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Eight Days A Week – Il Film

30 Settembre 2016

In viaggio con i Beatles.

Questo potrebbe essere il sottotitolo di “Eight Days A Week”, splendido docu-film di Ron Howard, specialista in prodotti nazional-popolari di qualità.

Un paio di anni fa il regista lanciò una campagna per la raccolta di materiale possibilmente inedito, rivolta verso quei fan che, incuranti della pochezza del mezzo “Super8″ (oggi ci sono video di qualità di concerti prodotti da un semplice smatphone scaricati su YouTube praticamente in diretta), tentavano, nella bolgia di un concerto dei Fab Four, di girare 1 o 2 minuti di immagini sfuocate e senza audio. Così, semplicemente per ricordo.

Ron Howard ha raccolto questi ricordi, queste emozioni, con cui, aggiungendo immagini professionali inedite (diciamo un terzo del film) e shakerate con due terzi di materiale già presente sull’Anthology di qualche lustro fa, ha confezionato un prodotto meraviglioso per la gioia di fan incalliti di tutte le età. Il racconto procede lungo la carriera dei Beatles, per il periodo che va dal 1962 al 1966 (i “touring years”), per più di due ore. Si passa così con un gran ritmo narrativo (la vera forza del film) dagli anni del gruppo compatto, affiatato, legato come una sola persona, all’affermazione di quattro personalità diverse, ognuna con le proprie passioni ed interessi.

Ed è un unico tunnel che i quattro percorrono alla velocità della luce per quattro anni, dalle ultime sere del Cavern di Liverpool al concerto al Candlestick Park di San Francisco, ultimo della loro storia fatta eccezione per quello finale sul tetto della Apple, attraversando momenti che vanno dalla spensieratezza giovanile all’allucinazione in un vortice di fama, successo e soldi sempre più esagitato.

E nel film sicuramente non c’è tutto, ma moltissimo si.

Ci sono le conferenze stampa con il relativo assedio di giornalisti. Ci sono l’ironia dei Fab Four che riuscivano a destabilizzare i media dell’epoca con le loro risposte sfrontate e l’atteggiamento guascone. Sono riuscito a stupirmi, più che altro perché non ne ero a conoscenza, per una presa di posizione dei quattro, che in conferenza stampa dichiaravano che avrebbero cancellato un concerto in una città del sud degli USA perché era previsto che il pubblico di colore avrebbe avuta una sua area “riservata” all’interno dello stadio.

Ci sono le scene di isteria ovunque, ai concerti, negli aeroporti, nelle strade fuori dai teatri e dagli hotel, ci sono le immagini di una polizia impreparata per l’epoca ad affrontare un evento generazionale del genere. C’è un capo della polizia che dice a Brian Epstain, loro manager, che i Beatles non potevano suonare in una location da 5.000 posti lasciando 50.000 ragazzi impazziti senza biglietto  fuori dal teatro.

C’è la loro immensa Musica, estratta dai concerti più importanti documentati (cosa all’epoca non semplicissima). La loro energia dei momenti migliori è tutta nei loro concerti. Così come il loro divertimento. E, soprattutto, il loro carisma. C’è Washington nel 1964, a mio parere la miglior testimonianza dei Beatles dal vivo insieme allo Shea Stadium dell’anno successivo. C’è, appunto, lo Shea Stadium, di cui vi parlerò fra qualche riga. L’Ed Sullivan Show, la tv svedese, la “Some Other Guy” ripresa dalla BBC al Cavern in un nostalgico bianco e nero mentre loro si preparavano a spiccare il volo. E poi qualcosa di estratto dall’Hollywood Bowl, dall’Australia, oltre alle malinconiche ultime esibizioni a Tokyo ed in Germania durante l’ultimo tour.

E poi ci sono testimonianze varie e spesso molto particolari. Ad esempio una toccante Whoopi Goldberg che unisce il racconto d’infanzia (la madre che la porta allo Shea senza dirle nulla fin davanti alla porta dello stadio) alla sensazione di superamento delle differenze che all’epoca ancora imperavano negli USA dove ancora la segregazione razziale non era stata abbattuta: la Musica dei Beatles univa, faceva sentire tutti uguali.

Grande spazio ha nel film Larry Kane, unico giornalista che, dal notiziario di una radio locale di Miami, chiese ai quattro una semplice intervista e che venne da questi invitato a seguirli per tutta la durata del loro primo tour statunitense, vivendo fianco a fianco e producendo così più di un reportage al giorno che, a mio parere, andrebbe raccolti in un documento a se stante. Ed ancora tanti altri: George Martin, Elvis Costello, Sigourney Weaver, Richard Lester (il regista dei loro film).

E, appunto, ci sono le lavorazioni dei film, il primo (“A Hard Day’s Night”) con scarso budget e molto entusiasmo, il secondo (“Help”) con largo budget e una noia mortale. Il tutto perfettamente e puntualmente riflesso nei film.

Perché i Beatles erano questo: il loro entusiasmo, il loro affiatamento, la loro amicizia, tutto traspariva nella loro Musica ed in ogni cosa cui prendevano parte, che fosse un film, un’intervista, un radio show o una semplice foto. Erano, in una parola, veri.

Lo stesso dicasi per i momenti peggiori.

Due “chicche” su tutto. La prima John che sbeffeggia con classe uno sprovveduto giornalista che gli chiede: “Tu sei”? e lui “Eric” e quell’altro “Siamo qui con Eric dei Beatles!”. La seconda Ringo che racconta divertito che il per il concerto allo Shea Stadium i Beatles si erano fatti costruire per l’occasione dei nuovi amplificatori da 100 Watt (quello che uso io per i “live” nei localini con i miei mitici Beastie è da 300 Watt) e che questi venivano diffusi per lo stadio con gli altoparlanti che si usavano normalmente per gli annunci, delle specie di trombette, a cui segue una spassosa simulazione dell’effetto passando dall’audio restaurato del concerto a quello degli altoparlanti.

A seguire, al termine della proiezione, 30 minuti 30 proprio del concerto allo Shea Stadium (in pratica solo la loro esibizione, senza tutti i gruppi spalla presenti nel film ufficiale) restaurato in audio ed in video. Semplicemente fantastico! Vale il prezzo del biglietto la versione scatenata di “I’m Down” con Lennon alla tastiera che si diverte come un matto. Sicuramente in quel momento non doveva ancora pesargli troppo il momento “live”, nonostante le urla del pubblico in delirio.

Insomma, se avete perso “Eight Days A Week” al cinema, visto che è stato presentato per un numero limitato di proiezioni, compratelo assolutamente all’uscita in dvd.

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