresciuti a pane e Genesis, che ne dici?”.

Siccome la parola “Genesis” nella quasi totalità dei casi mi innalza il livello d’attenzione (credo sia proprio una “deformazione” dovuta all’ascolto continuo ed approfondito di quella musica meravigliosa che è il Prog, vecchio o nuovo che sia) ho immediatamente cliccato sul link.

Il Segugio aveva perfettamente ragione. Ho potuto ascoltare un esempio molto interessante di Prog Sinfonico Moderno. E, sorpresa delle sorprese,il gruppo che ha prodotto “The Longest Sigh” (questo il titolo del brano, tra l’altro associato ad un video molto molto bello) è italiano.

Loro sono i Barock Project, gruppo nato nel 2004 a Bologna per iniziativa di Luca Zabbini, tastierista stregato da Keith Emerson. Molto preparato, come dice un altro mio carissimo amico che lo ha conosciuto in quel di Bologna “…un musicista vero, nel senso che ha studiato come si deve al conservatorio e tutto il resto . Sa fare alla grande i pezzi di Keith Emerson e tutto quello che c’è di più tecnico”.

E così è.

Dopo vari cambi di formazione i Barock Project sono arrivati ad una line-up stabile che comprende oltre a Zabbini alle tastiere e voce, Luca Pancaldi (voce potente quasi hard-rock), Marco Mazzuoccolo (chitarre), Francesco Caliendo (basso) ed Eric Ombelli (batteria) tutti dotati di grandissima tecnica. Un Supergruppo.

Dopo tre album (“Misteriose Voci” 2007, “Rebus” 2009 e “Cofee in Neukolln” 2012) sono arrivati a “Skyline”, che contiene “The Longest Sigh”, nel 2015. Piccola appendice: proprio in questi giorni è uscito un monumentale album live dal semplicissimo titolo “Vivo” che in un paio d’ore di ottima musica ripercorre tutti i brani essenziali della loro carriera, compresa una versione speedy di “Los Endos” dei Genesis post-Gabriel, con grande spazio appunto per “Skyline” del quale vengono riprodotti 6 brani su 10.

Devo dire che, senza aver ascoltato gli album precedenti per cui senza conoscere la loro evoluzione, l’album è molto gradevole. Un po’ quello che un patito di Prog Sinfonico sogna di ascoltare. Suonato benissimo, senza entrare nel dettaglio dei singoli brani, l’album è un susseguirsi di cambi di ritmo, fughe tastieristiche, esplosioni di colori, variazioni d’atmosfera, melodie. Insomma, tantissime cose. Compresa la partecipazione di un ospite d’onore quale Vittorio De Scalzi, voce storica dei New Trolls, che canta proprio nella title-track nella lunga parte introduttiva acustica.

Un piccolo neo? Per forza, ne devo parlare, altrimenti non sarei completamente franco.

Il gruppo è dotato di grandissima tecnica (Zabbini in testa), ma percorre in parecchi casi territori già molto conosciuti. Per esempio “Overture” è decisamente PFM, quella muscolosa e mediterranea di “Celebration” per intenderci. “Skyline” invece suona parecchio Jethro Tull sia nella parte acustica che nella parte elettrica, mentre in “Gold”, brano di apertura, sembra di ascoltare qualcosa di più moderno, tipo Pendragon o roba simile. Così come la già citata “The Longest Sigh”. Invece “Roadkill” occhieggia i Marillion del dopo Fish. “The Sound Of Dreams” è tra Jethro e Genesis. “Spinning Away” starebbe alla grande su di un disco degli IQ (tipo “Subterranea”) oppure in un musical di Lloyd Webber.

Insomma, i ragazzi sono fantastici, suonano alla grandissima e compongono splendidi brani. Forse però servirebbe un po’ più di “Anima”. Ed allora il mio amico dice “…allora ascolto gli originali”. Ed invece a me stanno benissimo i Barock, perché sono sempre alla ricerca di qualcuno che sappia interpretare questo genere in maniera espressivamente rilevante, facendomi provare qualcosa.

Perché, e concludo, l’Emozione per me dai Barock Project arriva. Perché? Semplice, li trovo estremamente Brillanti. Ecco, questo è il termine giusto: Brillanti.

 

 

Farewell Bellowhead

2 Giugno 2016 Nessun commento

Il secondo album che in questo periodo ho difficoltà a togliere dal lettore contiene in sé un aspetto positivo ed uno negativo.

Partiamo da quello negativo. Purtroppo parecchio negativo. I Bellowhead, band inglese che non riesco ad incastrare in un genere ma che, se proprio costretto, definirei Folk, o forse Folk-Prog, o forse Alternative-Folk (combinabili a scelta) hanno deciso dopo una quindicina di anni di carriera, di separarsi.

Il gruppo si è formato intorno al 2000 ed ha inciso il primo album, “Burlesque”, nel 2006. A questo sono seguiti altri quattro album più o meno a cadenza biennale, oltre ad un curioso album composto da materiale dei singoli componenti del gruppo. Gruppo impegnativo formato da undici elementi effettivi, ma che in epoche più lontane, almeno fino al 2010, ne aveva avuti fino a tredici.

Perché difficile etichettarlo? Semplice, perché la loro musica, pur muovendosi su territori tipicamente folk, ha attinto anche da altre forme musicali. Più o meno lo stesso processo creativo di Mumford & Sons. Ma con una gamma di suoni assolutamente più vasta e complessa. E mentre M&S hanno deciso di virare verso un lato più elettrico del loro suono, i Bellowhead hanno pensato bene, come già detto sopra, di concludere la loro carriera.

E così dopo il “Farewell Tour”, il tour d’addio, che li ha tenuti impegnati per circa cinquanta concerti tra il 2015 ed il 2016, di cui l’ultima data ad Oxford la sera del 1° maggio di quest’anno, è uscito questo doppio cd + dvd (formato che ormai va parecchio – 22 euro circa su Amazon) dal titolo molto semplice: “Bellowhead Live: The Farewell Tour”. Ventinove brani da tutti gli album del gruppo, un po’ meno, ventitrè, nel dvd anche se in ordine diverso rispetto alla scaletta dell’album e con due brani non presenti nella stessa.

Dopo questi freddi dati “statistici” veniamo al disco.

Bellowhead sono stati un fenomeno essenzialmente britannico. “Setlist.fm”, la wikipedia dei concerti, censisce circa 160 concerti del gruppo in dodici anni. Tra questi ne risultano uno in Olanda, due in Irlanda (Repubblica d’) e due in Danimarca. Il resto tutti in patria. Battendo parecchio la provincia: Southend-on-Sea, Southampton, Northampton, Halifax, Cambridge, Oxford, Reading, Brighton, Cardiff, Bristol, Birmingham, Gateshed, solo per citare alcune date del tour d’addio. Difficile uscire da questi ambiti. Anche se i loro album sono risultati via via sempre più apprezzati da pubblico e critica. I primi tre non superarono le prime cinquanta posizioni delle classifiche, gli ultimi sono riusciti ad entrare nella “Top 20″ fino a sfiorare la “Top 10″.

Come mai? Perché la loro musica combina Folk, Rock, Rythm’n'Blues, Jazz, Soul, Vaudeville, qualche spruzzata di Classica, il tutto legato da un’atmosfera molto “traditional”. La commistione diventa così qualcosa di molto particolare. Poi usano una strumentazione enorme: l’ensemble, composto da quasi tutti polistrumentisti,  presenta una sezione di ottoni, strumenti ad arco, percussioni. E questo rende possibile uno spettro illimitato di sfumature sonore. Cantano quasi tutti, il che permette anche elaborati arrangiamenti vocali. Ed in più, ciliegina finale, dal vivo sono una pila elettrica che non perde mai la carica. Hanno energia in abbondanza ed il “Farewell Live” ne è la dimostrazione più convincente possibile.

Elencare i brani è sostanzialmente inutile. Gli ultimi due album (“Broadside” e “Revival”) costituiscono il corpo più consistente del materiale pubblicato in questo live con nove brani ciascuno. Da “Hedonism”, l’album che li ha imposti all’attenzione di pubblico e critica, ne sono estratti tre, quattro da “Burlesque” ed uno solo da “Matachin”. Inoltre si possono ascoltare tra brani inediti ma già facenti parte da tempo delle scalette dal vivo del gruppo.

L’unico rimpianto che resta, alla fine dell’esaltante ascolto, è l’addio della band.

E’ vero, non è detto. I Phish ed i Counting Crows si erano separati ed oggi sono più vivi e vegeti che mai. Perciò nulla è detto. Anche perché riuscire a far andare d’accordo undici persone non deve essere stato facilissimo.

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